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CONTRO LE MENZOGNE! …l’alibi delle masse, della finanza apolide, delle banche, delle crisi e delle calamità…

Cari lettori, amici e nemici. Negli anni che si sono susseguiti, potremmo dire almeno dalla famosa “crisi del 2008” in poi (ma in realtà il vero spartiacque si dovrebbe retrodatare all’aprile 1945!), tutti abbiamo visto sotto i nostri occhi il “moto di accelerazione” verso una catastrofe. Meglio allora sarebbe dire: verso quella che, per gli uomini che rimangono tali, ossia dotati del “ben dell’intelletto”, è ragionevolmente definibile “catastrofe”. Proprio questa distinzione risulta imprescindibile e fra poco ne comprenderete i motivi.

Difatti, è oggettivamente impossibile non riscontrare questo cataclisma colossale in atto, in tutta la sua gravità e profondità. Ma, quando si va alla radice dei problemi, come facciamo noi Fascisti del Covo, si comincia a comprendere che la realtà, la Verità, sta in modo molto diverso rispetto a quel che appare a prima vista. Anzi, opposto! Qualcuno potrebbe saltare su dalla sedia o sobbalzare, perché una frase del genere lascerebbe intuire che per noi, sostanzialmente, dire “opposto” rispetto alla dichiarazione di cataclisma planetario, significherebbe esattamente che tale cataclisma non c’è.

Prima di chiarire questo punto essenziale, dobbiamo stabilire il significato di “crisi”.

Se prendiamo la definizione dell’Enciclopedia Italiana del 1931, presente nel collegamento soprastante, vediamo che col termine “crisi” ivi si definisce un evento “improvviso” che si verifica nell’ambito della salute dell’individuo. Tale “evento”, determina uno “stato” di malessere, che può preludere alla felice risoluzione di una malattia, oppure all’esito più tragico, scatenando altre “crisi”, concatenate, arrivando così ad un quadro clinico più grave o fatale. Ebbene: non è affatto un caso che il termine più usato dai “pupari e pupazzi” negli ultimi 30 anni sia proprio quello di “crisi”. E non è affatto un caso anche il COME sia stato usato, in quali ambiti, e con quali significati.

Nessuno dimenticherà l’allora facente funzioni “presidente del consiglio” su mandato della “finanza apolide”, “rigor Montis”, che, ripercorrendo il significato medico del termine, disse candidamente che le “crisi” sono “necessarie”, per “arrivare agli obiettivi” fissati da chi “detta l’agenda”, al fine di superare quelli che “loro” stessi definiscono come “ostacoli” lungo il “percorso virtuoso” da essi stabilito. Ed effettivamente, in un evento improvviso e frutto di contingenze spesso irripetibili, esiste la possibilità che la “crisi” arrivi e venga superata, attraverso una “maturazione del sistema immunitario” (volendo proseguire con la metafora medica!); ma, nella fase del superamento, l’esito finale rimane sempre ignoto. Ovvero: ha la “crisi” effettivamente generato gli “anticorpi” necessari, oppure è stata solo “sopita” da palliativi? Ebbene, ciò che vi stiamo esponendo in metafora, rappresenta quel che dovrebbe accadere quando gli Uomini Pensano e Agiscono al fine di tutelare la propria Vita, magari sbagliando, in questo o quello; oppure, ancora, incorrendo in ostacoli o drammi, da cui scaturiscono le famose “crisi”.

Ma, per rispondere alla domanda posta all’inizio, ovvero se questo cataclisma che viviamo sia davvero tale, dobbiamo considerare il significato della parola “crisi” poc’anzi esposto. C’è una precisa caratteristica delle “crisi” affinché siano effettivamente definibili come tali: ossia, devono essere il frutto delle attività della Vita, che, come detto, almeno nell’intenzione, si pongono come obiettivo generale la sua preservazione. Allora in questo, e solo in questo caso, si può parlare, ad esempio, di “crisi del sistema capitalistico”, poiché in relazione alla erronea dottrina, già denunciata da Benito Mussolini, in merito al profitto individuale e al darwinismo sociale, che falsamente riteneva gli uomini potessero “meccanicamente” pervenire ad un benessere generale “sommando” gli interessi individuali, aveva ottenuto esattamente una “crisi”. Stesso discorso per la dottrina del figlio spurio del Liberalismo, il marxismo.  Queste potevano ancora essere definite “crisi”, perché, esordendo prima il liberalismo nella sua forma “Europea”, poi il “marxismo”, vi erano oggettivamente degli eventi “aperti” che potevano produrre ciò che ancora era in “germe”. Anche se c’è da dire che anche queste “crisi”, in realtà potevano non essere definite tali, ma abbiate pazienza ancora un poco e capirete il perché.

Dunque, per dare a questi ultimi tre decenni almeno, la definizione di anni di “crisi” apocalittica (almeno relativamente questa ultima fase), c’è bisogno che gli avvenimenti inanellatisi uno dietro l’altro, con una precisione certosina e con un tempismo incredibile, siano frutto dell’ “evento imponderabile” o comunque “inaspettato”. La domanda che vi poniamo, allora, è la seguente: secondo voi, tali eventi, sono stati frutto dell’imprevedibilità, della concretizzazione di fattori e reazioni non previste né controllabili nell’ambito della società?

In relazione a quanto avete letto e compreso su questo blog, allora sarete più o meno in grado di comprendere il perché secondo noi questi decenni NON SONO affatto qualificabili come anni di “crisi”. 

Difatti, la cosiddetta dichiarazione di nascita della presunta Unione Europea, la predisposizione di una Banca Centrale quale istituzione finanziaria che governa localmente (emanazione di un’altra istituzione finanziaria che governa globalmente, il Fondo Monetario Internazionale), la creazione di un “credito virtuale privato illimitato” al posto della Moneta nazionale ancorata ad una risorsa concreta, l’espansione del “gioco d’azzardo” borsistico per l’aumento esponenziale di questo “credito” emesso dallo stesso ente (!!!!!!), la successiva diffusione di un principio-base a livello Sociale che è costituito dalla richiesta al cittadino di indebitarsi fino agli occhi, l’istituzione di politiche internazionali TUTTE orientate verso la creazione di disgregazione e scontri…ecc., ecc., ecc. SONO TUTTI ELEMENTI CHE DEFINISCONO UNA “CRISI”, COME RETTAMENTE INTESA, O SONO EVENTUALMENTE FATTI, INANELLATISI CON PRECISIONE TEUTONICA (ORA CI VUOLE!), PER FARE IN MODO CHE IL MONDO VIVA UNO STATO DI “CRISI” PERENNE, E QUINDI ASSOLUTAMENTE ARTEFATTA?

Ebbene, Noi fascisti siamo profondamente convinti, che la “crisi” che vediamo, ora nella sua parte peggiore, sia assolutamente FINTA, ovvero procurata artatamente. Lo stesso dicasi per le incredibilmente PUNTUALI calamità “naturali” o “emergenze  sanitarie”. Anche il “danaro” che manipoliamo, è FINTO, in quanto carta senza nessun valore, se non quello nominale dato da un ente PRIVATO!!!!! La “finanza apolide” è anche essa un ossimoro, perché tali enti PRIVATI (come la Banca Centrale Europea, o la Federal Reserve americana), possono erogare senza-soluzione-di-continuità quanta carta straccia vogliono, dunque la “crisi dei mutui sub prime”, la “crisi del debito pubblico a causa dei titoli tossici”, SONO FALSE! Non esiste oggettivamente NESSUNA CRISI! Esiste ed è esistita in modo ARTEFATTO la falsa narrazione ufficiale di un Sistema criminale globale, tale da far credere ai cittadini che essi NON POSSONO vivere senza il credito privato di cui sopra, e soprattutto senza INDEBITARSI con esso. Per questo, hanno fallito e falliscono tante imprese, per questo tanti si suicidano, per questo tanti si disperano! Perché ritengono IMPOSSIBILE affrancarsi da una “crisi”… CHE NON ESISTE! …che c’é solo nella misura in cui si vuol dare credito all’apparato di controllo mediatico istituzionale. Dunque lo stesso discorso vale per TUTTE le altre cosiddette “crisi” di cui cianciano i media, nessuna esclusa. Comprese le guerre, le carestie, le malattie. Esistono nella misura in cui NON SI VUOLE comprendere che il problema NON E’ la “finanza apolide”, la “Banca centrale”, la “UE”, il FMI, il WTO, il forum di Davos, l’OMS, ecc., ecc. Tutto ciò riguarda solo degli STRUMENTI, meri mezzi usati dai burattinai del mondo, Massoni, Plutocrati, MESSIANISTI (anche: qui, qui ), satanisti, criminali, psicopatici che si ritengono Divinità e che puntano con tutti i mezzi a sterminare sei miliardi di persone, volendo tenere il restante miliardo sotto la loro schiavitù. Ma tutti questi strumenti, potevano al bisogno essere eventualmente sostituiti senza problemi dalle mense dei poveri”, ad esempio, se fosse stato necessario per governare l’Europa, e fare ugualmente quello che si sta facendo ora!!! Ovvero, generare morti viventi uni$ex; partendo dalla distruzione del concetto di DIO (e non un “dio” qualsiasi, ma quello Cattolico Romano, qui), distruggere la Famiglia come rettamente intesa; disgregare la popolazione e definirla “massa”, come la Sociologia del XX secolo ha teorizzato (qui), abbassando la dignità degli uomini a quella delle bestie; convincendo l’uomo medio che la vita consiste nella soddisfazione meramente animale di piaceri e vizi, nella ricerca dell’opulenza, che deve essere l’obiettivo generale di tutti (qui); indottrinare così l’uomo-massa al CONSUMO ILLIMITATO, all’indebitamento totale ed inestinguibile e conseguentemente al necessario cedimento del frutto del proprio lavoro ed all’abolizione di ogni proprietà che di tale frutto sia espressione. Ecco la menzogna contro Dio e contro l’Uomo fatto ad immagine e somiglianza del Creatore!

Tutto ciò, è stato fatto attraverso l’utilizzo di elementi familiarmente “conosciuti” a livello di “topos“, come appunto “la Banca”, oppure la “finanza”. Ma anche questo è stato sapientemente studiato, fin dall’esordio delle due concezioni ideali finto-opposte a cui l’umanità è stata costretta ad aderire, i due volti della stessa medaglia: il Liberalismo e il Socialismo. Già i teorici Fascisti, a tacere di Mussolini, avevano esteso ed approfondito questo concetto (pensiamo già ad Alfredo Rocco, qui), diffondendosi moltissimo sulla definizione. Essi hanno chiarito in modo adamantino come la vera radice del problema, che è quella che NOI Fascisti del Covo abbiamo identificato sulla scorta dei loro studi, sia ben definita e niente affatto relativa ai “modi” e agli “accidenti”, ma alla SOSTANZA. Quest’ultima si manifesta nei modi più vari, ma punta ad un unico obiettivo, esattamente quello che abbiamo appena descritto! L’obiettivo è di tipo RELIGIOSO, messianista, quindi assoluto. A costoro non importa nulla di COME conseguire quello che vogliono, lo ripetiamo: un mondo svuotato di vera spiritualità e popolato unicamente di schiavi che li servano! Sia che lo si faccia a mezzo del Liberalismo o del Socialismo e della finta contrapposizione tra essi; sia che lo si faccia a mezzo dell’indebitamento con le Banche conseguito a causa dei vizi indotti e del conseguente abbrutimento dell’umanità pervicacemente ricercato; sia a mezzo di guerre e/o carestie; ecc., ecc.; l’importante è che loro raggiungano l’obiettivo che si sono prefissati! Tutto ciò mentre noi, che veniamo considerati da costoro, nel loro impareggiabile razzismo religioso, alla stregua di ANIMALI da soma, ci scanniamo a vicenda come “pecore matte” – dimenticando di essere Uomini preposti a ricercare la virtù e la conoscenza – magari mentre una parte, la più spregevole di questa misera umanità, spera di raccogliere le loro briciole, pensando di poter vantare qualche prebenda agli occhi dei nuovi padroni!

Per questo motivo, senza alcuna retorica, vi incitiamo ad “aprire gli occhi”, presupposto imprescindibile per comprendere come TUTTO quel che ci viene messo davanti agli occhi da costoro, ma proprio TUTTO, costituisce il frutto avvelenato di una immensa, gigantesca, clamorosa MENZOGNA, poiché non esiste nessuna vera “CRISI”, ma un progetto di sterminio globale portato avanti da una minoranza apolide e criminale, a cui non importa un bel niente della Finanza globale o del forum di Davos o del “great reset”, che restano esclusivamente degli STRUMENTI nelle loro mani! Il loro obiettivo è ciò che ad essi importa davvero! Per impedire che ciò si realizzi, è necessario svegliarsi e capire che SIAMO NOI, SOLO NOI Uomini illuminati dalla Fede, in grado di riprendere le redini della nostra vita, perché sono gli stessi uomini, senza comprenderlo, che stanno consegnando volontariamente a tali criminali astuti il bene delle loro vite! Per questo nella concezione del Fascismo, per bocca del suo Duce, si sostiene che il requisito indispensabile affinché si realizzi la Rivoluzione dello Spirito di cui esso è banditore, è necessario un periodo di altissima tensione ideale! Per questo, di già scrivemmo (qui), Benito Mussolini ha voluto affermare come il Fascismo non si preoccupi di ricostruire le forme della vita umana — essendo esse vane e transitorie — ma il contenuto di essa: cioè l’uomo, il suo carattere e la fede. Perché il carattere — che consiste nella volontà e nel sacrificio — e la fede — che scaturisce da comprensione e da amore — sono intima essenza dell’uomo Fascista. SOLO NOI, allora, in virtù della Fede, possiamo e dobbiamo opporci, si intende, premettendo la nostra filiazione all’Altissimo Iddio e Signore Gesù Cristo! Poiché chi fa la Volontà di Dio è il “Giusto” del Salmo! E chi compie la Giustizia, VINCE!

IlCovo

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EDUCAZIONE SPIRITUALE DELLA GIOVENTU’ FASCISTA!

Educazione Spirituale Gioventù Fascista - Biblioteca del CovoAi giovani il dovere della preparazione spirituale si presenta d’immediata necessità e pari ad un compito da affrontarsi gagliardamente per incentrarsi sempre meglio nell’ambito e nella realtà della Nazione fascista. E’ doveroso che il giovane sappia — anche da un punto di vista semplicemente materiale — dove voglia arrivare: che egli lentamente, ma certamente, incominci ad apprendere, per uno sforzo di sincera autocritica e per l’esatta valutazione dei superiori, quello ch’egli vale, quale posto deve oggi, o potrà domani, occupare nella gerarchia dei valori. Questa gerarchia esiste e si stabilisce nella Nazione. E Nazione — nel tempo Fascista — vuol dire vita. Una vita esaltata dal religioso sentimento di Dio e della Patria, nobilitata dall’incanto e dalla fatica del lavoro, affascinata dalla presenza e dal conforto del Capo. In questo modo possiamo constatare come il giovane italiano pervenga all’esatta comprensione di questi tre significati: famiglia, società, Nazione. Se, infatti, solamente per un istante consideriamo la concezione statale Italiana fascista — il popolo politicamente organizzato — subito ne consegue com’essa riposi sulla normale esistenza e sulla comprensione delle tre cellule della famiglia, della società, della Nazione.
Una volta che il giovane pervenga ad una prima completa comprensione di queste tre cellule, la sua preparazione non può ancora considerarsi totale. Sarebbe anzi un errore se qualcuno la considerasse tale. Tuttavia va tenuto in debito conto il fatto della giovane età e della ristretta conoscenza storica: per questi riguardi ed in virtù di tale considerazione la preparazione spirituale del giovane può — ad un tal punto — ormai stabilirsi come sufficiente. Essa subito si dimostra produttiva d’effetti. Conoscendo il senso della famiglia, della società e della Nazione, il giovane pure conosce i diritti ed i doveri che da questi elementi conseguono: egli inizia un’esistenza dove tutto è coordinato, nella quale gli è comandato di vivere attivamente, d’essere un membro utile, al quale tutto — in ogni tempo ed in ogni luogo — efficacemente si possa richiedere.
Meglio è dunque nemmeno parlare di preparazione: si tratta invece di una raggiunta educazione. La coscienza della quale ben presto viene intesa dall’individuo, sia perché lo strappa dall’infantile egoistica concezione della vita, sia perché gli propone mezzi nuovi alle proprie esigenze spirituali, mezzi ai quali con strenuo desiderio egli inconsciamente tendeva e che ora infine esistono per lui, l’aiutano e lo sorreggono. Su questa educazione dovranno attentamente lavorare la stessa volontà dell’individuo e lo stesso dovere dei responsabili così da costruire l’individuo completo, che s’identifica in questo caso con l’individuo politico.

Carattere ed elemento politico.

Occorre definire in modo preciso il significato di « politico ». Possiamo premettere che — sotto un aspetto assolutamente ideale — non può considerarsi cittadino colui che non è politico. Sicché per essere efficacemente cittadino occorre soprattutto assumere una spiccata personalità politica, che certamente può manifestarsi in qualsiasi modo, che non dimentica ma anzi è strettamente coordinata alla scala gerarchica dei valori: è ugualmente politico colui che serve la Patria nell’ubbidienza come colui che serve la Patria col reggerne saggiamente le sorti. La parola politico non può ormai più rappresentare un’allusione contingente: essa è invece ricca d’un ben delineato valore assoluto. Politico non è chiunque, per l’unico fatto d’appartenere ad una organizzazione sociale: politico è l’uomo che serve la Nazione e di essa s’intende partecipe elemento vitale. Giustamente è dunque possibile parlare d’una forza politica della Nazione: essa è una forza essenzialmente spirituale, costruita dall’apporto politico degli individui. E’ la forza politica che segna il passo della Nazione. Questa forza politica si esplica nella triplice manifestazione Mussoliniana del Partito unico, dello Stato totalitario, del periodo di alta tensione ideale. L’uomo politico nasce così, si costruisce così, ma per una spirituale evoluzione che conduce attraverso diverse vie alla meta finale: essere utile alla Nazione. Questa utilità dell’individuo per la Nazione va ritenuta qualcosa di più alto e significativo d’un semplice dovere obbligato: attraverso il servizio per la Patria si perviene al risultato più bello, quello di meritarsi la Patria. Perché la Patria non è mai stata la leggendaria isola felice, anche se è forte, disciplinata, potente. La Patria deve esser meritata e il tirocinio è improntato tutto al sacrificio. Ne consegue come quel categorico imperativo nazionale e patriottico, che si presenta assolutamente a tutti gli individui, assuma per i giovani Italiani un carattere speciale. Questo imperativo non ha più un semplice valore sentimentale. Esso ha ormai delle esigenze indispensabili: richiede appunto al giovane la precisa formazione della propria individualità politica, perché senza di essa qualsiasi preparazione spirituale risulterebbe deficiente o verrebbe ad essere completamente sterile. Notiamo ancora come le tre cellule della famiglia, della società, della Nazione, sulle quali pressoché completamente s’innesta la concezione dello Stato Fascista — escluso appunto il Partito, elemento squisitamente politico e militare — si presentino all’individuo nell’ordine, e in un tempo successivo l’una alle altre. Possiamo anzi concludere che la conoscenza dell’una si rafforzi e completi con la conoscenza delle altre, perché è appunto sulla famiglia che si fonda l’ordinamento sociale ed è appunto d’uno specificato gruppo societario che consiste la Nazione. Passando attraverso i tre diversi stadi della famiglia, della società, della Nazione, il giovane conquista una sua maturità spirituale: essa lo rende abile per la partecipazione attiva alla vita del Partito. E’ da questa considerazione che scaturisce la massima importanza delle organizzazioni giovanili del P.N.F. Esse hanno uno specificato compito educatore; si avvalgono d’un mezzo potentissimo come l’entusiasmo, usando intelligentemente questa particolare inclinazione dei giovani. E s’impongono subito con l’insegnamento dell’immediato e principale dovere: L’obbedienza, esatta manifestazione della disciplina. Noi non crediamo che il giovane possegga un’innata avversione per l’ubbidire: siamo anzi perfettamente convinti del contrario. Il giovane sa di trovare un aiuto nell’obbedienza: egli ubbidisce perché crede, ha fiducia nei capi. Il dovere è dunque reciproco: dei capi di suscitare la fiducia e d’ispirare l’ubbidienza, dei giovani gregari di credere e di obbedire.

Il senso della Famiglia.

Dove del resto il giovane incontra dapprima il dovere dell’obbedienza è proprio nell’ambito della Famiglia. In esso il bambino viene educato, oltre che ad ubbidire, ad un primo sentimento: quello dell’amore. Con l’amore hanno inizio tutte le formazioni spirituali: perché da esso immediatamente consegue la rinuncia. Già attraverso l’amore, al fanciullo viene insegnato come per essere degni e per meritare occorra soffrire. Perché agevolmente il fanciullo apprende come il mondo s’estenda al di là della casa e spazi per infiniti insperati. Chiaramente s’intuisce in lui questo naturale sentimento di evasione: esso è conseguenza dei primi infantili istinti della ricerca e della scoperta e si manifesta in accenni di curiosità. Il bimbo si guarda allora in giro ed apprende a conoscere che la sua casa è l’Italia, e la madre ed i maestri gli insegnano quel che significhi la Patria e le sue glorie. La prima sensazione sarà dunque quella dell’amore: amore che non deve venir comandato ed imposto, ma scaturire così, per una spontanea comprensione. Quando il fanciullo raggiunge questa prima sensazione già egli si rende passibile di educazione: perché parallelo alla sensazione, diciamo anzi al diritto dell’amore, sorge il dovere dell’ubbidienza: ed i due termini non si escludono, ma anch’essi si perfezionano a vicenda. Un’altra constatazione s’impone qui come opportuna: come cioè consista in uno dei massimi meriti del Fascismo quello d’avvicinarsi sin dall’infanzia all’individuo, impartirgli la propria educazione, crescerlo in un unico sentimento, nell’atmosfera e nel puro entusiasmo della Patria. L’elemento della famiglia non appare annullato né in minima parte trascurato, ma ne risulta anzi potenziato: senza contare che più agevole riesce in questo modo un efficace controllo od eventuale intervento del Regime nell’educazione e nell’organizzazione familiare, sì da poter tutelare, in caso di necessità, il bambino da possibili ambienti per lui disadatti o dannosi. Con questo sistema, dell’educazione per così dire unitaria, non è che il giovane diventi politico, ma egli viene educato politico, sicché la sua posizione gli appare necessaria ed indispensabile. Ha egli iniziato con l’amore e con l’ubbidienza. Ed obbedisce perché gli hanno insegnato che cosa di grande significhi ubbidire. Ed ama perché sente così, perché subito gli si presenta ed offre quel che veramente è degno d’essere amato. Comprende in tal modo l’essenza ed il significato di una Rivoluzione, sa che essa continua e combatte anche per lui. Egli è allora sufficientemente preparato a servire la Patria: ed allora continua audace e sicuro nella marcia, perché egli ora vuole e pretende meritarsi la Patria. Così il giovane italiano raggiunge con un vantaggioso anticipo la propria maturità. Un’altra percezione ben presto gli viene impartita: quella della responsabilità. Attraverso il senso della responsabilità — che fa sicuri di fronte all’imprevisto e fa magnificamente superare gli ostacoli — il giovane ottiene un esatto controllo di sé medesimo: controllo che gli permette oggi di porre la sua personalità nei confronti delle situazioni, che gli permetterà domani, se munito della necessaria preparazione, di assolvere agli eventuali compiti di direzione a lui affidati.

Incontro alla società.

E’ così che il giovane prosegue nella sua preparazione. Ancora una volta constatiamo come essa sia graduale. Ed è assolutamente necessario che avvenga in tal modo perché unicamente così nulla di quello che di spirituale già è stato acquisito viene in seguito perduto. Il giovane ormai si sente responsabile, ma non di meno tutelato e sa che questa tutela si traduce in vigile assistenza, tale da permettergli, senza dannose lacune, il passaggio dalla famiglia alla società. E qui nuovamente insistiamo col dire come l’elemento familiare ugualmente sussista anche in quest’ambito sociale. Il giovane deve avere ormai compreso il senso etico della famiglia, quello che essa ha significato e significa per lui, il vincolo perenne che ad essa lo lega. La famiglia è alla base dell’ordinamento sociale. E mentre quella è nella sua essenza facilmente ed in un unico modo individuabile, questo più difficile appare ad essere esattamente stabilito nel suo vero atteggiamento. La concezione di società è infatti tra le più ampie e senza confini precisi: perché essa si confonde nelle sue più intime origini con l’idea della famiglia e s’identifica, nella sua più alta espressione, con quella della Nazione. Questa posizione intermedia rende ambigua la concezione di società, quindi è per essa opportuno un tentativo di definizione: o meglio più necessario è comprendere quale aspetto della società maggiormente interessi alla nostra indagine. Perché sono varie le manifestazioni della società: da quella fisica, a quella ideale, a quella politica. E’ appunto la manifestazione politica quella che sembra a noi d’una specificata importanza. Essa è qualcosa che non dimentica l’individuo, ma anzi fa di esso il proprio elemento principale e tuttavia lo sorpassa, senza dimenticarlo, ma superandolo nei risultati. Se la manifestazione fisica della società può ad esempio consistere nell’esistenza della massa, la manifestazione politica è qualcosa di più categorico ed insieme di più delicato. Perché la società, considerata da questo punto di vista, assorbe sì gli appartenenti in una maniera totale, ma in nessun modo ne trascura le individuali possibilità e le inevitabili esigenze. Ancora è da notarsi come il giovane solitamente pervenga alla conoscenza della società animato da grande amore: a questo amore l’esercizio costante dell’ubbidienza e della responsabilità hanno aggiunto il senso della disciplina. Essa è una meravigliosa formatrice della volontà: e l’importanza della volontà risulta massima nell’ambiente sociale. Perché esso domanda assolutamente uno sforzo di miglioramento, che non è solamente proteso alla conquista dei posti migliori, ma bensì alla completa valorizzazione delle proprie energie spirituali. La lotta non è dunque per un immediato vantaggio personale: nella società ben presto il giovane deve comprendere com’egli non debba lottare per vivere, ma debba lottare unicamente per meritare, per potenziare in sé la propria personalità. Questa lotta viene anzi, in ultima analisi — perché generale e di tutti — a tradursi in collaborazione. Il giovane sente che a concorrere in sé — a formare l’uomo — vi sono varie forze, alcune già in atto, altre potenziali: esse sono, oltre quella della famiglia, quella della politica, economia, religione, santità e guerra. Si giunge così all’esistenza integrale dell’uomo Fascista — da Mussolini così appunto definito, — che è politico, economico, religioso, santo e guerriero. E tra il santo ed il guerriero non esiste avversità: ma tanto più l’uomo è guerriero quanto più è santo, e tanto più è santo quanto appunto egli è guerriero. Lentamente, ma sicuramente il giovane deve sentirsi così formato. Con lo spirito interamente disposto a donare. Riguardo a certe manifestazioni può però accadere che lo danneggi il suo stesso entusiasmo. Perché la conoscenza della società è spesso — in un primo tempo — dolorosa: mentre richiede immensi sacrifici, dapprima con ben poco contraccambio. E’ un tributo necessario che deve essere pagato. E’ generalmente a questo punto che possono venir valutati l’altruismo e la generosità del giovane. Anche la società deve essere meritata. Mentre l’individuo s’era dapprima equilibrato nell’ambito della famiglia — e questo equilibrio gli era allora indispensabile perché ancora egli non aveva completato la propria conoscenza — così che interveniva una naturale corrispondenza tra quello ch’egli dava e quel che riceveva, nell’ambiente della società questa corrispondenza può non esistere. Quantunque la situazione sia passeggera può tuttavia suscitare conseguenze nocive: come quella che il giovane si ripieghi completamente su sé medesimo, sopravvaluti — erroneamente non considerandole come comprese — le sue potenze. Egli intuisce di fare del male pure e soprattutto a sé medesimo, ma ritiene essere questa l’unica possibile difesa, un gesto anzi di tacita ribellione. Se il giovane davvero si ritira su questo piano passivo, egli va in pratica considerato come uno spostato, un elemento completamente avulso dagli altri, presenti e attivi, e d’una totale inutilità. Questa situazione è pericolosa per tutti i giovani. Noi crediamo che essa si presenti a tutti ed è anche fatale come essa coincida col periodo dello sviluppo e della completa formazione fisica. E’ come una crisi necessaria che anch’essa ha il suo eminente valore di selezione per i migliori. Costoro anzi devono risolvere questa crisi senza eccessive difficoltà. E già gli educatori devono averla fatta loro prevedere così che essi vi giungano intensamente preparati: occorre cioè che l’individuo consideri ancora una volta la propria personalità sul metro delle esigenze sociali. Allora soltanto egli riuscirà a sorpassare l’infecondo risultato apportato dal calcolo di quel che si dà e di quel che si riceve: allora comprenderà che se — in linea normale ed a sviluppo spirituale completo — nessuno squilibrio dovrebbe da questo bilancio esser presentato, potranno sorgere però delle contingenze nelle quali tutto si deve donare ed è orgoglio soffrire e nulla deve essere richiesto. Oggi questa considerazione diviene assai più agevole per il pensiero di questa nuova realtà Fascista e Corporativa che si innesta sulla nostra vita sociale. Una grande conseguenza scaturisce dal fenomeno corporativo: l’idea di contratto, sul quale nessuno vuole abbandonare le proprie posizioni, si supera con quella di collaborazione, cosicché anche nel campo del lavoro una nuova giustizia s’instaura. E’ appunto questo senso nuovo di spirituale giustizia — che tutti rende uguali di fronte all’evidenza del lavoro — a dover sorreggere il giovane. Questo appare dunque il riflesso, la luce quasi religiosa, della concezione corporativa, quella che deve avvincere il giovane e fargli gagliardamente amare la propria esistenza nella società.

Nella realtà della Nazione fascista.

Perché se la società viene considerata dal punto di vista Fascista e Corporativo, allora essa totalmente si trasforma, poiché perde quell’indole cattiva e brutale che può talvolta assumere in particolari manifestazioni. La società diventa invece di una essenza nobile e d’un significato altamente etico, così da divenire un elemento ben più facilmente individuabile. Se aggiungiamo le nostre mirabili caratteristiche etniche a questo gruppo sociale e corporativo, lo vediamo decisamente evolversi e perfezionarsi nell’affascinante organismo della Nazione fascista. Oggi noi possiamo sicuramente dichiarare come fra tutti i gruppi, quello che presenta la massima necessità di affermazione sia appunto il gruppo nazionale. Oggi più che mai s’intende essere sulla Nazione impressa un’impronta eterna e sacra: perché la Nazione è sorta così, stabilita e destinata da Dio nei suoi inviolabili disegni. Ed è dovere di noi — creature di Dio — ottemperare con ossequio ai Suoi disegni. Il giovane deve dunque trovarsi nella Nazione perfettamente inquadrato. Considerando la Nazione ed il suo significato, egli dimentica e disconosce qualsiasi altro gruppo od organizzazione: questo che per lui avviene è un fenomeno naturale e spontaneo, anche se egli perviene alla comprensione di esso solamente attraverso un’intensa preparazione. Egli è ormai di una maturità completa, un individuo che può a buon diritto essere definito come proteso verso un’intima estrema potenza. Subito gli si manifestano degli imperativi nobili e categorici ai quali intende essere suo dovere rispondere. Perché — nella sfera della Nazione — la vita si manifesta davvero come una lotta: una lotta necessaria contro gli eventuali nemici ed una lotta non meno necessaria per essere veramente degni di sé medesimi e della Nazione. Perché la Nazione Fascista — va ricordato — è una realtà nuova, che non risulta di sovrapposizione ad altri elementi, ma che si afferma per virtù di creazione. E’ dunque una realtà viva ed operante, che s’impone e manifesta con l’evidenza dell’autorità. Ed a questa autorità potente della Nazione l’individuo deve contribuire, egli stesso appartenendovi con la sua attività ed essendone in parte manifestazione. Giustamente Benito Mussolini ha voluto affermare come il Fascismo non si preoccupi di ricostruire le forme della vita umana — essendo esse vane e transitorie, — ma il contenuto di essa: l’uomo cioè, il suo carattere e la fede. Perché il carattere — che consiste nella volontà e nel sacrificio — e la fede — che scaturisce da comprensione e da amore — sono intima essenza dell’uomo Fascista. Essenza eroica ed umana, che si manifesta nel rifiutare l’inerzia e ritrovare la massima esaltazione nella realtà della lotta, che ugualmente ama il dolore così come ama la gioia. Quando l’uomo possiede ed è animato da carattere e da fede, allora egli diventa parte operante e vitale della Nazione. Perché allora nasce ed esiste per lui l’insuperabile conforto di conoscere e concepire la vita e la morte esattamente, così come uno splendido dovere.

(Estratto da Preparazione spirituale dei giovani, a cura della Scuola di Mistica Fascista, Milano, 1936, pp.10 – 29)

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COSA FARE SUBITO! …dopo il distacco dal Sistema ecco la risposta immediata!

Concordia del Popolo - Biblioteca del Covo

“È una caratteristica di ogni civiltà in decadenza che le grandi masse del popolo non siano consapevoli della tragedia. L’umanità in crisi è generalmente insensibile alla gravità dei tempi in cui vive. Gli uomini non vogliono credere che i loro tempi siano malvagi, anche perché non hanno uno standard al di fuori di se stessi con cui misurare i loro tempi. Se non esiste un concetto fisso di giustizia, come possono sapere che è stata violata? Solo chi vive di fede sa veramente cosa sta succedendo nel mondo; le grandi masse di uomini senza fede sono inconsapevoli dei processi distruttivi in atto, perché hanno perso la visione delle altezze da cui sono caduti…”

(Arcivescovo Fulton J. Sheen)

Cari lettori della “Biblioteca fascista de IlCovo”, ogni autentico percorso di consapevolezza e crescita interiore, deve necessariamente sfociare nella presa di coscienza virtuosa che prelude ad una scelta di vita radicale. In due precedenti articoli (qui e qui) vi abbiamo riassunto il “COME Vivere dinamicamente“, e soprattutto il “PERCHE’ fare questa scelta di vita“. Adesso, è arrivato il momento di esprimere il nostro giudizio ribadendo “COSA fare concretamente“, alla luce proprio di tutta la nostra esperienza Associativa e dell’esempio ad essa legato.

Ebbene, dopo aver compreso che tanto l’Italia quanto l’Europa così come tutto il mondo cosiddetto “Liberale” si trovano in una condizione oggettiva di totale assenza di “sovranità” (qui), è una conseguenza logica rendersi conto che all’interno di tale cornice politica nulla possa essere concepito sotto il profilo dell’autonomia. Tutto ciò che ci viene “gentilmente offerto” quale quintessenza della “partecipazione democratica”, conduce inevitabilmente verso un unico sbocco: quello preparato dagli autoproclamatisi “padroni del mondo”. Non esiste nessuna possibilità che dentro lo stesso Sistema nei modi e secondo le regole già contemplate ed imposte dai messianisti pluto-massoni mondiali, vi sia la concreta capacità di opporsi veracemente allo status quo vigente, perché la stessa logica vuole che nessun organismo contempli ed accetti la propria distruzione e dunque permetta che essa possa essere attuata da chicchessia in nome di qualsivoglia ragione.

Soltanto la comprensione verace della logica che sovrintende al mantenimento degli equilibri funzionali al perpetuarsi continuo nei decenni dello stesso potere demo-plutocratico massonico, ci ha reso chiaramente capaci di capirne le dinamiche con largo anticipo, i “topos”, la propaganda da esso usata, la strumentalizzazione delle immagini create a bella posta nonché la concreta progettualità che si nasconde dietro le apparenze (qui e qui). E solo tramite una tale consapevolezza, appare chiaramente, ad esempio, come l’idea stessa che l’apice delle cosiddette “rivoluzioni” risiederebbe nell’uso della violenza, che quasi sempre si traduce in atti di vandalismo e teppismo urbano – non di rado preparati e cagionati proprio da organismi ufficiali o fiancheggiatori del potere costituito che ha perfezionato nei decenni la cosiddetta “strategia della tensione”! (qui) – dona “casualmente” sempre un destro alle sentinelle sistemiche capaci così di influenzare la pubblica opinione a proprio favore. Così come lo è l’agire in ossequio a tutti e singolarmente i pregiudizi ideal-tipici allestiti e diffusi pubblicamente dalle istituzioni dominanti, secondo le modalità attuate negli anni dagli pseudo-fascisti (e non solo da loro, ovviamente) a servizio permanente ed effettivo dello Stato antifascista (qui).

Avendo compreso tutto ciò, si devono necessariamente trarre le seguenti conclusioni:

  1.  Il vero cambiamento si trova al di fuori degli schemi etici, filosofici, politici ed economici imposti dal Sistema di potere vigente.
  2. La “vera rivoluzione” non si manifestata affatto nell’esercizio della violenza, nel richiamo al sovvertimento improvviso della società, nelle manifestazioni di piazza e tantomeno nella traduzione in atti violenti delle più varie “fobie”, o reazioni a caldo più o meno motivate, tutti espedienti indotti, non a caso, dal potere costituito dominante per poter poi esercitare “legittimamente” la propria repressione.
  3. La vera “messa in crisi” del Sistema pluto-massonico al potere si manifesta nell’impossibilità da parte dello stesso di categorizzare, secondo gli schemi ideal-tipici da esso stabiliti, coloro che vi si oppongono. Chi lotta veracemente contro il Sistema lo fa davvero pensando ed agendo all’opposto (appunto) degli schemi e dei “topoi” creati dallo stesso potere costituito.
  4. Ne consegue che, nel caso di chi avalla con la propria condotta tutti e singolarmente gli stereotipi elaborati dalle istituzioni sistemiche, facendone proprie le categorie politiche e del pensiero, si è di fatto in presenza di “agenti” (in senso letterale) sistemici, a mezzo dei quali non si potrà mai ed in nessun caso ottenere alcun autentico cambiamento positivo, in quanto detti agenti lavorano proprio per favorire la criminale società distopica della quale attualmente siamo prigionieri. Non importa se con dolo o con ignoranza

Soltanto avendo consapevolezza di tutto ciò si arriva a comprendere che, sebbene la SOVRANITA’ rappresenti un requisito essenziale, essa non può giammai essere declinata, sulla scorta di quanto proposto dai cosiddetti movimenti “sovranisti”, seguendo le false modalità del costituzionalismo di marca liberale anglosassone, imperniato sull’individualismo materialista, che di fatto ne abolisce le caratteristiche essenziali (qui) facendosi però scudo di “specchietti per le allodole fesse” suonando le sirene dei richiami elettorali e degli appelli referendari. Invece il perno attorno a cui ruota l’autentica Sovranità è costituito dai valori Religiosi, Filosofici e Politici che rappresentano realmente la nostra Civiltà nazionale, nel senso Romano-Cristiano del termine, dunque Fascista (qui). Ulteriore conseguenza dello sviluppo logico di tale ragionamento, sta nel fatto che nessuna Alleanza sarà mai davvero “anti-globalista” se non metterà in discussione i fondamenti di tale globalismo, che risiedono esattamente nei principi costituzionali dei sistemi razionalisti e materialisti che caratterizzano il cosiddetto occidente liberale e sui quali non mancano mai di esprimere la propria devozione incondizionata tutti i falsi oppositori allo status quo vigente. Così la vera e sola piattaforma Morale e Dottrinaria Comune di Collaborazione rispetto a tutti coloro che davvero volessero opporsi al Sistema mondialista globale, dovrà necessariamente essere incentrata, ripercorrendo la stessa linea tracciata da IlCovo, sulla negazione totale, completa, assoluta, del Costituzionalismo Razionalista e Materialista, quindi del Liberalismo e di tutti le sue filiazioni più o meno dirette, così come, conseguentemente, in modo del tutto naturale, nella Proposta di un Costituzionalismo – alternativo per fondamenti morali e finalità politiche a quello liberale tutt’ora imposto globalmente con la forza – che noi riteniamo essere rappresentato essenzialmente dai valori ideali della Dottrina del Fascismo.

Chiaramente, una scelta del genere, che noi riteniamo essere radicale, risolutiva nonché l’unica foriera di un cambiamento INTEGRALE genuino, si scontrerà sempre con la reazione del potere costituito, che può assumere a seconda delle circostanze, varie e diverse forme, attraverso tutte le sentinelle da esso piazzate nei gangli della Società, sempre pronte ad essere attivate a comando quando necessario. Noi stessi abbiamo sperimentato nel corso della nostra storia associativa, iniziata nel 2006, mosse e contromosse, fino alla reazione rabbiosa della persecuzione legale. Al riguardo si va dalla captatio benevolentiae all’infiltrazione, dall’attacco vile esterno, alle pugnalate alle spalle dall’interno, sino alla persecuzione giudiziaria pretestuosa. Tutto ciò, però, si manifesta soltanto quando ci si mostra davvero intransigenti nei Valori e nei Fini, di modo che tale aggressività subita funge così da cartina di tornasole in relazione alla validità del proprio modo di agire e pensare. In tal senso nulla si palesa più rappresentativo in merito alla giustezza della nostra scelta, quanto il crescendo di intensità degli attacchi a nostro danno che si sono susseguiti sotto i nostri occhi nel corso di questi 16 anni di attività!

La nostra proposta concreta, espressa da quando è nato ilCovo e lanciata a tutti coloro che sono animati sinceramente dal desiderio di farla finita con le prepotenze criminali dell’elite plutocratico-massonica globalista, si appella certamente ad associare una forza idealmente trasversale, ma il cui prerequisito indispensabile, pena la sua totale inefficacia, deve essere di negare in toto il costituzionalismo razionalista e materialista messianico e proporre un Costituzionalismo alternativo – che per noi è certamente quello Fascista – che possa far approdare ad una nuova Assemblea Costituente, per ripristinare l’unica vera Sovranità che possa esistere in Europa: quella Romano-Cristiana, perno della Civiltà Fascista (qui). E noi riteniamo che la nostra Associazione abbia tracciato con largo anticipo sui tempi la via da seguire. Dunque, uniamoci sotto il segno della Croce e del Fascio, i simboli che caratterizzano da millenni la Nostra Storia, le nostre radici, il nostro futuro!

IlCovo

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IL CONCETTO DI AUTORITA’ NEL REGIME FASCISTA!

D.I.F.C.O. - Biblioteca del Covo

… “tutto il sistema sindacale e corporativo italiano è fondato su di una perfetta scala gerarchica di scelta di dirigenti delle Associazioni sindacali, mercé la quale dal singolo produttore, considerato nella sua individualità di cittadino della Nazione, si sale man mano, attraverso le varie Associazioni Sindacali periferiche e centrali e attraverso le Corporazioni, fino ai supremi organi sovrani dello Stato Fascista Corporativo, penetrando così nell’intimo ordinamento dello Stato e avvicinandosi a quella concezione totalitaria di democrazia fascista voluta da Benito Mussolini, per la quale tutto il popolo si sente Stato.”…

Differenza tra arbitrio e comando

Prima di addentrarci nell’esame dei principi di autorità e gerarchia riteniamo opportuno accennare all’essenza dell’atto derivante dall’autorità : Il comando. Ogni autorità è tale in quanto comanda ed esplica questo comando in quanto ha la possibilità pratica di esplicarlo. E fin qui nulla da discutere. Veniamo quindi al lato etico del comando. Un comando perché sia veramente tale necessita di due caratteristiche : la prima è che sia fondato su di una autorità etica ossia politicamente giusta ; la seconda è che lo specifico comando non sia di per sè stesso immorale. Quando il comando è immorale ovvero non emana da una autorità indiscussa sia eticamente che politicamente, allora non è più comando, è bensì arbitrio. Eccoci così alla differenza tra comando ed arbitrio, sulla quale è altresì fondata la differenza fra autorità legittima e autorità illegittima. O meglio, se si vuole essere più chiari, bisogna precisare che può esistere una autorità illegittima per la sua stessa essenza e la sua nascita, ed allora ogni comando che da essa emana è di per se stesso un arbitrio; può altresì esistere una autorità nata legittima e che diventa illegittima per avere emanati e per emanare continuamente comandi immorali che rappresentano senz’altro veri e propri arbitri. Dal che si ricava la logica conseguenza che un’autorità per essere veramente tale non basta che abbia una creazione ed una essenza legittime e quindi etiche, bisogna altresì che detta autorità non commetta arbitri. Eccoci così allo sviluppo della definizione di autorità. Ogni autorità è tale in quanto comanda ed è tale in quanto sappia comandare. Da quanto esposto fin qui risulta chiaro il modo pratico per controllare « il saper comandare » nel concreto esame di legittimità ed eticità di ogni singolo comando. Questo « saper comandare », oltre che « a posteriori » va, però, valutato anche « a priori », nel senso che bisognerà altresì vedere se l’autorità ha una struttura che le consenta di sapere emanare veri e propri comandi. Possiamo così, precisare, per ora in modo molto sintetico, che l’autorità va concepita in senso etico-politico e che è fondata sulla possibilità di sapere emanare comandi. Un’autorità che emani arbitri non è più autorità nel senso vero e proprio della parola.

Certezza dei propri diritti e conoscenza dei propri doveri

Per individuare a fondo l’essenza dell’autorità bisogna precisare il concetto di arbitrio.
Cos’è l’arbitrio? In linea particolare un atto non conforme alla morale e contrario alle leggi in vigore. In linea generale si parla di arbitrio tutte le volte che non si è nelle condizioni di conoscere i propri diritti e i propri doveri. Eccoci così pervenuti all’essenza suprema dei concetti di autorità e di libertà, al punto di incontro di questi due principi erroneamente ritenuti da molti scrittori come antitetici; lo sbocco ultimo di ogni Stato, la perfezione del concetto di autorità e l’aspirazione di ogni individuo anelante verso la libertà, sono la conoscenza dei propri diritti e la precisazione dei propri doveri, ossia con parole più tecniche « la certezza del diritto ». E’ questa la grande conquista dello Stato Moderno. Negli Stati liberal-democratici sono i più forti (traduci in concetti moderni: i più ricchi) quelli che comandano: il che tratto in termini concreti significa che nei Regimi liberal-democratici non sono i gerarchi politici a comandare secondo precise norme giuridiche, bensì comandano i gerarchi plutocratici in base ad atti del tutto arbitrari in quanto contrari alla morale ed al diritto. Invece, la libertà dell’individuo è necessariamente connessa alla struttura ed all’attività dello Stato, in quanto la libertà va concepita non « a priori » dello Stato, ossia come presupposto dell’ordinamento giuridico, bensì essa è una conseguenza diretta dello Stato. Insomma il problema non è di libertà, ma di responsabilità da parte dei preposti al governo dello Stato: è, dunque, un problema di limiti fondato necessariamente su disposizioni legislative dettanti precise forme di controlli dall’alto e dal basso. Siamo, così, tornati alle origini : il popolo che finalmente conosce bene quali atti può commettere e quali no, il popolo che sa di avere a capo un’autorità che può e sa comandare senza influenze esterne e senza deleterie deviazioni e quindi un’autorità che non commette arbitri, il popolo che conosce le vie legittime per mettere in discussione un determinato comando, non ha nessuna ragione etica e nessun concreto interesse di commettere arbitri danneggiando così l’autorità. Il problema è complesso; è un problema di disciplina, d’istruzione, di fede, di consenso e di ordine.

Disciplina

Benito Mussolini ha affermato all’Assemblea Quinquennale del Regime del 10 marzo 1929-VII : « la disciplina deve cominciare dall’alto se si vuole che sia rispettata in basso ». Ed in questa affermazione è sintetizzato il concetto di disciplina. Disciplina è ubbidienza non soltanto a singoli comandi concreti in quanto emanati da autorità, ma è anche obbedienza alle supreme leggi del vivere. Disciplina è suprema condotta di vita, condotta ispirata a dignità e che si fonda sulla sicurezza della vita: disciplina significa dignità e sicurezza. La disciplina è, quindi, uguale per tutti, ad essa debbono ispirarsi capi e gregari, autorità e popolo. La disciplina non può essere cieca, ignara, non ragionata. Certo in ognuno deve essere radicata una spontaneità innata di disciplina, ma detta disciplina non può essere un concetto oscuro e non precisato, bensì deve essere un fattore certo, che viene appieno afferrato dal cervello degli uomini, un fattore che viene sentito dai cuori e dalle coscienze come un quid necessario, in dispensabile al vivere. La consapevolezza della disciplina deve essere piena in ogni individuo. L’individuo deve sentirsi e sapersi disciplinato, non in forza soltanto di ataviche abitudini, bensì grazie a lunghi, secolari ragionamenti etici e sociali, i quali hanno nei secoli e nei millenni convinti, trascinati, esaltati gli uomini nella comprensione piena della necessità e bellezza sociale della disciplina. Così ognuno non deve sentirsi obbligato alla disciplina, ma deve sentirsi convinto e contento di essere disciplinato.
Nessuno può sapere comandare se non abbia prima appreso ad ubbidire, ossia a conoscere bene ed ubbidire ad una legge morale, che gli serva da suprema direttiva nella vita e da titolo per la propria autorità. La disciplina è comando e ubbidienza, è fraternità e solidarietà, è vibrazione di sentimenti e norma produttiva di condotta, è fervore amoroso ed anche superamento di contrasti, è distinzione di spiriti e di intelligenze, è comprensione di responsabilità, è consapevolezza alla compartecipazione della personalità nazionale. La disciplina diventa livellazione servile di spiriti, culto interessato di capi ed impedimento di valorizzazione di capacità, quando non è fondata sulla istruzione e sulla fede.

Istruzione

Il fine supremo dello Stato è sintetizzato da Benito Mussolini nella lapidaria affermazione che « bisogna introdurre il popolo nella cittadella dello Stato ». Ecco il punto di incontro tra autorità e libertà. Lo Stato non è nè può essere concepito come un quid avulso dal popolo, ad esso sovrapposto e verso il quale il popolo deve sempre trovarsi in continua soggezione, il popolo, invece, deve sentirsi Stato e per sentirsi Stato deve comprendere l’essenza dello Stato, e per comprendere questa essenza deve avere la necessaria cultura storica e spirituale: il popolo deve essere istruito il più possibile. Infatti, questo, per quanto tenuto nell’ignoranza, sviluppa man mano le proprie qualità comprensive, acquista esperienza, trova qualche spirito elevato che si vota al sacrificio ed anche al martirio per istruirlo su determinati concetti, viene, alfine, illuminato sulla propria natura e sui propri diritti e doveri. Si perviene così alle svolte, ai sovvertimenti ed alle rivoluzioni. Ed ecco la ragione storica della grande conquista moderna: la consapevolezza della necessità di istruire ed istruire sul serio il popolo. Ogni sana e feconda democrazia vuole che il popolo comprenda appieno l’essenza statale ed abbia piena possibilità di esprimere dal proprio seno i dirigenti dei supremi organi statali. Questo fine può essere raggiunto soltanto con un’adeguata istruzione. Ma mentre per il liberalismo la qualità di cittadino era per l’uomo fine a se stesso, per il Fascismo essa è il mezzo indispensabile per contribuire allo sviluppo del corpo sociale. Tuttavia non basta, poiché affermiamo recisamente la fede. La fede non può ne deve essere cieca, ma, non trattandosi del campo religioso, deve essere soprattutto fondata sulla piena comprensione dell’essenza della propria fede.

Fede

Abbiamo parlato prima dell’istruzione e poi della fede appunto perché la fede nello Stato, ente terreno, non può essere cieca, bensì deve essere soprattutto ispirata alla comprensione piena dei fini statali.
Il popolo deve dapprima comprendere e poi sentire appieno la necessità e bellezza dello Stato. E’ indispensabile una fede consapevole, e tale consapevolezza non può essere fondata che sulla conoscenza la quale si acquista necessariamente con l’istruzione. Secondo la concezione liberale fine ultimo dello Stato è la creazione del diritto; secondo la concezione fascista, invece, il diritto è l’espressione della volontà dello Stato, e il mezzo con il quale lo Stato consegue, mantiene e accresce la concezione collaborativa fra tutte le forze sociali esistenti nella Nazione, indirizzando queste verso la conquista della civiltà, della giustizia, della cultura e della ricchezza.
Una delle fondamentali basi del principio di autorità cardine dello Stato, è appunto la fede illuminata del popolo nei propri destini, destini che debbono necessariamente coincidere con i fini statali. Occorre per lo Stato una giustificazione etica che lo avvalori presso il popolo: bisogna, insomma, afferrare appieno il sentimento dello Stato. A loro volta le autorità debbono possedere al grado superlativo detto sentimento dello Stato, riconoscendo come assolute le leggi politiche e le norme morali dettanti i fini ultimi e la concreta attività del vivere civile. Siamo così di fronte ad un circolo chiuso: lo Stato per essere ben governato necessita di salde ed illuminate autorità, queste non possono essere fondate che sul consenso del popolo, il quale consenso si basa da una parte sulla conoscenza dell’essenza statale e dall’altra sulla fede che deve animare ogni componente della collettività nei fini statali. L’autorità si basa, dunque, sul popolo, del quale deve conquistare il consenso. Il popolo, a sua volta, non si ripiega nella esclusione comprensione e affermazione dei singoli individui nella loro qualità di cittadini, bensì si innalza nel nome sacro della Patria comune, dello Stato-Nazionale. In tal modo il popolo si afferma e potenzia soprattutto nella piena comprensione della propria personalità nazionale, personalità animata da una fervida fede.

Consenso

Come già abbiamo rilevato il consenso del popolo deve essere necessariamente illuminato dalla conoscenza dello Stato e dalla fede nei supremi fini statali. Quando il popolo nella sua essenza di unità sociale e di componente dello Stato afferra il sentimento dello Stato e comprende appieno le necessità strutturali del regime statale, allora con la comprensione totale dei suoi doveri ha altresì la conoscenza dei propri diritti. Il popolo istruito ed armato di fede consapevole ha la possibilità di saper distinguere sia la linea di governo retta da quella errata e sia il buon governante dal cattivo. Non può, quindi, nè deve prescindersi nella scelta delle autorità dal tenere conto dei desideri, delle aspirazioni, delle preferenze del popolo: elemento essenziale per esplicare il potere di comando è la conquista del consenso del popolo. Abbiamo parlato di « conquista », appunto perchè non siamo fermi alla concezione liberale della sovranità popolare, nel suo significato di elezione e di necessaria scelta dal basso. Il consenso può essere sia « a priori » che « a posteriori ». Le sue manifestazioni sono molteplici. Vi è il tradizionale sistema elettivo con tutti i suoi pericoli e i danni che in molti casi esso può arrecare se non applicato cum grano salis. Vi è la semplice designazione del popolo e la nomina da parte della suprema autorità statale. Vi è la nomina dall’alto senza designazione dal basso, ma in questo caso è necessario che il nominato dall’alto dimostri in modo concreto ed indiscutibile di avere saputo conquistare il consenso dal basso per potere continuare nell’esplicazione del suo potere di comando; il che significa che occorre dare al popolo piena possibilità di esprimere il suo consenso o il suo dissenso sulle autorità scelte senza preventiva designazione popolare. Insomma, la perfezione tecnica dello Stato ha fissato oggi il concetto salutare che, secondo le norme eterne dei supremi princìpi del vivere sociale, potere ed autorità non possono che scendere dall’alto. Nello stesso tempo, però, lo sviluppo della cultura, con la conseguente benefica estensione della fede nei fini statali, ossia della generale comprensione del sentimento dello Stato, ha vieppiù rafforzato l’eterno concetto che il consenso, indispensabile ad ogni autorità che vuole governare, sale dal basso, dal popolo, del quale si valuta la propria essenza etica non più e non tanto secondo vecchi concetti liberali sulla cittadinanza, bensì e soprattutto nei riguardi dell’apporto produttivo allo sviluppo spirituale e materiale dello Stato. Quindi a differenza del liberalismo che aveva una concezione atomistica del cittadino come fine a sé stesso, il Fascismo considera il cittadino nella sua essenziale qualità di mezzo per il raggiungimento dei supremi fini statali.

Ordine

Tutti i principi fin qui esposti mirano soprattutto a dimostrare che per l’autorità occorre l’ordine spirituale e pratico. Benito Mussolini all’Assemblea Quinquennale del Regime del 10 marzo 1929-VII afferma che « L’ordine è una delle basi dell’autorità » e precisa che « ordine significa vedere chiaro in tutto, ristabilire il controllo, garantire la convivenza ». Primo aspetto del problema è la parte spirituale dell’ordine: vedere chiaro in tutto. Il che significa che l’autorità deve essere esercitata dai migliori, da coloro che siano appieno consapevoli dell’essenza dello Stato e dei suoi supremi fini, da coloro che sappiano dettare le leggi benefiche e ne sappiano altresì imporre il rispetto. Primo elemento, quindi, per conseguire l’ordine è la scelta di buoni governanti. Veniamo alla seconda affermazione di Mussolini: ristabilire il controllo. In merito bisogna riferirsi sia al controllo dall’alto, ossia l’autorità deve avere la possibilità di emanare comandi che siano osservati, e sia al controllo dal basso, ossia il popolo deve avere piena possibilità di esprimere il proprio consenso od il proprio dissenso. L’ultima affermazione: garantire la convivenza, vuole dire che occorre costruire una determinata struttura, un ordine armonico, in cui ognuno abbia assegnate determinate attività, conosca bene i propri compiti; insomma l’ordine pretende la creazione di una scala gerarchica di attribuzioni fondata sul valore personale, sulla competenza e sulla conoscenza dei fini statali. In tal modo ad ogni componente del popolo viene riconosciuto un punto iniziale di partenza; dal quale, mercè un processo organico ed ordinato di valorizzazione ascensiva, egli ha la possibilità di percorrere una scala gerarchica che lo conduce verso l’autorità. All’autorità si perviene, dunque, in virtù di qualità e benemerenze personali, essendo la gerarchia fascista soprattutto una gerarchia di competenze.

(Estratto da “Princìpi di Diritto fascista, autorità e gerarchia”, Roma, 1940, pp. 27-37)

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