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CONCLUSA POSITIVAMENTE CONFERENZA DEL COVO SU STRATEGIA DELLA TENSIONE PERMANENTE!

Carissimi lettori, come vi avevamo anticipato, sabato 9 novembre, nella magnifica cornice dell’EUR a Roma, si è svolta regolarmente la conferenza organizzata dalla nostra associazione sul tema della STRATEGIA DELLA TENSIONE PERMANENTE, di cui avevamo già scritto più volte anche sul nostro blog, anticipando di fatto quelli che poi sono stati gli argomenti oggetto della nostra discussione di sabato scorso (valga per tutti QUESTO ARTICOLO!). Nonostante la durata di oltre 4 ore e 30 minuti, durante le quali abbiamo intrattenuto l’uditorio con le nostre relazioni, siamo stati oltremodo lieti (e  va detto sinceramente, anche sorpresi, vista la lunghezza dei tempi del dibattimento!) di osservare come l’attenzione del pubblico non sia venuta mai meno, restando sempre desta e partecipe. L’analisi storico-politica-economica svolta, si è incentrata principalmente sulla descrizione degli eventi inerenti le vicende nazionali italiane, dal 1943 all’attualità recente, sebbene non siano mancati accenni polemici a fatti riguardanti la zona euro-mediterranea. Nel ringraziare nuovamente tutti i partecipanti per il sostegno che ci hanno tributato, rivelatosi fondamentale per la buona riuscita dell’evento, annunciamo che, a breve, pubblicheremo il video relativo alle parti più rappresentative che lo hanno caratterizzato.

 

Al riguardo vi terremo aggiornati, invitandovi, nel frattempo a visitare i nostri siti ufficiali:

Biblioteca del Covo

Forum del Covo

Collana editoriale del Covo

Vblog

A presto!

IlCovo

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COLLABORAZIONE DI CLASSE FASCISTA!

La collaborazione di classe: ecco un motivo che ricorre frequente nelle discussioni politiche, di stampa e di governo. In questo o quel Paese dal clamore delle polemiche elettorali o delle diatribe parlamentari sì alza talora una voce che, col tono di chi scopre il rimedio unico e vero di tutti i mali sociali invoca la collaborazione e chiama per essa a raccolta gli uomini di buona volontà. In questo o quel Paese, le cose non vanno precisamente come dovrebbero andare: nell’economia, nella politica interna ed estera manca quell’azione governativa organica ed efficiente, che solo può derivare dalla concordia degli spiriti e dall’unione di tutte le energie. La concordia e l’unione mancano, perchè le classi che vivono nella Nazione non hanno trovato un piano d’intesa, un punto d’incontro. E ’ tempo — si dice allora — di por fine alla lotta delle classi e le classi devono collaborare, perchè è nella collaborazione l’unica via di salvezza. E’ estremamente facile, in verità, riconoscere che il benessere e la prosperità di qualsiasi organismo presuppongono l’armonico e coordinato funzionamento di tutti i suoi organi. Così nella fisiologia come nella vita familiare, economica, statale, questo principio — principio della collaborazione in senso lato — è di tutta evidenza. Ma, in politica, non basta enunciare un principio perchè esso trovi accoglimento e sviluppo: e non basta, anche se la propaganda sia abile e intensa e il principio, considerato a sè e intrinsecamente, sia buono. Esso è come la semente, che può essere ottima, ma rimane sterile se gettata su un terreno inadatto e impreparato. Affermare il principio della collaborazione è ottima cosa; ma è cosa perfettamente inutile, se non vengono realizzate le condizioni spirituali e politiche necessarie perchè esso possa esprimere la propria vitalità e produrre i suoi frutti. Quando noi fascisti parliamo di collaborazione di classe, vogliamo chiarire che tale collaborazione si inserisce nel nostro sistema politico ed economico, ricevendo rilievo e vita dalla concreta realtà dello Stato Fascista. Dire preliminarmente qualche parola su tale realtà fascista dello Stato significa fare intendere come il nostro sistema di collaborazione delle classi abbia potuto rivelarsi — ma alla prova dei fatti e, ormai, alla luce della Storia — fecondo di risultati dal punto di vista sociale e politico. Non si tratta, certo, di svelare un segreto: tutto il segreto del nostro sistema è nei principi per i quali il movimento fascista è sorto e la Rivoluzione Fascista ha trionfato. La collaborazione di classe in Regime Fascista va considerata in relazione al fondamento etico e nazionale dello Stato. 

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Il campo delle forze politiche, economiche, sociali è dominato da un sistema di interdipendenze, di azioni e di reazioni, di subordinazioni e coordinazioni necessarie, che rendono impossibile un controllo, una disciplina e un preciso convogliamento di quelle forze, qualora si prescinda dalla loro organica e funzionale unità. La vita politica è un dato complesso, nella quale agiscono molte e varie forze; altrettanto è della vita economica o di quella spirituale di un popolo. Tutte insieme, poi, queste forze di diversa natura agiscono sul corpo sociale, determinandone i diversi modi e sviluppi di vita. Si può dire che l’organizzazione di una società è tanto più perfetta, quanto migliore è il rigore unitario con cui sono visti e risolti i suoi vari problemi. E poiché la forma organizzativa della società moderna ha carattere politico-giuridico, ed è quello statale, si può dire che lo Stato migliore è quello in cui meglio è assicurata quella unitarietà. Funzione propria dello Stato deve considerarsi, attraverso un processo generale di integrazione e di coordinazione, la riduzione ad unità di tutti gli elementi che nello Stato esistono e di cui esso vive, perchè nessun aspetto della vita sociale — la quale si attua nell’ambito e per mezzo dello Stato — può essere isolato e considerato a sè stante, se non per comodità di ricerca e di studio. Il che vuol dire che nessun problema può essere studiato e risolto, fuori del quadro complesso della vita sociale, e cioè statale. Il grado di funzionalità unitaria dello Stato è dunque il grado di vitalità dello Stato, e se à vuole che la vitalità sia massima, si sbocca per logica necessità e convenienza nella totalitarietà. Lo Stato totalitario, accentrando in sè tutte le energie e forze sociali, ha un potenziale massimo ; i suoi fini hanno la maggiore possibile garanzia di essere raggiunti, in tutti i possibili campi, al di dentro e al di fuori. Tutto ciò, s’intende, presuppone che allo Stato voglia assicurarsi una vitalità, che veramente esso abbia propri fini da raggiungere, una missione da svolgere. Chi nel passato intendeva riconoscergli una funzione puramente negativa, di limite, un compito prevalentemente di polizia, di tutela dei diritti individuali, non poteva evidentemente preoccuparsi di una vitalità dello Stato: anzi la respingeva, ne distruggeva il fondamento e la ragion d’essere. Chi oggi persiste a considerare in tal modo l’essenza e la natura dello Stato, non può intendere lo Stato totalitario. Il quale è però una necessità ed una realtà che s’impone a quanti sono disposti a convenire che nella società moderna esistono fini propriamente statali, e di importanza ognora crescente, perchè è l’incessante progresso economico e sociale che, rafforzando e moltiplicando i legami tra gli uomini, determina la necessità di una organizzazione sempre più complessa. Ogni nuovo bisogno implica un nuovo vincolo sociale, una nuova ragione di solidarietà. Ogni nuovo bisogno provoca una diminuzione di quella che potrebbe chiamarsi libertà naturale dell’uomo. Il maggior grado di libertà naturale è quello di cui gode l’uomo primitivo e selvaggio. I suoi bisogni sono pochi ed elementari e minimi sono i suoi vincoli di solidarietà. Ma la libertà naturale è la meno consona allo sviluppo morale e civile degli uomini, i quali sentono di preferire una vita associata e solidale che meglio assicuri il raggiungimento delle loro mete. E man mano l’evoluzione delle forme sociali è tale che nuovi ideali si affermano. L’organizzazione politica degli uomini, lo Stato, non è un semplice strumento ma assurge alla dignità di altissimo ideale umano. Più gli individui dànno allo Stato, più lo Stato dà agli individui. Lo Stato diventa un supremo valore morale che, rafforzandosi, non deprime l’individuo, ma ne esalta le qualità più elevate. Una concezione totalitaria dello Stato, come quella fascista, non uccide nè mortifica l’individuo: sopprime bensì l’individualismo, inteso come concezione atomistica della società, secondo cui l’individuo come tale è posto sullo stesso piano dello Stato, con la conseguente paralisi di quest’ultimo. La dottrina totalitaria è più profondamente « umana » di quella individualista, perchè più consona alla libertà vera dell’uomo, che, in quanto uomo civile vivente in società, deve poter raggiungere nel modo più ampio le proprie finalità superiori, finalità che presuppongono il maggior grado di solidarietà e cioè di collaborazione. La nostra concezione, d’altra parte, non ha niente a che vedere nè con una vuota statolatria, nè con un assolutismo da tempo e senza rimpianto tramontato. Non ha niente a che vedere con la prima, perchè per il Fascismo lo Stato non è un idolo astratto nè un mito immaginario. E’ semplicemente, ma più concretamente, il realizzatore degli ideali morali e materiali di un popolo, è il piedistallo politico in cui vive e si sussegue la serie ininterrotta delle generazioni. E’ il custode e il difensore del passato storico dì un popolo, e in pari tempo l’assertore dei suoi bisogni presenti e del suo incessante divenire. Consacrandosi allo Stato, i singoli non si consacrano a un ente che è fuori di essi, ma a un ente nel quale essi medesimi si ritrovano più altamente e compiutamente, facendolo partecipe dell’immortalità del popolo che in esso si incarna. Nessuna statolatria, dunque, professa il Fascismo, ma soltanto un’alta e nobile e « umana » valorizzazione dello Stato. Quanto all’assolutismo, è chiaro a chiunque non sia in malafede ch’esso è tutt’altra cosa, prima di tutto perchè si riferisce ai poteri del capo dello Stato, più che dello Stato in se stesso, e poi perchè nel concetto e nella prassi fascista lo Stato non si estranea dal popolo, a questo sovrapponendosi, ma getta e mantiene nel popolo saldissime radici. Lo Stato fascista si vanta a giusto titolo di essere un autentico « Stato popolare » perchè nella sua natura e nella sua organizzazione rispecchia profondamente le idealità, i bisogni e le aspirazioni del popolo. 

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La interdipendenza e la complessità dei fenomeni politici e sociali di ogni ordine spiega perchè sia vano pretendere di applicare seriamente in un regime a tipo individualista singoli principi propri dello Stato totalitario. Ammesso che una tale applicazione sia possibile, nessun principio produrrà in pratica i benefici che se ne attendono, se non può inserirsi in un adeguato quadro politico. Ci comprendano, quindi, i nostri nemici ideologici quando noi ci permettiamo di rimanere scettici o di abbandonarci ad ironici atteggiamenti, sentendo che qua e là, sporadicamente, si affermano taluni dogmi di marca fascista o si tentano provvedimenti suggeriti dall’esempio italiano.
Nell’Italia fascista dottrina e azione, politica ed economia, istituzioni sociali e culturali, formano un unico complesso unitario, perchè unici sono i presupposti, uniche le direttive, uniche le finalità. Il nostro corporativismo non è soltanto fascista perchè è realizzato di fattonello Stato fascista, ma soprattutto perchè presuppone necessariamente il Fascismo e si inquadra in esso come un sistema destinato a realizzarne i princìpi e le mete nel campo dell’organizzazione sociale ed economica. E’ per questo che noi riserviamo ogni giudizio quando sentiamo che in un qualche Paese in cui il demo-liberalismo individualista regna tuttavia sovrano, si proclama d’un tratto l’inquadramento dei sindacati nello Stato, o l’istituzione delle corporazioni, o in generale la collaborazione delle classi. La quale non può sorgere per virtù di miracolo o come Minerva dal cervello di Giove. I Paesi in cui si è giunti a un costruttivo ed efficiente ordine sociale hanno subito tutto un duro processo rivoluzionario, che dell’ordine nuovo ha posto le premesse morali e politiche. Doveva essere in primo luogo restituita allo Stato la sua autorità. « Autorità, ordine, giustizia » fu il motto mussoliniano. Il mito individualistico della sovranità popolare, mito distruttore dell’autorità, della dignità e del prestigio dello Stato, doveva scomparire. Di fronte ai contrasti ed alle lotte di interessi fra individui, classi e categorie, contrasti e lotte in cui non di rado si affacciava la strapotenza di associazioni pronte a difendere ad ogni costo i propri fini egoistici senza una superiore visione degli interessi più generali della collettività, era necessario che si ristabilisse un potere capace di imporsi a chiunque, individuo, gruppo od associazione, per contemperare tutti gli interessi in contrasto ed assicurare alla vita sociale ordine e giustizia. E questo potere non poteva essere che dello Stato.
Restaurata l’autorità dello Stato, al quale veniva riconosciuto un essenziale contenuto etico, la rivoluzione fascista alternava altresì l’esigenza di un interesse pubblico, di un «interesse nazionale» di cui lo Stato doveva erigersi a tutore ed al quale gli interessi dei singoli e del gruppi dovevano subordinarsi. Tutta la base dell’edificio corporativo è nell’esaltazione dell’idea nazionale e nell’identificazione della Nazione con lo Stato. La Nazione, nella quale singoli e gruppi devono riconoscersi ed incontrarsi, è concepita come una « unità morale, politica ed economica » (secondo quanto è detto nella prima dichiarazione della Carta del Lavoro) e di fronte ad essa singoli e gruppi hanno innanzi tutto  « doveri ». Questa consacrazione dei doveri è in armonia con l’eticità dello Stato nazionale ed è un elemento che caratterizza la nostra rivoluzione e differenzia la Carta del Lavoro — che a un tale principio si è ispirata — dalle precedenti manifestazioni « cartiste » che mirarono piuttosto (a parte la loro giustificazione storica) a rivendicare i diritti degli individui. La nostra Carta, documento fondamentale della collaborazione di classe attuantesi nell’ordine corporativo, ha rivendicato invece energicamente il diritto della Nazione, e cioè dello Stato, cui i diritti dei singoli devono essere, per logica necessità, subordinati. Diritto dello Stato non è arbitrio dello Stato, che menomi la dignità umana e civile dell’individuo. Erede della romanità, lo Stato Fascista corporativo afferma la sua forza secondo il diritto. 

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E’ perciò nel quadro dei principi della Rivoluzione Fascista che deve essere considerata la collaborazione di classe, quale è intesa e realizzata dall’ordine corporativo. Ma è, a rigore, esatto parlare di collaborazione « delle classi »? Il corporativismo fascista non ha superato la distinzione delle classi? Non ha eliminato il « classismo »? La risposta a queste domande è altrettanto facile quanto necessaria. Il Fascismo non ha segnato il trionfo di una classe e la distruzione di altre. Non è stato un movimento classista, ma spiccatamente nazionale. Probabilmente anche i sistemi che pretendono distruggere le classi (mediante il riconoscimento di una sola di esse) riescono semplicemente a modificare una determinata e storicamente definita distinzione di classi, ma un nuovo sistema di classi, poggiante su altre basi politiche ed economiche, si formerà fatalmente. Restano quindi, anche da noi, le classi sociali, perchè la loro esistenza è in relazione alla molteplicità delle funzioni sociali e alle diversità delle responsabilità rispettive. Che poi cessino di essere in lotta, tra sè e con lo Stato, è una premessa del Fascismo; e che opportunamente si sia eliminato fra di esse ogni solco morale e si tenda ad una riduzione del solco economico, è una conseguenza dell’azione svolta dal Fascismo per raggiungere una più alta giustizia sociale. Quella che è stata abolita è la lotta violenta e illegale e antinazionale delle classi. Contrasti e antagonismi fra le classi non potranno essere eliminati, e forse eserciteranno un’azione utile sulla dinamica sociale, perchè la lotta è vita, movimento, progresso; ma essi devono essere vigilati, moderati e conciliati nell’interesse generale, per evitare che sfocino in quelle forme violente di lotta, che provocano agli stessi contendenti, oltre che alla Nazione, danni difficilmente compensabili e talora irreparabili, come in quasi tutti i Paesi una triste esperienza ha dimostrato. Noi dunque abbiamo distrutto il classismo, non le classi. Ma non è tuttavia alle classi che abbiamo dato un effettivo riconoscimento. Abbiamo invece esplicitamente riconosciuto, al loro posto, le « categorie » professionali ed economiche. L’ordinamento corporativo non poggia su una distinzione fra capitalisti e proletari, ma prevalentemente su quella tra datori di lavoro e lavoratori, qualificando e individuando poi gli uni e gli altri secondo il diverso ramo di attività produttiva. In effetto, la qualità di datore di lavoro non coincide con quella di capitalista, nè la qualità di lavoratore con quella di proletario. La collaborazione che sta a fondamento del corporativismo si svolge pertanto fra « categorie », ed è soltanto in senso improprio e in considerazione di intuitivi legami e di approssimative corrispondenze che si parla di « collaborazione di classe».

(Estratto da “La Collaborazione di Classe”, Roma, 1941)

Potete scaricare gratis il testo integrale del documento digitando sul seguente link (QUI).

 

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ALLA CONFERENZA DEL COVO, MAURIZIO BLONDET! ECCO COME RAGGIUNGERCI

Carissimi lettori, amici ed avversari, la data della conferenza da noi organizzata si avvicina e ci sembra opportuno dare tutte le informazioni necessarie al riguardo.

Partiamo da “come raggiungerci”. Abbiamo già anticipato che l’evento si svolgerà a Roma in Piazza Guglielmo Marconi 15, presso la sede del “Pick Center Eventi”. Ecco di seguito l’immagine del punto preciso dove è ubicata la sala che ci ospiterà:

Il Palazzo dell’evento si trova a destra, direzione fuori Roma. Si accede attraverso una scalinata, ed è il primo portone del portico. Come riferimento, nel palazzo è presente anche un negozio CISALFA.

Per chi utilizza la Metropolitana, dovrà prendere la linea B e scendere alla fermata Eur-Palasport, dirigendosi a piedi (a poca distanza), verso piazza Marconi 15,  dove troverà il palazzo alla propria sinistra.

Siamo lieti di annunciare che all’evento presenzierà anche il Dott. Maurizio Blondet, giornalista e saggista, che parteciperà al dibattito durante la Conferenza. A tal proposito, ribadiamo quanto segue. La Conferenza consta di 2 parti, ciascuna suddivisa a sua volta nella trattazione di due diversi temi, al termine dei quali sarà dato spazio al dibattito. Dunque i momenti di confronto con il pubblico saranno due. All’interno di questi spazi, avremo il piacere di ascoltare anche il parere del Dott. Blondet, assieme a quello dei convenuti e potremo confrontarci secondo i rispettivi e differenti punti di vista.

Vi aspettiamo.

Ad Majora

IlCovo

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28 0TTOBRE 1922-LA MARCIA SU ROMA! …il moto popolare che cambiò per sempre la storia del mondo!

“E’ una stupidaggine ridurre la Marcia su Roma a una commedia (…) fu un moto ben organizzato che indusse il re a concludere che lo scontro cruento andava evitato (…). (…) il sovrano non aveva capito la forza del suo interlocutore, la lucidità del suo disegno e l’ampiezza della base sociale che gli stava dietro”.

(Luciano Canfora – Intervista sul potere, Laterza, 2013)

Il 28 ottobre 1922 segna l’epilogo del periodo insurrezionale iniziato dalle Camicie nere nell’agosto di quell’anno e rappresenta la soluzione della crisi politica italiana, che ripeteva le sue origini dalle stesse cause che già avevano fatto insorgere gli interventisti e guidato d’Annunzio a Fiume. Le giornate fasciste di Ferrara, Bologna e Ravenna del maggio, giugno, luglio 1922 hanno luminosamente dimo­strato che il DUCE può contare in ogni momento e per qualsiasi evento su una numerosa milizia armata, pronta a tutto, inquadrata con ferrea disciplina; che la Rivolu­zione ha ai suoi ordini masse enormi di autentico popolo. Ma il governo si ostina, con tragica incomprensione, a credere di poter liquidare il Fascismo con un’azione di polizia, dimostrandosi sempre più incapace e impotente dinanzi ai gravi problemi dell’ora, mentre gli avversari ancora non riescono a capire che la partita si giuoca fuori del parlamento: nelle campagne, negli opifici, nelle università, sulle piazze e per le vie. Il fronte antifascista si perde in « mozioni » e in « combinazioni », senza rendersi conto che l’Italia non ha bisogno di un ministero, ma di un governo, senza comprendere che nulla si può contro il Fascismo, il quale si è presentato alla soglia della storia italiana, non tanto come un partito quanto come « un fenomeno religioso », come « un prodotto della razza ». I socialcomunisti non aderiranno mai a nuove elezioni generali; e infatti soltanto il parlare « a scopo di polemica » di un appello al paese dà ad essi « un leggero brivido lungo il filo della schiena ». I ministeri si succedono ai ministeri, senza programmi, con funzioni « inesorabilmente transitorie », sino a quando la coalizione antinazionale non tenta di dare ad un uomo come Facta la « fiducia », a condizione che sia assicurato « il ripristino della legge e della libertà », il che significa chiaramente: « governo di violenta reazione antifascista ». Ma il prospettarsi di una simile eventualità trova nelle incisive parole di MUSSOLINI (19 luglio 1922) un’eloquente risposta « affidata alla meditazione e alla coscienza degli avversari »: « …Noi reagiremo con la massima energia e con la massima inflessibilità. Noi alla reazione risponderemo insorgendo » (Scritti e discorsi, ed. definitiva, II, p. 304). La guerriglia tra fascisti e socialcomunisti riprende in modo violento: il tentativo di conciliazione dell’anno prima si dimostra inutile. I sovversivi continuano nelle imboscate e nelle uccisioni a tradimento, ma ogni azione criminosa dei rossi trova la sua risposta immediata nelle violente ed inesorabili azioni di rappresaglia dei fascisti, nelle cavalleresche e chirurgiche spedizioni puni­tive degli squadristi. Alla recrudescenza della delinquenza antinazionale si oppone alfine una azione coordinata, intelligente, generale e risolutiva, diretta contro i centri vitali degli avversari per annientare i focolai di infezione dell’antifascismo. Il 31 luglio 1922, come sfida al Fascismo, il Comitato « sedicente segreto » dell’Alleanza generale del lavoro ordina uno sciopero generale, « sciopero legalitario », esteso a tutti i servizi pubblici. È uno sciopero morto prima di nascere, che nella intenzione di chi lo ha preor­dinato deve significare l’opposizione dei lavoratori al Fascismo e deve indurre il governo ad assumere un aperto atteggiamento antifascista. Il Partito nazionale fascista non si lascia cogliere alla sprovvista e risponde il 10 agosto, mobilitando tutti i suoi iscritti con il seguente proclama: « Fascisti! Italiani! I partiti antinazionali, che si rac­colgono ibridamente nell’Alleanza del lavoro, hanno lanciato un guanto di sfida al Fascismo e alla nazione. Lo sciopero generale che dovrebbe cominciare alla mez­zanotte di oggi è miserabile e vile, perché deve servire, non a riscattare la massa operaia dal Fascismo, il che è impossibile e assurdo, perché gran parte dei lavoratori è schierata sotto i nostri gagliardetti, ma a varare il cosiddetto Ministero di sinistra. Ora il Fascismo raccoglie immediatamente il guanto di sfida. Da questo momento sino a nuovo ordine tutti i fascisti italiani, dalle Alpi alla Sicilia, sono mobilitati e vincolati, costi quel che costi, alla nostra ferrea disciplina e agli ordini dei poteri fascisti responsabili, decisi a rintuzzare questo tentativo estremo della demagogia rossa. Operai italiani! Rifiutatevi a questa turpe mistificazione di politicanti abietti che giocano sulla vostra pelle le loro fortune parlamentari, Ferrovieri e postelegrafonici fascisti! Restate al vostro posto a compiere con tranquilla coscienza il dovere. La nazione ve ne sarà grata. Il Fascismo vi proteggerà. Diamo 48 ore di tempo allo stato perché dia prova della sua autorità in confronto di tutti i suoi dipendenti e di coloro che attentano alla esistenza stessa della nazione. Trascorso questo termine il Fascismo rivendicherà piena libertà di azione e si sostituirà allo stato che avrà ancora una volta dimostrata la sua impotenza. Fascisti di tutta Italia: A noi! Viva l’Italia! Viva il Fascismo!» Le Camicie nere, sempre pronte a schierarsi in difesa dello stato per impedire l’intima disgregazione dei fondamenti essenziali alla solidarietà nazionale, al solo profilarsi della eventualità di uno stato socialcomunista o, peggio, di un antistato, cominciano a sostituirsi ai poteri respon­sabili. Il formidabile numero dei componenti il Partito, l’aristocrazia del pensiero e dell’azione che lo dirige, la dura volontà degli squadristi, il sacrificio glorioso dei martiri, impongono da tempo al Fascismo un dovere che è un diritto: la conquista del potere, il governo d’Italia. Il dilemma era soltanto nella scelta del metodo: legalità o insurrezione? Ma questo più che dalla volontà degli uomini doveva essere risolto dal volgere delle circo­stanze. Intanto, i Fasci di combattimento partono al contrattacco normalizzando la situazione; le roccaforti sovversive vengono sistematicamente attaccate e distrutte; leghe, cooperative, circoli e municipi rossi sono invasi e presidiati dagli squadristi; così attraverso mille illega­lità il rispetto alla legalità viene imposto. Il dualismo tra il governo legale che nessun provvedimento aveva saputo o voluto prendere per difendere lo stato, e l’illegale governo fascista che lo stato aveva difeso e difendeva, raggiunge quasi il limite della tensione. Intanto il quadro geografico dello sciopero, tutt’altro che generale, si riassume come segue: «Liguria, Piemonte, Lombardia: sciopero parzialissimo, ma Veneto quasi niente. Altrettanto dicasi dell’Emilia, della Toscana, del l’Umbria. Nelle Marche si è scioperato, ma negli Abruzzi e Molise nessuno si è accorto che uno sciopero generale fosse stato proclamato. Nelle Puglie soltanto a Bari si è scioperato, ma la Campania con Napoli alla testa è rimasta tranquillamente al lavoro. Così dicasi della Basilicata, delle Calabrie, della Sicilia e della Sar­degna. A Roma si è scarsamente sentito lo sciopero ma nel Lazio si è dovunque lavorato» (B. MUSSOLINI, Beffa atroce, nel Popolo d’Italia, 4 agosto 1922). Tutte le città sono imbandierate, anche quelle che hanno aderito all’appello antinazionale ; in alcune i servizi pubblici sono assicurati dai componenti delle squadre d’azione che hanno stroncato in pieno i movimenti dell’avversario. Il Popolo d’Italia pubblica quotidianamente una lunga « cronaca rapida del fallimento », bollettino giornaliero della avvilente disfatta rossa: « lo sciopero superlativamente idiota» viene così registrato come un « fenomeno di pura follia e di estrema abiezione ». MUSSOLINI scrive sul suo glorioso giornale: « lo sciopero è finito quasi dovunque ed è stato generale solo nell’insuccesso. Ora bisogna parlarci chiaro. Chiarissimo. Se lo sciopero è stato un miserabile aborto non lo si deve alle misure del governo. Se i treni, se le poste, hanno funzionato non lo si deve alle misure preventive prese dal governo, ma al concorso spontaneo, disinteressato, entusiasta, degli elementi nazionali. Quegli elementi che il governo tratta alla stessa stregua degli altri… antinazionali. Ancora una volta lo stato italiano ha rivelato la sua spaventevole defi­cienza tecnica. Se la nazione non è rimasta al buio, asso­lutamente priva di notizie, il merito non spetta al governo ma ad alcuni coraggiosi giornali ed agli operai tipografi che si sono rifiutati all’ukase mostruoso della loro fede­razione. Lo stato italiano non ha ancora capito che prov­vedersi dei mezzi necessari per informare il popolo è altrettanto necessario come piazzare le mitragliatrici davanti gli edifici pubblici. Dopo la deficienza avremo il solito spettacolo di viltà? Signor Facta, voi avete l’obbligo preciso di licenziare immediatamente tutti i postelegrafo­nici ed i ferrovieri che hanno abbandonato il lavoro! Signor Facta, voi avete l’obbligo preciso di applicare la legge anche se i colpiti fossero per avventura la maggioranza. Bisogna tagliarlo questo bubbone! Licenziare tutti i fer­rovieri scioperanti significa risanare un poco il catastrofico bilancio delle ferrovie. Nessuno protesterà contro questa misura. I socialisti meno degli altri poiché essi appunto più di tutti hanno in questi ultimi tempi reclamato la applicazione severa della legge. Signor Facta, basta con la viltà! Ed anche un monito severo va lanciato alla bor­ghesia. La passività con cui gran parte della cosiddetta borghesia si rassegna agli scioperi generali va altamente deplorata. C’è una tremebonda viltà borghese che si appaia alla viltà del governo e dà dei punti alla viltà dei capoccioni proletari. Tutto ciò deve finire. Ancora una volta la nazione ha visto su chi può contare. Può contare sul Fascismo. Quanto ai ciarlatani del pus (Partito Unitario Socialista) e del superpus essi a quest’ora si saranno melanconicamente convinti che non c’è niente da fare. La prova è stata solenne e decisiva. I fascisti faranno duramente scontare ai pussisti il sangue dei fascisti colpiti qua e là a tradi­mento. Ma il Fascismo esce da questa battaglia fermis­simo, intatto, vittorioso ed invincibile. Onore ai fascisti di tutta Italia» (art. Basta con la viltà, nel Popolo d’Italia, 3 agosto 1922). Sembra giunto il momento della insurrezione generale. Voci allarmanti circolano in proposito. I direttori dei Fasci rassegnano le dimissioni trasferendo i poteri a spe­ciali comitati segreti incaricati « di esplicare l’azione offensiva indicata dalla direzione del Partito» (Il Popolo d’Italia, 3 agosto 1922): Ma i tempi non sono ancora maturi. Il giorno 3 l’Alleanza generale del lavoro riconosce il proprio fallimento e la vittoria fascista, ordinando la ripresa del lavoro con il seguente laconico comunicato: « Il Comitato nazionale dell’Alleanza del lavoro, soddi­sfatto dello sviluppo e dello svolgimento dello sciopero generale, avendo la dimostrazione del proletariato ita­liano raggiunto il suo obiettivo con la messa in evidenza della forza e della volontà della classe lavoratrice, dichiara chiuso lo sciopero e invita le organizzazioni alleate a disporre per la ripresa del lavoro ». La miseria di questa menzogna desta l’umorismo fascista, sgomenta e sommersa dalla sconfitta tremenda e dalla realtà feconda delle cento e cento sezioni di Fasci di combattimento che fioriscono allora per ogni dove nella penisola. Al Fascismo cominciano ad affluire le simpatie dei cosiddetti elementi d’ordine, per quanto anche questi sino a qualche mese prima non ne abbiano afferrato la reale portata storica: lo sciopero idiota dà i suoi frutti. Al laconico comunicato dell’Alleanza del lavoro fa degno riscontro il proclama del Partito nazionale fascista lanciato nella stessa giornata del 3 agosto: « Fascisti! Italiani! Lo sciopero nazionale è clamorosamente e miseramente fallito. Siamo davanti non ad un insuccesso ma ad una catastrofe di proporzioni gigantesche. La conclamata vittoria di riscossa contro l’irresistibile movi­mento fascista si è ridotta ad una parziale e svogliata astensione dal lavoro, limitata a poche provincie d’Italia. Intere categorie di autentici lavoratori si sono rifiutate di subire la sordida speculazione politica dei nostri nemici. Ferrovieri e postelegrafonici, operai delle Corporazioni nazionali, Camicie nere e triari, tutti i capi e i gregari del Fascismo sono stati all’altezza della situazione. Le cento città d’Italia sono imbandierate, le saltuarie imboscate dei socialcomunisti sono state inesorabilmente punite. Su molte Camere del lavoro e dai balconi di molti muni­cipi sventola il tricolore issato dai fascisti. Il tentativo nefando non è riuscito, ma non deve essere dimenticato e non devono essere dimenticate le responsabilità dei capi, specialmente di quelli della destra socialista, più gesuiti e più canaglie degli altri. Di fronte ad una situazione così mortificante per i falsi pastori del proletariato, l’Alleanza si è decisa a proclamare la cessazione di uno sciopero generale che non c’è stato o che era già dovunque finito dopo breve e ingloriosa agonia. Non ci illudiamo che i ciarlatani del sovversivismo italiano riconoscano la loro tremenda disfatta. Sono in malafede e vivono di menzogne. Ma milioni e milioni di cittadini; l’intera nazione possono testimoniare che il supremo tentativo antifascista si è risolto in una grandiosa vittoria politica e morale del Fascismo italiano. « Fascisti! Italiani! Alla sconfitta, che osiamo chiamare definitiva, della accozzaglia rossa fa degno riscontro l’insufficienza dello stato italiano. Senza il Fascismo la crisi della vita nazionale sarebbe stata infinitamente più grave, poiché il governo non ha saputo prevenire, non ha saputo provvedere e non ha saputo duramente punire i suoi dipendenti disertori. Ancora una volta la pusillanimità dello stato liberale è apparsa a chiara luce di sole e i fascisti hanno dovuto sostituirsi tecnicamente e politicamente a questo stato eternamente impreparato, oscillante, privo di volontà. Fascisti! Stroncando col vostro coraggio e col vostro spirito di sacrificio questo ultimo criminoso grot­tesco attentato all’integrità e alla fortuna della patria, voi avete ancora una volta altamente meritato dalla nazione. Viva l’Italia ! Viva il Fascismo! » (Il Popolo d’Italia, 4 agosto 1922). Ma i Fasci di combattimento non smobilitano e conti­nuano nel contrattacco per portare al fronte antinazionale un colpo tremendo, dal quale non si riavrà più. Il giorno 5 dal Partito è diramato un comunicato che dice: « Soprav­venute circostanze impongono che tutti i fascisti d’Italia restino mobilitati. Laddove fosse stata per caso effettuata la smobilitazione si proceda ad una nuova mobilitazione. Sia cura dei capi provvedere all’ordine più severo, alla più rigida disciplina dei loro uomini e a non intraprendere nuove azioni che non siano rese necessarie da eventuali attacchi degli avversari» (IlPopolo d’Italia, 5 agosto 1922). La violenta azione fascista è totalitaria e risolutiva. I centri d’azione e di resistenza del fronte nemico sono travolti: il momento favorevole viene opportunamente sfruttato. I socialcomunisti scontano amaramente il sangue dei fascisti uccisi e pagano in proprio i quattrocento milioni che era costata allo stato italiano la loro follia. L’occupazione di Palazzo Marino e l’incendio dell’Avanti! a Milano sono gli episodi più salienti e più significativi dell’insurrezione, mentre i deputati del pus (Partito Unitario Socialista) offrono un ributtante spettacolo nelle soffici e comode trincee di Montecitorio da dove implorano protezione contro la violenza fascista, dopo aver sobillato all’odio e incitato alla guerra civile. È così che l’eventualità che il Fascismo « arrivi a parte­cipare alla vita dello stato attraverso una saturazione legale» viene definitivamente scartata. È fatale che lo stato forte, « necessario per la vita e la grandezza d’una nazione, come la nostra », non possa sorgere « da una serie di confluenze e di riconoscimenti teorici e pratici» ma debba ineluttabilmente sorgere « da una battaglia campale ».

L’antifascismo è battuto in pieno, sconfitto su tutta la linea, definitivamente: il socialismo esce « da questa battaglia con le ossa completamente stritolate ». Ma gli avversari, irriducibili, non vogliono disarmare e giocano ancora una carta propalando notizie tendenziose su un prossimo colpo di mano da parte dei Fasci e cercando di pescare nel torbido. Le voci allarmiste e tendenziose vengono smentite il giorno 7 dal seguente comunicato del Partito: « qualche giornale diffonde voci allarmistiche prive di ogni e qualsiasi consistenza. Notizie pervenute alla Direzione fascista recano che, avendo i fascisti rag­giunto dovunque gli obiettivi, la calma va ristabilendosi. Se, come si prevede, nuove circostanze non si verifiche­ranno, l’ordine di smobilitazione ai fascisti non tarderà ad essere emanato. La voce messa in circolazione che i fascisti puntino su Roma per tentare un colpo di stato è destituita di fondamento» (Il Popolo d’Italia, 8 agosto 1922). Il pietoso fallimento dell’insurrezione socialista è accom­pagnato dal fecondo sviluppo delle associazioni sinda­cali fasciste che si impongono con i trionfi politici di Genova, Livorno, Ancona. La vittoria è completa e defi­nitiva. Il giorno 9 viene divulgato il manifesto della smo­bilitazione fascista: « Fascisti! La grande battaglia è vinta su tutto il fronte. Il bluff del sovversivismo, che fino a ieri ricattò lo stato, che fino a ieri minacciò la tran­quillità della nazione, è stato duramente, inesorabilmente punito. Crediamo che di scioperi generali non si parlerà più per un bel pezzo. L’Italia può oggi, mercé il sacrificio dei nostri indimenticabili morti, mercé l’opera santa di tutti voi, o fascisti italiani, l’Italia può oggi iniziare senza tema di essere pugnalata alle spalle la sua ricostru­zione morale ed economica. Italiani! Italiani di tutte le fedi non estranee al sentimento della patria, Italiani di tutti i partiti non stranieri in terra italiana, il Partito nazionale fascista saluta la conquistata vittoria col duplice grido che è poi un grido solo di: Viva l’Italia! Viva il Fascismo! Così come lo salutarono, esalando l’ultimo respiro, i nostri squadristi, rinnovanti la leggenda garibal­dina. Viva l’Italia! Viva il Fascismo! Lavoratori! Il Fascismo non è contro di voi. Il Fascismo sa che non vi è possibilità di grandezza per una nazione se gli uomini del lavoro non abbiano tutelato i loro legittimi interessi. Ogni diritto è preceduto dal dovere e la legittimità di esso incomincia quando il dovere è già compiuto. Il vostro primo dovere è di ricacciare lontano da voi chiunque tenti di adoperarvi contro la patria. Il Partito nazionale fascista, spezzando le catene che vi mantenevano schiavi di malvagi pastori, che dopo avervi spinto all’inconsulto sciopero si sono, nel momento dell’azione, vigliaccamente eclissati, ha ridonato a tutti voi, o lavoratori italiani, la libertà. Sappiatene sag­giamente usufruire! Fascisti! riguadagnate le vostre sedi fieri del dovere compiuto. Sia cura dei capi procedere alla smobilitazione, lasciando i necessari presidi solo in quelle località dove la situazione lo richiede. Le squadre, prima di partire, rendano gli onori all’esercito. Esse attendano, sotto la guida dei loro capi, ad intensificare la propaganda, consolidare le posizioni conquistate e prepararsi assidua­mente alla più grande battaglia futura. Essa coronerà degnamente l’opera vostra. Viva l’Italia! Viva il Fascismo!» (Il Popolo d’Italia, 9 agosto 1922). «Il duello in tre» che si andava « paradossalmente com­battendo da oramai quattro anni », eliminato il contendente più pericoloso per la nazione, ritorna « il duello quale viene dalla stessa parola significato : stato socialista da una parte, anti—stato fascista dall’altro» (B. MUSSOLINI, Stato, Anti-Stato e Fascismo, in Gerarchia del 25 giugno 1922 ripubblicato in Scritti e discorsi, II, p. 291). Necessità di ordine, di lavoro, di disciplina, intimamente sentite da tutta la nazione, « ragioni nazionali e ragioni umane », avreb­bero fatto preferire a MUSSOLINI una normalizzazione dei rapporti tra i partiti e della vita politica in genere, ma il fatto che gli avversari, i quali in un primo tempo avevano cercato inutilmente di ignorare il Fascismo, avevano poi tentato e ancora speravano di poterlo distruggere con le mitragliatrici del governo, impone l’insurrezione armata. Questa si palesa ormai come una necessità inde­rogabile per la quale non si attende più che il momento opportuno: la sostituzione della classe politica gover­nante la quale aveva sempre condotto « una politica di abdicazione di fronte a quel partito gonfio di vento che era il socialpussismo italiano » deve essere radicale. È questa l’unica soluzione che possa permettere al Fascismo di superare il dilemma che lo tormenta « tra il volere l’autorità dello stato e compiere spesso delle azioni che certamente non aumentano la forza di questa autorità ». Il potenziale del Fascismo intanto aumenta e si affina, la preparazione armata delle squadre d’azione si completa, la tecnica di combattimento degli squadristi si migliora si perfeziona, mentre in tutta la nazione, financo negli avversari, si determina e si estende uno stato d’animo come di disagio e di irrequietezza. La situazione è inso­stenibile senza uno stato forte ed autoritario, senza un governo che sia veramente tale: gli sguardi di tutti si appuntano al Fascismo. Già nel novembre 1921 il Fascismo aveva avuto a Roma il suo congresso e la scelta della sede non fu occa­sionale: esprimeva un profondo significato ideale. Roma e Italia sono sempre stati per MUSSOLINI « due termini inscindibili» e nel pensiero del DUCE Roma non è stata mai intesa come « contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione per l’avvenire ». È naturale quindi che l’obiettivo della Rivoluzione, che concreta il suo programma nella dura e ferma volontà di costruire una Italia romana ed imperiale, si identifichi sotto l’impulso di un profondo sentimento ideale, con la conquista del potere quale risultato di una marcia militare sulla capitale. Nel frattempo un’abile propaganda sovversiva appunta l’indice contro la « inesorabile violenza fascista » mirando a far apparire le squadre d’azione come bande armate di sicari. Ma l’arma è inopportunamente impugnata, l’azione sortisce un effetto contrario e si ritorce contro chi l’effettua. I fatti sono troppo chiari e la realtà non può più essere falsata. L’opinione pubblica si orienta decisamente anche nelle categorie più elevate a favore della Rivoluzione, la cui verità è testimoniata dall’eroico sacrificio di cento e cento martiri, gloriose vittime della barbarie rossa. I discorsi che il DUCE intanto pronuncia a Levanto e ad Udine, a Cremona e alla « Sciesa » di Milano (Scritti e discorsi, II, pp. 307, 323, 327), sono altret­tanti colpi di maglio, la cui risonanza si estende per tutta la penisola. Le sue parole sono chiarissime e pongono il problema nei suoi termini crudi e netti, fis­sando senza sottintesi gli obiettivi e gli atteggiamenti del Fascismo. Il DUCE parla non più al suo Partito, ma alla nazione intera e il popolo italiano ascolta la voce del figlio suo migliore: « L’Italia che è venuta dalle trincee è un’Italia forte, un’Italia piena di impulsi, di vita. È una Italia che vuole iniziare un nuovo periodo di storia. Il contrasto è quindi plastico, drammatico, fra l’Italia di ieri e la nostra Italia. L’urto appare inevitabile ». « Ormai lo stato liberale è una maschera dietro la quale non c’è nessuna faccia. È una impalcatura; ma dietro non c’è nessun edificio. Ci sono delle forze, ma dietro di esse non c’è più lo spirito ». « Non abbiamo grandi ostacoli da superare, perché la nazione attende, la nazione spera in noi. La nazione si sente rappresentata da noi… ». « I cittadini si domandano: quale stato finirà per dettare la sua legge agli Italiani? Noi non abbiamo nessuna paura a rispondere: lo stato fascista». «Noi vogliamo che l’Italia diventi fascista, perché siamo stanchi di vederla all’interno governata con principi e con uomini che oscillano continuamente tra la negligenza e la viltà; e siamo soprattutto stanchi di vederla considerata all’estero come una entità trascurabile ». « La marcia non può fermarsi sino a quando non abbia raggiunta la meta suprema: Roma! e non ci saranno ostacoli, né di uomini né di cose che potranno  fermarci». « Il nostro programma è semplice: vogliamo governare l’Italia… ». Siamo alla fine di settembre, primi di ottobre. Gli avversari giocano sulla « famosa tendenzialità repubblicana del Fascismo» ma l’istituto monarchico è voluto dal DUCE al di fuori e al disopra della lotta. MUSSOLINI ha presente l’importanza incalcolabile del compito della monarchia, avendo identificato con essa « la continuità storica della nazione» e inoltre i fascisti sanno che « le forme politiche non possono essere approvate o disappro­vate sotto la specie dell’eternità ma debbono essere esaminate sotto la specie del rapporto diretto fra di loro, della mentalità, dello stato di economia, delle forze spirituali di un determinato popolo » (Scritti e discorsi, II, p. 318). Viene sollecitato anche l’esercito, ma gli ufficiali ita­liani non possono essere contro chi ha combattuto al loro fianco, contro chi li ha difesi da quanti li sputacchiavano inneggiando al disertore dalla triplice amnistia. Lo stato intanto è tenuto al rimorchio dal Fascismo che con la tempestività dei soccorsi portati a San Terenzio di Spezia, con l’occupazione di Bolzano e il concentra­mento delle forze fasciste a Trento, conferma la sostitu­zione in atto dello stato demoliberale con lo stato fascista. Ed è infatti con l’azione dello stato fascista che l’Italia « entra » una volta per sempre a Bolzano dove tre giorni di squadrismo bastano a cancellare l’opera nefasta di quattro anni di viltà governativa. E non si tratta di una questione politica che riguardi ragioni di partito, è una questione nazionale che il Fascismo affronta a Bolzano come a Trento determinando la fine immediata della più umiliante ed avvilente delle parentesi politiche. Mentre si svolgono queste imprese di carattere statale (veri e propri atti di governo) viene completato l’inqua­dramento militare degli iscritti al Partito nelle legioni della Milizia fascista e si comincia ad operare nelle file dei gregari una epurazione di quegli elementi turbatori e profittatori che nei momenti difficili si erano dovuti accettare senza il consueto vaglio dell’onestà dei senti­menti e degli intendimenti. Ma i tempi sono oramai maturi e l’azione precipita: « il moto degli eventi diventa sempre più veloce. È inutile attendere una soluzione parlamentare la quale contrasterebbe con lo spirito del Fascismo ». Nel momento, « i tentativi di combinazione dell’ultim’ora falliscono, anzi non sono presi sul serio che per guadagnare il tempo necessario ad una prepa­razione di armi meno rudimentali », mentre si palesa la necessità di un’azione a fondo su Parma, roccaforte sovversiva, la cui occupazione è richiesta dalla prossima Marcia su Roma. Le colonne che punteranno sulla capitale devono avere le spalle sicure. Ma alla vigilia, le operazioni sono rinviate a data da destinarsi per ordine di Mussolini: « non è possibile limitare l’azione su Parma: bisogna pre­pararla in grande stile e con più vasti obiettivi. Parma se mai non potrebbe essere che un pretesto» (R. Farinacci, Squadrismo. Dal mio diario della vigilia, Roma XI, p. 165).

L’ora decisiva è suonata. Prima che gli intrighi dei parlamentari si facciano più serrati, prima che manovre elettorali impegnino i Fasci, prima che « la cerimonia del 4 novembre giovi a prolungare l’agonia del regime, ormai condannato» gli indugi dovranno essere troncati agendo di sorpresa. Il 16 ottobre a Milano MUSSOLINI fissa « personalmente » le linee generali dell’azione: l’insurrezione armata è decisa e si attendono soltanto il giorno l’ora propizia. Quando avrà inizio la mobilitazione il comando militare, composto da tre comandanti generali: Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi, dal Segretario generale del Partito nazionale fascista, Michele Bianchi, assumerà i pieni poteri del movimento. Le Camicie nere concentrate su tre colonne a Santa Marinella, Monterotondo, Tivoli, punteranno simultaneamente su Roma. Le legioni dell’Italia meridionale avranno il compito di difendere l’azione da eventuali sorprese, mentre forze di riserva saranno tenute pronte a Foligno. Il comando generale avrà sede a Perugia, punto di notevole importanza strategica e dal quale sarà meno difficile mantenere i collegamenti con le colonne operanti, con la capitale, con Milano, da dove il DUCE dirigerà il movimento. In tutte le città gli squadristi avranno come obiettivi immediati le stazioni ferroviarie, le stazioni radio, le sedi delle questure e delle prefetture, uffici postali, telefonici e telegrafici, le tipografie dei giornali sovversivi, i municipi, tutte le sedi dei partiti avversi in genere. Dopo essersi impadroniti dei « gangli vitali della nazione » gli squadristi vi lasceranno dei presidi e proseguiranno con la massima celerità e nel tempo fissato verso i luoghi di concentramento. Al governo che « nutre fiducia » nell’imbelle bonomia dei suoi componenti, si getterà la polvere agli occhi con una grande adunata di rappre­sentanze dei Fasci di combattimento di tutta Italia che avrà luogo a Napoli il 24 ottobre in occasione del Consiglio nazionale del Partito. Si rende noto anche l’ordine del giorno dei lavori che si svolgeranno nella famosa sala Maddaloni dopo lo sfilamento e la rivista di reparti di squadristi convenuti per il comizio pubblico in Piazza del Plebiscito. Le finalità di questa adunata sono note solo ai più diretti collaboratori di MUSSOLINI. E l’adunata di Napoli ha luogo. Sono quarantamila squadristi e ventimila operai che sfilano per le vie della città salutati da cinquecentomila cittadini plaudenti. È un esperimento di mobilitazione in grande stile, una prova generale che d’altro canto conferma lo spirito profon­damente unitario del movimento fascista, serve a saggiare le forze del Mezzogiorno, non esattamente valutabili, e a misurarne la preparazione per stabilire il grado di affidamento che su di esse si può fare. Oramai si è « al punto in cui la freccia si parte dall’arco o la corda troppo tesa si spezza ». Mussolini in un formidabile discorso fissa « con la massima precisione i termini del problema perché siano altrettanto netta­mente chiarite le singole responsabilità », mette in parti­colare evidenza « la paralisi completa dello stato italiano e l’efficienza non meno completa dello stato fascista »; chiarisce ancora una volta la posizione del Fascismo nei riguardi della monarchia e dell’esercito. Oramai il con­trasto di idee e di interessi che si era venuto formando in Italia non può essere risolto che dalla forza. Il Fascismo non andrà mai al potere « per la porta di servizio» e non rinuncerà mai alla sua « formidabile primogenitura ideale per un piatto miserevole di lenticchie ministeriali ». L’azione dovrà essere risolutiva, la sosti­tuzione della classe politica governante dovrà essere generale e radicale (B. MUSSOLINI, Il discorso di Napoli, nel Popolo d’Italia, 25 ottobre 1922, ripubblicato in Scritti e discorsi, II, p. 339). Le parole del DUCE sollevano un entusiasmo irrefre­nabile. Quarantamila squadristi scandiscono duramente le due sillabe fatali che vibrano nell’aria come note squil­lanti di un inno di battaglia e di vittoria: Ro—ma, Ro—ma. Mussolini precisa ai suoi uomini esultanti: « Io vi dico con tutta la solennità che il momento impone, che si tratta ormai di giorni e forse di ore: o ci danno il governo o lo prendiamo, calando su Roma. È necessario per l’azione che dovrà essere simultanea, e che dovrà, in ogni parte d’Italia, prendere per la gola la miserabile classe politica dominante, che voi riguadagniate sollecitamente le vostre sedi. Io vi dico e vi assicuro e vi giuro che gli ordini, se sarà necessario, verranno ». La sera stessa del 24 MUSSOLINI dispone che le gerarchie politiche del Partito passino i poteri al comando militare alla mezzanotte tra giovedì 26 e venerdì 27 ottobre. Il 26 a Napoli e a Firenze i comandanti di zona e di colonna ricevono istruzioni precise. Tutto si svolge secondo quanto era stato predisposto. Il 27 il Quadrumvirato lancia il seguente proclama redatto dal DUCE sin dai primi di ottobre: « Fascisti di tutta Italia! L’ora della battaglia decisiva è suonata. Quattro anni fa, l’esercito nazionale scatenò di questi giorni la suprema offensiva che lo condusse alla vittoria: oggi, l’esercito delle Camicie nere riafferma la vittoria mutilata e, puntando disperatamente su Roma, la riconduce alla gloria del Campidoglio. Da oggi, principi e triari sono mobilitati. La legge marziale del Fascismo entra in pieno vigore. Dietro ordine del DUCE i poteri militari, politici ed amministrativi della Direzione del Partito vengono riassunti da un Quadrumvirato segreto d’azione, con mandato dittatoriale. L’esercito, riserva e salvaguardia suprema della nazione, non deve partecipare alla lotta. Il Fascismo rinnova la sua altissima ammirazione all’esercito di Vittorio Veneto. Né contro gli agenti della forza pubblica marcia il Fascismo, ma contro una classe politica di imbelli e di deficienti che, da quattro anni non ha saputo dare un governo alla nazione. Le classi che compongono la borghesia produttrice sappiano che il Fascismo vuole imporre una disciplina sola alla nazione e aiutare tutte le forze che ne aumentino l’espansione economica ed il benessere. Le genti del lavoro, quelle dei campi e delle officine, quelle dei trasporti e dell’impiego nulla hanno da temere dal potere fascista. I loro giusti diritti saranno sinceramente tutelati. Saremo generosi con gli avversari inermi; saremo inesorabili con gli altri. Il Fascismo snuda la sua spada lucente per tagliare i troppi nodi di Gordio che irretiscono e intristiscono la vita politica italiana. Chiamiamo Iddio sommo e lo spi­rito dei nostri cinquecentomila morti a testimoni, che un solo impulso ci spinge, una sola volontà ci accoglie, una passione sola c’infiamma: contribuire alla salvezza ed alla grandezza della Patria. Fascisti di tutta Italia! Ten­dete romanamente gli spiriti e le forze. Bisogna vincere. Vinceremo! Viva l’Italia! Viva il Fascismo!» (Proclama di mobilitazione nel Popolo d’Italia del 27 ottobre 1922, ripubblicato in Scritti e discorsi, IL pp. 349-350). La mobilitazione è immediata e simultanea, come audace è la conquista degli obiettivi locali. Decine di morti consacrano con il loro sangue l’inizio della marcia vittoriosa. Laddove è ritenuto necessario si lasciano dei presidi alle sedi governative ed agli uffici pubblici conqui­stati mentre il grosso delle forze prosegue per i luoghi di radunata. I ministri in carica di fronte alla mobilitazione fascista riconsegnano i portafogli al presidente del consiglio per lasciargli… piena libertà d’azione. Sua Maestà il Re rientra immediatamente nella capitale. Tutto il paese è insorto. L’alba del 28 trova le Camicie nere nei luoghi di concen­tramento, pronte a tutto. Il governo, preso alla sprovvista e nel più completo disorientamento dalla paura, cede alle pressioni del sovversivismo e inscena la commedia dello stato d’assedio promulgando un decreto che il re non aveva ancora firmato. Ma i fascisti sono padroni assoluti del campo. Tutti i tentativi di « combinazione » abortiscono: MUSSOLINI non transige. Il 29 il Popolo d’Italia reca il seguente articolo che fotografa il momento politico: « La situazione è questa: gran parte dell’Italia Settentrionale è in pieno potere dei fascisti. L’Italia centrale, Toscana, Umbria, Marche, Alto Lazio è tutta occupata dalle Camicie nere. Dove non sono state prese d’assalto le questure e le prefetture, i fascisti hanno occupato sta­zioni e poste, cioè i grandi centri nervosi della vita della nazione… Ma la vittoria non può essere mutilata da combi­nazioni dell’ultima ora. Per arrivare ad una transazione Salandra, non valeva la pena di mobilitare. Il governo dev’essere nettamente fascista. Il Fascismo non abuserà della sua vittoria, ma intende che non venga diminuita. Ciò sia ben chiaro a tutti. Niente deve turbare la bellezza e la foga del nostro gesto. I fascisti sono stati e sono meravigliosi. Il loro sacrificio è grande e dev’essere coro­nato da una pura vittoria. Ogni altra soluzione è da respin­gersi. Comprendano gli uomini di Roma che è ora di finirla coi vieti formalismi mille volte, e in occasione meno gravi, calpestati. Comprendano che sino a questo momento la soluzione della crisi può ottenersi rimanendo ancora nell’ambito della più ortodossa costituzionalità, ma che domani sarà forse troppo tardi. L’incoscienza di certi politici di Roma oscilla tra il grottesco e la fatalità. Si decidano! Il Fascismo vuole il potere e lo avrà!» (ripubblicato in Scritti e discorsi, II, p. 351). Ma la stolta promulgazione del decreto di stato d’assedio sembra che debba determinare lo scontro, sino allora miracolosamente scongiurato, con le forze del governo. La situazione è inquietante. Ma il re si rifiuta di firmarlo e il decreto non ha corso. La monarchia italiana che non si oppose al popolo « quando concesse lo statuto» che « non si oppose quando il popolo italiano chiese e volle la guerra » non può opporsi « per le sue origini, per gli sviluppi della sua storia a quelle che sono le tendenze della nuova forza nazionale ». Il 31 ottobre Mussolini è chiamato dalla fiducia del re alla presidenza del consiglio. Le Camicie nere entrano trionfalmente a Roma percorrendo le vie consolari. L’Italia non aveva un ministero, aveva un governo. Nello stesso giorno le Camicie nere smobilitano e il Quadrumvirato pubblica il seguente proclama redatto dal DUCE: « Fascisti di tutta Italia! Il nostro movimento è stato coronato dalla vittoria. Il DUCE del nostro esercito ha assunto i poteri politici dello Stato per l’interno e per gli esteri. Il nuovo governo, mentre consacra il nostro trionfo nel nome di coloro che ne furono gli artefici per terra e per mare, raccoglie, a scopo di pacificazione nazio­nale, uomini anche di altre parti, perché devoti alla causa della nazione. Il Fascismo italiano è troppo intelligente per desiderare di stravincere. Fascisti! Il Quadrumvirato supremo d’azione, rimettendo i suoi poteri alla Direzione del Partito, vi ringrazia per la magnifica prova di disci­plina e vi saluta. Voi avete bene meritato dell’avvenire della patria. Smobilitate con lo stesso ordine perfetto con il quale vi siete raccolti per il grande cimento, desti­nato, lo crediamo certamente, ad aprire una nuova epoca nella storia italiana. Tornate alle consuete opere poiché l’Italia ha bisogno ora di lavorare tranquillamente per attingere le sue maggiori fortune. Nulla venga a turbare l’ordine potente della vittoria che abbiamo riportato in queste giornate di superba passione e di sovrana gran­dezza! Viva l’Italia! Viva il Fascismo! » (Proclama di smobilitazione nel Popolo d’Italiadel 31 ottobre 1922, ripubblicato in Scritti e discorsi, II, p. 353). Cominciava l’Anno I dell’Era fascista.

BIBLIOGRAFIA: Il Popolo d’Italia, I e II semestre 1922, Milano; B. MUSSOLINI, Scritti e discorsi, ed. definitiva, Milano; id., Agosto-ottobre 1922, in Gioventù fascista del 25 ottobre IX; I. Balbo, Da Perugia a Roma, in Gioventù fascista del 25 ottobre IX; E. De Bono, Diario di campagna, in Gioventù fascista del 25 otto­bre IX; C. Delcroix, Un uomo e un popolo, Firenze 1928; I. Balbo, Diario 1922, Milano 1932; R. Farinacci, Storia della Rivoluzione fascista, vol. 2., L’insurre­zione rossa e la vittoria dei fasci, Cremona 1937; id., Squadrismo. Dal mio diario della vigilia, Roma XI; G. Volpe, Storia del movimento fascista, Varese-Milano 1939; F. Ercole, Storia del fascismo, Padova XV; Pini-Bresadola-Giacchero, Storia del fascismo. Guerra, Rivoluzione, Impero, Roma. XVII.

(Tratto dal DIZIONARIO DI POLITICA a cura del Partito Nazionale Fascista, Roma, 1940, voce Marcia su Roma) QUI la nostra antologia!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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CONFERENZA DEL COVO A ROMA SU “STRATEGIA DELLA TENSIONE PERMANENTE” – 09/11/2019.

Chi volesse scaricare e diffondete la locandina ufficiale dell’evento digiti QUI!

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12 OTTOBRE 2019 – IL SISTEMA SI RICICLA !

Cari lettori, si è diffusa abbastanza capillarmente  sulla rete la “notizia” della prossima, ennesima “grande manifestazione di piazza” romana (…ca va sans dire! dicono i francesi), per riaffermare l’esistenza del “movimento sovranista” e la volontà di uscire dall’Unione Europea e dall’euro, che dovrebbe opporre tale “salda identità” al decadente europeismo U.E.ista affamatore dei popoli, al quale tutti i governi del “vecchio continente” sono proni. Ebbene, lasciate che vi citiamo il particolare brano, che riportiamo di seguito:

“…vogliamo cambiare il mondo, come già detto. Una cosuccia, no? E vogliamo farlo attraverso vari passaggi, alcuni già identificati altri no. Iniziamo col denunciare lo stato di OPPRESSIONE monetario, economico, sociale e psicologico che vige nell’attuale sistema monetario italiano [e internazionale]. Vogliamo diffondere tale denuncia, tramite i mezzi e le iniziative che riterremo più opportuni (tutte pacifiche naturalmente), vogliamo creare una alternativa concreta alla realtà che i banchieri usurai ci hanno imposto per secoli, depredandoci della nostra SOVRANITA’ MONETARIA…”

Avete letto con attenzione? Probabilmente, penserete che sia uno dei tanti appelli che precedono la prossima manifestazione del 12 ottobre? Beh, se lo avete pensato, ci spiace per voi, ma avete sbagliato di grosso! Infatti, questo “appello alla mobilitazione”, risale al 2008 (qui)!!! Avete letto bene! Le tematiche cosiddette “sovraniste”, ripropongono in forma stereotipata temi propagandistici già vecchi più di 10 anni!!! Eppure, vengono spacciati come la quintessenza della “novità” e dell’ “appello al cambiamento”! Le dinamiche poste in essere dal “grande movimento sovranista” sono le medesime di quelle che ci hanno portato all’ex “governo del cambiamento” (di rotta) leghista-pentastellato, con le conseguenze che abbiamo abbondantemente visto e già commentato (qui). Tutto si ripropone ciclicamente, in modo speculare, come fosse “la prima volta”. Tutto è organizzato nella medesima maniera dai soliti “pupari”, evolvendo solo la struttura mediatica, che tiene il passo con lo sviluppo della tecnologia e degli scenari politico-sociali, che “naturalmente” approdano comunque verso i “cambiamenti” posti in essere proprio dal sistema di potere vigente, che tali pseudo-contestatori, invece, dovrebbero teoricamente “arginare”. Eccoci così giunti alla costituenda “alleanza sovranista”, che manifesterà a Roma il prossimo 12 ottobre e che, usando il cliché mai tramontato degli “anni di piombo”, può essere tranquillamente sovrapposta alle ali “estreme” (quelle extraparlamentari), rispetto alle ali “moderate” (quelle parlamentari), di un qualsiasi partito odierno. La preparazione di questo evento, ha mostrato, inalterati, TUTTI gli stereotipi che hanno già riguardato i passati MeetUp, che poi sono approdati a quel capolavoro di inganno che è stato (il passato è ormai d’obbligo) il Movimento 5Stelle dei grillini.

Non c’è NESSUNA vera “novità”, nemmeno dal punto di vista programmatico. Viene, invece, spacciato come “fatto inedito” l’utilizzo esclusivo della “bandiera tricolore” che tutti i contestatori, si dice, dovrebbe rappresentare, senza steccati ideologici di sorta. Ma, ovviamente, bontà loro, c’è solo una eccezione in deroga a tale disposizione; difatti è ammesso anche un altro simbolo tricolore, ma non si tratta affatto del vero Tricolore Italiano! …perché verrà utilizzato con un particolare simbolo: la stella del Comitato di Liberazione Nazionale. Si, avete letto bene! Il fondamento imprescindibile di tali “sovranisti”, che dicono di contestare il disordine vigente, resta e sarà sempre la “Costituzione della Repubblica antifascista nata dalla resistenza”, figlia della resa incondizionata agli invasori statunitensi e della Guerra Civile da essi voluta; proprio quella “Costituzione” imposta militarmente dai vincitori anglo-americani, che rappresenta in pieno il frutto avvelenato di quelle tragiche contingenze storiche che hanno prodotto l’attuale sfascio politico-sociale e morale, che tali soggetti dicono di voler contrastare! Dunque, ricapitolando: da una presunta “unione trasversale” all’insegna della sola italianità che tutti i cittadini dovrebbe riunire, siamo passati gradualmente all’esaltazione, nell’ordine, della Guerra Civile imposta dagli attuali occupanti militari stranieri, seguita dalla glorificazione della Carta costituzionale attraverso la quale, la partitocrazia impostaci con le armi dall’invasore a stelle e strisce, ha definitivamente cancellato ogni concetto legato allo Stato, al Popolo, alla Sovranità popolare. Forse non  credete alle nostre parole? Allora, guardate voi stessi! (qui)

Proclamata a gran voce la forza dell’aggregazione dei “diversi contestatori” all’insegna della “sovranità nazionale” sui siti della rete più rinomati tra coloro che criticano l’ordine sistemico vigente, l’evidente “leggerissimo” cortocircuito logico e “unitario” generato da tale situazione (ma di cui, forse, solo noi fascisti de IlCovo ci avvediamo!) si manifesta però platealmente nel momento in cui si afferma di voler fondare tale “unione” trasversale perpetuando il retaggio storico di una Guerra Civile tra italiani, assurta artificialmente, (cioè con una ultracinquantennale martellante propaganda di Stato!) a mito politico fondatore dell’unità popolare! La “Guerra Civile che unisce”? Gia! Notoriamente si sa che, in generale, tutte le Guerre civili, UNISCONO (sic!) i popoli! Poi, è da sempre risaputo come, a maggior ragione nel caso di quella combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945… (dove oltre centomila fascisti furono ammazzati dai partigiani e cancellati dalla memoria collettiva dalle istituzioni democratiche ufficiali, che ricordano sempre e solamente alcune vittime, mai tutte quante!) essa unisca felicemente tutti gli italiani!  Successivamente, il nostro viaggio nei “cortocircuiti logici” di chi ha organizzato tale evento prosegue con la “strenua difesa ad oltranza, senza se e senza ma”, della “Carta Costituzionale”. Per carità, liberissimi di farlo! Ma, c’è un piccolissimo particolare. Del tutto “insignificante”, si intende. Siamo noi Fascisti che, maliziosissimamente, vogliamo cercare il pelo nell’uovo… e il particolare è il seguente: la “Carta Costituzionale”, che è la risultante di una imposizione militare messa in atto dai vincitori del secondo conflitto mondiale, rappresenta la sintesi di più “ispiratori” provenienti da vari partiti politici, ma tutti uniti nell’obbedienza agli ordini verso i “padroni-liberatori” stranieri, dunque appositamente così concepita, proprio perché doveva garantire il permanere della DIVISIONE POLITICA, seguita alla guerra civile. Tale “Carta”, dunque, descrive i tratti di  una “Repubblica Parlamentare”, dove cioè, la Sovranità PIENA appartiene al PARLAMENTO, cioè ai partiti, che il Popolo ha l’obbligo di eleggere mediante la preferenza di un partito piuttosto che un altro, e dove tutti questi soggetti si premurano sempre di fare i propri interessi, fatto salvo che tali interessi risultino sempre subordinati agli ordini del “padrone straniero occupante” anglo-americano! Infatti, l’articolo 1, che eccita tanto i cosiddetti “sovranisti”, recita testualmente che la Sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“. In tal senso, la “sovranità popolare” teorica descritta costituzionalmente e della quale i “sovranisti” proclamano l’intangibilità, è esattamente quella relativa al voto di preferenza dato dall’elettore a uno o più partiti (che, a loro volta, solo il sistema di potere al governo può riconoscere come legalmente accettabili nelle competizioni elettorali!) …E LI FINISCE! AMEN! FUORI DA QUESTI LIMITI, la Costituzione, NON VA E NON E’ MAI ANDATA! Dunque, attraverso la Costituzione, (ben prima dell’entrata nella U.E.) la sovranità popolare rappresentava già in principio solo un espediente propagandistico! O forse si può  onestamente affermare che il Popolo italiano era “sovrano” e che non vi erano problemi di iniquità, sperequazione, e soprattutto che eravamo una nazione indipendente e sovrana che non dipendeva economicamente da nessuno? Poi, certamente, siamo arrivati all’adesione alla U.E. ed ai suoi perversi meccanismi escogitati a danno del popolo, come l’introduzione nella Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio, che ci rende schiavi degli speculatori finanziari, ma tutto ciò sarebbe forse avvenuto illegalmente rispetto al dettato costituzionale?… oppure è stato possibile semplicemente applicando gli articoli della suddetta Costituzione, da sempre “interpretabili” a seconda della convenienza politica del momento? (convenienza dei padroni stranieri occupanti, si intende!).

Noi fascisti de IlCovo crediamo da sempre che tali domande siano legittime e non abbiamo mancato di rilevare tutte le evidenti contraddizioni della cosiddetta “costituzione antifascista” (qui), che per i sovranisti rappresenta invece il riferimento politico essenziale. Perché è del tutto evidente che gli stessi politicanti fautori dell’odierno infernale “Status Quo“, che ci vuole assoggettati alla finanza plutocratica mondialista che ha sede a Washington, operano nei limiti espressi dalla Carta Costituzionale, come ugualmente dicono di voler fare i contestatori apparenti del medesimo “Status Quo”, anch’essi ossequianti verso la medesima Carta costituzionale. Quindi, delle due l’una: o i gruppi politici sovranisti  mentono spudoratamente sulle proprie reali intenzioni; oppure tale Carta è talmente ambigua ed ambivalente da poter essere interpretata secondo differenti modalità, che risultano ugualmente lecite, anche e soprattutto a danno e contro il volere del popolo italiano. In entrambi i casi E’ VITALE RILEVARE CHE ESISTE UN ENORME PROBLEMA POLITICO DI RAPPRESENTANZA DELLA REALE VOLONTA’ POPOLARE LEGATO A TALE “CARTA COSTITUZIONALE”, CHE STA A MONTE DI TUTTE LE QUESTIONI PIU’ IMPORTANTI!

Nessun “gruppo”, movimento, partito, associazione, sindacato, ha MAI, in alcun modo, posto la questione costituzionale all’ordine del giorno, e quando lo ha fatto, come nel caso del Governo Renzi, è stato solo per peggiorare ulteriormente, con modifiche ancor più radicali di senso anti-popolare, la situazione, già di per sé grave. Dunque, dal nostro punto di vista di autentici FASCISTI, qualsiasi contestazione vera e seria al disordine vigente, non può non avere come proprio fondamento imprescindibile la proclamazione e l’instaurazione della reale SOVRANITA’ NAZIONALE e POPOLARE, che non è prevista affatto dalla “costituzione della repubblica antifascista”, ma che racchiude in sé tutte le soluzioni concrete ai problemi veri che ci affliggono come popolo da decenni! Senza la ricerca di un simile obiettivo NESSUNA CONTESTAZIONE AVRA’ MAI ALCUNA REALE FORZA DI IMPENSIERIRE IL SISTEMA E SOPRATTUTTO NON POTRA’ MAI CAMBIARE CONCRETAMENTE LO STATUS QUO!

In fondo, per comprendere appieno il grande inganno perpetrato alle spalle del popolo italiano e di tutte le nazioni europee, basta addentrarsi un poco nella propaganda del “sovranismo”, per ritrovarvi inalterati i “dogmi” della filosofia liberale (il vero problema ideologico di cui disfarsi!) e l’ancoraggio ai “valori indiscutibili” dell’individualismo, gli stessi chi ci hanno portato all’attuale disastro odierno. In questo modo, rimaniamo permanentemente prigionieri di un ciclo infinito, che si riavvia (la logica di Matrix) al momento opportuno su impulso dei soliti noti, per garantire in modo permanente gli equilibri di potere favorevoli all’oligarchia pluto-massonica mondialista che ci vessa! A mo’ di esempio, vi segnaliamo una lunga video-intervista ai “promotori” della “vecchia” manifestaizone del prossimo 12 ottobbre (qui): incredibili le decine di “ossimori” concettuali, per i quali ci sarebbe un “internazionalismo buono”, una “Europa Confederale Buona” cui pervenire rispetto all’attuale (qui), e un obiettivo finale, l’ “abolizione” dei “nazionalismi, populismi, sovranismi” (sic!), attraverso la stabile accettazione della logica confederale summenzionata! Insomma, un “sovranismo” che ha come fine… l’abolizione del sovranismo! Tutti questi bizantinismi, ossimori, giri di parole, a nostro avviso non servono ad altro che a mischiare le carte in tavola, a confondere le idee al Popolo Italiano, al fine di tenerlo sempre IGNARO E DIVISO, come ormai puntualmente avviene in modo permanente da 76 anni. Lo abbiamo già detto: per le oligarchie finanziarie imperanti non sono importanti i mezzi, quanto il fine. Dunque, che ci sia una U.E., o una Confederazione Europea, una ingerenza diretta, o una indiretta e sfumata… Non importa! Ciò che importa, per chi detiene il potere, è l’assoggettamento totale, globale e continuato di tutti i popoli della terra! Ed è quanto, purtroppo, seguita a svolgersi sotto i nostri occhi attoniti, al netto di tutti i “cambiamenti gattopardeschi” che abbiamo documentato…e dunque?

Dunque, SVEGLIA! La Coscienza deve essere educata alla consapevolezza. Tramite la consapevolezza si può capire l’inganno che continuano a propinarci… ma solo dopo aver compreso appieno l’inganno ed aver visto “quant’è profonda la tana del bianconiglio“, si potrà reagire in modo appropriato e conforme al fine di riappropriarci del futuro che ci è stato negato! Noi fascisti de IlCovo la pillola rossa l’abbiamo presa da un bel pezzo… Voi chi aspettate ancora, “la bella addormentata”?

IlCovo

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09/ 11/ 19 – Conferenza de “IlCovo” a Roma su “Strategia della tensione permanente”!

Risultati immagini per Palazzo dell'Arte Moderna, Piazza Marconi, 15, Roma, RM

Siamo lieti di informare i nostri lettori che il prossimo 9 novembre, alle ore 15:00, si terrà a Roma, presso lo “Spazio Eventi“, piazza Marconi n°15 (EUR) la conferenza dell’associazione “IlCovo – studio del fascismo” sul tema  “STRATEGIA DELLA TENSIONE PERMANENTE! – L’odio politico fomentato artificiosamente come mezzo di assoggettamento del popolo italiano e distruzione del tessuto culturale e sociale nazionale.” Invitiamo nuovamente tutti gli interessati affinché ci scrivano all’indirizzo di posta elettronica presente sul nostro blog (QUI), fornendoci i nominativi di coloro che intendono presenziare, in quanto la partecipazione all’evento sarà a numero chiuso.

IlCovo