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FASCISMO, ASSISTENZA E PREVIDENZA SOCIALE!

     

La novità rappresentata dalla concezione politico-sociale spirituale di tipo organicista, totalitaria e unitaria espressa dal Fascismo, da sempre tende ad essere misconosciuta e / o fraintesa da tutti i soggetti che a vario titolo si occupano di tale fenomeno politico rivoluzionario. A causa di tale mancata comprensione, si perdono di vista i capisaldi principali espressamente richiamati nella Dottrina ufficiale del P. N. F. rappresentati dal peculiare concetto della Nazione italiana sviluppato dal movimento politico mussoliniano, nonché dalla particolare forma dello Stato Etico Corporativo Fascista, in cui a sua volta si realizza esclusivamente ed integralmente la Nazione stessa; due termini indivisibili, autorevolmente riuniti nella lapidaria definizione espressa nella “Carta del Lavoro“:

La nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E’ una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello stato fascista.

Tale Stato Fascista, riconosce che l’unità di base storicamente a fondamento della cittadinanza, dunque della sua esistenza terrena, è rappresentata dalla Famiglia che, pertanto, viene tutelata realizzando una concreta giustizia sociale, interpretata realisticamente nei termini di una riduzione graduale delle distanze fra le classi all’interno dello stato medesimo. Ma, come espressamente affermato nel “Dizionario di Politica” del P.N.F., va sottolineato chiaramente che si tratta pur sempre ed esclusivamente dello Stato Fascista, nel quale, a differenza di quel che avviene nello stato liberal-democratico o in quello socialista, “ il popolo fascista non vede un distributore di beni materiali, ma un valore ben più alto e sublime: una manifestazione dello spirito, un assoluto di volontà e di potenza, il portatore della civiltà del secolo nuovo.” Solamente partendo dalla comprensione di una tale specifica visione del mondo è possibile comprendere il senso, la portata storica ed il giusto valore politico da attribuire allo sviluppo dei concetti di assistenza e previdenza sociale nonché al voluminoso corpo di leggi ad essi legate e promulgate dal regime mussoliniano per la  Difesa Sociale del popolo, di cui qui alleghiamo gratuitamente un sunto realizzato dal Partito Nazionale Fascista, pubblicato nel ventennale della Rivoluzione delle camicie nere. Soltanto in virtù della comprensione dell’organicismo etico totale-unitario espresso dal Fascismo può essere chiaro il perché dei timori incontrollati che esso suscita ancora oggi, ad oltre 70 anni dal suo annientamento militare, nei pavidi e corrotti governi delle criminali demo-plutocrazie massoniche del cosiddetto occidente. Il regime popolare, nazional-totalitario di Mussolini innegabilmente realizzò in 20 anni quel che 62 anni di liberalismo monarchico non erano riusciti mai a fare prima ed oltre 70 anni di democrazia antifascista a guida statunitense non sono mai riusciti nemmeno ad eguagliare dopo! …leggete e meditate, se ne avete il coraggio!

IlCovo

L’ASSISTENZA E LA PREVIDENZA SOCIALE NEL REGIME FASCISTA

ASSISTENZA. — Espressione della solidarietà della società organizzata. Funzione prevalentemente statale e parastatale esercitata per curare in forma concreta, digni­tosa, coordinata, la sanità fisica e morale della stirpe, per predisporre la capacità al lavoro e per organiz­zarne la tutela, al fine ultimo di conservare e potenziare l’efficienza umana della nazione.

Al contrario della beneficenza (v.), intesa come aiuto momentaneo e materiale al povero e all’inabile al lavoro, dato per puro sentimento di carità, l’assistenza agisce per l’energica tutela dei valori nazionali e, quindi, in funzione di quegli stessi ideali di giustizia e di potenza che sono alla base dello stato. Essa tende allo sviluppo simultaneo dell’ individuo e dello stato, in quanto il popolo, nella massa e nelle singole persone, costituisce appunto il corpo dello stato. L’assistenza così intesa è di impronta decisamente e originalmente fascista. Gli obiettivi della funzione assistenziale vengono fissati e realizzati con un complesso di norme e con la vasta azione di molteplici organi che assecondano e permeano la vita dell’individuo. Il Fascismo ha come suo caposaldo il principio che la prosperità sociale, il progresso della nazione e dell’umanità dipendono esclusivamente dalla formazione di uomini moralmente, fisicamente e intellettualmente sani.

Il Regime per l’infanzia. — In base a questo principio, lo stato fascista considera le generazioni che sorgono come il suo patrimonio più prezioso in quanto in esse si incarna il futuro. Perciò è protetta e difesa la madre, assistito il fanciullo, dalla nascita; incoraggiata ed elevata la nuzialità alla sua fulgida funzione famigliare e sociale ed aiutata con ogni genere di provvidenze; additata la natalità come un dovere, come una fonte di gioia e come un elemento di potenza, e circondata da tutte le cure. Attraverso l’Opera per la maternità e l’infanzia (v. INFANZIA) viene provveduto alla protezione delle gestanti e delle madri bisognose o abbandonate, dei bimbi lattanti e divezzi appartenenti a famiglie bisognose, dei fanciulli fisicamente e psichica­mente anormali, dei minori materialmente e moralmente abbandonati e dei traviati o delinquenti minorenni. A dimostrare la grandiosità di questa istituzione basta pensare che già nel 1935 esistevano in Italia ben 9904 consultori, asili—nido, refettori; che circa mezzo milione di madri e gestanti e un milione e mezzo di bambini bene­ficiavano dall’assistenza igienico—sanitaria dell’Opera. Esiste, poi, tutto un complesso organico di leggi sulla educazione e sulla preparazione della giovinezza, con il metodo di un regime totalitario e con il fine di una Italia totalitaria in tutte le sue categorie sociali e in tutte le molteplici attività di grande nazione. La Gioventù italiana del Littorio svolge un’azione continua di pedagogia fascista, attraverso marce, esercitazioni, campeggi, gare, riviste, scuole, premi, ricom­pense. « Libro e moschetto » è la sintesi felice di un metodo, di un’azione, di un fine. Il Partito nazionale fascista ne integra l’opera attraverso l’organizzazione delle colonie climatiche, marine, montane, elioterapiche, fluviali e termali. Nell’anno XV circa 800.000 bambini sono stati inviati in 3821 colonie. L’ammissione dei piccoli ospiti avviene dopo un’accu­rata visita medica. Lo stato di gracilità, di pallore, deperimento, il rachitismo, la deficienza o l’esagerazione di grasso, lo sviluppo muscolare, lo stato della dentatura, la presenza o meno dell’ ipertrofia nelle tonsille, di rinite, di blefaro‑congiuntivite, le condizioni di nutrizione, di debolezza, ecc., hanno l’attenzione più costante dei dirigenti e dei sanitari, affinché dal complesso della vita in colonia, mediante aria libera, sole, nutrizione adatta, esercizi consoni, si ottenga la correzione delle eventuali deficienze dello sviluppo di organismi in crescenza.

Il Regime per la tutela dei lavoratori. — Quando l’individuo è divenuto adulto e idoneo al lavoro, mentre continuano le provvidenze sanitarie contro le malattie della popolazione indigente (condotta medica, ostetrica e farmaceutica, della quale usufruiscono oltre quattro milioni e mezzo di persone l’anno), il Regime attua con forma concreta, organizzata, coordinata la funzione di disciplina e di tutela del lavoro. Lo stato fascista, nel suo profilo di stato corporativo, al principio della dispendiosa, pericolosa e antisociale lotta di classe come unica arma in mano al proletariato contro gli altri ceti della nazione, ed a quello di riduzione di ogni fatto politico e sociale ai termini del puro materialismo economico, ha sostituito il principio della collaborazione delle categorie, considerate come fattori della produzione, ed ha inserito nel movimento per la elevazione dei meno abbienti quelle aspirazioni di miglioramento morale e intellettuale che il socialismo aveva lasciato sopraffare dalle finalità più grettamente egoistiche. Il Fascismo ha introdotto fra lavoratori e datori di lavoro l’idea della equità del contratto, determinando net­tamente il concorso dei fattori dell’opera della produzione e la parte spettante a ciascuno (v. SALARIO CORPORATIVO). Al principio riguardante il salario fanno logico corollario norme precise sul lavoro notturno, sul riposo settimanale, sulle ferie pagate, sull’ indennità di licenziamento, sul periodo di ferie, sulla disciplina aziendale, sulla tutela del lavoro a domicilio (capo II della Carta del lavoro). Gli uffici di collocamento e i libretti di lavoro identificano la vita e la capacità professionale del prestatore d’opera per attuare un’organizzazione sempre più efficiente nel lavoro e una disciplina sempre più razionale nella domanda e nella offerta di mano d’opera. Il problema della previdenza (v.) viene prospettato in modo organicamente completo, affermandosi che essa è una manifestazione del principio di collaborazione (ultimo capo della Carta del lavoro), ai cui oneri debbono pro­porzionalmente concorrere datore e prestatore d’opera. Le associazioni dei lavoratori debbono tutelare i loro rapporti nelle pratiche relative alle assicurazioni sociali (v.) e a quelle sugli infortuni. Lo stato fascista, poi, si propone il perfezionamento ed il miglioramento delle assicurazioni infortuni e mater­nità e delle assicurazioni contro le malattie professionali e tubercolari, come avviamento alla assicurazione generale contro tutte le malattie, il perfezionamento delle assicu­razioni contro la disoccupazione involontaria e l’istitu­zione di speciali premi dotali per i giovani lavoratori. Inoltre è diritto e dovere delle associazioni sindacali l’assistenza ai propri rappresentati; esse debbono curare l’educazione e l’istruzione, specie professionale, dei loro rappresentati, affiancando l’azione dell’Opera nazionale dopolavoro e delle altre iniziative di educazione. Le Confederazioni, nel quadro della tutela delle cate­gorie che rappresentano, esercitano una specifica funzione di assistenza, mediante appositi servizi cui sono prepo­ste le assistenti sociali, diplomate nella Scuola superiore fascista di assistenza sociale, fondata in Roma e gestita dal Partito nazionale fascista. Per estrinsecare quei principi educativi e morali che il Fascismo pone come doveri essenziali al disopra della pura e semplice elevazione materiale, agisce l’Opera nazionale dopolavoro (v. DOPOLAVORO). Mentre le manifestazioni ricreative degli altri paesi sono ricreative soltanto nel senso materiale della parola e sono ristrette nella cerchia dell’azienda e della fabbrica, l’Opera nazionale dopolavoro è caratterizzata dall’orga­nicità del suo totalitarismo di fatto e di principio, dal suo intimo legame con le più complesse forme di attività del Fascismo, in ogni campo di vita e di lavoro, nell’ar­monico insieme di manifestazioni e di provvidenze, che le danno un carattere estetico oltre che utilitario, educativo oltre che ricreativo. Con tale mole di fini e tale imponenza di mezzi, il ser­vizio assistenziale si pone come una delle più importanti funzioni dello stato fascista.

(Estratto da Dizionario di Politica a cura del P.N.F., Roma, 1940, vol. I, pp. 216 – 217)

1). La Previdenza: concetto e sviluppi storici

Il concetto di previdenza è con­nesso al concetto di rischio. La previdenza si manifesta, infatti, come predisposizione di mezzi atti a neutralizzare o ad attenuare gli effetti di un evento dannoso che si teme possa avverarsi in futuro. E poiché, nella maggior parte dei casi, gli eventi dannosi hanno aspetti economici, la previdenza si manifesta mediante la predisposizione di presidi economici. Tale predisposizione può avvenire nella forma del rispar­mio oppure nella forma assicurativa o previdenziale in senso stretto. Nella prima forma il modo di costituzione di un presidio contro l’evento dannoso è strettamente indi­viduale, mentre nella seconda si ha un sistema associa­tivo nel quale la probabilità di rischio si ripartisce su un certo numero di persone ad esso esposte, la probabilità individuale del danno si suddivide e il costo unitario del presidio contro il rischio si abbassa in misura molto note­vole. È evidente come il sistema assicurativo costituisca una forma più progredita del sistema del risparmio. Spetta all’Italia il merito di aver dato vita alle prime forme assicurative e quindi di aver iniziato la diffusione nel mondo del principio previdenziale. Tracce, sia pure vaghe ed incerte, di forme assicurative si ritrovano anche altrove ed anche in epoche assai remote, ma le prime iniziative concrete in questo campo sorsero nel basso Medioevo, nelle città marittime italiane i cui traf­fici dominavano allora i mari d’Europa: e tali prime forme assicurative chiaramente individuali ebbero appunto lo scopo di garantire i mercanti contro i rischi gravissimi ai quali erano esposte le mercanzie durante la navigazione. Si trattava quindi di un rischio riguardante le cose; più particolarmente, i beni mobili, oggetto di commercio, durante la fase più rischiosa del loro trasporto. Gradualmente dopo l’assicurazione trasporti, che si sviluppava di pari passo con l’assicurazione delle    navi stesse, si diffusero nelle città marinare e nei centri commerciali d’Europa altre forme assicurative sulle cose soggette ai rischi connessi ai traffici. Si cominciò ad assicurare (contro l’incendio, ad esempio) anche la merce depositata nei fondachi e, più tardi, in blocco, la merce e l’intero magazzino: dai beni mobili l’oggetto dell’assicu­razione comincia così ad estendersi ai beni immobili. Ma intanto il principio assicurativo si estendeva anche in un altro senso, rilevantissimo: quello della garanzia contro i rischi che minacciano la persona. Anche in questo campo le prime iniziative sorsero nella rischiosa vita marinara, dove nacquero infatti l’assicura­zione sulla vita dei mercanti che viaggiavano a bordo e, via via, altre forme assicurative aventi per oggetto le paghe dei marinai, il valore del corredo, quello delle armi e delle vetto­vaglie, ecc. Queste prime forme di assicurazione, soprattutto per quanto riguardava i rischi inerenti alle navi, si attuavano prevalentemente col sistema mutualistico: erano, per esem­pio, i proprietari delle navi di una determinata città mari­nara che si impegnavano ad indennizzare con quote eguali il consocio che, per naufragio, atto di pirateria o altra causa, avesse perduto la nave. Ma, evidentemente, in un’epoca posteriore, la moderna e febbrile attività produttiva, la dif­fusione illimitata delle relazioni commerciali, l’entità degli interessi economici resero insufficiente la forma mutualistica e dettero invece uno sviluppo grandioso al sistema indu­striale del grande istituto assicuratore che ha rapporti diretti con coloro che intendono premunirsi contro un rischio che minacci le cose o le persone. Infatti, anche le forme assicurative contro i rischi che minacciano direttamente la persona fisica si erano moltiplicate e diffuse. Sorgono così potenti istituti di assicurazione, accanto ad istituzioni a carattere mutualistico; essi vanno consolidan­dosi con l’incremento delle riserve e degli assicurati; la loro attività diviene sempre più regolare e sicura, grazie allo sviluppo della tecnica assicurativa e soprattutto della scienza attuariale che offre dati sempre più esatti sulla probabilità dell’avverarsi del rischio. L’organizzazione assicurativa si sviluppava poi, per così dire, in due sensi; in senso orizzontale, grazie ai rapporti allacciati fra le imprese che esplicano la loro attività in diversi paesi, e in senso verticale, grazie alla creazione di istituti rivolti a « riassicurare », con una forma superiore di ripartizione del rischio, gli istituti assicuratori in rapporto diretto con gli assicurati. Ma, nell’evoluzione del concetto assicurativo e dell’orga­nizzazione previdenziale, il momento più interessante e più importante, sia dal punto di vista economico sia da quello politico, è costituito dal sorgere delle assicurazioni sociali. Anche in questo campo non manca qualche prece­dente, non collegato però da una vera continuità storica e sostanziale con le assicurazioni sociali moderne: si tratta delle forme mutue fra i compagni e gli apprendisti delle antiche corporazioni o fra gli operai delle epoche più re­centi; organizzazioni associative intese a consentire, con il versamento di modeste quote individuali, un soccorso, anch’esso modesto, alle vedove o agli orfani, sussidi in caso di malattia o di disoccupazione, assegni di vecchiaia, soccorsi funerari. Con il sorgere delle assicurazioni sociali, il principio previdenziale dimostra la sua perfetta adat­tabilità al perseguimento d’intenti di carattere collettivo e quindi ha luogo il sorgere di istituti assicurativi aventi natura di enti pubblici. Le assicurazioni sociali o obbligatorie ebbero origine nell’ultimo quarto dello scorso secolo, quando i governi degli stati in cui più grave era la situazione nella quale lo sviluppo economico moderno aveva posto le categorie lavoratrici, creando la cosiddetta « questione sociale », inter­vengono con le prime forme rilevanti di tutela del, lavoro. Lo sviluppo industriale ed economico, in genere, dissocia i fattori produttivi, isola cioè il lavoratore « puro », colui che non può contare su altre fonti di reddito all’infuori delle ­sue braccia e lo pone in concorrenza con migliaia di lavo­ratori nelle stesse condizioni, e quindi lo pone in balia delle fluttuazioni dell’offerta di lavoro a salari che la stessa con­correnza operaia mantiene sempre ad un livello bassissimo. D’altro canto, lo stato non può effettuare un intervento organico nel campo economico perché i principi politici vietano ai pubblici poteri di comunque contrastare il libero giuoco delle leggi economiche. Ma lo spettacolo delle miserevoli condizioni delle cate­gorie lavoratrici, ad un certo punto, si impone e costringe lo stato a quelle forme di intervento che costituiscono il primo nucleo della legislazione sociale. Era parso in un primo tempo che i privati potessero, attraverso manife­stazioni di filantropia e di beneficenza, sopperire alle più gravi miserie che accompagnavano lo sviluppo del capita­lismo; senonché queste assumevano tale vastità ed aspetto da richiamare l’attenzione sempre più viva di studiosi, di filantropi ed anche di uomini politici, che denunciavano le condizioni veramente tristi delle categorie e chiedevano intervento dei pubblici poteri. A quest’opera illuminata di filantropi e di sociologi si accompagnava il risorgere di quelle associazioni di lavo­ratori che la rivoluzione francese si era illusa di potere sopprimere e che reclamavano in forma sempre più vivace e perentoria un miglioramento delle condizioni delle masse lavoratrici. Fu allora che, sia per un impulso di umanità sia per un calcolo politico rivolto a smorzare lo slancio rivoluzionario di queste nuove formazioni associative e, in genere, delle masse operaie, facile preda alla propaganda dei partiti estremisti, lo stato fu indotto ad intervenire, creando le prime forme di tutela del lavoro. Si deve quindi rilevare come, sotto un certo aspetto, le assicurazioni sociali e le altre forme protettive del lavoro sorgano quale conse­guenza di una transazione tra le forze organizzate del lavoro e quelle della borghesia, detentrici del potere economico e politico, quale concessione delle categorie dirigenti alle categorie lavoratrici, concessione che mira ad ostacolare il passo al socialismo dimostrando che l’organizzazione sociale vigente può offrire ai lavoratori vantaggi concreti in luogo delle chimeriche promesse della propaganda socialista. Le assicurazioni sociali nascono quindi come compromesso fra i principi agnostici, individualistici e di non intervento dello stato liberale e la sempre più imperiosa neces­sità di assistere e proteggere le categorie contro i danni cui l’organizzazione produttiva moderna e il moderno lavoro industriale le esponevano; di creare, in breve, ad esse migliori condizioni di vita. Le assicurazioni obbligatorie furono dapprima istituite in Germania, dopo un proclama famoso di Guglielmo II, con le leggi per le assicurazioni malattie (1883), infortuni (1886), e invalidità (1889). E le stesse circostanze che deter­minarono in Germania il sorgere della previdenza sociale comprovano appunto il carattere compromissorio e politico che ebbe agli inizi la legislazione previdenziale: in quell’epoca l’attività dei pubblici poteri era polarizzata in Germania nella lotta contro i partiti democratici e socialisti; Bismarck, trasformando i lavoratori in piccoli reddi­tieri o in piccoli creditori (pensionati e assicurati), mirava ad aumentare la massa di coloro che non avrebbero desi­derato una violenta e radicale modificazione dell’ordine pubblico ed economico vigente. Alla Germania fecero presto seguito l’Inghilterra, la Francia, l’Italia ed altre nazioni a più accentuato sviluppo industriale, imitate poi dalla maggior parte degli stati civili; cosicché oggi non vi è nazione nella quale non sia stato istituito almeno qualche ramo di previdenza sociale.

2). Primi sviluppi della Previdenza nell’Italia unitaria liberale

In Italia la prima attuazione nel campo della previdenza sociale si ebbe, dopo un periodo di discussioni, di voti e di progetti, con due leggi del 17 marzo e del 17 luglio 1898 (anno caratterizzato da una torbida situazione politico — sociale) che, rispettivamente, sanzionavano l’obbligo della assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e istituivano la Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai. Però, mentre l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, pure essendo circoscritta ad una parte dei lavoratori industriali, costituiva, grazie all’obbligato­rietà e al passaggio dell’obbligo del risarcimento dal datore di lavoro all’istituto assicuratore, una tutela già sufficien­temente ampia ed efficace del lavoratore, l’assicurazione introdotta dalla legge istituente la Cassa nazionale non era che una forma di assicurazione facoltativa, che soltanto veniva resa accessibile alle classi operaie ed incoraggiata mediante un contributo statale ad incremento delle pre­stazioni. A causa di tale carattere, l’assicurazione per l’in­validità e la vecchiaia ebbe un progresso praticamente irri­levante per un lungo periodo di anni. Qualche rapporto notevole ebbe luogo quando l’inscrizione fu dichiarata obbligatoria nei confronti di alcune categorie speciali di dipendenti dello stato e di operai appartenenti a determi­nate industrie. Durante la guerra si ebbe poi una più am­pia applicazione del principio dell’obbligatorietà, poiché furono obbligatoriamente inscritti alla Cassa di previdenza gli operai addetti agli stabilimenti ausiliari per le produ­zioni di guerra, finché, dopo la smobilitazione di tali stabi­limenti e in seguito alla constatazione del pratico insuccesso della forma facoltativa, con decreto-legge luogotenenziale del 21 aprile 1919, venne introdotta l’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità e la vecchiaia, entrata in vigore il 1° luglio 1920. Così come era avvenuto per l’istituzione della Cassa e quindi dell’assicurazione facoltativa, anche la generalizzazione in forma obbligatoria aveva luogo in un momento particolarmente delicato dal punto di vista politico e sociale: quello dell’immediato dopoguerra. Si ha in ciò una riprova del carattere di concessione o di compromesso che accompagna le fasi iniziali dello sviluppo della previdenza sociale, carattere nettamente superato dal Fascismo. Per effetto del provvedimento del 1919, la Cassa nazio­nale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli ope­rai (alla quale nel 1910 era stata affidata, in gestione auto­noma, l’assicurazione obbligatoria di maternità, creata in quell’anno) si era trasformata in Cassa nazionale per le assicurazioni sociali. Successivamente, nel 1923, la Cassa assorbiva anche, in gestione autonoma, l’esercizio della assicurazione obbligatoria per la disoccupazione invo­lontaria, istituita, per gli operai addetti agli stabilimenti ausiliari, nel 1917 e generalizzata nel 1919. L’assicurazione contro gli infortuni, che si limitava ai lavoratori dell’industria, aveva frattanto subìto alcune note­voli modificazioni ed una coordinazione legislativa con il testo unico del 31 gennaio 1904. Mentre l’estensione di tale forma previdenziale ai lavoratori agricoli aveva luogo, dopo la presentazione di numerosi progetti, soltanto nel 1917, con un decreto-legge luogotenenziale del 23 agosto. Quali, in sintesi, lo spirito, il rilievo, le caratteristiche della legislazione previdenziale precedente all’avvento al potere del Fascismo? Innanzitutto, uno spirito di compro­messo fra i pubblici poteri, da un lato, e i partiti e le masse lavoratrici, dall’altro; in secondo luogo, il carattere di forzata cooperazione fra lavoratori e padroni, di modo che, pur rientrando teoricamente nell’ordine sociale e pub­blico non riusciva a superare una gretta concezione indi­vidualistica e privatistica. Anche da un punto di vista pra­tico i risultati erano modesti: numerose ed importanti cate­gorie non ancora comprese nell’obbligo assicurativo che era inoltre scarsamente applicato anche in molti settori che pure vi erano sottoposti; limitata all’ordine puramente finanziario la concezione delle prestazioni; escluso qua­lunque concetto di attività preventiva, ignorato ogni principio di tutela del nucleo familiare; e ciò senza dire della mancanza di forme previdenziali per il rischio di malattia, particolarmente grave nei riguardi della tubercolosi.

3). Fascismo e Previdenza sociale

Che il regime fascista abbia trovato tale situazione nel campo della previdenza sociale non può recare meraviglia, poiché gli accennati difetti erano una conseguenza, un aspetto della concezione dello stato liberale in ordine ai problemi sociali, in ordine agli stessi rapporti fra l’individuo e lo stato, anzi agli stessi fini individuali e collettivi. Il Fascismo doveva quindi modificare dalle basi anche questo aspetto importantissimo della vita dello stato. Se per il Fascismo la nazione, cioè il popolo nella sua continuità storica, viene posta al centro dell’interesse poli­tico, ogni attività volta a garantire nell’oggi e soprattutto nel domani l’efficienza, la tranquillità, la serenità del popolo e quindi della nazione, costituisce un prezioso strumento dell’azione politica. A sua volta, la previdenza in un ambiente politico e sociale che è tutto ispirato, all’opposto dell’am­biente liberale, dal concetto della vigile preparazione, della oculata predisposizione di mezzi allo scopo di realizzare la massima potenza futura della nazione, si trova, per così dire, nel suo elemento, può godere, anche all’infuori del­l’intervento statale, di condizioni particolarmente favorevoli al suo sviluppo. Ma altri valori, altre concezioni più specifiche hanno contribuito a rendere profondamente innovatrice l’azione del Regime nei confronti delle assicurazioni sociali e a determinare uno sviluppo grandioso delle varie forme pre­videnziali. Basti pensare ai due principi fondamentali della etica fascista e, al tempo stesso, della concezione corpora­tiva: il lavoro è un dovere sociale ed è il soggetto e non l’oggetto dell’economia. Alla luce di queste concezioni la previdenza diventa un aspetto essenziale, necessario del­l’attività statale e dell’organizzazione corporativa; è chia­mata a perfezionarsi e svilupparsi in modo da costituire un presidio perfettamente efficiente per qualunque categoria di produttori, contro qualunque evento dannoso connesso alla partecipazione all’attività produttiva. Per valutare la perfetta armonia concettuale fra l’etica fascista e il principio previdenziale basti pensare che il Fa­scismo, che può essere definito, sotto un certo aspetto, come sostituzione del principio e del metodo della colla­borazione al principio e al metodo della lotta di classe, ha a sua volta definito nella Carta del lavoro la previdenza sociale « alta manifestazione del principio di collabora­zione » (dich. XXVI). Nella Carta del lavoro tre dichiarazioni programmatiche (XXVI-XXVII-XXVIII) sono dedicate alla previdenza: Esse segnano le direttrici che gli organi di governo, le isti­tuzioni previdenziali e le associazioni professionali hanno seguito con rapido ritmo. Tappe fondamentali del fervore legislativo nel campo della previdenza sociale sono: il regio decreto-legge 27 ottobre 1927, n. 2255, che ‘ha istituito l’assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi; la legge 13 dicembre 1928, n. 2900, che, senza aggravio contributivo, ha notevolmente ­elevato l’entità delle pensioni; il regio decreto 13 maggio 1929, n. 928, che ha istituito l’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali; il regio decreto 17 agosto 1935, n. 1765, sulla riforma dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali; il regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827, concernente il perfezionamento e coordinamento legislativo della pre­videnza sociale; e, infine, rilevantissimo per il rafforza­mento che ne deriva all’efficacia della tutela previdenziale, il regio decreto-legge 14 aprile 1939, n. 636, sulla riforma della previdenza sociale. Né può tacersi il grande sviluppo che è andata via via assumendo l’assicurazione malattia, la quale nella forma mutualistica (ma con l’efficacia che ad essa deriva dall’obbligatorietà delle convenzioni che danno vita alle singole casse mutue) protegge ormai, si può dire, la totalità dei lavoratori. Con questi provvedimenti principali e con numerosis­simi altri provvedimenti secondari, il regime fascista ha « ricreato » la previdenza sociale che oggi, nei fini e nei metodi, non ha più nulla a che vedere con le preesistenti disorganiche, imperfette e inefficaci forme assicurative. La legislazione previdenziale fascista attua alcuni postu­lati del più alto valore umano e sociale. Innanzitutto essa supera la concezione individualistica e privatistica che immeschiniva il rapporto fra l’assicurato e l’istituto assicuratore, riducendolo esclusivamente al gretto conteggio di una somma volta ad indennizzare un danno. Oggi la previdenza vede nell’assicurato un elemento della collet­tività che, più che essere risarcito di un danno, deve essere tutelato contro il danno, contro il rischio, e, se il rischio si avvera nonostante quella tutela, va curato, assistito, perché possa riprendere il suo posto come collaboratore della grande opera produttiva. Ecco, posti in essere dalla legislazione fascista, i compiti di prevenzione e di riabilita­zione delle forme assicurative per l’invalidità, per gli infortuni e per le malattie professionali; ecco l’assicurazione contro la tubercolosi, nella quale il concetto di risarcimento in danaro scompare per dar luogo a quello della cura e della prevenzione, poiché la previdenza anche qui, nel tutelare l’individuo, vede in esso il lavoratore che, colpito da una grave malattia sociale, deve essere tutelato con ogni più intensa ed efficace cura onde restituirlo alla famiglia e al lavoro. Il risarcimento in danaro, quando altrimenti non sia possibile intervenire, rimane. Ma accanto a tale forma, che costituisce l’ultima ratio dell’azione previdenziale, si sviluppano la prevenzione del danno e la riabilitazione, la restaurazione della salute e della capacità produttiva. La legislazione previdenziale fascista realizza poi un altro postulato di altissimo valore umano e di grande inte­resse per l’efficienza della nazione: la tutela del nucleo fami­liare. Anche sotto questo aspetto l’evoluzione dei concetti e dei sistemi è assolutamente innovativa. Al loro sorgere le assicurazioni sociali non potevano non risentire dei prin­cipi individualistici imperanti nel diritto e nell’economia e quindi nello stesso carattere sociale, che pure avrebbe dovuto, in linea logica, restarne immune. E così come la retribuzione del lavoro era concepita, e tale rimase fino a pochi anni or sono, con assoluta indifferenza verso le diver­sissime situazioni familiari dei lavoratori, così furono indif­ferenti a tali situazioni anche le leggi previdenziali: le prestazioni, nel tipo e nell’entità, erano apportate esclusi­vamente alle esigenze del lavoratore considerato come individuo singolo. È ben noto quali conseguenze siano deri­vate dall’azione deleteria esercitata sulla famiglia dalla evoluzione filosofica, economica e giuridica moderna: la paurosa e crescente decadenza delle nascite verificatasi nei paesi occidentali ne è il sintomo più chiaro. Il Fascismo avverti fin dal suo sorgere la gravità del feno­meno e, sebbene esso si presentasse in Italia con aspetti meno preoccupanti che altrove, iniziò immediatamente un’azione decisa, poiché vi era spinto non solo dalla con­vinzione del valore della consistenza numerica del popolo, ma anche dalla convinzione che la solidità morale ed eco­nomica del nucleo familiare è la base della solidità sostan­ziale della nazione, quindi della potenza dello stato. A quest’opera di rafforzamento dell’istituto familiare la pre­videnza ha offerto un contributo decisivo, grazie a succes­sivi provvedimenti che, modificando via via la situazione esistente, sono giunti, si può dire, a capovolgerla, poiché ormai l’oggetto della tutela assicurativa non è più l’indi­viduo singolo ma l’intero nucleo familiare. Sotto tale aspetto assume un particolarissimo rilievo la riforma del 1939, che ebbe appunto fra i suoi fini quello di completare e rafforzare la tutela assicurativa, tenendo soprattutto presenti le esigenze del nucleo familiare del lavoratore. Bastano alcuni accenni a chiarire il carattere e l’ampiezza di questo spostamento dell’oggetto della tutela assicurativa. Nel 1927 la legge istitutiva dell’assicurazione contro la tubercolosi stabiliva che delle cure usufruissero anche i familiari dell’assicurato e che, nel caso di ricovero di quest’ultimo, alla famiglia venisse corrisposta una particolare indennità. Nel 1928 una legge, che aumentava l’importo delle pensioni, stabiliva inoltre che ai pensionati venisse corrisposto un aumento della pensione proporzionale al numero dei figli a carico di età inferiore ai 18 anni. Nel 1935 la riforma della assicurazione contro gli infortuni non solo sostituiva al criterio dell’indennizzo in capitale quello dello indennizzo in rendita, cioè in una forma che assai meglio si adegua alle esigenze del nucleo familiare, ma attuava anche il principio della maggiorazione delle prestazioni in funzione del numero dei figli. Nel 1937 un altro prov­vedimento disponeva che l’indennità ai disoccupati fosse maggiorata in proporzione al numero dei figli a carico di età inferiore ai 15 anni. Intanto numerosi provvedimenti estendono e perfezionano l’assicurazione per la maternità, strumento di tutela diretta del nucleo familiare. Infine il provvedimento di riforme del 1939 rende completa la tutela: mediate l’istituzione della pensione ai superstiti dell’ assicurato e del pensionato, la creazione dell’ assi­curazione di nuzialità e di natalità (che sostituisce quella di maternità) e la generalizzazione delle maggiorazioni demografiche delle prestazioni. Il Regime ha poi voluto adeguare, soprattutto con la re­cente importantissima riforma voluta dal DUCE a celebrazione del Ventennale dei Fasci, l’entità delle prestazioni assicurative alla reale situazione salariale e quindi all’effet­tivo costo della vita; ciò che è stato ottenuto mediante opportune modificazioni nel metodo di calcolo delle prestazioni e mediante necessari aumenti dell’importo dei contributi, che era rimasto immutato dal 1919 sebbene l’importo dei salari si fosse di molto elevato, ciò che aveva prodotto appunto un progressivo distacco fra l’entità dei contributi e delle prestazioni, che ad essi necessariamente si commisurano, e quella dei salari effettivamente percepiti dai lavoratori. Né, in una sia pur breve esposizione delle mete raggiunte dalla previdenza sociale, si può omettere un richiamo alla attività di finanziamento che gli istituti previdenziali svol­gono impiegando, con criteri di rigore e di prudenza, i capitali, che il risparmio assicurativo fa ad essi affluire, in opere di pubblica utilità la cui realizzazione torna a vantaggio dei lavoratori, cioè degli assicurati e dei loro figli, sia per le accresciute possibilità di occupazione, sia per le migliori condizioni di vita che da tali opere derivano. Si tratta, infatti, di finanziamenti di opere di bonifica, di risanamenti urbani, di edilizia popolare, di opere stradali e portuali, ecc. Non solo, l’Istituto di previdenza sociale, ad esempio, svolge anche, in Libia, un’attività diretta di colonizzazione demografica, contribuendo in tal modo alla prevenzione della disoccupazione e, soprattutto, alla valorizzazione economica e al presidio militare della « quarta sponda », ma anche istituzionalmente la previdenza ha subito modificazioni radicali. Se, infatti, è innegabile che anche prima delle riforme apportate dal regime fascista gli istituti previdenziali e in particolare il più importante di essi, la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali, avessero già il carattere di enti pubblici e una rappresentanza professionale nei rispettivi consigli di amministrazione, è altrettanto innegabile che quella figura e quella rappresentanza erano ben lontane dalla pienezza ed organicità che oggi esse hanno raggiunto. Nell’organizzazione sindacale—corporativa, basata sul principio di collaborazione, sul rico­noscimento giuridico del sindacato rappresentante di diritto dell’intera categoria, gli istituti previdenziali diventano parte integrante di quel tutto in cui si esprime nelle sue manifestazioni più rilevanti lo stato fascista unitario e totalitario. E un riflesso di questa concezione unitaria e totalitaria si ha nella stessa denominazione che il regime, con un provvedimento del 1933, ha assegnato al massimo ente di previdenza sociale, stabilendo che alla vecchia denominazione di Cassa nazionale per le assicurazioni sociali venisse sostituita quella di Istituto nazionale fascista della previdenza sociale: denominazione che esprime un concetto ed un programma unitari come tutte le manifestazioni della politica del Regime. L’importanza assunta in regime fascista dalla previdenza, da tutta la previdenza, sia da quella sociale sia da quella libera, trova un riconoscimento nella stessa organizzazione corporativa della produzione. Infatti, tenendosi in consi­derazione la necessità di dare una disciplina organica ai fenomeni di carattere finanziario, nei loro aspetti creditizi e previdenziali, è stata istituita la Corporazione della previ­denza e del credito, cioè un organismo in grado di coordi­nare lo sviluppo e le attività delle varie forme di credito mobiliare e immobiliare e di previdenza privata e sociale, affinché il processo di formazione del risparmio nazionale e del suo investimento produttivo proceda con un ritmo adeguato alle reali possibilità della economia nazionale, senza arresti e senza attriti e con l’intento costante di per­seguire, mediante l’utilizzazione migliore e completa del potenziale del lavoro, l’autarchia economica della nazione: con la Corporazione della previdenza e del credito il ciclo della disciplina corporativa dei fenomeni economici si chiude e si completa. In particolare, la Corporazione della previdenza e del credito è lo strumento più adatto ad armonizzare lo sviluppo delle forme assicurative libere con quello delle forme assi­curative obbligatorie in ordine ai rischi che minacciano le persone. Infatti, in questo campo la previdenza libera, superando l’ambito tradizionale della sua azione, ha creato delle forme assicurative accessibili anche a categorie modeste, anzi talora con modalità congegnate appunto per la diffusione fra le categorie lavoratrici: è il caso, delle così dette assicurazioni popolari. Dal canto suo la previdenza sociale, adeguandosi alla concezione fascista per la quale l’attributo di lavoratore si estende ben al di là degli antichi limiti, cerca di seguire con la sua tutela questa espansione e quindi di estendere le sue forme assicurative a nuove categorie finora escluse. Convergenza sostanziale di sforzi e d’intenti, che, denota un comune desiderio di collaborare in modo sempre più perfetto al potenziamento del principio previdenziale e, con esso, alla tutela del popolo e al rag­giungimento di una sempre maggiore potenza nazionale.

( estr. dal Dizionario di Politica a cura del P.N.F., Roma, 1940, vol. III, pp. 518 – 522)

PRINCIPALI PROVVEDIMENTI LEGISLATIVI SOCIALI ATTUATI DAL REGIME FASCISTA:

  • Tutela lavoro donne e fanciulli – (Regio Decreto n° 653 26/04/1923)
  • Maternità e infanzia – (Regio Decreto n° 2277 10/12/1923)
  • Assistenza ospedaliera per i poveri – (Regio Decreto n° 2841 30/12/1923)
  • Assicurazione contro la disoccupazione – (Regio Decreto n° 3158 30/12/1923)
  • Assicurazione invalidità e vecchiaia – (Regio Decreto n°3184 30/12/1923)
  • Assistenza illegittimi e abbandonati – (Regio Decreto n° 798 08/05/1927)
  • Assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi – (Regio Decreto n° 2055 27/10/1927).
  • Esenzioni tributarie famiglie numerose – (Regio Decreto n° 1312 14/06/1928 )
  • Assicurazione obbligatoria contro malattie professionali – (Regio Decreto n° 928 13/05/1929)
  • Opera nazionale orfani di guerra – (Regio Decreto n° 1397 26/07/1929)
  • Istituto nazionale fascista assicurazione infortuni sul lavoro I.N.F.A.I.L. – (Regio Decreto n° 264 23/03/1933)
  • Istituzione libretto di lavoro – (Regio Decreto n°112 10/01/1935)
  • Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale I.N.F.P.S. – (Regio Decreto n°1827 04/10/1935)
  • Riduzione settimana lavorativa a 40 ore – (Regio Decreto n° 1768 29/05/1937)
  • Ente comunale di assistenza E.C.A. – (Regio Decreto n° 847 03/06/1937)
  • Assegni familiari – (Regio Decreto n° 1048 17/06/1937)
  • Casse rurali ed artigiane – (Regio Decreto n° 1706 26/08/1937)
  • Tessera sanitaria per addetti servizi domestici – (Regio Decreto n° 1239 23/06/1939)
  • Ente mutualità fascista – Istituto per l’assistenza di malattia ai lavoratori – (Regio Decreto n° 138 11/01/1943)

 

 

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XI FEBBRAIO MCMXXIX : CONCORDIA FASCISTA !

 

 

 

 

In occasione dell’ anniversario dei Patti Lateranensi tra lo Stato Italiano Fascista e la Santa Sede firmati l’11 febbraio 1929, IlCovo si pregia di condividere con i suoi lettori il capitolo sul “Fascismo come concezione politica religiosa”, tratto dall’edizione del Decennale de “L’Identità Fascista”, nonché il secondo discorso che il Capo del Fascismo pronunciò in occasione dell’epocale evento. Buona lettura!

 

DISCORSO CONCLUSIVO DI MUSSOLINI

“Onorevoli senatori !
Voglio prima di tutto rassicurarvi per quello che concerne le proporzioni del mio odierno discorso. Non saranno quelle del discorso che ho pronunciato nell’altro ramo del Parlamento, quantunque mi debba trovare forse nella necessità di riferirmi al discorso che ho pronunciato il 13 maggio.
Pronunciato a distanza dalla firma dei Patti lateranensi, lo si è trovato duro; io lo definirò crudo, ma necessario; anche le punte polemiche avevano dei bersagli definiti e sono giunte al segno, perché coloro ai quali erano destinate ne hanno accusato ricevuta.
Gli avvenimenti improvvisi, lungamente attesi e sperati, possono produrre delle deviazioni spirituali o, per usare una frase che non piace agli spregiatori delle «prodezze aeroplanistiche», degli sbandamenti. Era necessario quindi disperdere una atmosfera che per essere troppo nebulosa e sentimentale avrebbe finito per alterare i contorni delle cose, il carattere e la portata degli avvenimenti. Era necessario stabilire con una frase drastica quello che in realtà era accaduto sul terreno politico, e precisare le reciproche sovranità; il Regno d’Italia da una parte, la Città del Vaticano dall’altra. Era utile aggiungere che le distanze tra il Regno d’Italia e la Città del Vaticano si numerano a migliaia di chilometri, come la distanza che separa Parigi dal Vaticano, Madrid dal Vaticano, Varsavia dal Vaticano.
Si doveva dissipare l’equivoco per cui si poteva pensare che il trattato del Laterano avrebbe vaticanizzato l’Italia o che il Vaticano sarebbe stato italianizzato; o, per citare una vecchia frase, che il re sarebbe diventato il chierico del Papa o che il Papa sarebbe diventato il cappellano del re. Niente di tutto ciò; distinzione precisa. La contiguità non significa nulla, la distanza è giuridica e politica.
È poi assurdo ritenere che il mio discorso fosse rivolto a degli elementi di sinistra, che nel Partito Fascista non esistono (perché il Partito Fascista ignora questa vieta terminologia), o fosse destinato a placare le cellule massoniche che da noi non hanno mai avuto e non avranno mai tregua. Nel discorso pronunciato dal senatore Crispolti ci sono degli accenni che debbo raccogliere : primo di essi, quello che riguarda l’origine del cristianesimo.
La mia affermazione storica, fatta nell’altro ramo del Parlamento, ha sollevato delle apprensioni che io reputo legittime. Io non ho inteso di escludere, anzi l’ammetto, il disegno divino in tutto ciò che è accaduto, in tutto quanto si è svolto; ma sarà pur concesso di affermare che lo svolgimento dei fatti si è verificato a Roma e non ad Alessandria d’Egitto e nemmeno a Gerusalemme : sarà possibile dire che le prime comunità, staccatesi dal paganesimo, erano formate da israeliti, tanto che nei primi sessantaquattro anni dell’èra attuale il fenomeno si chiamava giudeo-cristiano, ed è nel sessantaquattro, nel momento culminante delle persecuzioni di Nerone, nell’anno del martirio di Pietro, che si è prodotta la frattura definitiva tra il giudaismo che si è rifugiato nei suoi confini etnici, dai quali non è ancora uscito se non per evasioni individuali, ed il cristianesimo che accettava in pieno la predicazione paolina dell’universalismo e si metteva per le strade consolari alla conquista del mondo.
Del resto, uomini di chiara dottrina cattolica, come monsignor Battifolle nel suo libro l’Eglise naissante et le catholicisme, ripudiano la tesi protestantica concentrata nel trinomio cristianesimo, cattolicesimo, romanesimo, tesi fatta sua con grande forza dal Renan. Ma egli stesso ammette in questo libro, giunto alla quinta edizione, che fu provvidenziale la cooperazione di Roma alla missione della Cathedra Petri. « E noi – dice l’autore – non avremo la cattiva grazia di contestarlo. Facciamo – egli aggiunge – le nostre riserve sui termini politici che vengono impiegati per descriverla, come anche sulla tendenza a trasformare in funzione generatrice ciò che non fu che una circostanza ».
Un altro autore cattolico, il Duchèsne (debbo citare i francesi perché da qualche tempo il cattolicismo italiano non è fecondo, la produzione intellettuale in questa materia è altrove, in questi ultimi tempi non abbiamo avuto che una traduzione, ancora dal francese: “La primauté du spirituel » del Maritain), nell’Histoire ancienne de l’Eglise, comincia questo libro, scritto a Roma nel 1905, con un capitolo così intitolato L’Impero romano patria del cristianesimo; e a pagina 10 aggiunge:
«Da quanto si è detto si conclude che la propagazione del cristianesimo ha trovato nella situazione dell’Impero romano e delle facilitazioni e degli ostacoli. Fra le prime bisogna in primo luogo mettere la pace universale, la uniformità delle lingue e delle idee, la rapidità e la sicurezza delle comunicazioni. La filosofia attraverso i colpi da essa inferti alle vecchie leggende, e con la sua impotenza a creare qualche cosa che potesse sostituirle, può essere considerata quale utile ausiliaria…. ».
Infine:
« Le religioni orientali, offrendo un alimento qualunque al sentimento religioso, gli hanno impedito di morire, e gli hanno permesso di attingere la rinascenza evangelica ».
« Naturalmente – aggiunge – ci furono degli ostacoli, e cioè le persecuzioni intermittenti degli imperatori romani, lo spirito raziocinante della filosofia greca, che si impadronì degli elementi dottrinali dell’insegnamento cristiano e ne fece uscire cento diverse eresie ».
Ai tempi degli Antonini, Roma era il crogiuolo di tutto il mondo cristiano. Lo dice lo stesso autore
« Tutti i capi delle comunità si davano convegno a Roma, tutte le figure più caratteristiche vi si trovavano ».
A pagina 241 cita: « Policarpo, il patriarca di Asia; Marcione, il feroce settario del Ponto; Valentino, il grande maestro della gnosi alessandrina; Egesippo, il giudeo cristiano di Siria; Giustino e Tazio, filosofi e apologisti. Era come un microcosmo, una sintesi di tutto il cristianesimo d’allora ».
Non voglio abusare della vostra pazienza con queste rievocazioni culturali, che però giustificano in pieno, io ritengo, la mia affermazione puramente storicistica e niente affatto di indole religiosa, che il cristianesimo ha trovato l’ambiente più favorevole a Roma. Dicevo, infatti, nel mio ultimo discorso : « Comunque su questa constatazione possiamo essere concordi, che il cristianesimo ha trovato il suo ambiente favorevole a Roma ».
Un altro punto il senatore Crispolti ha toccato, ed è quello dei diritti dello Stato sulla educazione e sulla istruzione. Non vorrei che si creassero degli equivoci perché un conto è l’istruzione e un conto è l’educazione. Siamo noi fascisti in regime di feroce monopolio della istruzione? No. Bisognerà dunque ricordare agli immemori che è in regime fascista che si è aperta ed è stata riconosciuta la prima Università cattolica italiana?
Ma v’è un lato della educazione nel quale noi siamo, se non si vuol dire intrattabili, intransigenti. Intanto scendiamo dalle zone dell’accademia e vediamo la realtà della vita.
Dire che l’istruzione spetta alla famiglia, è dire cosa al di fuori della realtà contemporanea. La famiglia moderna, assillata dalle necessità di ordine economico, vessata quotidianamente dalla lotta per la vita, non può istruire nessuno. Solo lo Stato, con i suoi mezzi di ogni specie, può assolvere questo compito. Aggiungo che solo lo Stato può anche impartire la necessaria istruzione religiosa, integrandola con il complesso delle altre discipline. Quale è allora l’educazione che noi rivendichiamo in maniera totalitaria? L’educazione del cittadino.
Giustamente ha osservato il SENATORE GIUSEPPE BEVIONE che vi si potrebbe rinunziare se uguale rinunzia facessero tutti gli altri. Se il mondo contemporaneo non fosse quel mondo di lupi feroci che conosciamo, tali anche se per avventura portano il cilindro e la necroforica redingote, noi potremmo allora rinunciare a questa nostra educazione, alla quale daremo finalmente un nome, poiché le ipocrisie ci ripugnano: l’educazione guerriera.
La parola non vi deve spaventare. Necessaria è questa educazione virile e guerriera in Italia, perché durante lunghi secoli le virtù militari del popolo italiano non hanno potuto rifulgere. È solo la guerra che va dal 1915 al 1918 che costituisce, dopo le guerre dell’Impero romano, la prima guerra combattuta e vinta dal popolo italiano.
E poiché abbiamo degli interessi da difendere giorno per giorno come esistenza di popolo, non possiamo cedere alle lusinghe dell’universalismo, che io comprendo nei popoli che sono arrivati, ma che non posso ammettere nei popoli che debbono arrivare.
Ci sarà veramente, in tema di educazione e di insegnamento religioso nelle scuole medie, quel conflitto tra filosofia e religione di cui ha parlato l’onorevole Credaro nella sua Rivista pedagogica? Leggo anche la sua rivista, onorevole Credaro.
Se si rimarrà fedeli agli ordinamenti e ai programmi del senatore Gentile, io non lo credo. Io credo che, più che la filosofia, è interessante la storia della filosofia, e più ancora della storia della filosofia, la vita dei filosofi; il conoscere come hanno lottato, come hanno sofferto, come si sono sacrificati per conquistare la loro verità. Questo è altamente educativo, per i giovani che si affacciano alla vita dello spirito.
Ma è poi vero che i cattolici di questo secolo sono così lontani da quelle conquiste di cui si parlava ieri, quando si accennava all’odierno mondo operoso, pieno di vita e di calore? No.
In una delle relazioni che saranno presentate al settimo congresso internazionale di filosofia, che io avrò il piacere e l’alto onore di inaugurare domani, c’è qualcuno che si occupa di questo argomento e fa delle constatazioni interessanti. « Siamo ben lontani oggi – egli dice – dai tempi in cui il padre Cornaldi nel 1881 diceva che tutta la filosofia moderna è la patologia della ragione umana ». Esagerato!
Non bisogna credere che non vi siano ancora degli individui che ciò pensano, ma vi sono anche di quelli che sono venuti verso di noi.
« Nell’elenco degli autori – egli dice -da proscrivere, si deve evidentemente porre lo Spinoza». Ma chi è oggi il maggiore biografo e il maggiore studioso dello Spinoza? E un gesuita di grande acume spirituale, il Dunin Bornowsky. E a Kant l’Università cattolica di Milano dedicò un volume di studi, ed il rettore di quella Università, che è tanto cara alle supreme gerarchie cattoliche, propugna lo studio di Kant ed ammette il riconoscimento della sua grandezza, compatibilmente non solo col sentimento cristiano, ma anche con la filosofia tomistica, di cui è un esponente il rettore dell’Università cattolica di Milano.
Del resto, basta sfogliare il programma dei corsi che, nel presente anno accademico, ha svolti l’Università cattolica di Milano, per apprendere che Padre Chiocchetti ha letto la Critica della ragion pura e Padre Cordovani ha letto il primo libro dell’Etica di Spinoza, il De Deo. E così il Padre Chiocchetti, come il professor Casotti hanno trattato di Antonio Rosmini.
Né si dica che questi studi si fanno soltanto nell’Università cattolica di Milano, che è così cara a chi è altissimo nella gerarchia. Non si potrebbe infatti dimenticare che, tra le collezioni dei testi filosofici per le scuole secondarie curate dai Padri Salesiani, anche essi così manifestamente cari a quella suprema gerarchia, accanto alle opere dei santi e degli ortodossi, vi sono anche quelle di Kant, di Bentham, e, o signori, inorridite, anche di Jean Jacques Rousseau.
Così stando le cose, coi necessari contatti sarà possibile conciliare l’insegnamento non obbligatorio delle discipline religiose con la filosofia e con le altre discipline.
Ho ascoltato anch’io (come afferma Bevione) con emozione il discorso pronunciato dal senatore Boselli, il quale con la sua relazione e col suo discorso odierno ha reso un alto, magnifico servigio al paese.
L’onorevole Scialoja ha fatto l’apologia della legge delle guarentigie. Si comprende che egli abbia altamente difeso questa legge anche per ragioni di famiglia; uno degli artefici di questa legge fu appunto il padre dell’attuale senatore. In fondo, quanti di noi e di voi, o quanti degli italiani hanno riletto in questi giorni i resoconti delle sedute che si tennero a Firenze per discutere la legge sulle guarentigie dal gennaio al maggio 1871? Pochi, pochissimi. E coloro che hanno avuto la pazienza – per me è stato un dovere – di farlo, si saranno convinti che la legge sulle guarentigie non merita né la polvere, né gli altari. Una legge di compromesso e di transizione che si votò dopo discussione lunga, spesso caotica e confusa, durante la quale cozzarono gli opposti estremismi di coloro che volevano espellere il Papa da Roma e di coloro che volevano dargli almeno la città leonina, più la ricorrente striscia al mare.
Ne venne una legge che non piaceva nemmeno a coloro che l’avevano fabbricata, i quali furono i primi a decretarne il carattere precario. Pur tuttavia era il meglio che si poteva fare in quelle determinate circostanze; ma da ciò non si deve trarre la conclusione che la legge delle guarentigie fu sempre rispettata, né che la legge stessa determinò quello stato di equilibrio, sul quale ritornerò fra poco.
Non la legge delle guarentigie in sé e per sé, ma piuttosto la politica spesso accomodante delle due parti, fece sì che, malgrado la legge, non si avessero delle crisi temibili e pericolose.
Ma il senatore Scialoja ha aggiunto che si sarebbe potuto fare a meno di consacrare per diritto ciò che si aveva già di fatto. Tutto – egli ha detto – aveva finito per adattarsi a questa situazione, ed anche gli stranieri. E verissimo, tutti meno uno, il più interessato : il Papa.
Ma anche l’Italia non vi si era adattata, altrimenti non si comprenderebbero gli innumeri tentativi fatti dai precedenti Governi per risolvere nel diritto la situazione di fatto.
Anche la frase del senatore Scialoja sul « non vastissimo territorio », non è di mio completo gradimento. Non solo il territorio non è vastissimo, ma non è nemmeno vasto. Non solo non è vasto, ma non è nemmeno piccolo. E in realtà minimo. Irrilevante. Padre Semeria a Trieste lo ha chiamato il territorio « ti vedo e non ti vedo ». Per farlo risultare in una carta geografica, ci vuole una « scala » eccezionale. Ettari quarantaquattro di fronte alla Roma del 1929, anno VII, che conta un milione di abitanti, di fronte all’Italia che, dal 1870 in poi, ha ancora aumentato notevolmente il suo territorio metropolitano e coloniale, ettari quarantaquattro sono veramente il «corpo ridotto al minimo necessario per sostenere lo spirito». Sarebbe stato veramente crudele, oserei dire assurdo, voler restringere ancora questo territorio, a meno che non si pensasse di dover limitare la sovranità al solo « studio » del Sommo Pontefice.
Ma ora debbo occuparmi del discorso del SENATORE CROCE. Voglio dir subito che io gli sono grato del suo voto contrario. Qui non gioca la favola dell’uva acerba, perché non abbiamo bisogno di quel voto. Tutte le volte che gli avversari vengono a me, la cosa mi lascia molto dubitoso. Gli avversari devono o combatterci o rassegnarsi. Intanto, che cosa ha detto il senatore Croce? Egli ha detto:
« Dichiaro anzitutto, perché non abbia luogo equivoco, che nessuna ragionevole opposizione potrebbe sorgere da parte nostra all’idea della conciliazione dello Stato italiano con la Santa Sede. La dichiarazione è perfino superflua, in quanto è troppo ovvia. La legge stessa delle guarentigie avrebbe avuto il completamento della conciliazione se la Santa Sede l’avesse accettata, o se, muovendo da essa, avesse aperto trattative, che non erano escluse e potevano essere coronate d’accordo. I ripetuti tentativi, fatti nel corso di più decenni, dall’una e dall’altra parte, comprovano la tendenza a metter fine ad un dissidio che apportava danni o inconvenienti all’una e all’altra parte, e non starà ora a cercare per minuto a quale delle due li apportasse maggiori ».
Precisiamo dunque che c’era un dissidio, che questo dissidio recava dei danni all’una ed all’altra parte, che questo dissidio era componibile e che tentativi in questo senso furono fatti.
« La ragione – Croce aggiunge – che ci vieta di approvare questo disegno di legge, non è, dunque, nell’idea della conciliazione, ma unicamente nel modo in cui è stata attuata, nelle particolari convenzioni che l’hanno accompagnata, e che formano parte del disegno di legge ».
Dunque non è il fatto della conciliazione in sé, è il modo che « ancor l’offende ». Ma allora quale è il suo «modo» ? Perché non basta dire « il vostro modo non mi piace ». Perché l’Assemblea potesse giudicare, bisognava che si trovasse davanti ad altro « modo » con cui la questione doveva essere risolta. Ed allora siccome il protocollo lateranense si compone di tre parti : trattato, concordato e convenzione finanziaria, bisogna scendere al concreto. E il «modo » del trattato che non vi piace? Vi sembrano forse eccessivi quei quarantaquattro ettari, cioè l’attuale Vaticano con qualche cosa in meno, passati in sovranità al Sommo Pontefice, oppure vi sembra sterminato il numero di quattrocento sudditi volontari, non tutti italiani, che formeranno il popolo della Città del Vaticano? Sono i millecinquecento milioni di lire carta che feriscono la vostra sensibilità di cauti amministratori delle vostre rendite, oppure è il concordato, oppure tutte le tre cose insieme?
Non credo si tratti del trattato, perché il trattato realizza, migliorandoli di gran lunga, quelli che furono i progetti per i quali spasimarono uomini come il Cavour, il Ricasoli ed il Lanza.
Tutto ciò mi fa ricordare l’epoca della guerra, quando c’erano due modi di fare la guerra : quello dei generali e dei soldati, che la facevano sul serio, e quello degli imboscati, i quali nelle sicure retrovie trovavano sempre che con il loro modo avrebbero spostato gli eserciti e stravinto le battaglie.
Nessuna meraviglia, o signori, se accanto agli imboscati della guerra esistono gli imboscati della storia, i quali, non potendo per ragioni diverse e forse anche per la loro impotenza creatrice, produrre l’evento, cioè fare la storia prima di scriverla, si vendicano dopo, diminuendola spesso senza obiettività e qualche volta senza pudore.
Ma in realtà non si tratta del trattato e della convenzione; si tratta del concordato.
Se il senatore Croce si fosse degnato di gettare una sia pur vaga e superficiale occhiata sul mio discorso del 13 maggio, avrebbe visto fugati i fantasmi che sembra gli ossessionino lo spirito : braccio secolare, roghi, manomorta e’ simili.
Vi è una contraddizione nel suo discorso che bisogna cogliere, ed è questa. Nella prima parte si dice che la conciliazione era ovvia e che si doveva fare, ma successivamente si dice: è con dolore che noi constatiamo la rottura dell’equilibrio che si era stabilito.
Ora delle due l’una: o voi siete sinceri quando auspicate alla conciliazione, e allora non dovete dolervi se un determinato equilibrio dovrà essere per fatalità di cose rotto; o vi dolete della rottura, e non siete sinceri quando invocate la conciliazione. Dai corni piuttosto ferrei di questo dilemma non è facile uscire. Ma poi a chi si dà ad intendere che si fosse realizzato un equilibrio? Non siamo sul terreno della storia, siamo sul terreno delle storielle! Un equilibrio dal 1870 al 1929? In questo modo si fa un assegnamento piramidale sulla nostra ignoranza storica. Ma noi sappiamo che cosa era questo equilibrio, quando non si restituivano le visite al nostro sovrano da parte dell’imperatore d’Austria, quando si ebbe una rottura tra la Santa Sede e la Francia per via della visita di Loubet, e quando, per oltre quarant’anni, i cattolici furono assenti dal mondo politico italiano e venivano chiamati « emigrati dell’interno ». Se in un certo momento essi vennero nella vita politica non fu già per effetto del liberalismo, ma per effetto del movimento socialista. Il quale, avendo dal 1890 al 1904 e 1905 immesso nella vita della nazione enormi masse di contadini e di operai, aveva alterato la geografia politica della nazione. Il capolavoro del liberalismo dell’epoca fu il famoso patto Gentiloni, un patto di compromessi, che oggi si può dire di ipocrisia.
Vi è un’altra affermazione in questo discorso, grave, molto grave. Questi sacerdoti più papisti del Papa, che si vanno a confessare al neo vescovo, vorrei conoscerli, perché devono essere di una natura tutt’affatto particolare. Ma io nego, per quel che mi riguarda, nella maniera più risoluta, che fascisti, degni di questo nome, siano andati a comunicare le loro rivolte anticlericali al professor Benedetto Croce. Lo escludo nella maniera più assoluta, poiché la politica religiosa del fascismo è stata fin dal principio univoca e rettilinea; lo escludo perché al Gran Consiglio, ove è possibile dire tutte le opinioni e manifestare un pensiero anche discorde, con un triplice applauso fu approvata, all’assoluta unanimità, la mia relazione sull’Accordo lateranense.
E che cosa è questa fobia dei concordati, di cui soffrivano i giuristi napoletani della fine del 1700? Saranno stati luminari di scienza, non lo escludo, ma sta di fatto che la Chiesa cattolica apostolica romana ha mille anni di storia di concordati, sta di fatto che il primo concordato, niente po’ po’ di meno, porta la data del 5 luglio 1098 ed è un concordato con cui Urbano Il dà diritto di legazia a Ruggero conte di Calabria e Sicilia. Si va da quella data all’ultimo concordato dell’anteguerra, quello concluso con la Serbia. Passata la parentesi bellica ecco ancora una nuova teoria di concordati con la Lettonia, con la Lituania, con la Polonia, con la Baviera, oltre a un modus vivendi con la Cecoslovacchia. Ve ne è uno in discussione con la Prussia; non vi stupirete se domani qualche cosa di simile avverrà con la Francia. La quale ruppe le relazioni diplomatiche con la Santa Sede nel 1904, ma le ha ristabilite nel 1921 e nel 1929 fa uno strappo alla legislazione laica riconoscendo nove Congregazioni missionarie. E d’altra parte le grandi solennità che si sono svolte in Francia per il centenario di Giovanna d’Arco, vi dimostrano che l’atmosfera anche là è radicalmente cambiata o sta radicalmente cambiando.
Parigi e la messa. Vi si vorrebbe dare ad intendere che è per opportunismo che noi ascoltiamo la messa, la quale avrebbe per posta Parigi; nel nostro caso, Roma. E una posta solenne tuttavia ! Ma niente opportunismo, perché noi non abbiamo aspettato il Patto del Laterano per fare la nostra politica religiosa. Essa risale al 1922; anzi al 1921! Vedi il mio discorso del giugno alla Camera dei deputati.
E fu conseguente e rettilinea, pur non cedendo mai tutte le volte che era in gioco la dignità, il prestigio e l’autonomia morale dello Stato.
Ricordo anche a voi che le trattative subirono una interruzione per la nota questione degli esploratori cattolici. Il senatore Crispolti ha concluso il suo discorso con un interrogativo : « Durerà la pace? ».
La pace durerà. Perché prima di tutto questa pace non è un dono che abbiamo trovato per strada, e per caso. E’ il risultato di tre anni di lunghe, difficili e delicate trattative. Ogni articolo, ogni parola, si può dire ogni virgola, è stato oggetto di discussioni leali, tranquille ma esaurienti. Ogni articolo rappresenta il necessario punto d’incontro tra le esigenze dello Stato e le esigenze della Chiesa.
Non è dunque una costruzione miracolistica, sbocciata improvvisamente; è una cosa lungamente, sapientemente elaborata. Questo è uno degli attributi che ne garantiscono la durata.
Durerà anche perché questa pace ha toccato profondamente il cuore del popolo, perché noi non ci faremo prendere al laccio né dai massoni né dai clericali, che sono interdipendenti gli uni dagli altri.
E d’altra parte, di questi protocolli lateranensi ve ne è uno che non può essere oggetto di discussione; ed è il trattato. Gli eventuali dissidi avranno un altro terreno: quello del concordato. Ebbene, c’è dunque da dipingere l’orizzonte in nero se domani, per avventura, in occasione della nomina di un vescovo ci sarà un punto di vista diverso tra noi e la Santa Sede? Ma questa è la vita, signori! Avremo noi la viltà dei padule, cioè la viltà dell’uomo che vuole star fermo, immobile, pur di non affrontare i necessari rischi che sono legati al fatto di vivere? Tanto vale rinunciare alla vita!
Questa è la nostra concezione della vita, sia che si riferisca agli individui, come ai popoli e alle istituzioni nelle quali questi popoli trovano la loro organizzazione giuridica e politica. Voi non vi spaventate, né mi spavento io, dicendo che degli attriti vi saranno, malgrado la separazione nettissima fra ciò che si deve dare a Cesare e ciò che si deve dare a Dio, ma quando soccorrono la buona fede e il senso d’italianità questi dissidi saranno superati, perché la Santa Sede sa d’altra parte che il regime fascista è un regime leale, schietto, preciso, che dà la mano aperta, ma che non dà il braccio a nessuno e nessuno può pretenderlo, perché nessuno lo avrebbe.
Di fronte alla Città del Vaticano è oggi il regime fascista, creatore di nuove forze economiche, politiche, morali, che fanno di Roma uno dei centri più attivi della civiltà contemporanea! Di fronte alla santità dei Papi, sta la Maestà dei re d’Italia, discendenti di una dinastia millenaria !
Non vorrei, onorevoli senatori, che delle discussioni troppo minute – la eterna ricerca delle farfalle sotto gli archi di Tito – obnubilassero la grandiosità dell’evento. Pensate che dai tempi di Augusto, Roma fu solo dal 1870 di nuovo capitale d’Italia, e pensate che dal 1870 in poi su questa nostra grande Roma c’era una riserva, un’ipoteca. E colui che la metteva non era un duca o un principe qualunque, di quelli che abbiamo spodestato quando l’Italia era in pillole: era il Capo supremo della cattolicità; e coloro che erano rappresentati presso di lui contavano su questa riserva. E la riserva era posta non sopra un territorio lontano, periferico o trascurabile, ma su Roma. C’erano delle potenze, lo si può dire apertamente, che si compiacevano che nel fianco dell’Italia fosse ancora confitta una spina…. Non per niente sino al 1874 un bastimento francese stazionò nel porto di Civitavecchia!
Ora abbiamo tolto questa spina; le riserve sono cessate; Roma appartiene di diritto e di fatto al re d’Italia e alla nazione italiana. Questa, o signori, è la grandiosità dell’evento, e nessuna polemica, nessun gioco dialettico, e meno ancora nessuna stolta calunnia, può diminuirla dinanzi al popolo italiano e dinanzi alla storia”

 

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Stati Uniti d’Europa: l’abominio politico demo-pluto-massonico, popolato da masse amorfe di SCHIAVI apolidi e androgini, senza passato e senza futuro!

 

 

Il futuro, il nostro futuro di Uomini, quali individui e collettività nazionali, vi fu un tempo in cui apparteneva al dominio della speranza e della volontà, del sacrificio e della dedizione legata a ciascuno ed a tutti, insieme; una visione possibile di quel che avremmo potuto realizzare solo che lo avessimo voluto con tutte le nostre forze ed a costo di qualsiasi rinuncia. Nell’era del trionfo democratico-liberale, ormai, non è più così. Il futuro di interi popoli, nazioni e continenti, infatti, è stabilito ormai con decenni di anticipo da una ristretta minoranza che detiene il potere economico e le ricchezze conseguitene (i plutocrati!) ed in virtù di ciò, che ottiene anche quello politico, con la corruzione e/o la violenza,  a mezzo di una casta di docili servi politicanti, da essi stessi elevata al rango di sistema inamovibile, incentrato su immotivati ed immeritati privilegi. Questi ultimi, poi, vengono incaricati, insieme ai gestori dei media della comunicazione, anch’essi asserviti all’oligarchia plutocratica, di predisporre la popolazione, appositamente ridotta al rango di massa abbrutita e senza volontà, ad accogliere passivamente gli ordini dei padroni in doppiopetto. In tal caso, abbiamo già constatato che una delle“tecniche manipolatrici di comunicazione” di cui si avvalgono i media del suddetto sistema demo-plutocratico, consiste nel creare, diffondere e favorire l’accettazione collettiva acritica di appositi stereotipi, sia di senso positivo che negativo ( dove, per intenderci, la democrazia liberale di marca anglo-americana rappresenterebbe il “sommo bene”, mentre il Fascismo italiano equivarrebbe al “male assoluto”). Tale operazione spacciata pubblicamente come meritoria e messa in atto nominalmente all’insegna dei più alti valori di libertà e uguaglianza” prevede, ovviamente, la “stigmatizzazione della retorica antisistemica” a mezzo dell’uso strumentale della neo-lingua orwelliana che stravolge a proprio vantaggio ed inverte di senso alcuni termini, proprio al fine di diffondere gli stereotipi di cui sopra; realizzando in ambito mediatico la martellante diffusione di nuove “parole d”ordine”, come nel caso delle campagne stampa scatenate contro il razzismo“, il complottismo“, o le cosiddette bufale mediatiche“, accusando chi come noi fascisti de “IlCovo” definisce l’assetto politico-economico attuale esattamente per quello che è : ovvero, un progetto politico criminale e abominevole imposto con la forza a tutto danno dei popoli e delle nazioni del mondo. Ebbene, seguendo lo stesso metodo, e constatando che le parole usate dalla neo-lingua descrivono esattamente l’opposto del significato dato (chi è definito “razzista”, nella realtà non lo è; così come chi è definito “complottista”, ecc.), possiamo verificare che il fondamento della diffusione di tale tecnica si basa immancabilmente sulla  “semina di Notizie”. Sulla base di tale metodologia, dunque, grazie alla concomitante campagna elettorale, i principali pupazzi del teatrino della politica, i cosiddetti “candidati” degli schieramenti finto-opposti (in realtà sono tutti candidati… della “Banca Centrale Europea”, ma proprio TUTTI , cominciando con i finto-contestatori), da Renzi, a  Berlusconi, ci “informano” che i vertici finanziari dell’usurocrazia globale hanno stabilito che … “Il futuro sono gli Stati Uniti d’Europa” .

Ebbene, tale “futuro” di già predisposto “oltre atlantico” e senza MAI consultare i diretti interessati al riguardo, purtroppo, come dimostrano alcuni documenti presenti negli “Archivi nazionali statunitensi”, ha avuto origine al termine dell’ultima Guerra mondiale (  QUI e QUI ), sebbene elaborato precedentemente, da “insigni pensatori”, quali Coudenhove-Kalergi (qui). Per arrivare a tale “fausto traguardo” (si intende, solo per le oligarchie pluto-massoniche mondialiste), si è passati attraverso eventi tremendi ed epocali, quali guerre disintegratici, sterminii, macellerie sociali, devastazioni nucleari, avvelenamenti controllati, massacri per procura, guerre civili permanenti, ma è cominciato con lo sbarco degli eserciti a stelle e strisce sul nostro patrio suolo. Il principio di una egemonia politico-economica che ci sta trasformando in una vera e propria estensione  territoriale di quell’infernale caos politico, morale e sociale rappresentato dalla  cosiddetta “democrazia statunitense”.  Tutto ciò  rappresenta la realizzazione del cosiddetto “sogno degli stati uniti europei“, lo strumento principe per l’inveramento di una società di morti viventi.

Il brodo di coltura di tale “sogno”, è rappresentato da un tipo particolare di concezione, proveniente  dall’Europa anglo-sassone, che non aveva ancora pienamente assimilato la Cultura Romano-Cattolica. L’emigrazione di tali europei nel continente Americano, ha cristallizzato, non senza contrasti interni anche gravi, tale concezione, che ammantata dalla coperta della libertà e dei diritti, nasconde il principio del dominio assoluto riservato ad una ristretta oligarchia di plutocrati a danno di tutti i popoli e di tutte le nazioni. Se volessimo semplificare, si tratta niente più che della trasposizione politica moderna di una “federazione di tribù“,  schiavizzate da quella più ricca. Infatti, come nel peggiore dei “film” prodotti dalla macchina della propaganda anglo-americana, c’è un “potere” che non deriva dall’Autorità Morale e dal grado di Civiltà superiore così come inteso dalla concezione romano-latina. No! Nell’era della democrazia-liberale il “potere” deriva dalla violenza propriamente detta, esercitata in virtù della detenzione del potere economico da parte di chi controlla la speculazione finanziaria a livello globale. Dalla sopraffazione, che deriva a sua volta dalla maggiore ricchezza dell’Uomo sull’Uomo. Concretamente, la disposizione all’esercizio del “comando”, dunque, è data dall’opulenza e dalla capacità di sopraffare in suo nome. In questo modo, è inevitabile che il “potere”, così concepito, venga esercitato da gruppi ristretti che, guardate i casi della vita, nei nostri giorni sono di tipo massonico. Infatti, le “società segrete”, così come le conosciamo, si sono fondamentalmente formate sulla base di questa “anti-cultura”. L’ “esoterismo” dona un’aura di mistero e di “designazione” a tali sette. I “gradi di conoscenza segreta” rendono “messianico” il ruolo dei massoni, auto-convincendoli di essere i titolari di un “potere divino”, ovvero che esso è detenuto in qualità di manifestazione concreta della benevolenza divina. Secondo tale visione distorta la stessa ricchezza materiale assume così attributi divini, divenendo il mezzo principale per il raggiungimento e il mantenimento del “potere”.

Dati questi presupposti, risulta impossibile non giungere al principio più generale di Egemonia che contraddistingue l’orizzonte politico delle demo-plutocrazie reazionarie del cosiddetto occidente. Tale principio è in contrapposizione netta, inconciliabile, con la concezione di “IMPERIUM“, espressa dalla Civiltà Latina e rielaborata nella concezione fascista.

Così non ci può affatto stupire, l’obiettivo che viene perseguito nella cosiddetta “Unione Europea”, così come non ci stupisce affatto, al di la delle strida fasulle degli “sfogatoi” sistemici quali possono essere definiti a buon diritto i cosiddetti “populismi”, che tale “U.E.” non sia altro che l’espressione del dominio egemonico plutocratico dei “gruppi” che detengono la ricchezza di cui sono stati PRIVATI interi popoli e nazioni, gruppi facenti capo ad esecrabili istituzioni finanziarie quali il F.M.I.  e la sua “costola” europea, la B.C.E.

Ecco spiegato il motivo della prassi egemonico-plutocratica attuale, diffusa disgraziatamente nell’area Euro-Mediterranea (un tempo culla della Civiltà mondiale) e imposta sulla base del sopruso, della ricchezza economica e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo; una concezione priva tanto di un modello positivo di Cittadinanza, quanto di un vero Ordine Politico-Sociale, Morale, priva insomma di un qualsivoglia serio principio di sviluppo civile. Il loro fine è di creare dis-ordine, dividere il popolo, disintegrare le nazioni. In questo caos istituzionalizzato, una sola cosa regna sovrana: la sopraffazione, l’arricchimento pescecanesco, e la riduzione in schiavitù delle masse col fine di annientare la Civiltà latina di cui, quali italiani, siamo continuatori e portatori, in modo da foraggiare l’ “oligarchia di eletti” di cui sopra. Non ci sorprende, dunque, nemmeno il recente articolo comparso nel cosiddetto “giornale” ilSole24ore. Un articolo che ha suscitato commenti tra i più disparati: ilarità (si pensa ad uno scherzo!), disgusto, distacco. L’articolo in questione, invece, in perfetta linea con le affermazioni dei “candidati della B.C.E.”, si diffonde in uno studio, partendo da una domanda niente affatto ironica: “Reintrodurre la schiavitù è o no un’opzione per la società moderna?”

Nulla di cui stupirsi. La cosiddetta “democrazia borghese”, madre di tutti gli abomini materialistici di tutti i colori politici conosciuti, non può che portare ad una società di questo tipo. Non è altro che una forma frammentata di feudalesimo, dove i “signorotti” o i “padroni assoluti” sono più d’uno, in apparenza. Ma, nella sostanza è sempre e solo UNO: IL POTERE ECONOMICO.

Dunque, in linea con tale abominio politico-sociale, i risultati finali sono quelli paventati anche dal Kalergi. Per ottenere una società di questo tipo, è necessario l’abbrutimento psico-fisico; per arrivare a tale abbrutimento, si devono mettere in campo tutte le teorie razzistiche positivistiche conosciute. Dunque la teorizzazione di una razza androgina (ecco il fine dell’ “accoglienza dei profughi”, e dei “diritti degli omosessuali”), possibilmente e “futuristicamente” ottenibile anche il laboratorio (ecco il fine della “ricerca sulle cavie-embrioni umani) e la diminuzione progressiva della popolazione mondiale per detenerne meglio il governo (ecco il fine dei “diritti di fine vita”). In tal modo, il mondo di schiavi lobotomizzati, de-pensanti e bruti, assolverà in pienezza il compito loro imposto dalla plutocrazia dominante: produrre, consumare e morire per garantire l’opulenza degli “iniziati-dèi”.

Ed ecco il perché dei nostri reiterati appelli: lasciate perdere tutte le buffonate legate alle “elezioni”, alla cosiddetta “politica” dei partiti, alle “riforme” tanto fasulle quanto inesistenti, poiché rappresentano niente più che una criminale arma di distrazione di massa. Messi innanzi ai progetti che abbiamo testé discusso rappresentano il nulla, tanto quanto votare non serve a niente, tranne che a legittimare questo sistema criminale. L’atto politico più rivoluzionario concepibile attualmente è uno solo: SVEGLIARSI dal torpore indotto e impegnarsi per l’affermazione di una differente concezione politica, morale e sociale! L’atto più rivoluzionario è la conoscenza del FASCISMO! Mussolini aveva visto giusto quando nel 1944 in “Storia di un anno” aveva scritto che… il Fascismo tornerà a brillare all’orizzonte. Primo, in conseguenza delle persecuzioni di cui i “liberali” lo faranno oggetto, dimostrando che la libertà è quella che ognuno riserva per sé e nega agli altri; secondo, per una nostalgia dei “tempi felici” che a poco a poco tornerà a rodere l’animo degli italiani.

IlCovo

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RICORDARE SECONDO GIUSTIZIA: “razzismo fascista” e questione ebraica!

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Le “date rituali del calendario politico antifascista” si susseguono nel loro monotono rincorrersi. Date e “liturgie” il cui vero senso, come abbiamo già ampiamente dimostrato su queste stesse colonne (p.e. qui, qui, qui, qui e qui), è quello di essere strumento per fini che di realmente nobile non hanno nulla.

Della “unicità” con cui viene trattata la persecuzione antiebraica, impositivamente definita incomparabile, abbiamo già detto. Se si volesse davvero “ricordare, per additare la virtù opposta al crimine”, si dovrebbe sancire, almeno in questo ambito (sic!), l’uguaglianza verace delle vittime che da innocenti hanno subito crimini inenarrabili. Di tali orrendi misfatti, “giustificati” nei modi più disparati – in taluni casi con “motivi razziali”, in altri con “motivi religiosi”, in altri ancora “sociali” – purtroppo gronda la Storia, non solo contemporanea. In realtà, non dovrebbe esistere alcuna differenza tra un Ebreo assassinato per il suo Credo (o per la categoria sociale che ricopre, o per quella che veniva definita come la sua “razza”); un Cristiano, ucciso per motivi simili; o un pagano; o un Fascista ucciso solo in quanto tale (come le decine di migliaia sterminati a guerra finita per il solo motivo di aver indossato la Camicia Nera); o un qualunque essere umano appartenente alle più diverse categorie conosciute e innocente di qualsiasi reato;  poiché la differenza tra queste vittime NON ESISTE! E non essendovi alcuna differenza, il “ricordo” DEVE obbligatoriamente omaggiare TUTTI gli innocenti. In tal senso NON possono esserci “Univocità”. Nel momento in cui, invece, si decreta ufficialmente una “classifica della memoria” con i “meritevoli” da una parte ed i “condannati all’oblio” dall’altra, tale miserevole atto di ingiustizia rende in primis un orribile servizio alle vittime la cui celebrazione diviene solo il pretesto per una indegna speculazione politica, interessata a mantenere inalterati determinati equilibri di potere. Un servizio che risulta ancor più disgustoso per l’evidente ipocrisia con il quale esso viene ufficialmente ammantato agli occhi della cittadinanza, dove termini quali “uguaglianza, diritti, giustizia” rappresentano solo la “foglia di fico” che ricopre il vero ed inconfessabile motivo che sta alla base della scelta di celebrare una “memoria distorta ed a senso unico“. Quest’anno, che inizia subito dopo aver dato alle stampe la nostra “Edizione del Decennale de L’Identità Fascista, riveduta e ampliata con gli studi fin qui intrapresi, anche noi fascisti vogliamo continuare a “RICORDARE”, allegando a questo articolo, per i nostri lettori, il capitolo del libro che si occupa di analizzare il tema della “persecuzione anti-ebraica” specificamente riguardo l’atteggiamento dell’Italia Fascista, analizzato alla luce della Dottrina del Fascismo (QUI). Ad introdurre il testo citato, vogliamo ribadire, ancora una volta, ciò che abbiamo già ampiamente dimostrato coi FATTI e cioè che L’Italia Fascista, sotto la responsabilità del Capo del Fascismo, realizzò provvedimenti legislativi qualificati come per “la Difesa della Razza Italiana“. Tale legislazione, lo abbiamo detto e ripetuto, fu motivata ufficialmente da una presunta antinomia tra l’ebraismo e l’Italianità Fascista. Con questa motivazione, vennero diramate leggi rivolte a separare la componente ebraica dal resto della cittadinanza, che però NON ESCLUSERO GLI EBREI ITALIANI IN QUANTO TALI, poiché nella loro stesura prevedevano delle eccezioni (quali la discriminazione e l’arianizzazione per “meriti”, non solo innanzi al Fascismo stesso, ma anche solo per benemerenza sociale). Tutti gli studi più qualificati, a partire da quello di Renzo De Felice, concordano nel constatare che tale legislazione, sia pure con le peculiarità che gli sono proprie e che non sono assimilabili a nessuna legislazione razzista strictu sensu, fu indetta per motivi di strategia politica in merito alla politica estera del Regime. Detto questo, le motivazioni polemiche che vennero anticipate dal Gran Consiglio del Fascismo a motivo della promulgazione dei provvedimenti anti-ebraici, di cui abbiamo scritto in passato, ovviamente non erano totalmente infondate. Abbiamo già trattato l’argomento della diffusione iniziale del Sionismo in Italia, con le polemiche del caso portate all’attenzione dagli stessi Fascisti Ebrei. Trattandosi di una legislazione che prevedeva delle DISTINZIONI tra membri e membri, all’interno della stessa categoria oggetto della legge, è evidente che essa NON GENERALIZZAVA. Per questo motivo, al di là dell’uso strumentale fatto dalla propaganda ufficiale orchestrata dal Regime della parola “Razza”, che precedette e seguì le leggi (e che in tale ambito ufficioso assunse polemicamente non di rado anche un carattere biologista), essa, in riferimento alla legislazione ed ai documenti ufficiali redatti dal Partito Nazionale Fascista, non può essere evidentemente interpretata nell’accezione biologica. Dalle Leggi e dai documenti ufficiali del P.N.F., emerge infatti che, secondo quanto dichiarato alla luce della Dottrina Fascista, il concetto di “Razza” rappresentava un elemento culturale, spirituale e morale, cui aderire volontariamente o meno e non un lascito biologico ereditario. La vera discriminante in ambito fascista, dunque, è rappresentata dalla Civiltà Fascista, NON dalla presunta Razza biologica di appartenenza. In base a questa discriminante, migliaia di Ebrei, fino all’armistizio dell’8 settembre 1943 e anche dopo, sebbene in condizioni ovviamente diverse e molto più difficili, hanno potuto godere della protezione dell’Italia Fascista contro l’alleato tedesco, in un primo tempo in via ufficiale, dopo l’8 settembre in via ufficiosa. In proposito vogliamo riportarne un episodio emblematico, che chiarisce una volta di più il nocciolo della questione, ossia la differenza nodale tra il Razzismo di qualsiasi matrice e la concezione Fascista.

Nell’Ottobre del 1943 i tedeschi, occupanti la città di Roma a seguito dei fatti relativi all’armistizio senza condizioni stipulato tra l’illegittimo governo golpista monarchico-badogliano e gli Alleati anglo-americani (che pregiudicava politicamente e militarmente la presenza tedesca in Italia), per ordine di H. Himmler, esecutore H. Kappler, avevano deciso di deportare gli ebrei romani (circa 8.000 all’epoca dei fatti). La Storia riporta una conversazione molto importante, tra Kappler ed i responsabili della comunità ebraica Foa e Almansi (quest’ultimo fascista!) nonché della DELASEM, “istituzione” appoggiata ufficialmente da Benito Mussolini per facilitare l’emigrazione degli Ebrei Italiani e Internazionali. Vogliamo riportare la versione presa da due libri, scritti da autori dichiaratamente antifascisti. Precisamente: Storia degli Ebrei Italiani, volume terzo, di Riccardo Calimani, Mondadori. E: Duello nel Ghetto, di Amedeo Osti Guerrazzi, Maurizio Molinari, Rizzoli. Entrambi i testi riportano le parole di Kappler, durante l’ignobile trattativa per il furto dei beni degli ebrei romani, che avrebbe dovuto permettere loro, in teoria, di scampare alla deportazione, cosa che purtroppo non avvenne. Ecco quel che disse Kappler ad Almansi e Foa:

Io non faccio distinzione tra Ebreo ed Ebreo. Iscritti alla Comunità o dissociati, battezzati o misti, tutti coloro nelle cui vene scorre una goccia di sangue ebraico sono per me uguali. Sono tutti nemici.

Invece l’Italia Fascista, a differenza della Germania nazionalsocialista, FACEVA DISTINZIONE! Qualcosa che Kappler ed i nazisti tedeschi rigettavano a chiare lettere. Inoltre, i libri citati riportano la mediazione messa in atto sia dal Vaticano che, udite udite, dal PARTITO FASCISTA, per la salvezza degli ebrei braccati dai tedeschi, alcuni dei quali non hanno mancato di raccontare episodi fortunosi in cui gli stessi fascisti hanno concorso al loro salvataggio (Qui). Sempre gli stessi testi succitati descrivono la tattica del Governo della R.S.I., in merito all’internamento degli ebrei in mani italiane. Esso avveniva con un doppio profilo, come abbiamo già evidenziato in altri articoli: lentezza nella diramazione degli ordini e aiuto occulto per la fuga degli ebrei. Mentre quelli internati sul territorio nazionale avrebbero dovuto essere  mantenuti in Italia. Cosa che, a metà del 1944, provocò la reazione dei tedeschi, che non vollero più che la polizia Italiana si occupasse ancora direttamente della questione. Ciò è riportato dallo stesso Kappler, nel rapporto già steso per il generale Wolff in merito alla deportazione degli ebrei romani. (Cfr. Storia degli Ebrei Italiani, Volume Terzo, di Riccardo Calimani, Mondadori).

Ciò premesso, ci auguriamo che la ricerca presente nel nostro libro (Razzismo fascista e questione ebraica) possa contribuire a diffondere la VERITA’, affinchè la dignità del ricordo di tutte le vittime innocenti sia davvero onorata.

IlCovo

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L’ennesima testa dell’Idra antifascista asservita ai padroni atlantici!

“L’Italia è una pseudo-repubblichetta antifascista, asservita al governo americano e fondata sulla menzogna”. Questo dovrebbe essere l’articolo di apertura della “costituzione” dell’entità fantoccio Italy-ota. Sulla menzogna, sul raggiro, sull’ “arte del turlupinare” i propri cittadini si basa tutta l’impalcatura di quell’ignobile baraccone traballante senza sovranità che è la repubblica delle banane antifascista. In primis riguardo la cosiddetta “sceneggiata politica”. Infatti, oltre ad essere fondata sulla menzogna e sul crimine, tale “repubblichetta” è fondata anche sulla NOIA e sulla monotona mancanza di inventiva, anche perchè il suo “pubblico” è esso stesso annoiato e ormai chiaramente poco ricettivo, come mostrano desolatamente le urne elettorali sempre più disertate dalla popolazione. Il “baraccone” partitocratico  non fa nemmeno la “fatica” di “indorare” la pillola in modi presumibilmente diversi. Non c’è bisogno! Oggi, con “protagonisti” in teoria “nuovi” (solo anagraficamente), le sceneggiate restano sempre le stesse. Dopo la pantomima dei “populisti-sovranisti”,  talmente “sovrani” da genuflettersi ed obbedire a tutti i pluto-massoni globalisti conosciuti (e forse anche a quelli sconosciuti, qui), il palinsesto elettorale Italy-ota disperatamente a caccia di votanti, manda in onda la pagliacciata dei cosiddetti “neo-fascisti”, o “fascisti del terzo millennio” che a lume di Dottrina mussoliniana fascisti non sono mai stati né mai lo sarannoma che in qualità di “fascisti” devono comunque apparire al grande pubblico, visto che questo è il “ruolo elettorale” che il sistema pluto-massonico mondialista gli fa assumere! Un anno di preparazione mediatica a base di “allarmi antifascisti” è servita a prepararci anche a questo! Ed ecco servita sulla prossima scheda elettorale, per gli elettori grandi e piccini…: “Casa Pound”!! Venghino avanti signore e signori!! A qualunque latitudine politica pensate di appartenere, o qualunque parte politica pensate di dover fermare, adesso il sistema pluto-massonico vi fa sapere che non avete più scuse per non andare più a votare!! Eccovi servita la grande novità! Magari non proprio nuovissima, poichè tale presenza è stata sapientemente preparata già all’indomani della “scomparsa” fasulla del MS-FT del fu Rauti Giuseppe, anche lui piazzato li come uomo di fiducia della CIA.Immagine correlata

 A sua volta erede dell’altra precedente novità assoluta, preparata nientemeno che nel secondo dopoguerra dal governo statunitense, vero padrino di quell’aborto politico mostruoso  chiamato Movimento Sociale Italiano, per intenderci! Ecco, “Casa Pound”  incarna perfettamente tale eredità politica, la “corrente socialista nazionale” di rautiana memoria, ossia, tradotto dal linguaggio “neo-cameratesco”, un partito radical-keynesiano, perfettamente inserito nella logica SocialDemocratica moderna del sistema partitocratico antifascista!

Il che per questa gente potrebbe anche essere, come di fatto è (stando alle affermazioni ufficiali), un vanto! Tale è l’obiettivo primario: il binomio missino “non rinnegare, non restaurare” è perfettamente incarnato dai “nuovi capi” di CPI. Anche la retorica anti-Finiana, è buona solo per la proliferazione fasulla delle “correnti”, che, dopo la “fine” di AN, e lo smembramento del MS-FT , si sono frammentate negli “eterni filoni” e spifferi che caratterizzano da sempre la frastagliatissima galassia radical-destrorsa. Buoni per “raccogliere” i voti dei fessi, pardon, dei “militanti-simpatizzanti” di tutti gli orientamenti, da convogliare nel candido “mondo partitocratico della repubblichetta bananara” di cui sopra. Sì, sarebbe ora di farla finita con la buffonata dei “tradimenti”, del “Fini rinnegato”, del “noi non ci scusiamo”, su cui si è basata la retorica da quattro soldi di questi soggetti, sempre pronti alla bisogna a recitare la parte dei contestatori “anti-sistema”, insieme agli “altri” frammenti atomici dell’ “area neo-fascista”, salvo poi ritrovarsi tutti  schierati sempre dalla parte del Sistema! La realtà risulta molto meno prosaica e, depurata dai fronzoli mitologico-elettorali, viene descritta in tutta la sua chiarezza adamantina in questo nostro articolo: Almirante: non voglio morire Fascista! Il “gendarme” Gianfranco Fini, fu voluto, pensato e preparato esattamente per “traghettare definitivamente” gli “ex-fascisti” verso l’abbraccio con la “Costituzione della Repubblichetta Italy-ota” ed ha fatto tutto quanto doveva fare, proprio in ossequio alla più perfetta fedeltà all’ideale di Giorgio Almirante, co-fondatore di quella serpe atlantica chiamata Movimento Sociale Italiano! Gianfranco Fini non ha, in questo senso, nessun demerito! Anzi! Ha avuto il “merito” di dire la verità’, ha accettato la “parte del traditore”, che doveva recitare solo per fornire un alibi agli “altri riottosi”, che ancora non digerivano l’ archiviazione definitiva dell’aborto M.S.I. Ma “Casa Pound” incarna alla perfezione lo spirito missino succitato, l’unica cosa ufficialmente rimasta all’ “interno” dei “partiti d’area” era, ed è, solo la strumentalizzazione di un “sentimento nostalgico di per sé sterile” (infatti cosa ha mai fatto di rivoluzionario e di  fascista  il movimento sociale in tutta la sua inutile storia rimane ancora un mistero da svelare!) da sfruttare per meri fini elettorali, dunque pienamente in sintonia con i desideri della repubblica delle banane antifascista.

Ecco che allora si spiega l’altrimenti ingiustificato presenzialismo sui media plutocratici ufficiali e la pubblicità di cui beneficia questa realtà politica di per sé marginale e trascurabile. Infatti, dopo i grandi “successi elettorali” (qui) recenti, “Casa Pound” risulta stranamente onnipresente nei media generalisti. Per affermare che cosa? Ebbene, vogliamo mostrarvi una delle ultime interviste rilasciate dal suo borghesissimo rappresentante, commentandola dettagliatamente nei punti-chiave (qui) che confermano potentemente tutto quello che denunciamo da sempre, ricalcando pedissequamente e totalmente lo schema di quello che fu anche il modo di comunicare  “Almirantiano-Finiano” e mostrando il navigatissimo “politichese” pre-elettorale degli intervistati. Una preparazione che evidentemente non è casuale, tanto quanto le risposte che vengono date all’intervistatore. Ma procediamo per ordine:

…voi siete davvero fascisti
«Siamo i discendenti del fascismo, ma la stessa Repubblica Sociale aveva superato la dittatura, quando divenne chiaro che lo Stato totalitario favoriva la creazione di consorterie, che sono quelle che il 25 luglio tradirono. Nei 18 punti della Rsi era prevista l’ elezione di un presidente e l’esistenza dei partiti. Oggi noi pensiamo che la democrazia sia uno strumento possibile per realizzare lo Stato che vogliamo e che questa Costituzione lo consenta».

Questa risposta, esempio di una studiata e ambigua doppiezza nonché di distorsioni storico-politiche, come da “doppio-standard missino” (per l’appunto) serve per due scopi: 1) a confermare tutta la vulgata antifascista in merito alle presunte e inesistenti “anime” del Fascismo, che consente anche agli altri “spifferi” dell’ “area neo-fascista” di sentirsi autolegittimati; 2) mentendo si afferma che la R.S.I. negasse la natura ideologica intrinsecamente totalitaria del Fascismo e che avesse in qualche modo “accettato” la regola “demoliberale” delle elezioni a maggioranza e del pluripartitismo (i 18 punti, che non costituiscono un provvedimento ufficiale del Governo della R.S.I. ma un manifesto programmatico redatto al Convegno del Partito Fascista Repubblicano a Verona,  rappresentavano una piattaforma contingente e più che provvisoria, uno “strumento di discussione politica” che doveva essere per sua stessa natura e dichiarazione svolto e riveduto a fine guerra) , mentre ciò corrisponde a un falso storico. Ma tale  menzogna, perpetrata attraverso questi servitori del sistema antifascista, ha lo scopo di consolidare la vulgata della “repubblichetta delle banane Italy-ota”. Nessun esponente ufficiale del Regime mussoliniano ha mai nemmeno ipotizzato la possibilità di instaurare un regime “demo-liberale”, in quanto la Rivoluzione Fascista aveva lo scopo precipuo di superare politicamente tanto il Liberalismo che il Socialismo. Negare ciò, significa negare la natura rivoluzionaria del Fascismo. Le “consorterie” che hanno favorito la caduta dello Stato Fascista non lo hanno fatto “in virtù dello Stato Totalitario Fascista” ma CONTRO lo Stato Totalitario Fascista, che invece, qualora pienamente realizzato, avrebbe costituito la fine politica per le suddette consorterie! Dal 1946, tutti i gruppi della destra radicale finto-fascista, hanno svolto su mandato anglo-americano il compito di cancellare persino il ricordo dei contenuti effettivi della Dottrina del Fascismo, inventandosi che la cosiddetta “democrazia di importazione”  sia uno strumento positivo per realizzare uno stato popolare efficiente, ed affermando che la “costituzione della repubblichetta antifascista” lo consente! Ed è esattamente questo ciò che i discendenti non del Fascismo, ma del M.S.I. dei vari Michelini, Almirante, Fini, Rauti, etc. hanno da sempre il compito di ottenere! Tale “costituzione”, frutto di compromessi, ambiguità, negazioni, all’insegna dell’obbedienza ad uno Stato straniero e invasore, rappresenta l’esatto inveramento del cerchiobottismo partitocratico fondato sulla truffa e la legittimazione dell’annullamento della sovranità del popolo italiano. Inoltre, e non è affatto marginale, contrariamente a quanto sostenuto dalla propaganda antifascista, la forma che si è data il Regime Fascista, non è mai stata definita ufficialmente quale mera “dittatura” ma, a lume di Dottrina ufficiale, come segue (Cfr, La Dottrina del Fascismo, di Benito Amilcare Andrea Mussolini): “Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto Stato. Il quale non è numero, come somma d’individui formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il Fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei piùma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come deve essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti… La ragione, la scienza – diceva Renan,  che ebbe delle illuminazioni prefasciste, in una delle sue Meditazioni filosofiche – sono dei prodotti dell’umanità, ma volere la ragione direttamente per il popolo e attraverso il popolo è una chimera. Non è necessario per l’esistenza della ragione che tutto il mondo la conosca. In ogni caso se tale iniziazione dovesse farsi non si farebbe attraverso la bassa democrazia, che sembra dover condurre all’estinzione di ogni cultura difficile, e di ogni più alta disciplina. Il principio che la società esiste solo per il benessere e la libertà degli individui che la compongono non sembra essere conforme ai piani della natura, piani nei quali la specie sola è presa in considerazione e l’individuo sembra sacrificato. E’ da fortemente temere che l’ultima parola della democrazia così intesa (mi affretto a dire che si può intendere anche diversamente) non sia uno stato sociale nel quale una massa degenerata non avrebbe altra preoccupazione che godere i piaceri ignobili dell’uomo volgare. Fin qui Renan. Il Fascismo respinge nella democrazia l’assurda menzogna convenzionale dell’egualitarismo politico e l’abito dell’irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello Stato, il Fascismo poté da chi scrive essere definito una “democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria”.

Più chiaro di così! Ma andiamo avanti, e leggiamo cosa questi presunti e auto-proclamati “discendenti” del nulla vanno affermando:

…Assaltare i giornali o fare irruzioni in circoli di immigrati però
«Ma quello lo fanno gli altri. Gli elettori hanno capito la differenza tra noi e la destra radicale. I blitz contro i giornali aiutano chi vuol tenere alta la tensione contro i fascisti. Fanno comodo alla sinistra. Noi siamo diversi, più strutturati, come si vede dai numeri, e laici, mentre loro hanno una forte impronta religiosa».

Classico esempio di “bue che dal del cornuto all’asino”! Come se il ruolo svolto da entrambi i soggetti della destra radicale ( l’esempio citato, infatti, allude ai recenti fatti di cui si è reso protagonista il gruppo di Forza Nuova, di cui abbiamo già discusso Qui) non facesse parte dell’eterna sceneggiata svolta ad uso e consumo del sistema antifascista da entrambi i suoi gendarmi.  Interessante il riferimento ai numeri che li distinguerebbero, gli déi della “democrazia serena”, feticcio dei “laici”, che sacrificano sugli altari del nulla la vita degli uomini, e si definiscono pure “senza dio”! Mentre “gli altri” (chi? Tutti e nessuno, in questa sceneggiata) avrebbero una “forte impronta religiosa”. Gli “altri”, a cui il soggetto intervistato sta dando metaforicamente un calcio nel didietro, sono i “kamaraden di Forza Nuova”, i quali sarebbero “integralisti religiosi”! Ferma restando l’identità interna del partito di Fiore, il quale strizza l’occhio alle Religioni, declinate al plurale, ma al suo interno favorisce, come il maestro Almirante insegna, la proliferazione di “correntifissate nel binomio Social-Razziale ( qui ). Inutile, vista la prosa ignorante dell’intervistato, citare nuovamente la medesima Dottrina Fascista, che definisce il Fascismo NON concezione laica bensì “Concezione Religiosa“.

Cos’ è il fascismo oggi?
«Comunemente è una parola utilizzata per evocare una dittatura ma è una visione sbagliata. Lo Stato totalitario può avere diversi colori: rosso, nero, ma può anche avere una parvenza di democraticità, come è avvenuto in questi anni con l’ Unione Europea, che è tutto tranne che rappresentativa dei popoli. Dall’ euro al bail in al fiscal compact, hanno deciso tutto gli eurocrati. Ma l’ Europa non è il solo caso».

Di nuovo calci di rigore a porta vuota in favore della vuota retorica del “politicamente corretto”, che abbiamo abbondantemente smentito (p.e. qui e qui). Il Fascismo, OGGI, DOMANI, E SEMPRE, E’ E SARA’ LA PIU’ GRANDE IDEA DI CIVILTA’, ITALIANA ED UNIVERSALE, MAI CONCEPITA SULLA FACCIA DELLA TERRA, DOPO ROMA! 

Sporcare il nome altissimo del Fascismo, associandolo all’usurocrazia della BCE, anche solo per ossequiare polemicamente il “politicamente corretto” e mettersi ginocchioni davanti ai giornalisti generalisti, si commenta da sè, manifestando una natura politicamente servile .

Mi faccia altri esempi
«La legge Scelba dice che chi cerca di zittire gli avversari con la violenza di fatto ricostruisce il partito fascista. Bene, seguendo il dettato della legge, dovrebbero sciogliere i 400 centri sociali presenti sul territorio: se non ci fossero loro, non esisterebbe violenza politica in Italia oggi. No global e affini pensano di essere depositari del diritto di sfasciare e picchiare».

Ulteriore prova di accettazione della logica bi-partitica demoliberale, secondo cui la “violenza” e la “rivoluzione” si esprimono in canoni ben definiti, ovviamente utilissimi al Sistema. Trattasi in realtà di teppismo e/o sfogo di rabbia generalizzato (ovviamente programmato sapientemente), che si concretizza nella contrapposizione tra fazioni fintamente contrapposte e che si esaurisce nella violenza urbana, utile alibi per le forze di governo del sistema antifascista. Inoltre, tutto ciò costituisce l’ennesimo avallo della (il)logica affermazione “partito fascista=violenza”, dove addirittura, si ribaltano polemicamente i termini in questione, contribuendo alla divisione politica tra presunti falsi opposti!!

Sarete di destra ma avete un programma di sinistra
«Mussolini era socialista. Noi però non siamo di sinistra, perché siamo per il libero mercato, entro determinati confini e regole, per abbassare le tasse. Non facciamo la guerra al “padrone”, ma al capitale, siamo per la casa e il lavoro sicuro per tutti e per far tornare gli italiani a fare figli. Le grandi aziende vanno bene, ma se perseguono l’ interesse della nazione, non devono delocalizzare. Mi piaceva l’ Iri».

Di nuovo le “anime” di destra e sinistra e altre simili amenità, con i soliti proclami generalisti che potrebbero sottoscrivere tutti i gruppi della partitocrazia antifascista ( le chiacchiere non costano niente a nessuno!). La frase “Mussolini era Socialista”, che dal punto di vista storico e politico non significa assolutamente nulla, se non che si vuole alimentare la falsa storia delle “anime del fascismo” (Benito Amilcare Andrea Mussolini, in un’adunata che a chiacchiere piace tanto ai “discendenti” del nulla, affermava: “Esaminando il nostro programma vi si potranno trovare delle analogie con altri programmi; vi si troveranno postulati comuni ai socialisti ufficiali, ma non per questo essi saranno identici nello spirito, 23 Marzo 1919, Piazza San Sepolcro, Milano),  non è “buttata là” per caso. Ma per mostrarsi esattamente come il navigato giornalista afferma in seguito…

Siete un po’ democristiani?
«Siamo italiani. Servono regole in economia. Lasciato a briglia sciolta, il capitale si alimenta da solo e mangia l’ uomo, come sta succedendo».

La risposta verace a questa domanda, se l’interlocutore fosse stato sincero, avrebbe dovuto essere un solennissimo SI! Le “tartarughe”, però, hanno dimenticato anche quando, “futuristicamente” (secondo loro) si definivano “EstremoCentroAlto”, visto che polemizzavano con chi li definiva di destra e/o sinistra. Polemizzavano; ma oggi no! Oggi non c’è bisogno che si definiscano Democristiani , o “CentraliAlti” (le solite contorsioni verbali per affermare e negare ad un tempo) perché cosa essi rappresentano risalta in modo evidente!

Sorvoliamo sul politichese da caffè che ammicca al “Conducador” Berlusconi, così come agli altri alleati del Centro-Destra che però non è Destra ma “Sinistra” perché “Mussolini era Socialista”!!! Come non ci dilunghiamo anche sui presunti finanziamenti di CPI. Andiamo al sodo:

Perché se hanno tanta paura di voi non vi sciolgono?
«Perché dovrebbero motivarlo e non possono: non siamo razzisti, non siamo xenofobi, la nostra posizione contro l’ immigrazione ha delle basi socioeconomiche».

Siete antisemiti?
«Il fascismo è di natura inclusivo con tutte le identità della nazione e fino alle leggi razziali lo fu anche con la comunità ebraica: conosce Ettore Ovazza, l’ ebreo fascista? O il ministro fascista dell’ economia Guido Jung anche lui ebreo? Con le leggi razziali commettemmo un grave errore. Comprendo la rabbia della comunità ebraica nei nostri confronti ma noi non siamo antisemiti».

E gli sfottò ad Anna Frank
«Gli imbecilli in cerca di visibilità sono un male dei nostri tempi, non bisogna parlarne. Chi lo fa incoraggia i pazzi a esibirsi. Oggi fare un’ idiozia ti porta a finire sulle prime pagine dei giornali, ma questo solletica malate manie di protagonismo».

Mussolini fece un altro tragico errore: trascinò l’ Italia in guerra…
«Se vuoi essere una potenza mondiale non puoi chiamarti fuori da un confitto del genere».

Ma si schierò con i nazisti…
«Erano gli alleati del tempo, e ancora non si sapeva dell’ Olocausto».

Che però il Fuhrer non avesse tutti i venerdì a posto si intuiva…
«Nella guerra mondiale ognuno partecipa in ragione del proprio interesse nazionale. Noi volevamo espanderci in Africa, il nemico era l’ Inghilterra. La guerra doveva scoppiare a inizio anni Cinquanta, per dare all’ Italia il tempo di ricostruire l’ esercito dopo le campagne d’Africa e di Spagna. Hitler sui tempi fece una forzatura».

Ecco una domanda semplicissima, a cui si dovrebbe dare una risposta altrettanto semplice: se i gruppi della destra radicale finto-fascista corrispondono in pieno all’immaginario fasullo del fascista elaborato dalla propaganda antifascista, perché tali gruppi non vengono disciolti d’autorità? Perchè vengono mantenuti in attività gruppi ipoteticamente “pericolosi” (come afferma la martellante propaganda dei media del sistema pluto-massonico)? Le risposte sono due, e non eludibili:

  1. I gruppi in questione NON SONO ANTI-SISTEMICI !
  2. I gruppi in questione SONO UTILI AL SISTEMA, a prescindere da come essi si definiscono!

TERTIUM NON DATUR!

Infatti, tali “gruppi” vengono lasciati proliferare tranquillamente, al netto degli attacchi propagandisti fasulli effettuati a mezzo stampa contro di essi. Chi invece – tanto da far arrivare nel “parlamento” leggi specifiche, non generiche – viene realmente attaccato direttamente è il Fascista strictu sensu, davvero tale, non rozzo, non razzistoide, non teppista! Guardate un po’ (qui e qui )! Delle due, l’una! Poi appare evidente che le Tartarughe leggono quello che andiamo sbandierando ovunque, purtroppo però distorcendone il contenuto e utilizzandolo sempre e solo per colpire ancora il Fascismo! Infatti, le “leggi antisioniste”, di cui abbiamo scritto, furono un errore per come vennero stese e per la propaganda che le anticipò e le seguì, causata da fatti irripetibili di politica estera del tempo. Ma tali leggi non esclusero affatto la comunita’ ebraica in quanto tale ! Non sarebbe necessario che i “nostri” si  rileggessero l’articolo sul Fascista OVAZZA (prima e dopo le leggi rimasto tale!), ma semplicemente le stesse leggi! Ma capiamo che ci vorrebbe un coraggio da leoni ad affermare in mondovisione, come facciamo noi, che l’Italia Fascista non conobbe mai il razzismo propriamente detto! Mai! Prima e dopo le cosiddette “leggi razziali”! La “rabbia” della “Comunità ebraica” Italy-ota contro il Fascismo e Mussolini (perché il resto del mondo ha delle diversificazioni assolutamente rilevanti a riguardo), sta nel fatto che le “leggi antisioniste” spaccarono per la seconda volta nella loro storia millenaria (la prima avvenne con la predicazione dei Santi Pietro e Paolo)  la Comunità ebraica italiana, e che oltre 6.500 (diconsi seimila cinquecento) ebrei su circa 39.000 presenti in Italia, dopo la promulgazione delle leggi, ripetiamo dopo le leggichiesero ed ottennero di rimanere fascisti, mentre al giugno del 1942 le attestazioni dei fedeltà al Fascismo, in attesa di essere evase, erano ben 8.000! Il che significa che circa 15.000 ebrei, diconsi quindicimila, hanno di fatto scelto la fedeltà al Fascismo (1), DOPO LE LEGGI! E’ questo che le “Tartarughe” dovrebbero aver il coraggio di affermare, accettando di essere davvero attaccati: non facendo finta come ora!! Ma, ovviamente, questo è quel che dovrebbero dimostrare dei Fascisti veri, cioè consci del valore della Dottrina del Fascismo, che volessero perseguirne realmente e concretamente gli obiettivi, sostenendo l’Ideale di Benito Mussolini! Precisamente quel che le Tartarughe e tutti i loro omologhi della destra radicale mai sono stati e mai hanno fatto. La loro errata e fuorviante interpretazione del Fascismo, invece, corrisponde perfettamente alla descrizione, falsa, espressa da Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti!

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. Solo il proseguimento sciagurato della “sceneggiata elettoralistica” allestita dall’atlantismo  per distrarre i sudditi dell’asservita “Repubblichetta delle banane Italy-ota”.  Tutto il resto è davvero NOIA, con le solite battute ripetute da decenni, dove tali soggetti continuano a prendere per imbecilli i loro critici, accusandoli di “inattivismo”, poiché il loro presunto fine  reale sarebbe nientemeno che la “rivoluzione”, il cambiamento; loro addirittura starebbero solo “imitando il pragmatismo di Mussolini”, facendo in realtà il “doppio gioco”, preparandosi a dare il ben servito alle istituzioni antifasciste! Ecco la “foglia di fico” data impunemente in pasto da 70 anni ai fessi che abboccano a tali scempiaggini (già dal tempo del fu M.S.I.), che ha prodotto decenni di magnifiche “rivoluzioni” e “rinascite” che vediamo sotto i nostri occhi. Per questo noi fascisti, gridiamo a gran voce: NO AL VOTO! I fascisti NON VOTANO PER NESSUNO!

IlCovo

Nota

1) Cfr. M. Piraino, S.Fiorito, L’identità Fascista – Edizione del Decennale, 2007 – 2017, Lulu.com, p. 323.

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Di eurocrazia pluto-massonica, bufale e falsi di Stato!

L’attuale sistema criminale incentrato sull’eurocrazia e dominato dall’oligarchia pluto-massonica, continua nella sua forsennata campagna contro la verità, cercando di mettere il proprio bavaglio all’informazione indipendente, mobilitando i propri servi prezzolati che alimentano la campagna mediatica contro le cosiddette “bufale”, altrimenti dette nel rozzo idioma dei barbari anglo-sassoni “fake news”, ultimo specchietto per le allodole fesse, in ordine di tempo, che vogliono abboccare alla propaganda diffusa dai canali ufficiali dell’informazione asservita! Dopo la legislazione ad hoc varata in Germania e dopo le invettive della “signora” Boldrini che gridava contro il pericolo che corre “santa democrazia” a causa della  contestazione politica presente in Rete nei riguardi del sistema partitocratico liberale, che delle fasullissime “verità ufficiali”  non sa che farsene, adesso anche il pupazzo francese della plutocrazia, Macron, ha deciso che va realizzata una normativa apposita contro chi diffonde verità sgradite al sistema plutocratico di “eurolandia”! (QUI)

Ma dove, come, perché e da chi viene diffuso attraverso televisioni e giornali lo spauracchio delle “bufale mediatiche”? Noi fascisti de “IlCovo” a partire dal 2016 abbiamo scritto più volte riguardo tale tema, non solo localizzando chiaramente il problema ma fornendo anche la concreta soluzione ( QUI, QUI, QUI),  tuttavia questo eccellente video sintetizza brevemente in modo straordinariamente chiaro tutta la questione, buona visione:

“IlCovo”

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2017, una crescita inarrestabile!

Rapporto annuale

Con gli auguri per un anno sereno, all’insegna del vero cambiamento, quello che peroriamo senza sosta, “IlCovo” è lieto di condividere con i suoi lettori il rapporto dell’attività annuale.

Ringraziamo sentitamente coloro che ci seguono, e che ci fanno conoscere.

La media annuale è in crescita inarrestabile; praticamente raddoppiamo sempre i lettori di anno in anno. Per un totale di quasi 65.000 visitatori unici dall’apertura del blog; anche quest’anno, rispetto all’anno passato, abbiamo aumentato costantemente la media, che precedentemente si attestava intorno ai 17.500 contatti: nel 2017 siamo arrivati quasi a 20.000!

Questo senza dimenticare il nostro archivio d’eccellenza costituito dal Forum “IlCovo.”

Sito costantemente visitato, con iscritti e visitatori unici sempre in aumento: con un totale di 368.400 visitatori unici (circa 40.000 in più rispetto all’anno passato); e con l’impressionante cifra di 10.550.000 di visite (quest’anno circa un milione in più )!!!!!

I 5 articoli più letti e diffusi nel 2017, segno che la nostra attività ottiene il risultato sperato, sono i seguenti:

  1. Chi siamo noi, cosa sono ilCovo e la Biblioteca Fascista
  2. La Civiltà Fascista
  3. La Costituzione Antifascista: base della distruzione
  4. Il Metodo Massonico per inviare messaggi subliminali…a chi non ha più coscienza di sè e del mondo reale
  5. La Dottrina Fascista

Inoltre, la nostra piccola “voce” di autentici fascisti si fa “sentire” sempre più anche in tutto il mondo, utilizzando sempre e solamente la lingua italiana! Questi i paesi che, quest’anno, hanno più visualizzato il nostro blog, in ordine decrescente per numero di visite:

Italia
Stati Uniti
Regno Unito
Francia
Brasile
Spagna
Russia
Germania
Ucraina
Canada
Svizzera
Cile
Grecia
Argentina
Bolivia
Norvegia
Cina
Colombia
Paesi Bassi
Austria
Irlanda
Giappone
Venezuela
Australia
Sudafrica
Polonia
Bulgaria
Israele
Ungheria
Perù
Belgio
India
Portogallo
Thailandia
Svezia
Romania
Malta
Finlandia
Repubblica Ceca
Seychelles
Honduras
Unione Europea
Filippine
Turchia,
Lettonia
Emirati Arabi Uniti
Slovenia
Kuwait
Singapore
Tunisia
Vietnam
RAS di Hong Kong
Marocco
Bangladesh
Messico
Algeria
Costa Rica
Lituania
Danimarca
Pakistan
Serbia
Qatar
Taiwan
Portorico
Uruguay
El Salvador
Nepal
Cambogia
Libia
Corea del Sud
Kenya
Slovacchia
Indonesia
Albania

All’inizio di questo anno, dunque, con grande fiducia siamo sicuri che sapremo coinvolgervi sempre più, sia per i contenuti che vi sottoporremo, che per le novità in programma.

Grazie dai fascisti de “IlCovo”!

…E AVANTI! …VIVA IL FASCISMO, VIVA BENITO MUSSOLINI !