Lascia un commento

23 MARZO! GIORNO LUMINOSO PER IL MONDO!

23-marzo-1919

Cari lettori. Oggi è un giorno radioso, che non ricorda “solo” la nascita ufficiale della “più mediterranea delle idee”, ma segna il risveglio di una intera Civiltà, quella euro-mediterranea romano-cristiana. Nei giorni che cadenzano la storia del Mondo, quello di oggi occupa una parte di onore privilegiata. Per ricordare degnamente tale fausta data, la nostra dedizione precede le nostre parole. Ma, proprio per dare loro seguito concreto, vogliamo condividere con voi ciò che ha potuto permettere che il 23 Marzo 1919 il movimento radioso della “nuova Italia” potesse realizzarsi: la Mistica Fascista

A questo proposito, citiamo la Consegna del Duce ai Mistici, sintesi perfetta del valore e della necessità della Mistica nell’ora presente:

1

2

Augurando a tutti Buon 23 Marzo, vi rimandiamo al titolo pubblicato  dalla nostra Biblioteca del Covo, sulla Mistica Fascista!

Ad Majora!

IlCovo

Lascia un commento

L’ANTIFASCISMO, MORTO, MOSTRA IL SUO STATO DI DISFACIMENTO: L’OSSESSIONE PER MUSSOLINI

Bavaglio democratico antifa - Biblioteca del Covo

Cari lettori. In genere, l’annientamento di una narrativa, e di un luogo comune annesso a quest’ultima, si nota per tutta una serie di avvisaglie, prima che si inveri definitivamente. Riguardo al pregiudizio antifascista, tali “avvisaglie” sono state evidenti (per chi ha occhi) già all’indomani della fine delle ostilità, nel 1945, scenario di già anticipato da Carlo Alberto Biggini (qui). Essendo l’antifascismo un rigurgito violento e oppressivo fine a se stesso, non avendo nessuna base, nemmeno remota, per poter essere divulgato come una religione, esso mostra già di essere un castello di carte. Tragicamente, in tutti gli eventi luttuosi sopportati da quella che fu l’Italia (qui), questa pochezza, questa nullità politica dell’antifascismo è evidente in tutto il suo aspetto deteriore. Basti pensare al ruolo  dalla Associazione ANPI, che di fatto svolge un compito di “polizia politica”, a “caccia del fascista apologeta”, che cita in giudizio chi alza il braccio, chi svolge manifestazioni “apologetiche” (dando a tale termine il significato più vario), chi va al cimitero di San Cassiano con vestiti “apologetici” (senza voler ripetere che tali “manifestazioni” sono deprecabile folklore, che umiliano la dottrina fascista, qui e qui), chi parla in un certo modo o scrive certe frasi. Risulta già evidente che se ad una parte politica è necessario creare una legge sul “fascismo male assoluto” (qui), per poi andare a “caccia” dei “maleassolutisti”, sempre secondo l’insindacabile giudizio dell’antifascismo, questa parte politica NON HA nessun argomento da opporre contro il proprio avversario. Se un avversario vanta la propria Civiltà (il Fascismo), e il nemico politico non contrappone la CIVILTA’, presumibilmente vera rispetto a quella vantata, ma contrappone LEGGI PENALI,  narrativa, propaganda di guerra e fango, significa di già in modo palese che tale nemico politico è NULLA.

E siccome tale nemico politico, malauguratamente, detiene il potere mediatico in modo granitico, se ne avvale soprattutto nei momenti di debacle totale, come sono quelli che stiamo vivendo. Il lettore si chiederà come possiamo definire la tragedia in corso come una totale debacle dell’antifascismo mondiale. E’ presto detto. La metafora del leone ferito è calzante. Soprattutto in questo caso, che non di leone si tratta (metafora che comunque rende rispetto per il nemico), ma di sciacallo. Le “ondate” di propaganda di guerra, in questa terra che fu l’Italia, sono direttamente proporzionali allo stato di morte cerebrale del sistema antifascista (qui). Il morto vivente, arranca, scalcia, e digrigna i denti. Così, tira fuori l’unica propaganda che può usare, in modo unilaterale: il fango.

Pupazzi - Biblioteca del Covo

Si spendono milioni (di carta straccia, qui), per infangare la memoria di Benito Mussolini, per colpire, grazie alla proprietà transitiva usata in propaganda, il Fascismo da lui fondato (sempre con l’immancabile aiuto dei “neofascisti”, qui). Così, il cittadino comune si vedrà propinare quintali di melma sui “delitti” di Mussolini, sui suoi “latrocinii”, sulle sue relazioni, sulle sue instabilità mentali, sulla violenza, sul fatto che non fece “nulla di buono”, ecc. Ovviamente, tutto questo fango, si regge esclusivamente su se stesso, così è un cumulo di immondizia che è destinato a crollare solo col soffio di un po’ di aria fresca (es: qui, qui e qui). Tutto è orientato per impedire, con ogni mezzo ed in ogni modo, che emerga universalmente esattamente il lavoro che stiamo portando avanti con grande sacrificio, e che centra l’attenzione non su questo o quell’aspetto del pur gigantesco esperimento statuale Fascista storico, ma proprio sulla sua Dottrina dello Stato (es: qui qui, qui, qui), che è necessaria, presupposta e premessa per poter POI risolvere TUTTI i problemi del viver civile! Infatti…

…lo Stato è l’unica società necessaria, perfetta ed è quindi la «comunità» per eccellenza e l’unica «persona morale» riconoscibile come tale di fronte all’individuo. Ma di fronte all’individuo è una personalità morale di grado superiore, perchè è una «personalità perfetta». «Civitas» — disse S. TOMASO — «est communitas perfecta» (13). Diciamo «società perfetta», non perchè sia esente da ogni imperfezione e da ogni vizio, ma perchè è l’unica società «compiuta», cioè l’unica la quale possegga i mezzi per bastare a se stessa, almeno nel senso relativo nel quale la sufficienza può ottenersi nelle cose umane. Lo Stato in quanto comunità è la società, non solo necessaria, ma sufficiente allo svolgimento della personalità umana ( http://www.ilcovo.mastertopforum.net/-vp11801.html#11801 ).… In primo luogo va ritenuto che l’ordinamento sindacale corporativo fascista non solo non è il sistema sufficiente per l’attuazione dello stato come unità economica, ma nemmeno è un sistema necessario per il conseguimento di tale scopo. L’unità economica dello stato si può ottenere, anche a prescindere dal riconoscimento delle formazioni professionali e dalla loro elevazione al grado di pubbliche istituzioni, nella semplice sede di una organizzazione amministrativa ordinaria. La costituzione della Repubblica di Polonia, del 23 aprile 1935, arrivava fino a dichiarare: «La responsabilità delle generazioni successive è dovuta alla loro reciproca dipendenza» e proclamava che «nessuna attività può contraddire ai fini dello stato». Ma non introduceva alcun apparato corporativo professionale. Per contro, l’azione delle istituzioni professionali deve essere integrata, per raggiungere l’effetto, con le misure relative all’ordinamento del credito, della moneta, dei mercati internazionali, dei tributi, ecc., misure che appartengono all’attività generale del governo. Indispensabile poi al funzionamento dell’ordinamento corporativo è, come si è visto, l’azione morale e politica del «partito unico ». Per l’appunto, come si è espresso MUSSOLINI (Scritti e discorsi, VIII, p. 155), «l’ordinamento sindacale e corporativo esige un partito unico, per cui accanto alla disciplina economica entri in azione la disciplina politica e ci sia al di sopra dei contrastanti interessi un vincolo che tutti unisce in una fede comune». …In questo tipo di stato, come già si è accennato, il corporativismo non è affatto il criterio esclusivo adottato per la ricostruzione generale del sistema del governo, ma soltanto l’apparecchio per il quale, utilizzandosi la competenza di formazioni speciali, corrispondenti alle diverse categorie professionali, si attua una politica economica e una politica sociale, in termini ignoti al pensiero individualistico che tali scopi aveva abbandonato all’ autonomia degli individui. Il «corporativismo fascista» si oppone e si contrappone, di conseguenza, a tutte le dottrine corporative, esaminate precedentemente, a cagione del valore totalitario e integrale e quintessenzialmente politico che esso professa dello stato. L’ordinamento corporativo fascista non è altro se non l’aspetto dell’ordinamento gerarchico delle volontà pubbliche, specializzate per la disciplina degli interessi economici e derivanti il loro titolo di autorità dal ministero del pubblico bene che assolvono nella propria sfera. In conclusione, è fuori luogo la pretesa di voler definire lo «stato nuovo» creato dal Fascismo, cioè lo «stato fascista», come stato corporativo omettendo la qualificazione fascista. La pretesa muove da equivoci di terminologia. Con essa si concluderebbe, in sostanza, ad instaurare un « federalismo economico », per il quale dovrebbero consolidarsi, con nuova veste, quelle situazioni di privilegio e di monopolio contro le quali la civiltà europea ha sostenuto la sua lunga lotta nell’uscire dal Medioevo verso la creazione dello « stato nazionale ». Vale al riguardo il monito di MUSSOLINI (Scritti e discorsi, V, p. 240): « Lo stato è uno, è una monade inscindibile; lo stato è una cittadella nella quale non vi possono essere antitesi né d’ individui né di gruppi ». Né tanto meno di gruppi professionali, poiché di tutte le forme pensabili di federalismo, quella economica e di mestiere è il tipo che più deprime il tenore di un regime. In effetto lo stato fascista è «stato religioso» . ed è «stato militare»; al medesimo grado almeno che esso è «stato economico» e «stato professionale» cioè «corporativo». Estrema improprietà è quella di voler designare nel suo complesso il tipo di uno stato movendo dalla constatazione di un particolare aspetto del suo essere. E pericoloso equivoco è quello che si tenta con l’insinuare che la formula di «stato corporativo» vorrebbe riferirsi alla essenza stessa, cioè al principio costituzionale, dello «stato nuovo», in un valore che trascenderebbe così il motivo economico come il dato professionale. E invero, se anche può ammettersi che il termine «corporativismo» indichi in senso lato non solo i corpi di mestiere, ma qualunque enucleazione di vita collettiva nell’ interno di una collettività politica, si deve tuttavia avvertire che il significato prevalente delle parole è pur sempre quello economico e professionale. Bisogna aggiungere, poi, che in ogni modo il principio corporativo, letteralmente inteso come principio giuridico della «corporazione», è centrifugo, perché riflette l’interesse dei consociati, laddove il principio fascista è centripeto, ed ha per obiettivo l’interesse del popolo nella sua indivisibile unità. In altre parole il corporativismo è sempre il principio del pluralismo, del decentramento, della coordinazione federale, mentre il Fascismo reclama la concentrazione gerarchica delle iniziative pubbliche e private secondo la formula della «democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria» dichiarata da MUSSOLINI” (C. Costamagna – estratto da Dizionario di Politica, a cura del P.N.F. , Vol I, Roma 1940)

In una ex nazione come la nostra, tale identità costituzionale (qui) è assolutamente imprescindibile, perchè là dove l’identità è stata soppressa, è necessario, nodale, che venga ripristinata e fatta rinascere. Questo è il testimonio lasciato dal sangue dei martiri della Patria, in ogni momento. Che questa identità, FONTE E SCATURIGINE DI OGNI BENE SOCIALE per il NOSTRO Popolo, e per il mondo, non venga dispersa e non venga seppellita. Soprattutto sotto il fango mendace dei nemici! E noi, siamo qui proprio per questo. Se ne facciano una ragione, tutti! Amici e soprattutto NEMICI!

RomaInvictaAeterna 

Menzogna e Verità sul Fascismo 

Lascia un commento

LA VOCE “CRISTIANESIMO” DEL DIZIONARIO DI POLITICA DEL P.N.F. …OVVERO DEI ROMANO-CATTOLICI!

Religio et Patria Fascista - Biblioteca del Covo

Cari lettori, amici e nemici, chi ci segue, ricorderà sicuramente del nostro attacco politico ospitato dal Prof. Porfiri e relativo alla presunta “opposizione Cattolica”, che tale dimostra di non essere affatto (Qui), risultando peraltro in folta compagnia di numerosi altri finti contestatori.

Ebbene, in tale ambito, non appena si ostenta in modo finto ed assolutamente pretestuoso, di voler difendere alcuni Valori morali, la finta “controparte progressista” inizia subito ad “accusare di Fascismo” chi dice di sostenerli, innescando prevedibilmente la successiva reazione scomposta e balbuziente dell’antifascismo democristiano, che perciò si avvale di “vulgate” davvero cialtronesche, che ne manifestano lo stato culturale comatoso, prodigandosi nel consueto  ridicolo “balletto al più antifascista”, facendo cioè a gara nel cercare di sventolare meriti antifascisti il più presto possibile. Campionessa nell’ambito di tali improbabili “danze”, ad esempio, si è mostrata la dottoressa De Mari (Qui).

Tuttavia, in questo caso gli antifascisti progressisti, loro malgrado, hanno detto una verità. Giacché, la dove si vuole difendere certi Valori etici, almeno lì esiste davvero un autentico riferimento al Fascismo, con buona pace dei democristiani! Se si difende Dio, la Patria (VERA), la Famiglia (VERA), il Lavoro (VERO), la Civiltà: SI STA FACENDO UN RIFERIMENTO DIRETTO AL FASCISMO MUSSOLINIANO!

Il fatto che poi, riguardo a certi ambiti politici ed in relazione ad alcuni valori, si manifesti immediatamente la corsa alla proclamazione dell’ossequio alla “religione antifascista”, fa capire, chiaro e tondo, e senza possibilità di fraintendimenti, la strumentalità e la sostanziale etero-direzione di tali presunte “opposizioni” al Sistema demo-pluto-massonico. Abbiamo sempre proclamato a chiare lettere che non è un fatto nuovo ascoltare, vedere, trovare alcuni elementi di Verità all’interno del Sistema antifascista. Ma sappiamo bene che da SEMPRE, quando si è in presenza di tali elementi, essi non rappresentano altro che delle esche, piantate in mezzo alla cittadinanza in modo studiato, proprio dai Pupari pluto-massonici del Sistema, che in modo “intelligente” le diffondono al fine di consolidarne la supremazia, dando così ad intendere in modo falso che all’interno di tale ordinamento sia possibile costituire legalmente una verace opposizione ed un qualunque autentico dissenso. Ecco perché abbiamo spesso e volentieri sottolineato come il solo criterio oggettivo ed infallibile per comprendere se un “moto di opposizione” sia sincero e possa contenere in sé elementi di bontà autentica, suscettibili di sviluppi positivi, è rappresentato dalla totale messa in discussione del SISTEMA FILOSOFICO-POLITICO E RELIGIOSO mondialista, massonico, plutocratico, anti-cristico, anti-romano, in breve antifascista! (ad es. Qui) La dove NON si PARTA da questo irrinunciabile presupposto, dove si vanti e si chieda, invece, una “verace” applicazione dei principii liberali costituzionali, o Tribali (nei vari teatri di guerra sparsi nel mondo!), o una “verace” applicazione delle “tutele sociali”, scagliandosi contro chi non le starebbe applicando davvero, ecc. ecc., in quel caso saremo SEMPRE, COMUNQUE, OVUNQUE, in presenza di un FALSO sistemico! (Qui)

Ma volendo portare, come da sempre è nostra consuetudine, la luce della conoscenza la dove le tenebre dell’antifascismo sembrano regnare sovrane, in occasione della festa di Nostra Signora di Lourdes, che è il giorno della Festa del Nuovo Costituzionalismo Fascista, Romano-Cattolico, ovvero nella ricorrenza dei “Patti lateranensi” (Qui), vogliamo condividere coi nostri lettori un piccolo gioiello di sintesi del sapere, ovvero la voce CRISTIANESIMO estratta da quel gigantesco lavoro Politico-Culturale che è il Dizionario di Politica del Partito Nazionale Fascista (qui). La voce è redatta, come recita il titolo dell’articolo, dai veri ed unici eredi della Civiltà Romano-Cattolica in ambito politico, ossia I FASCISTI, i quali, non a caso, vi rilevano come il cristianesimo abbia anche una faccia sociale ( la Dottrina Sociale della Chiesa, il Regno sociale di Gesù Cristo) giacché esso rappresenta non soltanto una religione individuale ma per l’appunto sociale, dove lo Stato deve essere cristiano, perché l’Uomo è un animale sociale o socievole per natura, come già sostenuto da Aristotele e San Tommaso d’Aquino. Quindi nessuna meraviglia che il Dizionario di Politica metta il cristianesimo in mezzo ai movimenti politici, giacché come ebbe a dire anche lo stesso San Pio X, il cristiano non può non fare politica; e nessuna meraviglia che i fascisti, alla luce della tradizione cattolica quale parte imprescindibile della Civiltà italiana, in modo ufficiale e proprio a mezzo di una pubblicazione redatta a cura dello stesso Partito Nazionale Fascista, ritenessero pienamente compatibili e complementari la missione universale dello Stato Fascista con quella della Chiesa Cattolica Romana.

Infatti, è unicamente la Dottrina del FASCISMO a costituire la vera ed unica alternativa politica che i veri “cattolici”, da non confondere con i democristiani, dovrebbero perseguire con coraggio, qualora volessero davvero “opporsi” al Sistema satanico pluto-massonico attualmente vigente! E’ unicamente la visione del mondo del FASCISMO a costituire davvero la soluzione al dramma dello “stato moderno”. E’ unicamente la concezione dell’Uomo e dello Stato presente nel FASCISMO, a difendere i veri ed unici Valori della Civiltà Romano-Cattolica. Attraverso la lettura e la comprensione di questa voce che pubblichiamo come documento della “Biblioteca del Covo”, il richiamo alla coscienza ed al suo retto giudizio risulta inderogabile. Ognuno di noi risponderà davanti a Dio delle proprie scelte! 

Potete scaricare di seguito la voce enciclopedica in questione DIGITANDO QUI! …buona lettura!

IlCovo

Lascia un commento

IL SIONISMO E IL GENOCIDIO DEI PALESTINESI

Sionismo genocida

L’articolo di seguito ri-pubblicato, richiama in modo sintetico ma chiaro l’attenzione del lettore su tutta una serie di problematiche di ordine storiografico, politico, morale e giudiziario, speculari e complementari a quelle che già nel corso degli anni su questo stesso blog abbiamo fatto emergere sebbene in relazione ad un altro tema, che è quello di nostra più stretta pertinenza, ossia il Fascismo (per es. qui). Si perché, in modo significativo e niente affatto casuale, determinati argomenti nei regimi demo-liberali antifascisti a trazione anglo-americana costituiscono da sempre dei tabù che non è possibile discutere pubblicamente in modo equo ed imparziale. Questo per l’appunto è il caso tanto del “Fascismo in relazione alla questione ebraica” che della “Questione palestinese in relazione allo Stato ebraico”; tematiche per le quali, curiosamente vigono in modo ipocrita ed ufficioso gli stessi “codici del silenzio”, basati sull’aprioristica condanna di qualsiasi discussione tenda a criticare le interpretazioni di comodo elaborate dal potere politico vigente, che a sua volta si fa forte (coi deboli!) di svariate normative prevaricatrici e vessatorie che per legge istituiscono il “bavaglio legale di Stato” e la censura mediatica di regime. Ciononostante, contro i fatti non valgono le argomentazioni ed il buon Don Curzio in questo breve riassunto inanella tutta una serie di fatti storici incontrovertibili contro i quali non è possibile sensatamente replicare alcunché, tanto quanto abbiamo fatto noi stessi nel contestare l’accusa falsa e pretestuosa mossa al Fascismo di essere stato animato da chissà quale volontà persecutrice votata allo sterminio nei confronti degli ebrei (ad esempio qui e qui). Casomai, se si vuole andare davvero alla ricerca di una vera pulizia etnica genocida, basta gettare lo sguardo sul massacro perpetrato in modo continuato in quasi ottant’anni proprio dall’entità sionista israeliana a danno del popolo palestinese, di cui la carneficina avviata con ogni mezzo e pretesto lo scorso ottobre 2023 (e tutt’ora in atto!) invadendo la Striscia di Gaza, rappresenta soltanto l’episodio criminale più recente in ordine di tempo, come si incarica di illustrare efficacemente lo scritto di seguito riportato! …buona lettura!

IlCovo

IL SIONISMO E IL GENOCIDIO DEI PALESTINESI (1948 – 2023)

di Don Curzio Nitoglia

Introduzione

Padre Giovanni Sale ha scritto un interessante articolo su “La Civiltà Cattolica” (quaderno 3854 del 15 gennaio 2011), intitolato La fondazione dello Stato di Israele e il problema dei profughi Palestinesi (pp. 107-120). Innanzitutto, ci ricorda che i primi “kamikaze terroristi” furono proprio gli Israeliani e non gli Arabi, come oggi si pensa comunemente. Infatti, il 22 luglio del 1946 l’Irgun fece scoppiare una carica di dinamite nell’Hotel King David dove risiedeva il “Quartier generale” della Gran Bretagna, uccidendo 91 persone. Seguirono altri attentati (ad esempio, fatto quasi sconosciuto, il 30 ottobre del 1946 gli stessi terroristi dell’Irgun distrussero con un attentato dinamitardo l’ambasciata britannica a Roma, Ndc.) e così l’Inghilterra decise, nel febbraio del 1947, di rinunciare al mandato sulla Palestina (p. 108). Inoltre ricorda che già nel 1946 vi fu una forte “pressione” (“lobbyng”) della comunità ebraica americana sul Presidente Truman, il quale per la nuova campagna presidenziale aveva bisogno dei soldi e dei voti degli ebrei-americani. Nel medesimo anno anche l’Urss di Stalin si dichiarò favorevole alla spartizione della Palestina. Il “Dipartimento di Stato” statunitense non era d’accordo con l’“Amministrazione presidenziale”, ma fu proprio grazie all’intervento dell’ “Amministrazione americana” che il deserto del Negev fu incorporato allo Stato di Israele e non alla Palestina come avrebbe voluto il “Dipartimento di Stato”. Perciò, già nel 1946 era stato deciso, sulla pelle dei Palestinesi, che Israele avrebbe occupato «il 55% della Palestina, con una popolazione israelita di 500 mila persone». Ora, ci si domanda, com’era possibile, secondo giustizia, che il 37% della popolazione ebraica ottenesse il 55% del territorio palestinese, del quale sino ad allora aveva posseduto solo il 7%? La risposta è sempre e solo la solita: la shoah del popolo ebraico gli dava il diritto a una Patria. Ma, si ribatte, cosa c’entravano i Palestinesi con il torto subìto dagli ebrei in Europa nord-orientale? Uno storico palestinese ha scritto a proposito: «I Palestinesi non capivano perché si facessero pagare a loro i conti dell’olocausto. […]. Non capivano perché fosse ingiusto che gli Ebrei restassero minoranza in uno Stato palestinese unitario, e invece fosse giusto che quasi la metà degli Arabi palestinesi diventasse dalla sera alla mattina una minoranza soggetta a un potere straniero». Evidentemente la legge non è eguale per tutti.

Il peso della shoah

Come si può costatare, esso è stato enorme, politicamente ed economicamente (risarcimenti), militarmente (guerre che ancora oggi perdurano e forse termineranno in un grande conflitto nucleare), religiosamente (giudaizzazione dell’ambiente cristiano e cattolico a partire dal Vaticano II). L’Occidente e l’Europa, caduti in un senso di colpa collettiva, “psicanaliticamente indotta”, hanno pensato di riparare al male fatto (o fatto credere dalla psicanalisi di massa della “psico-polizia”). La shoah continua a pesare, ma si sente qualche scricchiolio, che si cerca di puntellare con leggi penali e “storicide”, specialmente difronte al genocidio dei Palestinesi perpetrato dallo Stato d’Israele (7 ottobre 2023 – febbraio 2024). La prima guerra arabo-israeliana si può dividere in due fasi: 1°) la prima dal novembre 1947 al 14 maggio 1948; 2°) la seconda dal 15 maggio del 1948 all’ottobre del 1949. La prima fase fu soprattutto una guerriglia, ma assai cruenta, basti pensare al massacro di 100 civili Palestinesi da parte dell’Irgun, il 9 aprile 1948, nel villaggio di Deir Yassin. La seconda parte, invece, fu una vera e propria guerra convenzionale. Essa fu caratterizzata da un episodio cruciale che determinò la sconfitta degli Arabi, in maniera scorretta, da parte degli Israeliani. Infatti, l’11 giugno del 1948 il conte svedese Folke Bernadotte (che poi fu assassinato da alcuni terroristi del Lehi) riuscì a negoziare una tregua. Essa fu accolta da Israeliani e Palestinesi ma, «Israele approfittò di tale periodo, violando i termini della tregua, per acquistare dalla Cecoslovacchia una grande quantità di materiale bellico [del III Reich tedesco], rimasto inutilizzato dopo la seconda guerra mondiale. Quando la guerra riprese l’8 luglio del 1948, l’esercito israeliano, utilizzando le nuove forniture europee (e statunitensi), nel giro di pochi giorni ebbe il sopravvento sugli eserciti arabi. […]. In questo modo furono occupati molti villaggi arabi e le città di Lydda e Ramallah» (p. 114). Il genocidio dei Palestinesi da parte d’Israele iniziò proprio allora. Infatti, la città di Lydda fu occupata e vi fu una vera e propria «pulizia etnica» poiché circa 70mila abitanti di Lydda furono espulsi e spinti a piedi nella “marcia della morte” verso Ramallah, e, sotto il sole estivo, morirono numerosi bambini e vecchi. L’ordine di espulsione fu dato personalmente da Ben Gurion il 12 luglio. È lecito parlare di “genocidio”? Oppure l’unico genocidio è quello del popolo ebraico da parte del III Reich germanico? Nella storia vi sono innumerevoli genocidi; quasi ogni guerra ha comportato un genocidio o una “pulizia etnica” da parte dei vincitori nei confronti degli sconfitti. Per esempio, cinque milioni di Amerindiani o Indiani d’America furono sterminati in quanto Amerindi (“American Indian”) dai coloni inglesi e olandesi che occuparono il nord America nel XVII-XVIII secolo. Un milione e mezzo di Armeni, tra il 1894 e il 1918, furono massacrati in quanto Armeni e cristiani dagli Ottomani turchi e musulmani. Gli Italiani furono massacrati e gettati vivi nelle foibe in Istria, tra il 1945-46, dai “titini” slavi a migliaia solo perché Italiani. Il decennio che iniziò col 1990 vide la “pulizia etnica” di centinaia di migliaia tra Serbi, Bosniaci, Kosovari, Croati. Se si pensa all’Africa, cosa dire del Ruanda, degli Utu e Tutzi, i quali si sono massacrati reciprocamente – arrivando attorno alla cifra di 2milioni di vittime – sino a qualche anno fa? Eppure non è “politicamente corretto” parlare di genocidio per costoro. Sembra che vi sia stato un solo genocidio, anzi “IL” genocidio del popolo ebraico nel 1942-45. Chi lo mette in dubbio così com’è presentato dalla propaganda dei vincitori, o cerca di stabilire cifre, studiare la questione, in alcuni Paesi va in galera. Ora, perché non lasciare agli storici e agli scienziati la possibilità e libertà di ricercare da vicino i luoghi, i documenti, il corpo del reato? Altrimenti, anche i Palestinesi potrebbero invocare un “reato di negazionismo” del genocidio che hanno sofferto nel 1948 e continuano a soffrire ancora oggi a Gaza (una striscia desertica, che racchiude – come un campo di concentramento – due milioni e mezzo di persone, bombardate, ripetutamente dall’aviazione israeliana, dal 7 ottobre 2023 e senza sosta, con 26mila morti Palestinesi, di cui la metà bambini).

La ‘shoah’ o ‘nakba’ palestinese

«Sta di fatto che alla fine della prima guerra del 1948, meno della metà della popolazione palestinese si trovava ancora nella terra nativa. […]. Sul numero dei profughi si è molto discusso in passato: gli Israeliani parlavano di circa 500mila profughi, i palestinesi invece di un milione e mezzo di persone espulse. Secondo gli storici contemporanei il numero dei profughi si aggirerebbe attorno ai 700-800 mila» (pp. 115-116). Come si vede si può lecitamente discutere, studiare, ricercare le fonti sulla reale entità della “catastrofe” palestinese, ma per legge è vietato agli storici di far ricerca storica sulle fonti della “catastrofe” ebraica del 1942-45. Inoltre anche per i Palestinesi vale la domanda che l’Europa si pone sulla propria cecità di fronte alla catastrofe ebraica del 1942-45: «Come mai un numero così grande di persone nel giro di pochi mesi ha dovuto abbandonare la propria terra senza che nessuno in occidente se ne preoccupasse? La tesi ufficiale sostenuta da Israele è che i Palestinesi abbandonarono “volontariamente” il loro territorio. […]. I Palestinesi, al contrario, hanno sempre sostenuto che i profughi erano stati espulsi in modo sistematico e premeditato dall’esercito israeliano» (p. 116).

Revisionisti palestinesi

Il primo storico che ha confutato la vulgata israeliana sul problema dei profughi palestinesi è stato il palestinese Walid Khalidi nel suo libro succitato “All That Remains” del 1992. «Egli, consultando gli archivi palestinesi e raccogliendo la memoria dei testimoni, ha ricostruito in modo analitico – riportando l’elenco esatto dei villaggi distrutti – la “catastrofe”, cioè la “nakbah”, vissuta dal suo popolo. Tale studio ebbe poca eco tra gli storici occidentali, e si continuò a ripetere la vulgata israeliana dell’ “esilio volontario dei Palestinesi”» (p. 116). Poi lo storico israeliano Benny Morris ha dedicato tre volumi a questo tema (Vittime; 1948: Israele e Palestina tra guerra e pace; Due popoli una terra) secondo Morris i Palestinesi non sarebbero stati cacciati di proposito, ma conseguentemente alla guerra arabo-israeliana avrebbero preferito l’esilio allo stato di conflitto ed avrebbero lasciato la Palestina spinti dalla guerra e dalle “rappresaglie” dell’Haganah. L’espulsione dei Palestinesi, secondo Morris, non sarebbe mai stata decisa e decretata dal Governo di Tel Aviv e dall’Esercito israeliano, ma sarebbe avvenuta in quelle determinate circostanze di guerra “civile”. Infine lo storico israeliano Ilan Pappe nel suo libro “La pulizia etnica della Palestina” ha confutato la tesi di Morris e si è avvicinato a quella di Khalidi, dimostrando – documenti alla mano – che il progetto d’espulsione fu pianificato il 10 marzo 1948 a Tel Aviv, nella sede dell’Haganah dai Governanti e Militari d’Israele: «Gli ordini erano accompagnati da una minuziosa descrizione dei metodi da usare per cacciare via la popolazione con la forza: assedio e bombardamento dei villaggi, incendi di case, espulsioni, demolizioni, e infine collocazione di mine tra le macerie per impedire agli abitanti espulsi di ritornare»; in caso di resistenza «le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione civile espulsa fuori dei confini dello Stato». Padre Giovanni Sale commenta «tali ordini furono poi trasmessi alle singole brigate che avrebbero provveduto a metterli in atto: il piano era il prodotto inevitabile della determinazione sionista ad avere un’esclusiva presenza ebraica in Palestina, e questo poteva essere realizzato soltanto eliminando la presenza dei nativi dal territorio» (p. 118). Ilan Pappe conclude: «l’obiettivo principale del movimento sionista nel creare il proprio Stato nazionale era la pulizia etnica di tutta la Palestina». Questa verità storica, dimostrata da fatti e documenti, viene ancor oggi sistematicamente negata.

Epilogo

Riflettendo a mo’ di conclusione su quanto letto si può dire con tutta certezza, e senza paura di essere tacciati quali nazisti o antisemiti, ciò che segue: 1°) Coloro i quali parlano di “pulizia etnica” fatta dagli Israeliani nei confronti dei Palestinesi sono uno storico ebreo vivente attualmente in Israele, Ilan Pappe, che ha scritto un libro intitolato precisamente “La pulizia etnica dei Palestinesi” e uno storico gesuita professore alla Pontificia Università Gregoriana, padre Giovanni Sale, che ne ha scritto su La Civiltà Cattolica, la quale è l’organo ufficiale della S. Sede e le cui bozze vengono lette e corrette dalla Segreteria di Stato vaticana prima di essere pubblicate. Quindi gli autori citati sono storici seri e professionalmente qualificati, non sono estremisti antisemiti di destra o di sinistra, ma hanno raccolto fatti, documenti e testimonianze per scrivere e provare quanto sopra. 2°) Inoltre in un certo qual modo la S. Sede ha finalmente ritenuto opportuno pubblicare la verità, anche se “politicamente scorretta”, del genocidio subìto dai Palestinesi da parte del neonato Stato di Israele. 3°) La parola “pulizia etnica” o “genocidio” può sorprendere se non è applicata al popolo ebraico come vittima ma come Stato carnefice, che ha pianificato assieme all’Esercito israeliano l’espulsione di un popolo e l’uccisione di molti suoi membri per impossessarsi della sua terra. Tuttavia Ilan Pappe ne fornisce tutte le prove. 4°) La cifra di questo genocidio subìto dai Palestinesi è liberamente discussa e ricercata scientificamente, senza dover cadere per questo sotto la mannaia di leggi liberticide e “storicide”, come invece succede per la shoah degli ebrei. Infatti, gli autori palestinesi parlano di 1 milione e mezzo di vittime tra morti e sfollati; invece, gli storici “politicamente corretti”, sia ebrei che non-ebrei, parlano di 500 mila vittime, ossia un terzo di quelle date dai Palestinesi; mentre, gli storici attuali, anche israeliani, che cercano la verità dei fatti e non la “correttezza politica”, parlano di circa 800 mila vittime. Perché, allora, ci si domanda, non è lecito fare la stessa cosa riguardo alla cosiddetta “shoah”? Fare storia e non “politicismo-corretto” è un reato, un peccato? Purtroppo sì! Infatti, si finisce in prigione. 5°) Infine il nodo che resta e che se, non viene sciolto porterà, molto probabilmente, alla guerra nucleare – dal Medio Oriente al Mondo intero – è come mettere d’accordo Palestinesi e Israeliani. È giusto che Israele possieda l’80% della Palestina e che i Palestinesi siano confinati in Cisgiordania e nel deserto di Gaza (dalla quale stanno per essere definitivamente espulsi), che è un vero e proprio “campo di concentramento”? Si può invocare la ‘shoah’ per giustificare la ‘nakba’? Cosa c’entrano i Palestinesi con i Tedeschi?

Don Curzio Nitoglia

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2024/02/03/il-sionismo-e-il-genocidio-dei-palestinesi-1948-2023/