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Cattolicesimo e Fascismo, i “Due Fuochi dell’Ellisse”: il duplice attacco per distruggere gli eredi della Civiltà Romano-mediterranea!

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Vogliamo, cari lettori e simpatizzanti, prendere in prestito, per iniziare la stesura di questa nostra importante analisi, le parole, rappresentative, presenti nello scritto di Armando Carlini, “FILOSOFIA E RELIGIONE NEL PENSIERO DI MUSSOLINI” del 1934, edito per l’Istituto Nazionale Fascista di Cultura e successivamente pubblicato nella raccolta “Saggio sul pensiero filosofico e religioso del Fascismo” del 1942  (qui):  il Fascismo è il principio di una nuova sintesi politica e culturale, in cui, prendendo a paragone un’elissi, la tradizione romana dell’autorità sia politica che ecclesiastica, rappresenterà i due fuochi. “

Mai sintesi fu più precisa e veritiera di questa sopra riportata! Proprio per questo motivo, perchè il Fascismo Mussoliniano rappresenta la più verace forma di sviluppo armonico della Civiltà Latino-mediterranea (nei modi idonei ad affrontare le sfide poste dalla modernità, risolvendone positivamente i limiti ed i conflitti,  creando uno Stato Nuovo alternativo ai fallimenti modernistici e/o collettivistici), esso è stato ed è tutt’ora così violentemente attaccato! Siccome il Fascismo Mussoliniano rappresenta quell’armonia perfetta di valori politico-religiosi e poichè i nemici della Civiltà Mediterranea vogliono distruggere tale armonia, il colpo non poteva non essere assestato ad entrambi i Fuochi dell’Ellisse: il potere Politico e quello Religioso,  rappresentanti la nostra Civiltà; il Fascismo ed il Cattolicesimo Romano! Del resto, come abbiamo già sintetizzato in questo nostro articolo, l’attacco alla Civiltà Latino-Mediterranea è partito, in epoca “moderna”, dalla Gran Bretagna, in un duplice ambito: quello filosofico-politico, e, in tempi più recenti, quello militare. Ciò è la risultante di un’unica strategia, che ha come obiettivo l’abbattimento della Civiltà anzidetta e per il raggiungimento di tale orribile risultato le elites pluto-massoniche si sono avvalse di vari strumenti, tutti “utili” alla bisogna. Trenta Secoli di Civiltà latina, però, non sono passati senza lasciare un profondo e magnifico segno. L’attacco portato avanti dal XVII secolo in poi, ha trovato, grazie a Dio, resistenze e contrattacchi di grandissima levatura, in primis dal punto di vista Religioso, con i Pontefici Romani del calibro del beato Pio IX (il cosiddetto “papa Liberale“, SIC!),di Leone XIII o San Pio X, con l’offensiva magisteriale e Politica da essi posta in essere; lungimirante perché non ferma ai soli eventi chiaro-scuri dei cosiddetti “risorgimenti” europei, ma proiettata all’individuazione dei fondamenti filosofici, deteriori, oppositori della Civiltà Romano-Cattolica, che era il reale obiettivo delle rivolte eterodirette (mentre l’ Indipendenza era solo uno specchietto per le allodole: prova ne è stata, ad esempio, la mancata verace Indipendenza Italiana). Il fermento Religioso non fu, dunque, una sterile voce isolata. Indubbiamente i problemi posti dalla modernità illuministica non erano secondari e certamente non erano campati in aria. Certamente, i contrasti nella Società degli Uomini andavano risolti positivamente, ma nel solco della Civiltà Italiana. Civiltà a cui tutta l’Europa guardava. Dunque, la risposta arrivò anche dal punto di vista Politico. E’ in questo solco, che si inserisce la nascita delle Filosofie politiche che portarono Benito Amilcare Andrea Mussolini a fondare il Fascismo Italiano, che integra il Cattolicesimo Romano. Questo perché, inevitabilmente, la Cultura italiana, è permeata dei valori della Civiltà che essa rappresenta. In base a questi valori, genialità presenti in ogni campo dell’umano sentire del calibro di Benito Mussolini, Giovanni Gentile, Armando Carlini, Alfredo Rocco, e così via, hanno potuto sintetizzare la forma più idonea di Stato Nazionale ed Universale, fondato proprio sul retaggio cattolico, romano e mediterraneo, tale da affrontare e risolvere i problemi posti e provocati dalla modernità post-illuministica. Tale forma Statuale non poteva prescindere dalle fondamenta della Civiltà Romano-Cattolica, ri-prendendo, proseguendo e completando il cammino intrapreso da questa stessa Civiltà sulle basi della filosofia dello Stato Indipendente, sintetizzata dall’ Apostolo e Martire San Paolo, al secolo Saulo di Tarso. E’ genericamente ignorato, infatti, l’apporto fondamentale alla svolta epocale sulla natura stessa del rapporto tra Stato e religione fornito proprio dal Cristianesimo Cattolico. E’ il Cristianesimo che, per la prima volta in assoluto, ha proposto all’Umanità la Rivelazione di un Dio Trascendente e personale, non Immanente alla realtà o a uomini-dei; Rivelazione che rende libera la Coscienza dei singoli, poiché si distingue dalle realtà temporali (ma non se ne separa), pur dando una evidente priorità a quelle Spirituali, nella dimensione però della Elevazione Interiore (secondo precisi principi) e della “solidarietà fraterna”. Tale Distinzione, dunque, non è separazione od opposizione fra le Autorità. Essa certifica che le realtà Trascendenti esistono e sono vere, anche se non sono immediatamente comprensibili (in questo, valorizzando le intuizioni della filosofia Greca a riguardo). Esse hanno, altresì, un primato assoluto nel Cuore dell’Uomo, poiché ne formano la Coscienza profonda, non possono essere eliminate o subordinate violentemente da nessun’altra autorità terrena, poiché, in ultima analisi, il concetto stesso di Autorità e Comando non può prescindere da esse, se vuole darsi un valore morale superiore. Dunque, la distinzione dei poteri, delle Autorità, è un unicum “inventato” dal Cristianesimo Cattolico (1). Diciamo “Cattolico” (cioè, Universale!), poiché questo è il termine usato dall’Apostolo e Martire San Paolo per  definire la Chiesa di Gesù Cristo il Nazareno (2). E ciò rappresenta il motivo su cui si fonda l’armonizzazione del messaggio politico tramandato dalla Civiltà di Roma con quello religioso portato dal Cristianesimo, complementarità inverata proprio in virtù del sapiente “innesto” di Quirino in Cristo, operato da un Pescatore di Galilea, chiamato Petrus (Cefa, in Aramaico) e da un Dottore della legge israelitica, chiamato Saulo, nato cittadino romano, col nome di Paulus di Tarso. Quelle che saranno definite, a ragione, le Colonne di Roma Cattolica, San Pietro e San Paolo, hanno così innestato nell’Universalismo della Civiltà Romana, la Religione “Rivelata” dal Cristo, Figlio Unigenito di Dio Padre, nella potenza dello Spirito Santo. Religione che, unica al mondo, non solo Rivelava la Distinzione dei Poteri, ma prima di tutto Redimeva l’Uomo, lo rendeva definitivamente “capace di Dio”; definiva in modo netto il Messianismo annunciato al popolo ebraico come Spirituale, Universale e non Secolare. Il Messia (a differenza dell’interpretazione riduttiva, tribale e settaria elaborata in ambito giudaico), ossia il Cristo (“l’unto del Signore” nella lingua greca, che era quella più diffusa tra il popolo nella parte orientale dell’Impero Romano)non assurge al ruolo di un Re Politico che deve sottomettere in schiavitù il mondo intero per “asservirlo” al popolo ebraico! Gesù Nazareno, invece, rivela l’Interpretazione delle profezie dell’Antico testamento, donato ai figli di Abramo, proprio nel senso sopra citato, per cui il Messia è Lui, il “Servo Sofferente” descritto dal Profeta Isaia, ucciso e crocefisso, che si è offerto in Olocausto (termine Religioso per definire il sacrificio perfetto, offerto allo stesso Iddio per la Salvezza degli Uomini), per Redimere l’umanità dal Peccato originale e per rendere finalmente l’Uomo degno di essere “Figlio Adottivo” di Dio, purificandone il cuore, trasformandolo da “Cuore di Pietra in Cuore di Carne” (3). Dunque, per i Padri della Chiesa Cattolica, per i filosofi Cristiani, la civiltà Greco-Romana ha valore pre-figurativo della Chiesa stessa. Anzi, tale Civiltà manifesta delle chiare “intuizioni pre-cristiane” nella filosofia e nel diritto, che essi valorizzano, riconoscendone la funzione politica, secondo loro data dalla stessa Provvidenza Divina, accettandone con amore l’Imperium romanorum gentis (4). Precisamente secondo questi presupposti si sviluppa la Civiltà Romano-Mediterranea. Sviluppo non sempre armonico, con battute di arresto e con alcuni strappi inveratisi in vari periodi della storia. Sviluppo bruscamente interrotto dalle idee “individualiste”, non nate ma irradiate nell’intero orbe dalla Gran Bretagna, a mezzo dei suoi traffici e delle sue conquiste. In tal senso è il modello individualista e materialista dei “britannici” ad incarnare la vera “reazione“, il vero “conservatorismo“, poiché essi rappresentano i banditori di tali idee retrograde, che vogliono ri-portare indietro le lancette della storia, che vogliono cristallizzare il tempo e il sapere in un presunto quanto opinabilissimo “tempo antico eterno“, in cui la “conoscenza era segreta” e custodita presumibilmente da “iniziati”, future auto-proclamate pseudo-guide del mondo intero (tale è l’assioma Evoliano e prima ancora Massonico). Tale è l’attacco alla Civiltà Romano-Cattolica e dunque alla Civiltà Fascista, arrivato nel tempo presente alle sue massime conseguenze e portato su vari livelli, ma preparato da secoli.

E’ importante rilevare chiaramente che le modalità per portare un simile attacco risultano le medesime, sia nei riguardi del Fascismo che in quelli del Cattolicesimo, poichè entrambi “Fuochi dell’ellisse“, entrambe sole vere autorità rappresentanti la nostra Civiltà Romana, l’una nel dominio temporale, l’altra in quello spirituale. Cattolicesimo e Fascismo, traggono origine dalla medesima Filosofia Spiritualistica (5), che rappresenta, per l’appunto, lo sviluppo in fieri di un’unica Civiltà. Dopo aver assestato contro di essa il colpo più grande con l’ultima guerra mondiale, in cui si è arrivati in modo strumentale alla voluta conflagrazione globale, da parte dei suoi nemici si doveva pensare all’eliminazione dei principi sopravvissuti della nostra millenaria Civiltà. Per fare ciò, nel “nuovo” clima post-bellico, bisognava operare anche con metodi alternativi rispetto allo scontro aperto: la diffusione a macchia d’olio all’interno dei gruppi sopravvissuti di uomini ed elementi culturali e politici estranei, con annessa deformazione e usurpazione di principi ed idee (il modo migliore per disinnescarne il potenziale intrinseco). Tale metodo disgregante è stato utilizzato in modo graduale, conoscendo nel secondo dopoguerra una accelerazione determinante e una diffusione capillare su larga scala. Nel caso dei sopravvissuti del Fascismo, decapitato e sterminato nei suoi quadri ideologico-politici, messo in ginocchio da una guerra persa, essi sono stati “inglobati” dalla neonata “repubblica antifascista” eterodiretta da oltre oceano, attraverso un partito ossequioso verso il “padrone americano” che, a mezzo del proprio referente politico diretto nella “colonia italica”, la “Democrazia Cristiana”, lo ha imposto quale rappresentante dei reduci del Regime caduto, ovvero il Movimento Sociale Italiano. Tale partito, lungi dall’essere mai stato realmente Fascista, si è proclamato tale, solo per garantire il primo e più fondamentale passo verso la de-fascistizzazione retroattiva del fascismo. Attraverso questo metodo subdolo arriviamo all’oggi, con la cosiddetta “area neo-fascista“, che ovviamente fascista non è, ma che continua ad assolvere il compito di  mistificare e mortificare l’ideale del Fascismo, favorendo la fagocitazione da parte del sistema antifascista dei cosiddetti militanti che hanno la sventura di farne parte (6). Similmente, nella Chiesa Cattolica, si è svolto un attacco dai contorni netti e usurpatori della verace Dottrina. Preparato molto tempo prima – già nel 1899 il prelato francese Henry Delassus aveva ammonito che… «Ogni uomo, per quanto sia poco attento a ciò che accade nel mondo, si accorge subito che l’opera non solo è incominciata, ma che progredisce di giorno in giorno negli assalti contro la fede. E in pari tempo vi è, l’abbiam detto, la cospirazione contro la patria, meno aperta, ma non meno reale: poiché è necessario che cadano entrambi per dar luogo a questa “Gerusalemme di nuovo ordine, santamente assisa tra l’Oriente e l’Occidente, che deve sostituirsi alla duplice città dei Cesari e dei Papi”. Il colmo sarebbe che i ministri del clero cattolico, sotto l’impero d’illusioni fallaci quanto generose, venissero a portare un concorso qualsiasi a questa cospirazione che si può chiamar universale, ed a contribuire in qualche parte a scuotere la ferma adesione che l’anima cristiana deve professare ed avere per la santa Chiesa cattolica, la sola arca di salute»… (7) – ma portato nel momento propizio, sotto l’incalzante pressione politica del governo americano in piena “guerra fredda”, promuovendo il ribaltamento della Dottrina Cattolico-Romana, ovvero la sostituzione del proprio paradigma filosofico-religioso, a mezzo della preparazione e indizione di un apposito Concilio, il Vaticano II, che costituì un unicum nella storia millenaria della Chiesa Cattolica ed il vulnus attraverso cui il modernismo illuminista ha fatto breccia tra le mura vaticane. Detto Concilio fu prima annunciato e poi attuato, in modo totalmente diverso dai precedenti. Poiché, mentre i Concili erano da secoli sempre stati un presidio del magistero Cattolico Papale, per definire dottrine e prassi, con il Vaticano II ci si rifiutò di farlo per principio (sic! Tale fu la dichiarazione del pontefice all’epoca), definendolo “Concilio Pastorale”, ovvero un ossimoro escogitato per non esercitare la consueta infallibilità dottrinaria sulle materie dogmatiche, ma allo stesso tempo per imprimere una svolta nella definizione stessa di “Dottrina” e sul tipo di assenso che il fedele è tenuto a dare ad essa. In sostanza si è sostituito, nei fatti, il paradigma cambiando il senso al termine “Dottrina“, e istituendo la “Dottrina della prassi“, tale che fu richiesto ai fedeli un assenso simile a quello dovuto ai dogmi, pur non avendo formulato e definito nulla di dogmatico. Questa sostituzione di paradigma, avvenne per esclusivo mezzo dell’Autorità Religiosa, non basandosi più sull’oggettività del dogma o della dottrina definita tradizionalmente (dalla quale la stessa Autorità trae la sua legittimità al comando!), ma attraverso il dettato dell’Autorità stessa, che pur non potendo sovvertire (in immediato!) direttamente la fede e il deposito dottrinario, operò come se stesse mediando tra due “fazioni” in lotta: dunque arrivando ad un compromesso tale che potesse garantire una lettura duplice di uno stesso Concilio. Questo perché, gradatamente, nelle Scuole, nelle Accademie, nei Seminari, nei punti-chiave della formazione Cattolica, si è prima infiltrata e poi radicata “l’interpretazione Sociologica della Religione”.  In tal modo, avendo in casa un problema epocale come la spinta per il ribaltamento del paradigma Cattolico all’interno della stessa Chiesa, le Gerarchie ancora “ortodosse” hanno “optato” per una “mediazione” interna, che non rimase senza conseguenze gravi. E’ di quegli anni la prima e più grande contestazione, portata avanti dal Sacerdote e Vescovo francese Mons. Lefebvre, che fondò, secondo la sua intenzione di preservare la purezza Dottrinaria Cattolica, la Società di Vita Sacerdotale e Apostolica San Pio X (8). Ma già precedentemente a questi fatti, nell’ambito dell’ortodossia cattolica, ci si era espressi molto chiaramente contro l’influenza nefasta dell’americanismo, rilevandone i tratti più veraci : « Se veramente l’America è la “nazione dell’avvenire”, se è chiamata a “condurre il mondo”, “a guidare i destini dell’umanità” “al soffio caro della libertà”, “nell’inseguimento d’un progresso che non sembra avere alcun limite”, e che questo progresso sia quello di cui unicamente qui si fa menzione: “lo sviluppo dell’industria e del commercio, la soluzione dei problemi sociali e politici” secondo i princìpi dell’89, vale a dire il progresso materiale e l’indipendenza dell’uomo, il mondo vedrà l’èra non “la più grande” ma la più disastrosa che si sia mai veduta» (9).

Dunque, esaurito il tempo dell’attacco politico-militare, attraverso la guerra globale al Fascismo, veniva il tempo dell’attacco culturale-filosofico alla concezione religiosa ed etico-morale da cui la Dottrina fascista aveva tratto linfa vitale, attacco messo in atto con un evidente “ribaltamento dei valori attuato dal didentro“, portato oggi alle estreme conseguenze.

Le attuali condizioni religiose e politiche dell’Europa, governata da oligarchie pluto-massoniche che eterodirigono ogni ambito della vita dei popoli, sono la risultante di questo duplice attacco alla Civiltà Romano-Cattolica. Così anche le propaggini di questa crisi, da riscontrarsi negli ultimi fatti legati sia al Vaticano del Vescovo di Roma Bergoglio ( è ancora aperta, infatti, la controversia sull’attribuzione del titolo Pontificio all’attuale vescovo di Roma e riguardo le modalità della rinuncia al soglio di Pietro di Papa Benedetto XVI, alias Joseph Ratzinger: qui , qui e qui ) che alle “leggi nazi-maoiste di Fiano“, non rappresentano altro che i segni più recenti e vistosi del lungo e subdolo attacco fin qui descritto.

C’è di positivo, però, che l’avvicinarsi del culmine della crisi generale, provocato dagli attacchi anzidetti, ha finalmente generato lo scatenarsi di forze creative e positive, depositarie del testimone della nostra Civiltà universale, tanto in ambito politico che religioso (10). Dunque, questi tempi, gravissimi, tremendi, ma anche forieri di possibili sviluppi di grande speranza per il domani della Civiltà europeo-mediterranea, possono essere l’anticamera della rinascita, verace e definitiva, della nostra gloriosa Civiltà Romana. Noi fascisti de “IlCovo” lavoriamo con fede e passione proprio per abbreviare il tempo di attesa di questa auspicata rinascita e, a Dio piacendo, come sempre, tireremo dritto fino in fondo, con la bussola di questa Speranza, certi più che mai di essere dalla parte del giusto e del vero! Ad Majora!

RomaInvictaAeterna

NOTE

(1) Vedere i Vangeli Sinottici: San Matteo Cap 22, ver. 21; San Luca Cap. 20, ver. 25; San Marco Cap 12, ver. 17. Vedere anche: “Gli disse allora Pilato: “Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?”.  Rispose Gesù: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall`alto.” (Vangelo di San Giovanni Cap. 19, ver. 10-11)

(2) Il primo Successore degli Apostoli a definire la Santa Chiesa di Cristo col lemma “Cattolica” è Sant’Ignazio di Antiochia (+107 dc), discepolo di San Giovanni apostolo, successore di San Pietro apostolo sulla Cattedra Antiochiena. Sant’Ignazio ha una formazione Teologica fortemente Paolina, e insegna la “Cattolicità” della Chiesa proprio sulla base della Teologia dell’Apostolo della Genti, colonna di Roma (Cfr. p.e. Sacra Bibbia, Lettera ai Galati, Cap 3, ver. 26-29).

(3) Cfr, Sacra Bibbia, Libro del Profeta Isaia, Cap 53, sul Cantico del Servo sofferente; Sacra Bibbia, Libro del Profeta Ezechiele, cap. 36, sull’annuncio della Salvezza universale ad opera del Cristo e sul Dono del Cuore di Carne.

(4)Cfr. p.e. Sant’Agostino d’Ippona, De Civitate Dei, Libro V; Dante Alighieri, De monarchia.

(5) Cfr. a.e.:  Il Popolo D’Italia, B. Mussolini,  Deviazioni, 11 settembre 1921 “…I fascisti non possono e non debbono fare dell’anticattolicismo; non possono e non debbono scatenare accanto ai vecchi, nuovi motivi di divisione e di odio, che potrebbero avere ripercussioni fatali sulla compagine della nazione. I fascisti, i quali – lo sappiano o no, se ne rendano conto o no – sono imbevuti di dottrine spiritualistiche, devono lasciare ai formiconi del razionalismo e dell’anticlericalismo la fatica grottesca e inane di combattere le manifestazioni religiose e di bandire Dio dall’universo. Noi siamo andati oltre queste posizioni filosofiche di trent’anni fa, quando imperava la pseudo-filosofia del positivismo. “; La Dottrina del Fascismo (1932), Edizione Hoepli, 1942, ristampa a cura di Marco Piraino e Stefano Fiorito: “Lo Stato fascista non rimane indifferente di fronte al fatto religioso in genere e a quella particolare religione positiva che è il cattolicismo italiano. Lo Stato non ha una teologia, ma ha una morale. Nello Stato fascista la religione viene considerata come una delle manifestazioni più profonde dello spirito; non viene, quindi, soltanto rispettata, ma difesa e protetta. Lo Stato fascista non crea un suo Dio così come volle fare a un certo momento, nei deliri estremi della Convenzione, Robespierre; né cerca vanamente di cancellarlo dagli animi come fa il bolscevismo; il fascismo rispetta il Dio degli asceti, dei santi, degli eroi e anche il Dio cosi come visto e pregato dal cuore ingenuo e primitivo del popolo. “; Dizionario di Politica, voce SPIRITUALISMO, a cura del P.N.F. – Roma, 1940, Vol. IV, pp. 336 – 337 : “Nel senso lato del vocabolo spiritualismo è ogni dottrina che riconosce l’indipendenza e la preminenza dello spirito sulla materia, sia collocandolo al di sopra della natura, sia cercando in esso, come pensiero cosciente, la spiegazione di questa. Tale dottrina abbraccia perciò ogni sistema di metafisica che affermi l’esistenza di Dio e dell’anima quali sostanze immateriali: Dio è puro spirito, personale, distinto dal mondo, trascendente e causa prima dell’universo; le personalità coscienti sono realtà spirituali individuali e attive; l’anima sopravvive al corpo; tutto esiste in vista di un fine. Sempre nel senso lato del vocabolo si dà talvolta il nome di spiritualismo alle dottrine che accordano maggior valore alla vita dell’anima che a quella del corpo, sì che lo spiritualismo morale non viene quindi punto subordinato all’accettazione dello spiritualismo metafisico…Lo spiritualismo italiano del Risorgimento comprende per es. tutte quelle dottrine che si presentano quali reazioni al razionalismo illuministico e al sensismo, risveglio della tradizione storica dello spirito italiano che si traduce nell’affermarsi della rinascita civile, morale, religiosa, patriottica del nostro popolo. (A questa corrente spirituale che appartengono, nell’ Ottocento, il Manzoni, il Tommaseo, il Mamiani, il Mazzini, ecc.). Spiritualista per eccellenza è la dottrina del Fascismo, sorta anch’essa quale reazione del secolo contro il positivismo dell’Ottocento, che aveva fiaccato le volontà e sopito le coscienze, e quale reazione del più puro spirito italiano contro le assurde ideologie che esprimevano, nel momento culminante della crisi dei valori etici dopo la guerra del 1915, il trionfo di una concezione materialista della vita. Dottrina, quella fascista, che non intende l’esistenza umana se non come lotta in nome di principi etici superiori e per l’affermazione di motivi eminentemente spirituali: il valore della cultura in tutte le sue forme, religiosa, artistica, scientifica; l’importanza dell’educazione e del lavoro; la preminenza delle « forze morali e responsabili dello spirito ». L’uomo vi è considerato nel suo rapporto con una legge superiore e con una volontà che trascende l’ individuo particolare per elevarlo « a membro consapevole di una società spirituale ». Il fatto stesso di concepire la vita come dovere, elevazione, conquista, e la dottrina non come una semplice esercitazione di parole ma un principio che deve assolutamente tradursi nell’azione, è già, nel più elevato grado, un’affermazione spiritualista. Lo stato diviene così l’espressione più alta e potente della personalità, la forza che ne promuove tutte le manifestazioni etiche, « perché esso intende di rifare non soltanto le forme della vita umana bensì il suo contenuto », e perché rinnovando le basi della vita della nazione concreta l’organizzazione politica, giuridica ed economica, la quale « è nel suo sorgere e nel suo sviluppo una manifestazione dello spirito ». “

(6) Lo descriviamo, tra l’altro, nel nostro Studio decennale, “L’identità Fascista – Progetto politico e dottrina del Fascismo – Edizione del Decennale”, qui.. Finalmente, anche in ambito non dichiaratamente Fascista si sta diffondendo la consapevolezza della strumentalità del cosiddetto “neo-fascismo”: vedere a.e. qui

(7) Henri Delassus, “L’americanismo e la congiura anticristiana”, 2016, Effedieffe.

(8) Sull’apostolato di Mons. Lefebvre si veda: C. Siccardi, Mons. Marcel Lefebvre. Nel nome della verità, Sugarco, 2010. Sulle plurime interpretazioni del Concilio “Pastorale” Vaticano II, si veda:  P. S.M Lanzetta, Iuxta Modum. Il Vaticano II riletto alla luce della tradizione della Chiesa, Cantagalli 2012; M. B. Gherardini, Il Vaticano II. Alle radici di un equivoco, Lindau, 2012; P. S. M. Lanzetta, Il Vaticano II, un Concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari, Cantagalli, 2014

(9) Henri Delassus, “L’americanismo e la congiura anticristiana”, op. cit.

(10) Si veda a.e. qui e qui

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STATO – ANTISTATO – FASCISMO!

  

 

Lo scritto che segue, il cui altissimo valore politico, nonostante i settantacinque anni trascorsi dalla sua stesura, è dato dalla sorprendente attualità del tema affrontatovi, riguardante tanto l’odierna crisi dello Stato italiano in particolare quanto, più in generale, quello del concetto stesso di Stato, attiene alla conferenza tenuta da Carlo Alberto Biggini ( [1902-1945] docente di diritto costituzionale e comparato, rettore dell’Università di Pisa, presidente della commissione di Mistica fascista ai littoriali, Ministro dell’Educazione Nazionale, membro del Gran Consiglio del Fascismo) presso la Scuola di Mistica Fascista in un periodo compreso presumibilmente tra il 1942 ed il 1943 (datazione che possiamo evincere approssimativamente da alcuni elementi presenti nel testo stesso, nel quale non è però riportata alcuna data precisa al riguardo). Un documento molto importante poiché analizza un particolare scritto mussoliniano risalente al 1922, riguardante la concezione dello Stato espressa nella visione politica dell’ideale fascista, osservato alla luce dei successivi sviluppi politico-sociali ventennali del Regime, che confermano a parere del relatore la lungimiranza delle analisi del Duce, mostrandone la reale capacità di saper coerentemente realizzare secondo peculiari modalità la propria originalissima Rivoluzione. Il testo è tratto da una discussione presente sul nostro forum de “IlCovo“.

STATO, ANTISTATO, FASCISMO!

di Carlo Alberto Biggini

Camerati, è la prima, volta che ho il grande onore di parlare da questa mistica cattedra, dalla quale Arnaldo additò ai giovani le più pure e le più alte idealità, che del binomio coscienza e dovere fece il fondamento della nostra vita, per degnamente vivere e per degnamente morire, e sento tutta la responsabilità di parlare dalla cattedra del nostro Maestro per illustrare, con le mie modeste parole, uno degli scritti storici del Duce. Ecco perché desidero devotamente inchinarmi davanti alla Sua memoria con spirito di credente e con quei sentimenti che animano l’eroico misticismo della nostra Rivoluzione, dedicare umilmente a Lui il pensiero contenuto in questo commento, a Lui che dello Stato Mussoliniano ebbe chiari il fine e la struttura, che di questo secolo comprese i vitali motivi storici suscitati dal pensiero e dall’azione del Duce, che visse e lottò, insegnando il dolore come necessità, il sacrificio come dovere, l’obbedienza come gioia, la bontà come forza, la verità come arma, la coscienza come giudice, il dovere come legge, che visse e lottò per una maggiore giustizia, per una nuova cultura, per un più alto diritto nel santo nome della Sua, della nostra,     Italia immortale. Il Duce pubblicò il 25 giugno 1922 nella rivista Gerarchia un articolo dal suggestivo titolo “Stato, Antistato, Fascismo”, col quale intendeva precisare ” il punto di vista del Fascismo di fronte al concetto di Stato, in astratto, e di fronte a quella incarnazione speciale e individuata dell’idea di Stato che è lo Stato italiano.” Da quali precisi fatti politici prendeva spunto l’articolo? Il quale non si può intendere se non ricollegandolo, nel suo aspetto concreto, agli sviluppi che il movimento fascista era andato assumendo tra il luglio 1921 e i primi mesi del 1922. Che cosa fu “l’occupazione fascista di Ferrara” e, soprattutto, “l’occupazione a carattere militare di Bologna” per usare le precise parole del Duce? Ai primi del 1922 il Partito fascista è già la maggior forza organizzata della Nazione. Gli avversari dei numerosi e vari partiti dai programmi ben definiti continuavano a dire che il programma fascista, così indeterminato, non’ era un programma; i soliti costruttori di schemi ideologici, confondendo filosofia e vita, dimenticavano, e ne avranno poi la più tremenda smentita dalla realtà, che sentimenti e passioni sono anch’essi pensieri in formazione, che hanno la mirabile capacità di creare fatti, nei quali è sempre qualche pensiero, di creare la storia. Gli uni e gli altri condannavano il fascismo come estraneo alla nazione, come estraneo alla cultura politica. Ed invece il Partito fascista cresceva, cresceva il Fascismo, che, anche allora, non si esauriva tutto nel partito: il Fascismo diventava veramente la Nazione, con essa sempre più tendeva ad identificarsi, mentre il Duce affermava che il movimento dei Fasci non aveva soltanto scopi da raggiungere, ma una missione da compiere. Ed insieme a tale missione il Fascismo cominciava ad avere i suoi miti: già nel 1922 era titolo di gloria aver appartenuto ai fondatori, al primigenio fascio di Milano, un alone luminoso già circondava il 23 marzo 1919. Quanto cammino in due anni! E quanti camerati caduti nella battaglia di ogni giorno in ogni parte d’Italia! Vi era una tradizione fondata dal sangue, cementata dai morti: tradizione che è la gloria più alta e più pura della Rivoluzione delle Camicie Nere, perché fondata sull’eroismo e sul martirio, mistica dei popoli farti, tradizione continuata da quella gioventù che ha saputo esprimere in tre guerre tutta la propria ansia di sacrificio e di dedizione, offrendo così testimonianza che l’idea mistica è destinata a rifiorire perennemente in tutti coloro che sanno portare alta la bandiera della fede. Ed intanto Mussolini impersonava sempre più e meglio il movimento, da lui creato, nei suoi elementi essenziali: mentre lo definiva e lo differenziava, lo dilatava spiritualmente, lo portava ad identificarsi con la secolare gloriosa storia italiana. Ogni giorno parlava dal Popolo d’Italia, senza indugiarsi nei dettagli, senza perdersi nella cronaca quotidiana, ma suscitando visioni, segnando vie, additando mete: e nelle grandi occasioni la sua presenza viva, la sua parola viva, la sua parola che non è un parlare, ma un operare, incidendo nell’animo delle folle, mettendole in quello stato di emozione tanto vicino all’azione, sinonimo di azione, con una eloquenza che ripudiava quella “verbosa prolissa inconcludente” dei democratici, sono sue parole, per affermare una “squisitamente fascista, cioè scheletrica aspra schietta e dura”. E mentre le sue parole e i suoi scritti destavano nelle adunate, nelle assemblee, nel paese fremiti d’entusiasmo e commozione profonda, precisava ed approfondiva, con mirabile vigore polemico, il suo pensiero e rettificava, con chiarezza e necessaria crudezza, arbitrarie interpretazioni e superate mentalità, impedendo deviazioni e sbandamenti, resistendo alle correnti troppo destre e troppo sinistre. Egli trovò sempre, di fronte a tanto fermento di passioni e di idee, in mezzo alla dura sanguinosa lotta, ispirazioni così profonde ed accenti così alti che, anche oggi, alla calma lettura, quei discorsi, quegli scritti suscitano intima commozione. Non una parola superflua o fuori posto, ma rigore logico nella coordinazione di elementi storici, filosofici, politici: il grande corso della storia italiana ed europea riassunto, interpretato, svolto, dominato, come una forma plastica. Alla grandezza e alla gravità degli argomenti fanno riscontro, come nello scritto del quale parliamo, la moderazione e la precisione del linguaggio; alla necessità di dissipare errori e false interpretazioni, il vigore polemico, spesso pervaso di sarcasmo e di ironia, che demolisce arbitrarie costruzioni degli avversari, chiarisce equivoci e delinea con la forza delle argomentazioni, i reali contorni degli avvenimenti ,il carattere e la portata della grande lotta antibolscevica, antisocialista, antidemocratica. Il 22 novembre 1921 in un articolo su “relativismo e fascismo” nel Popolo d’Italia, a proposito di una definizione di Adriano Tilgher, per il quale il fascismo era “l’assoluto attivismo trapiantato sul terreno della politica”, affermava che il fascismo è la più formidabile creazione di una volontà di potenza individuale e nazionale. E mentre disdegnava certi intellettuali, che nella presunzione e nella supervalutazione della loro cultura o scienza, erano incapaci d’imprimere un qualsiasi impulso alle cose, aspirava ad un profondo rinnovamento della cultura, sì che alla fine del 1921 si parlava già di un fascismo avente pur esso un suo ideale di cultura, di una cultura fascista, come cultura viva, mobile, capace d’identificarsi con la vita, di un’arte fascista, di uno stile, di un modo di vivere fascista. E nel Marzo 1922 Mussolini affermava che il fascismo doveva darsi una sua filosofia, doveva cioè acquistare, con la riflessione, piena consapevolezza di sé. Tre anni d’intensa lotta, dal 23 marzo 1919 al 25 giugno 1922, data di questo scritto del Duce, avevano arricchito il fascismo di un proprio contenuto positivo: non che i suoi compiti contingenti, rivendicazione dell’intervento, esaltazione della vittoria, argine insuperabile al dilagante bolscevismo, diminuissero d’importanza, ma, elevandosi come pensiero politico, affermandosi come movimento nazionale, non più legato a circostanze o esigenze mutevoli, aveva davanti agli occhi un orizzonte più largo, scopi più lontani. Dimostrazioni popolari in molte città italiane, specie a Firenze e a Bologna, sotto le prefetture e i comandi militari, al grido di “viva la dittatura” facevano scrivere a Mussolini il 12 febbraio 1922 sul Popolo d’Italia: “la parte migliore della Nazione non va a sinistra, ma a destra, verso l’ordine, le gerarchie, la disciplina. Da tre anni chiede un governo e non lo ha. Il governo non c’è. La crisi attuale mostra l’incapacità della Camera a dar un governo alla nazione. Può essere che il grido di Bologna diventi, domani, il coro formidabile di tutta la Nazione.” Nella incapacità e bassezza parlamentare di tutti i vecchi partiti, il commento mussoliniano al grido delle moltitudini dava nuovi motivi alla fase romantica eroica della insurrezione armata contro una classe politica inetta e corrotta. “Non un ministero, ma un governo”, dirà poi il Duce assumendo il potere, mentre si apprestava a dare fondamento, vita, struttura a una nuova concezione e realtà dello Stato. Sempre nel febbraio 1922 si ebbe un convegno a Roma fra la direzione del Partito e il comitato centrale provvisorio delle corporazioni sindacali e nell’aprile 1922 nacque il Lavoro d’Italia, diretto da Rossoni, il quale, nell’appello ai lavoratori italiani scriveva: “il sindacalismo nazionale ricomincia daccapo la riorganizzazione degli italiani di tutte le professioni e d’una sola fede in un quadro grandioso di educazione politica, di capacità produttiva, di coscienza e disciplina nazionale”. E Mussolini salutava il nuovo giornale affermando che Il Popolo d’Italia e Lavoro d’Italia vivranno fusi insieme “contro tutti i parassitismi della politica e dell’economia” e che il fascismo si rivolgeva “alle nuove masse dei lavoratori del braccio e del pensiero per elevarne le condizioni e legarli sempre più intimamente alla vita ed alla storia della nazione.” Difatti mentre nuove e vaste categorie di popolo accorrevano al fascismo, alle organizzazioni sindacali nazionali, il movimento rivoluzionario cercava, desiderava le occasioni per sostituirsi al governo, quasi essere governo, per sostituirsi allo Stato, quasi essere Stato, specie dove le conseguenze della debolezza, della assenza, della precarietà dello Stato liberale-socialista potevano essere più gravi. Nella primavera avevano avuto luogo alcune grandi adunate fasciste: il 26 marzo, a Milano, per il terzo anniversario della fondazione dei Fasci, una imponente adunata di operai, lavoratori dei campi, piccoli borghesi, combattenti e squadre d’azione. Il 21 aprile, festa del lavoro e Natale di Roma, ebbe la sua prima celebrazione con adunate e cortei in tutta Italia. E Mussolini sul suo giornale scriveva: “In Roma noi vediamo la preparazione dell’avvenire. Roma è il nostro mito. Sogniamo un’Italia romana cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale. Molto dello spirito immortale di Roma risorge nel Fascismo: romano è littorio, romana la nostra organizzazione di combattimento, romano il nostro orgoglio e coraggio.” Il 12 maggio cinquantamila fascisti delle organizzazioni di combattimento e quelle sindacali, affluendo da tutte le strade, a piedi, in bicicletta, su autocarri, entro barconi fluviali, occupavano militarmente, offrendo un nuovo e stupendo esempio di disciplina, di organizzazione di capacità rivoluzionaria, la città di Ferrara: l’occupazione durò sino al 14 maggio. E’ un nuovo tipo di sciopero, uno sciopero fascista: non cercano sussidi, ma lavoro, vogliono l’esecuzione di opere già deliberate, si sostituiscono alla lentezza, alla incapacità del governo. E sul Popolo d’Italia Mussolini scriveva, in proposito, che la manifestazione non aveva scopo sovversivo, ma si prefiggeva un obbiettivo di ordine immediato, la sollecita esecuzione di un piano di opere pubbliche, già deciso ed approvato dalle competenti autorità, allo scopo di alleviare la grave disoccupazione, che tormentava le masse del ferrarese. Due settimane dopo, dal 31 raggio al 2 giugno, avviene l’occupazione militare di Bologna: in seguito ad atti di sangue contro fascisti, in Bologna e in provincia, in seguito ad atti di repressione contro fascisti da parte delle autorità locali, si ha il sospetto che il governo, d’accordo con gli stessi partiti sovversivi, voglia abbatter l’organizzazione politica e sindacale fascista, quel fascismo padano che faceva paura perché finemente politico ed audacemente combattivo. I fasci sono mobilitati, tutti i poteri dei direttori passano ai comitati d’azione, Michele Bianchi, segretario del Partito, trasferisce la sua sede a Bologna, giungono squadre dal ferrarese, dal modenese, dal veneto. Sono oltre diecimila uomini che si concentrano in Bologna: bivacchi sotto i portici, ronde notturne, sveglia, rancio, nuovo esempio della forza rivoluzionaria della organizzazione politico militare fascista, pronta, audace, disciplinata. E quando il prefetto Mori fu destituito e i servizi di polizia passarono al comandante del corpo d’armata generale Sani, le squadre partirono, l’occupazione fascista della città cessò. Quasi negli stessi giorni aveva luogo la prima adunata nazionale delle corporazioni sindacali, come allora si chiamavano: era una nuova grande battaglia vinta per strappare le masse al socialismo e Mussolini il 20 maggio scriveva: “il tricolore, ignorato per lo innanzi, sventola ora nei più oscuri villaggi. E’ grande merito del Fascismo essere riuscito a inserire vaste masse operaie e rurali nel corpo vivente della nostra storia.” Di fronte a tale complessa situazione politica, che, insieme ad una lotta sempre più aperta, decisa e spesso sanguinosa, offriva il nuovo spettacolo di masse, mobilitate e smobilitate a un cenno, che mentre fiancheggiavano lo Stato, quello Stato sempre più impotente ed inesistente nella instabilità parlamentare dei suoi governi e privo di forza morale, operavano fuori o contro lo Stato, molta gente si domandava: ma il Fascismo vuole restaurare o sovvertire lo Stato? Interrogativi che raccoglieva, appunto, Mussolini in Gerarchia, precisandoli: è ordine o disordine? Si può essere e non essere? Si può essere conservatori e sovversivi al tempo stesso? Come intende uscire il Fascismo dal circolo vizioso di questa sua paradossale contraddizione? E rispondeva: il Fascismo è già uscito da questa contraddizione perché la contraddizione che gli viene imputata non esiste, è semplicemente apparente, non sostanziale. E così rispondendo aveva modo di precisare, per la prima volta, la concezione fascista dello Stato nel suo significato universale e rivoluzionario e nel suo aspetto particolare come Stato italiano. Quella concezione che avrà poi da Lui ampi profondi originali sviluppi in tutti i suoi scritti e discorsi e, in modo speciale, nella sua dottrina fascista. Ma per compiutamente intendere il pensiero di Mussolini è necessario chiarire questa posizione di Stato e anti-Stato, nella quale è racchiuso gran parte del travaglio storico della Rivoluzione delle Camicie Nere: senza tale intelligenza non è possibile avvicinarci alla realtà dello Stato fascista, alla concezione mussoliniana dello Stato. Mussolini chiarendo tale antitesi, apparente e non sostanziale, si poneva sul terreno della teoria generale dello Stato, portava un contributo originale ad uno dei più ardui problemi della scienza politica e giuridica. Senza entrare nelle controversie sul cosiddetto governo legittimo, sul diritto alla resistenza collettiva o alla rivoluzione, su l’origine e la giustificazione della sovranità, argomenti che non sono indifferenti, ma che includeremo da un punto di vista più profondo e sostanziale, è certo che la trasformazione fascista, dal vecchio al nuovo ordinamento dello Stato, è avvenuta rivoluzionariamente, anche se gradualmente, perché tale trasformazione ha investito l’ordinamento liberale democratico nel suo fondamento e nella sua struttura, ossia nei suoi principi e in molti dei suoi istituti costituzionali, perché tale trasformazione è congiunta alla vita e alla attività di organismi di fatto divenuti poi organismi di diritto, perché tutta una nuova concezione etico-storico-politica dello Stato è venuta affermandosi e traducendosi in forme giuridiche, perché, infine, tale trasformazione riposa sul principio della “rivoluzione continua”, che ha, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello giuridico, un particolare e rilevante significato da non potersi trascurare assolutamente per la retta interpretazione e ricostruzione del sistema statuale fascista. Si usa dire che se un movimento politico, se una rivoluzione riesce al suo scopo e dà vita ad un nuovo ordinamento statuale, essendosi estinto l’ordinamento secondo le cui norme si poteva giudicare, manca un ordinamento positivo, dato che il nuovo ordinamento instauratosi non può essere assunto per risolvere il problema, alla cui stregua valutare i fatti e gli atti nei quali si è realizzato il procedimento dell’instaurazione. Ma l’affermazione di Mussolini contiene implicitamente il concetto che il diritto è un elemento così essenziale dello Stato, che l’uno non può concepirsi senza l’altro. Ecco perché, chiedendosi in questo scritto, che cosa è lo Stato, non lo soddisfa pienamente uno degli stessi postulati programmatici del Fascismo, in cui lo Stato veniva definito come “l’incarnazione giuridica della Nazione”. La formula è vaga, Egli scriveva. Lo Stato, soprattutto lo Stato moderno, è anche questo, ma non è soltanto questo. Ora questa affermazione importa che si debba riconoscere qualità ed efficacia di diritto al diritto positivo non solo quando l’instaurazione del nuovo ordinamento è avvenuta con procedimento giuridico, ma anche quando ha avuto luogo con procedimento di fatto. Il diritto difatti può evolversi per via di successive estrinsecazioni, ma può anche formarsi originariamente, ossia scaturire da esigenze e da necessità sociali, prima non esistenti. Se si concepisce lo Stato come l’istituzione che è la espressione sovrana unitaria di tutte le forze sociali e che risolve un aggregato di uomini in un ordinamento politico, non può neppure astrattamente pensarsi uno Stato che non sia simultaneamente e sempre un ordinamento giuridico e che nella sua esistenza storica possa vivere, anche per un fuggevole istante, fuori del diritto o senza diritto. Il concetto di Stato, già così chiaro nella mente di Mussolini anche negli scritti anteriori al 1922, è quello di una viva ed unitaria realtà che non si esaurisce nelle norme poste e nell’ordinamento giuridico esistente, è quello di uno Stato che, nella sua natura etica, anima e muove il diritto positivo. Ecco perché spesso non ci s’intende, specie tra giuristi, sui concetti fra di loro concatenati di Stato, di partito rivoluzionario e di rivoluzione, se non si distingue la persona formale da quella sostanziale o ideale dello Stato, se personalità dello Stato vuol dire non solo unità, ma anche continuità dell’unità di esso. Le forme temporali dello Stato mutano e cambiano: lo Stato nella sua sostanza ideale (la contraddizione tra Stato e anti-Stato, richiamiamo ancora la frase mussoliniana, è semplicemente apparente, non sostanziale) lo Stato in sé è continuo ed eterno. La stessa rivoluzione lungi dall’essere un fenomeno fuori o contro lo Stato, è un fenomeno dello Stato e nello Stato, un episodio della eterna ed immanente fenomenologia dello Stato. E lo Stato, che Mussolini intende prendere in considerazione, non è quello formato, cioè considerato nella sua astrattezza, nel momento della sua saldezza e perfezione giuridica, ma lo Stato in quanto prodotto vivo ed immediato della rivoluzione in corso. Ossia di quel movimento politico che cessa di essere soltanto sentimento o stato d’animo e dai programmi ideali passa a realizzarsi in azione, ossia di quel movimento politico rivoluzionario che vuole raggiungere il suo scopo, attuare il trasferimento dell’esercizio del potere sovrano. E la rivoluzione può giudicarsi soltanto alla stregua di questo più ampio ordinamento giuridico, di un ordinamento che rifletta lo Stato nella sua interezza e nella sua unità storica, sostanziata dalle norme di un diritto che contiene e supera la successione dei vari, continuamente nuovi, i diritti positivi. La personalità dello Stato è l’autonomo prodotto della superiore mediazione continua delle singole personalità che costituiscono il popolo, come elemento dello Stato o corpo dello Stato, al quale la sovranità può essere riferita, senza eliminare il processo di unificazione delle molteplici volontà individuali attuato soltanto dal soggetto Stato, in quanto esso è lo spirito del popolo, secondo la nota definizione di Mussolini. Profonda era la crisi dello Stato italiano; e poiché vi sono due distinte non confondibili specie di crisi, le crisi materiali e le crisi ideali o rivoluzionarie dello Stato, la nostra crisi del 1919-22 era ideale, morale, spirituale, prodotta da cause ideali, ossia da nuove idee politiche e sociali, ove l’agente perturbatore era ancora, e sempre lo spirito, l’insofferente ed insaziato spirito sociale dell’uomo. Nelle crisi ideali le nuove idee, specie se agitate, interpretate, riassunte da una grande personalità individuale, spostano i rapporti, cambiano la faccia delle cose, trasformano lo Stato: abbiamo le rivoluzioni, e quindi le dittature rivoluzionarie, ch’è da ciechi confondere e paragonare con le dittature restauratrici dell’ordine provocate e necessitate dalle crisi materiali dello Stato. La rivoluzione, come quella delle Camicie Nere, è un’idea potente, impetuosa, gagliarda, che urta, rompe, scompone, vince, che vuol vincere, che si afferma, che si impone, che si incorpora con la realtà con cui fa storia: essa è, in una parola, una nuova concezione dello Stato, lo Stato nuovo che si forma. Del resto, quando si dice che la rivoluzione cammina, procede, ha i suoi doveri e i suoi diritti, non si dicono delle frasi, non si formano delle metafore, ma si pone in essere un vero e proprio soggetto morale e giuridico operante. In altri termini, come è una persona morale e giuridica lo Stato, titolare della sovranità, così è una persona morale e giuridica la rivoluzione, titolare della nuova sovranità, la sovranità appunto rivoluzionaria. La rivoluzione fascista, tra il 1919 e il 1922, era un’idea che aveva bisogno di entificarsi e si entificava in effetti in quello ch’era il movimento, il partito rivoluzionario, soggettivazione e personificazione morale e giuridica della rivoluzione, titolare della sovranità e legalità rivoluzionarie, l’idea divenuta soggetto, ossia il soggetto o la persona morale e giuridica della rivoluzione. Eppure quanto si è poi errato nella valutazione della posizione del partito nello Stato e, dello stesso Stato fascista da parte di non pochi giuristi: tema questo che ci porterebbe lontano. Vogliamo solo osservare che coloro che hanno compiuto il faticoso ma inutile tentativo di esaurire, costringere, incasellare i nuovi istituti entro gli schemi del vecchio ordinamento, li hanno svuotati del loro spirito e del loro valore. Mentre per determinare le nuove forme che, in corrispondenza agli ideali della rivoluzione fascista, si sono andate nel tempo disegnando, per intendere e cogliere la nuova realtà, per tradurre in termini riflessi e logici le linee di tale realtà, bisognava sentire i nuovi ideali, viverli, farli propri, sangue del proprio sangue, sentire la grandezza e l’originalità del processo creativo della Rivoluzione. Cambiando i principi fondamentali, espressione della nuova realtà storico-politica, cambiano necessariamente tutti gli istituti dello Stato. E lo Stato per il Fascismo è potenza politica, è volontà di potenza: se muta il contenuto del suo volere sovrano, la sua volontà non può non dirigersi verso altri fini. “Quando la gerarchia dei politici vive giorno per giorno – scrive Mussolini in questo suo scritto – e non ha più la forza morale di perseguire scopi lontani, ne di piegare le masse al raggiungimento di questi scopi, lo Stato viene a trovarsi di fronte a questo dilemma: o si dissolve dietro l’urto di un altro Stato o attraverso la rivoluzione sostituisce o rinsangua le gerarchie decadenti o insufficienti.” Anche qui Mussolini coglie l’aspetto essenziale, il nucleo segreto della forza e della potenza dello Stato: quando uno Stato non sovranamente vuole e nega quindi la propria intima ed eterna natura, quando non sente la propria volontà di potenza, è uno Stato che rinunzia a vivere e si avvia a morire, mentre muta ordinamenti ed organi e rinsangua le proprie gerarchie, quando la volontà rivoluzionaria fa ritrovare allo Stato tutta la propria volontà di potenza. L’errore della scuola storica, che generò poi ed alimentò la scuola organica ed evoluzionistica, fu di aver posto in circolazione l’idea che le trasformazioni del diritto e dello Stato fossero soltanto continue, graduali, pacifiche, senza urti, senza rotture, ossia pure e semplici modificazioni. Come quegli uomini che vogliono il fine, ma non le conseguenze: guerra senza morti e senza sacrifici, amore senza figli, rivoluzione senza rotture di teste. Come quegli ammalati d’individualismo, che vorrebbero sempre vivere di notte, perché la notte con le stelle è individualista e il giorno con il sole è monarchico. In verità abbiamo processi modificativi ed evolutivi delle istituzioni preesistenti, come abbiamo anche processi involutivi del diritto, ma abbiamo, e sono i più notevoli e caratteristici, perché veri artefici di storia, processi rivoluzionari di mutazione, di trasformazione e di creazione di nuove istituzioni. Mussolini, in questo suo scritto, non poneva soltanto il problema rivoluzionario del Fascismo di fronte allo Stato, ma afferrava con originalità e chiarezza quella concezione fascista dello Stato, che avrà poi, in numerosi suoi scritti e discorsi, che non possiamo certamente qui ricordare tutti, sviluppi ed approfondimenti tali da imprimere a tale concezione il carattere della universalità. La decadenza delle gerarchie significa la decadenza degli Stati, scriveva in questo scritto del 1922: quindi necessita di nuove gerarchie. E il Fascismo, precisava Mussolini, non nega lo Stato, ma afferma che una società civica nazionale o imperiale non può essere pensata che sotto la specie di Stato. L’esito della lotta tra Stato formato, decadente e in crisi, e Stato in formazione, tra Stato e anti-Stato, tra Stato socialista (poiché secondo Mussolini, lo Stato in Italia era liberale soltanto nel nome) e Stato fascista, non può essere dubbio, date le forze e l’organizzazione di cui dispone il Fascismo. E’ il grande condottiero politico, sicuro della potenza morale delle nuove idee, è Mussolini con il suo intuito profetico, che mai ha errato e che sempre ha avuto ragione. Difatti, certo della vittoria, scriveva quattro mesi prima della Marcia su Roma, che non c’era dubbio che Fascismo e Stato erano destinati, forse in un tempo relativamente vicino, a diventare una identità. E in quale modo? Forse in modo legale. Il Fascismo può aprire la porta con la chiave della legalità, ma può anche essere costretto a sfondare la porta con il colpo di spalla dell’insurrezione. Nel 1927, in uno dei più vasti e complessi suoi discorsi, in quel discorso passato alla storia col nome di “discorso dell’Ascensione”, si chiedeva “che cosa abbiamo fatto, o fascisti, in questi cinque anni? Abbiamo fatto una cosa enorme, secolare, monumentale. Abbiamo creato lo Stato unitario italiano”. E riaffermava, non meno energicamente, la sua formula del discorso alla Scala di Milano, “tutto nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato”. Che cosa era quello Stato che Egli prese boccheggiante, avvilito dalla sua impotenza organica? Che cosa era lo Stato conquistato all’indomani della Marcia su Roma? Non era uno Stato, Mussolini disse, ma un sistema di prefetture, malamente organizzate, nel quale il Prefetto non aveva che una preoccupazione, di essere un efficace galoppino elettorale, uno Stato in cui il popolo intero era assente, refrattario, ostile. E poteva così con giusto orgoglio preannunciare al mondo “la creazione del potente Stato unitario italiano, dall’Alpi alla Sicilia”, e subito dopo, con spirito profetico, siamo nel 1927, “io vi dico che, tra dieci anni, l’Italia, la nostra Italia, sarà irriconoscibile a se stessa ed agli stranieri, perché noi l’avremo trasformata radicalmente nel suo volto, ma sopra tutto nella sua anima”. Nel 1929, nel discorso sulla Conciliazione alla Camera: “Che cosa sarebbe lo Stato se non avesse un suo spirito, una sua morale, che è quella che dà la forza alle sue leggi, e per la quale esso riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che cosa sarebbe lo Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini avrebbero il diritto della rivolta o del disprezzo.” E dopo aver rivendicato l’eticità dello Stato fascista, precisava: “Ognuno pensi che non ha di fronte a sé lo Stato agnostico demoliberale, una specie di materasso sul quale tutti passavano a vicenda; ma ha dinanzi a sé uno Stato che è conscio della sua missione e che rappresenta un popolo che cammina, uno Stato che trasforma questo popolo continuamente, anche nel suo aspetto fisico. A questo popolo lo Stato deve dire delle grandi parole, agitare delle grandi idee e dei grandi problemi, non fare soltanto dell’ordinaria amministrazione”. E sempre nel 1929, nel discorso pronunciato alla grande Assemblea del Fascismo: “reazionari noi? No: precursori, anticipatori, realizzatori di quelle nuove forme di vita politica e sociale che appaiono talvolta tentate, sotto altre forme anche nei paesi che rappresentano gli ideali, ormai sopraffatti, dello scorso secolo.” Nel suo mirabile saggio su la Dottrina del Fascismo, nel 1932, citiamo soltanto alcune affermazioni: “Per il fascista tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il Fascismo è totalitario e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo. […] Nell’orbita dello Stato ordinatore le reali esigenze da cui trasse origine il movimento socialista e sindacalista, il Fascismo le vuole riconosciute e le fa valere nel sistema corporativo degli interessi conciliati nell’unità dello Stato. […] La Nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un’effettiva esistenza. […] Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza dei suoi compiti, delle sue finalità.” Nella sua dottrina riporta poi le parole pronunciate nel 1929 alla prima assemblea quinquennale del Regime, parole che riassumono veramente tutta la sua concezione dello Stato: è, da Platone ad oggi, la più bella pagina di letteratura politica intorno al concetto di Stato. Merita sempre rileggerla per la gioia dello spirito e per le grandi universali verità che contiene. “Per il Fascismo lo Stato non è il guardiano notturno che si occupa soltanto della sicurezza personale dei cittadini: non è nemmeno una organizzazione a fini puramente materiali, come quella di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza sociale, nel qual caso a realizzarlo basterebbe un consiglio di amministrazione; ma non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze con la realtà materiale e complessa della vita dei singoli e di quella dei popoli. Lo Stato così come il Fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, perché concreta l’organizzazione politica, giuridica, economica della Nazione, e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo Stato è garante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu nei secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è soltanto presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. E’ lo Stato che, trascendendo il limite breve delle vite individuali, rappresenta la coscienza immanente della Nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono, mutano, ma la necessità rimane. E’ lo Stato che educa i cittadini alla virtù civile, li rende consapevoli della loro missione, li sollecita all’unità, armonizza i loro interessi nella giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell’umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare della tribù alla più alta espressione umana di potenza che è l’impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la sua integrità o per ubbidire alle sue leggi; addita come esempio e raccomanda alle generazioni che verranno i capitani che lo accrebbero di territorio e i geni che lo illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze dissociatrici e centrifughe degli individui o dei gruppi, le società nazionali volgono al tramonto.” E sempre nella dottrina fascista ritornato sul concetto di Stato fascista come volontà di potenza e d’impero e precisato che la tradizione romana è un’idea di forza, afferma: “l’impero chiede disciplina, coordinazione degli sforzi, dovere e sacrificio: questo spiega molti aspetti dell’azione pratica del regime e l’indirizzo di molte forze dello Stato e la severità necessaria contro coloro che vorrebbero opporsi a questo moto spontaneo e fatale dell’Italia nel secolo XX e opporsi agitando le ideologie superate del secolo XIX, ripudiate dovunque si siano osati grandi esperimenti di trasformazioni politiche e sociali.” E subito dopo: “Se ogni secolo ha una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il Fascismo.” Si pensi allo scritto che commentiamo, 25 giugno 1922, lo si colleghi a questi passi, ora rievocati, intorno alla concezione dello Stato e a tutti quegli altri innumerevoli che ciascuno di noi può ritrovare con una attenta ed intelligente lettura dei Suoi scritti e discorsi: si avrà di fronte la personalità morale intellettuale politica di Benito Mussolini in tutta la sua mirabile profetica coerenza, in tutta la grandezza del Suo genio. Mentre poneva i dilemmi “saremo con lo Stato e per lo Stato”, “ci sostituiremo allo Stato”, “ci schiereremo contro lo Stato”, contro uno Stato che non era neppur più garante della sicurezza dei cittadini, mentre ferveva la lotta di Stato, anti-Stato, mentre l’anti-Stato era già Stato in tutta la sua potenza etica, la mente di Mussolini aveva maturato il grande disegno; dal “Covo” all’Impero. La crisi dello Stato italiano apre alla sua mente (e in questo senso la crisi 1919-1922 fu veramente benefica) il grande tormentoso problema di una Italia che doveva ritornare Impero, di una Roma che doveva nuovamente esercitare nel mondo la sua funzione di universalità politica. La più alta delle sue idealità, la più profonda e drammatica delle sue passioni: idealità e passione che hanno fatto a lui trovare la forza e la saggezza necessarie per interpretare, orientare e dominare il corso della storia di questo titanico secolo, che porterà il Suo nome. Alla base dell’Impero, alla base del futuro ordine europeo e mondiale, c’è la Sua concezione dello Stato, c’è la Rivoluzione fascista: rivoluzione nell’ordine dello spirito come in quello del diritto, nell’ordine economico come in quello sociale. Pochi movimenti politici possono essere designati, nella storia, con la suggestiva parola di “rivoluzione” come il movimento fascista. E difatti una rivoluzione non è tanto un moto violento di popolo che, mediante la forza, conquista il potere, ma bensì un movimento politico-sociale, un processo storico che tende a dar vita, che vuole dar vita, che riesce a dar vita ad un nuovo ordinamento della società e dello Stato. Ossia la rivoluzione-mezzo per trasformare lo spirito del popolo e per instaurare un nuovo ordine: la rivoluzione non fine a sé stessa, ma mezzo per realizzare la nuova concezione politica attraverso un lavoro lungo e duro. Ed il Fascismo realizza la sua concezione politico-rivoluzionaria nell’ordine spirituale, risvegliando nel popolo il sentimento del dovere, della lotta, del sacrificio, l’abitudine della disciplina, il senso dell’obbedienza, l’idea della subordinazione dell’individuo allo Stato, della solidarietà, della collaborazione: nell’ordine politico e giuridico creando, sulle rovine dello Stato individualista liberale e democratico; sulle rovine dello Stato collettivista socialista e comunista, lo Stato Corporativo Fascista. L’originario dissidio tra Fascismo e vecchio mondo politico (n’è prova questo scritto del Duce) non risiedeva solo nei mezzi, come avviene tra liberalismo, democrazia e socialismo, bensì nel concetto stesso di Stato: dissidio insanabile profondo nei fini e quindi poi nei mezzi. La Rivoluzione delle Camicie Nere, fondata sull’eroismo e sul martirio, scese in campo per salvare i principi, le forze, le tradizioni, l’avvenire dello Stato, per salvare l’idea dello Stato, onde crearne uno nuovo: e ciò perché Mussolini, fin dalle origini del movimento, ha valutato il problema dello Stato come premessa fondamentale di ogni processo di civiltà, come condizione essenziale nella vita dei popoli, come punto di partenza verso l’organizzazione di un nuovo ordine internazionale. Quelli che ci apparvero come due momenti distinti, tutto volto all’interno l’uno, tutto volto all’esterno l’altro, non sono nella mente di Benito Mussolini che un solo momento della posizione rivoluzionaria del Fascismo. Venti anni di lotte e di esperienze, interne ed internazionali, ci fanno apparire chiari tutti i motivi mussoliniani. Ricordate quella proposizione mussoliniana: “il revisionismo sta alle nazioni, considerate nei loro rapporti, come il corporativismo sta alle classi, considerate nei loro rapporti ”? Tutta l’azione di Mussolini, dalla sua lotta per l’intervento alla costituzione dei fasci, alla Marcia su Roma, allo Stato Corporativo, alla guerra etiopica, all’accettazione della sfida inglese, alle sanzioni, alla guerra di Spagna, alla guerra anti-plutocratica ed antibolscevica, è profetica: l’esigenza di nuovi ordinamenti interni ed internazionali vi è profondamente ampiamente dispiegata in tutta l’intensità dei suoi motivi. Oggi nessun popolo, anche se nemico, può sottrarsi all’influenza dei principi rivoluzionari fascisti: i principi fondamentali, che vanno oggi universalmente affermandosi, sono i medesimi che hanno presieduto alla formazione dello Stato Corporativo Fascista. Le idee e le istituzioni costitutive della vita politica, giuridica, economica, sociale, sulle quali ed intorno alle quali lavorarono i giuristi, i filosofi, gli economisti, i sociologi dalla seconda metà del secolo XIX all’avvento del Fascismo, sono tutte profondamente alterate nella sostanza. Il Fascismo ha aperto nuovamente il problema dello Stato in tutti i suoi aspetti fondamentali. Oggi è dall’Italia, dall’Italia Mussoliniana, che il problema dello Stato e del diritto s’impone al mondo e con esso problema quello della organizzazione sociale ed economica. La guerra non è che la continuazione di questo processo storico rivoluzionario: ciò che caratterizza l’attuale conflitto è proprio la consapevolezza della crisi del sistema democratico non solo come ordinamento interno, ma anche come ordinamento internazionale, consapevolezza che Benito Mussolini per primo intese ed espresse in forme mirabili di pensiero e di azione. Consapevolezza che si è espressa, appunto, nel sorgere di un sistema politico, che nei suoi principi, nei suoi metodi, nella sua pratica istituzionale è perfetta antitesi della democrazia e barriera insuperabile al bolscevismo. La portata internazionale del Fascismo e del Nazionalsocialismo dipende appunto dalla superiorità delle loro istituzioni e dalla loro maggiore aderenza alla concretezza dell’esperienza politica, come esperienza storica. Ecco perché l’Europa si trova di fronte al più complesso processo del suo sviluppo storico, cui risponde un processo altrettanto complesso non soltanto politico sociale, ma di civiltà, nel senso più lato e profondo della parola. Questa posizione è la sola capace di rompere il cerchio inesorabile, plutocrazia-bolscevismo, che incatena i popoli: la plutocrazia, ch’è lo sviluppo estremo del capitalismo e del liberismo economico, il bolscevismo, ch’è lo sviluppo estremo del socialismo prequarantottesco. L’alleanza tra bolscevismo e plutocrazia era comandata dalla legge stessa di vita di queste due ideologie politiche: la vide Mussolini sin dal lontano 1919. Hanno un bel essersi combattute sordamente per venti anni: nell’ora della crisi suprema si sono trovate, e si dovevano trovare, alleate contro il comune nemico, che nega non solo ciò che è proprio di ognuna delle due, ma ciò che è comune ad entrambe. La lotta è tra due filosofie, tra due sistemi della vita, tra due concezioni dell’uomo. Da Stato-Antistato del 1922 al Codice Mussoliniano del 1941 è contenuto il grande apporto dell’Italia Fascista al nuovo ordine: e la storia, tra conservazione e rivoluzione, ha già scelto, ha scelto col diritto, nel nome del diritto, segreta potenza ideale dei popoli, con gli istituti e le forme del nuovo ordine.

(la versione dattiloscritta della conferenza è scaricabile sul sito dell’Istituto Biggini http://www.istitutobiggini.it/stato-antistato-fascismo/)

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…di “ludi cartacei” e collasso del Sistema!

downloadEppur si muove! … era la celebre frase attribuita a Galileo che noi, in questo caso, riferiamo alla situazione politica italiana dopo le ultime tornate elettorali amministrative di novembre, che hanno confermato chiaramente come il sistema liberal-democratico parlamentare ormai scricchioli pesantemente, mostrando tutti i segni di un collasso, non immediato forse, ma comunque certo! Infatti, come probabilmente non avranno mancato di osservare i nostri lettori e simpatizzanti, i media generalisti del sistema ci stanno martellando già da quest’estate, per mobilitarci “degnamente” in vista della solenne buffonata delle elezioni nazionali che andrà in scena a marzo 2018. La “preparazione” mediatica della massa è ovviamente ciclica. Va a “ondate” che aumentano o diminuiscono a seconda del momento politico ed economico. Ad anticipare i “ludi cartacei nazionali”, ci sono stati quelli “locali”, sparsi qua e la per il “bel paese”, dove la recita si è svolta seguendo il classico copione, come in ogni teatrino squallido che si “rispetti”, con le solite messe in scena dei vari gruppi politici “opposti/uguali” che si “affrontano in singolar tenzone” per eccitare gli animi del popolo, che vogliono partecipe della sceneggiata anche comprandone letteralmente i voti (25 euro! qui), facendo e dicendo di tutto pur di risvegliare dal suo torpore politico il “popolo democratico” che, come già abbiamo denunciato abbondantemente, deve (almeno secondo il manuale del perfetto democratico!) assolvere al proprio doppio ruolo di  carnefice e vittima ad un tempo, chiamato come un grande branco di ovini a entrare nelle stalle del macello demo-plutocratico, orgoglioso di beneficiare dell’irrinunciabile, sacro e immortale principio di scegliere da chi farsi massacrare… cornuto, mazziato e contento!

Ma da qualche tempo, però, va affermandosi sempre più una tendenza molto ben augurante, verificatasi puntualmente anche in questa ultima “tornata del mattatoio elettoralistico”.  Infatti, le cosiddette “cifre”, che rappresentano da sempre gli “dei” dell’Olimpo della democrazia borghese, individualista ed edonista, stavolta risultano essere impietose proprio per quest’ultima. La “conta dei voti” ha dimostrato che è il sistema partitocratico come tale che ha fatto “cilecca”. Secondo le stime ufficiali ( di cui ben poco ci fidiamo, poiché tendenti in questi casi sempre al ribasso!) in Sicilia il 54% circa degli aventi diritto al voto hanno disertato completamente le urne! A Ostia va ancora meglio, dove oltre il 60 % degli “ex elettori” lascia i politicanti a suonarsela e cantarsela da soli ! ( qui e qui ) La cosa ha dell’eccezionale e allo stesso tempo del drammatico. E’ eccezionale, nel senso stretto del termine, perchè si registra, finalmente, un evidente e non occultabile SCOLLAMENTO del cittadino medio dalle forme di rappresentanza imposteci con la forza dagli invasori anglo-americani alla fine dell’ultima guerra mondiale, un cittadino che è stanco del ruolo di “elettore” affibbiatogli dal sistema politico delinquenziale che lo sovrasta e schiaccia e con cui fino a ieri collaborava passivamente. Le persone sono stanche della democrazia dei partiti e il sistema cosiddetto “democratico liberale” non è più legittimato dalla maggioranza del popolo (se mai lo sia stato). Questa è la novità che risulta clamorosamente evidente. Emerge in modo chiaro anche il vero ruolo assegnato dai padroni demo-plutocratici ai movimenti populisti “sfogatoi”, tutti naturalmente rigorosamente parlamentaristi, come i “pentastellati” (che, come tutti i fantocci che si rispettino, vanno a farsi “ungere” dal dipartimento di stato USA: qui ) o  come i cosiddetti “nazional-popolari” radicalisti di tutti i colori, tra cui svettano i finto-fascisti, neo e/o post pseudotali ( qui ) che, il sistema demo-plutocratico ha deciso di utilizzare e sdoganare per tentare in extremis una inversione di tendenza (fallita!), come mostra non ultima l’ “ascesa” etero diretta e programmata dei “bravi” di Casa Pound, apertamente in cerca di obiettivi INTRA-PARLAMENTARI, legittimati non a caso anche dalla sceneggiata tenuta di recente con l’ausilio dei media generalisti, ossia la pseudo-intervista loro “concessa” dall’uomo di fiducia del sistema  Mentana: qui. A ciò si aggiungano le recenti dichiarazioni dei “cittadini parlamentari che vengono dal basso”, non ultima quella di servaggio all’ “Eurocrazia pluto-massonica” da noi di già evidenziata, che se per un verso non stupiscono affatto, dall’altro non sono nulla più che il coronamento del percorso, rettilineo ( qui e qui ), tracciato già ai primordi della nascita di quel mostro politico, fantoccio, denominato Unione Europea, governato in realtà dall’usurocrazia apolide rappresentata ufficialmente dalla Banca Centrale Europea, a sua volta costola del Fondo Monetario Internazionale con sede a Washington. Ma qui arriviamo alla parte più drammatica dell’evento. Poiché, attualmente, tale evidente clamorosa e positiva delegittimazione del sistema demo-plutocratico, dai media del sistema viene però presentata ai cittadini, diseducati da 70 anni di menzogne e crimini democratici e antifascisti, come se fosse comunque senza alcun possibile sbocco. Uno dei motivi principali delle reazioni auto-lesionistiche come i suicidi per i collassi economico-sociali, la disperazione a seguito dell’impoverimento scientemente perseguito, ecc., è proprio questo. Dunque il cittadino medio,  diseducato e completamente assuefatto a un sistema, che pure egli rifiuta apparendogli ormai manifestamente criminale, non riesce però né a vedere né ad immaginare alcuna vera alternativa a tale disastro. Proprio questa paralisi politico-culturale indotta artificiosamente a mezzo della propaganda dei media, attualmente costituisce “l’assicurazione sulla vita” del sistema pluto-massonico demo-liberale.

Concludendo, la situazione è decisamente in evoluzione. Vedremo se e come il dissenso popolare sarà proficuo. Sicuramente, è un bene, un gran bene, che ci sia. E’ il punto di partenza per intraprendere l’ulteriore cammino verso l’emancipazione dal modello politico mostruoso attualmente imperante. Un percorso che sarà sicuramente accidentato e duro, che richiederà enormi sacrifici. Certo è che le oligarchie imperanti si stanno premunendo e attrezzando per etero-dirigere, come è loro costume, ogni possibile percorso capace di svilupparsi da tali clamorose manifestazioni. Per questo la sceneggiata di Fiano, con annesse leggi nazi-maoiste, vedrà certamente il concretizzarsi (come già in questi giorni) di altri atti. Poiché tutte le strade “democraticamente” percorribili sono già state previste e sabotate dai criminali mondialisti che detengono il potere, al fine di approdare sempre e comunque al sistema demo-liberale che li mantiene. Tutto concorre a questo fine. Tutto tranne una sola Idea, una sola Civiltà, un solo progetto politico, una sola Dottrina che ha un solo nome: FASCISMO! I cittadini, continueranno ad essere carnefici di se stessi? NOI FASCISTI ABBIAMO GIA’ DETTO IL NOSTRO NO! E voi, che farete?

IlCovo

 

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La nostra posizione di Fascisti Cattolici

L’Associazione IlCovo, come i nostri lettori sanno, non è affatto un “circolo chiuso”, ma è un movimento con una altissima “Tensione Ideale”, e con una vocazione al confronto con chiunque, senza distinzioni di sorta, e senza nessuna pregiudiziale (politica, religiosa, filosofica, razziale).

Tra i nostri dibattiti, ne annoveriamo uno molto interessante, un confronto con la filosofia “demo-cristiana”, tenuto sulle pagine dalla testata virtuale “Papale Papale” nato subito dopo la pubblicazione di un articolo a firma del sottoscritto su quel blog, che oggi, guardate i casi della vita, risulta chiuso, non più riaperto né consultabile sulla rete, proprio subito dopo quel proficuo dibattito. Per ovvi motivi, non possiamo riportare in questa sede i commenti degli autori della testata e di quanti parteciparono a quel vivace scambio di opinioni. Ma possiamo riassumerne il contenuto. La polemica si è concentrata principalmente sulla retorica anti-fascista in merito alle “leggi razziali”, poiché nel nostro studio abbiamo dimostrato, tra le altre cose, la reale ed esclusiva valenza politica delle stesse (così come abbiamo fatto in altri ambiti). Inoltre abbiamo voluto focalizzare, rispondendo ai “critici”, l’assoluta novità dello Stato nuovo Fascista, e la sua profonda e necessaria complementarietà con la Religione, in modo specifico con quella Cattolico-Romana.

Proponemmo già il link all’articolo in questione all’indomani della sua pubblicazione. Non essendo però più presente sulla rete quel blog, preferiamo per la fruibilità dei nostri lettori e per l’importanza dell’argomento, renderlo nuovamente disponibile per intero, alla luce, tra l’altro, della profonda crisi che il Vaticano sta attraversando, in modo più accentuato in questo ultimo periodo. Sicuri che, come nel momento della sua pubblicazione, la sua rinnovata diffusione susciterà un sempre maggiore interesse.

Buona lettura.

RomaInvictaAeterna

Tra il balcone del Duce e la loggia del Papa, la fede dei gerarchi fascisti

Nell’immaginario collettivo la parola “Fascismo” e “Gerarchi” viene associata a figure lugubri, bandite a priori. Ma i cattolici, che pure sono svezzati alle “leggende nere”, saranno capaci di affrontare e superare la retorica partigiana infischiandosene della damnatio memoriae imposta su certi temi e personaggi? Quale fu, dunque, il rapporto tra i Gerarchi del regime fascista e San Pietro? Cosa c’era a metà tra il Balcone di Palazzo Venezia e la Loggia Centrale di San Pietro, sui “Colli Fatali di Roma”?

di Stefano Fiorito

Premessa
Davanti alla crisi del nostro tempo, non è ozioso interrogarsi sulle ragioni profonde che l’hanno scatenata. Per farlo, senza rischiare di ottenere risposte non esaurienti, occorre andare alle radici del problema. Esse sono chiaramente di origine morale e spirituale. Posto che la ricerca ha un obiettivo, ovvero la verità delle cose, partendo dal presupposto dell’origine della crisi appena considerato, si può altresì considerare un aspetto specifico di essa: quello che si ripercuote nella società civile. E,considerata quest’ultima come la risultante di vari aspetti che la compongono, è impossibile non partire da quello principale: l’aspetto Religioso.
Infatti la Religione è innegabilmente il fondamento delle società, anche di quelle che si dichiarano apertamente a-religiose (o antireligiose). Anche l’anti-religione è una religione: materialista, che sposta il centro della fede. Non è dunque inutile studiare il rapporto che la Religione ha con la Società Civile, dunque con la Giustizia; ovvero con la politica. E non è inutile interrogarsi su quale rapporto sia il migliore, ovvero ottenga realmente la “tendenza” alla Giustizia. Dico “tendenza”, poiché risulta evidente (soprattutto davanti alla sentenza della storia), che non è possibile, umanamente, ottenere la definitiva Giustizia tra gli uomini, attraverso una elaborazione filosofica (ogni tentativo in questo senso si è risolto con immani tragedie: si pensi al marxismo). Essa è impossibile, perché gli uomini non sono perfetti. Si può, però, tendere ad essa, nella società, attraverso un metodo che deve essere ricercato. E questa ricerca, per essere verace, deve considerare il suo punto di partenza e di arrivo, e se avrete la pazienza di continuare a leggere, capirete cosa c’entri la fede dei gerarchi fascisti con questa ricerca.

Il male viene dall’Inghilterra
L’affannosa “ricerca della felicità soggettiva”, è stata la giustificazione all’avvento delle filosofie individualistiche in Europa. L’Inghilterra, però, non è stata la prima “madre” di tali teorie. Infatti iniziano in Italia (è l’Italia il centro della Civiltà Europea.), con il cosiddetto Rinascimento. L’Inghilterra ne ha applicato per prima le idee guida, dando vita ad una forma politica definita[1]. Ciò che avviene in Francia (culminato nel 1789), è, stando a questi studi, solo un riflesso della “rivoluzione liberale inglese”. Non è un caso, inoltre, dove sia nata la Framassoneria: in Scozia. Non è, di nuovo, un caso quando sia nata: nel 1598[2]. Insomma, la Gran Bretagna ha avuto una parte di primo piano, per non dire fondamentale, nell’assetto attuale dell’Europa.
Il secolo XVII è uno spartiacque. Infatti le istituzioni che conosciamo, con cui abbiamo a che fare oggi, ora, sono esattamente diretta emanazione di quella “rivoluzione inglese” (1688), che poi solo cronologicamente è diventata “francese”. Gli intellettuali Luministi (e non “illuministi”; il lemma è “Lumi”), in Francia si sono “ispirati” (se non vogliamo dire che hanno praticamente ricopiato) al liberalismo framassonico inglese. Il primo problema, secondo il mio parere, che è stato creato da questa “rivoluzione inglese” è forse il più grave per l’unità della civiltà europea: la frammentazione. Si dirà che prima della “modernità”, l’Europa era esattamente questo: frammentata. Un ginepraio di Principati, regni, perennemente in guerra fra loro. Ma c’era un elemento di coesione innegabile e assolutamente foriero di possibili svolte positive future: l’Unità Culturale (Cattolico-Romana) e l’idea Imperiale. I regni si facevano la guerra per perseguire un’idea di “impero europeo”, che voleva essere evolutrice della Romanità: eredità politica e culturale condivisa da tutti gli europei. Tutti, tranne gli anglo-sassoni.
La nefasta influenza inglese continua nel XVIII secolo, con le teorie sulla “Ricchezza delle nazioni”, diffuse da Smith[3]. I desideri dell’Individuo, delimitati dalla Legge che si occupa di “far finire la libertà di uno quando inizia quella dell’altro”, sarebbero “naturalmente” buoni e degni di esser perseguiti. Ecco l’origine e il perdurare della “crisi attuale”: è questa filosofia. E non si tragga in inganno il lettore, pensando a una apparente “alternativa”: il Marxismo. In realtà il Marxismo è figlio del Razionalismo inglese, figlio di Hegel (anche se quest’ultimo non è inglese, ma è un cugino degli inglesi, in quanto tedesco). Marx plaude al positivismo di C. Darwin (che è diventato “darwinismo sociale” in economia), e alla sua teoria sull’Evoluzione della Specie, che a suo tempo rallegrò molto il padre del socialismo reale.[4] Egli, semplicemente, cambia “dio” ai Liberali (che comunque giudica “necessari” per giungere alla “democrazia proletaria”: la famosa “fase borghese”): il suo “dio” è la classe proletaria. Mentre Adolf Hitler crea il dio-razza, in grande sintonia con la filosofia Inglese Razionalista e Positivista. E qui torniamo alla “questione religiosa”.

Un dio-Stato
Già. Il “grande nemico”, in queste concezioni individualistiche è solo uno: Dio. E non un generico “dio filosofico”. No. E’ il Dio Cattolico Romano. E’ la Santissima Trinità. E’ questo Unico Dio, ad essere combattuto con ogni mezzo, da questi filosofi e intellettuali individualisti. E l’Inghilterra è l’archetipo di questa lotta, che semplicemente si diffonde in Francia: e da qui ovunque. Questa guerra è solo proseguita, nel tempo. Ha assunto varie forme, ma tutte coerenti e ossequianti il razionalismo materialista.
Il XVIII e il XIX secolo, in Europa, genera i cosiddetti “nazionalismi naturalistici”. Da questi nazionalismi si verificano i “risorgimenti”, tra cui quello nostrano. Il nostro “Risorgimento”, tutto fu tranne che l’avvento dell’Unità, basata sull’indipendenza della nazione italiana. Infatti, fu diretta emanazione della volontà inglese e francese, in funzione anti-austriaca e anti-cattolica. La leva dell’irredentismo italiano, culminato nella cosiddetta “Grande guerra” (chiamata così perché è stata vinta…), ha permesso a una casta di dubbie genti, quella dei Savoia, di allargare il proprio dominio a tutta la penisola italiana, che non fu affatto Unità, ma semplicemente una annessione al Piemonte savoiardo. Che poi, lavorarono culturalmente per affibbiarsi la paternità di un moto che semplicemente rimase ad appannaggio di alcune minoranze, forti culturalmente, facenti capo a letterati come Manzoni, politici come Gioberti o Mazzini.
Minoranze che non videro affatto realizzati gli ideali Unitari originari. In Italia, comunque, le idee che “fecero l’Unità”, veicolate da Camillo Benso, conte di Cavour, furono quelle liberali framassoniche franco-inglesi. In Francia la Convenzione bandì il Dio Cattolico (lo ripeto: non un Dio qualunque, ma quello Cattolico), ed intronizzò la “dea Ragione”, che poi Robespierre fece sostituire con il suo astratto “Ente divino” razionale. Questa “divinità” non fu altro che la radicalizzazione del liberalismo inglese, e dunque l’erezione dello Stato Liberale a nuovo dio contro il Dio Cattolico.
In Italia, dopo, non avvenne nulla di diverso, ma la profonda cultura Cattolica italiana, maturata in quasi 20 secoli, non era molto facile da sradicare. E quindi si arrivò all’ibrido del motto cavouriano, “libera chiesa in libero stato”. Praticamente un ossimoro che aveva come scopo l’“assorbimento” e la finale cancellazione della Chiesa Cattolica Romana nella società. Il Papa Pio IX, che fu definito “Papa liberale” (egli non era in disaccordo per principio alla indipendenza Italiana; solo non concordava con le modalità per l’ottenimento della stessa), promulgò infallibilmente il Sillabo, e il conseguente e logicissimo “non expedit” [5], che chiedeva ai cattolici di non partecipare alla vita politica di uno stato savoiardo usurpatore e invasore della Chiesa. In seguito si accettò che i cattolici partecipassero pragmaticamente; ma solo per opporsi.
Dunque il nuovo dio è la Ragione dell’individuo, e a causa di questa il nuovo dio è anche la nuova Legge. Il legame della Legge con la Morale, e dunque con Dio (non un dio qualunque, ma quello Cattolico), è rotto dall’Inghilterra. La Legge ora dipende dall’individuo. Il parlamentarismo ne è diretta conseguenza, ed Hegel, a seconda dell’interpretazione della sua filosofia, di “destra o sinistra”, conservatrice o progressista [6], ma sempre Liberale, è il dio della democrazia. La quale, a volte, genera radicalismi che sfociano nei socialismi reali, o in quelli paternalistici, o magari razzisti (tipo il Nazionalsocialismo hitleriano).

Un’alternativa alla modernità massonica?
E siamo arrivati al punto. La domanda è legittima, direi obbligatoria. E’ stata sintetizzata una alternativa alla “civiltà massonica inglese”? Sì. Sapete qual è? Il Fascismo Mussoliniano. E qui viene giù il palazzo, con tutti quelli che sono all’interno. Già sembra di sentire il lettore che si domanda come potrebbe mai essere un’alternativa il “mostro fascista mangiauomini”.
Il fatto è che il Fascismo non è un mostro, e nemmeno mangiauomini. I cattolici dovrebbero essere svezzati alle “leggende nere”, visto quella che proprio la “civiltà massonica inglese” ha creato contro la Chiesa per garantire vita all’anticlericalismo militante. Eppure lo scandalo la fa da padrone, davanti ad una affermazione del genere. Sì, il Fascismo è l’alternativa. Una montagna di studiosi, quasi sempre stranieri, a parte l’eccezione di De Felice (e i suoi “allievi”), lo hanno chiarito bene. Ovviamente, essendo in vigore il regime antifascista, nessuno studio può esimersi dal pagare pegno a questo “dio”. Dunque, fatta eccezione per la vulgata marxista, di defeliciana memoria, che definisce il fascismo come semplice “male assoluto”, gli studi più seri sono stati compiuti dai ricercatori liberali[7], i quali comunque condannano il Fascismo perché “totalitario”. Sì, era diverso dagli altri regimi; sì, aveva una dottrina politica complessa e chiara, diversa dagli “altri totalitarismi”; sì, non era un regime poliziesco; ma era “totalitario”, una “dittatura”, dunque inaccettabile per questo[8]. Alla fine anche il Fascismo avrebbe creato un “dio-fascista”, dunque ecco servita l’ennesima “radicalizzazione del liberalismo inglese”. Invece le cose non stanno così. E non perché questo o quel fascista, se mai dopo la guerra fossero esistiti ancora, lo abbia detto (in realtà sparirono grazie alla nascita del MSI, diretta emanazione della guerra fredda in germe, e strumento di ausilio del regime “democratico”, che usava – e usa – i radicalisti di destra per alimentare l’immagine indegna e orribile del “fascista medio”[9]). Le cose non stanno così poiché sono gli ideologi del fascismo a definirle diversamente. Dopo di loro, è la storia del Regime Fascista a parlare. Il problema, da parte Liberale, nasce dal fatto che il fascismo non è una dottrina politica nel senso che il liberalismo dà al termine. Infatti il fascismo non è catalogabile in modo assoluto né “a destra” né “a sinistra”. Vi sono degli elementi, nella sua applicazione storica, che lo potrebbero inserire sia nell’una, che nell’altra parte dell’ “emiciclo parlamentare”. Il fatto è che questa apparente contraddizione in essere, rimane tale solo se si tenta di “risolverla” con gli strumenti liberali. Così si avranno due interpretazioni: quella che definisce il Fascismo come fatto storico chiuso e come “regime autoritario e conservatore” (Cfr R. De Felice), dunque sarebbe “di destra”; poi c’è quella che definisce il Fascismo come un Regime “proiettato al progressismo”, che si fermò a metà a causa dei “compromessi” stipulati con la società preesistente, ma che avrebbe dovuto chiudere la sua parabola con qualcosa di simile a una “Socialdemocrazia”, prendendo ad esempio la legge sulla socializzazione delle imprese varata nel 1944, in piena guerra civile (Cfr a.e. A. J. Gregor, E. Gentile, L. La Rovere). Si arriva a queste conclusioni, errate, perché si nega al fascismo di poter essere altro rispetto al liberalismo anglo-francese framassonico. E perché si condanna, acconsentendo al pregiudizio liberale, come mostruoso e orribile, tutto ciò che non obbedisce a certi canoni costituiti. E’ accaduto anche con la Siria di Bashar al Assad[10]. Basta che il governo di una nazione non sia nettamente “liberale”, per creare il mostro.
Ma tuttavia il Fascismo, così come sintetizzato dai suoi ideologi, a cominciare dal suo fondatore, è una valida alternativa ai sistemi politici framassonici. Infatti, non è catalogabile “a destra o sinistra”, perché il fascismo non è un partito politico di un regime liberale, ma è un sistema politico definito. Non è affatto vero che il fascismo non “abbia nessuna dottrina, ma sia stato un esclusivo mezzo di governo” (come molti studiosi affermarono). La Dottrina del fascismo è stata sintetizzata, in una prima pubblicazione ufficiale, dal giurista Alfredo Rocco[11], incaricato da Mussolini. Poi, nel 1932, pubblicata in un libro dell’Enciclopedia Italiana (voce: Dottrina del Fascismo). Dopodiché stampata regolarmente fino alla caduta del regime[12].
Dunque il Fascismo ha una dottrina ben definita e coerente (è falso affermare che Mussolini era un trasformista che nel 1919 diceva una cosa, e nel 1943 la negava). Tale dottrina non verte su questo o quel programma “di partito”. Come la stessa dottrina afferma: “Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità.”[13] Nella Dottrina fascista si troverà, dunque, l’identità dello “Stato nuovo fascista”, che si chiama “etico-corporativo”. E’ questa forma di Stato, diversa dallo Stato Liberale, diversa dallo Stato Collettivista, diversa dallo Stato “moderno”, che si troverà poi descritta nelle pubblicazioni ufficiali del Regime (condivise ed estese da tutti i Gerarchi ed esponenti culturali, benché provenissero da formazioni culturali differenti[14]).
In questa concezione il “partito” non esiste. Non esiste proprio come “concetto”. Infatti, lo stesso Partito fascista, ha mantenuto questa definizione di se stesso in ossequio alla sua nascita, nel 1921, quando in un contesto liberale, che Mussolini riuscì a modificare dal di dentro, essere un partito aveva un senso. Ma nelle pubblicazioni del partito, ad esempio in una pubblicazione del 1938, si affermava apertamente che il Partito fascista non era più partito, ma istituzione dello Stato. A differenza delle altre ideologie politiche, lo Stato fascista non era identificato col partito, ma il Partito era uno strumento a servizio dello Stato fascista, e subordinato ad esso[15]. Dunque: quale nuova forma di Stato era quella fascista? Che rapporto aveva con la cultura Italiana e con la religione dell’Europa, ovvero la Cattolica Romana?

I Gerarchi formano i cittadini allo “Stato nuovo”: la Religione ne è fondamento
E’ chiaro che lo Stato Fascista non è uno “Stato democratico”. Non nel senso comune del termine, almeno. E’ più che democratico: è organicistico[16]. La base di questo organicismo, è rappresentata dalla dottrina fascista, che è il contenuto dello Stato nuovo. Non è un caso che lo Stato fascista sia definito etico-corporativo.
Ma ora voglio lasciare la parola a un Gerarca fascista, Carlo Costamagna[17], incaricato di estendere una sintesi approfondita della Dottrina del Fascismo, che descrive in modo chiaro la soluzione definitiva ai problemi sia posti che provocati dalla “modernità” inglese, ragion per cui, facendo una cosa poco “giornalistica”, osiamo citare per intero l’interessante e vivida disquisizione di quell’intellettuale organico al regime, dopodiché molte cose vi saranno chiare:

… Si comprende perciò come la distinzione tra lo Stato e la Chiesa sia uno dèi baluardi della civiltà e come il problema della, “libertà religiosa” soltanto nei termini di siffatta esigenza acquisti un valore costruttivo. Ma si comprende nel medesimo tempo come la distinzione non significhi né separazione né negazione. I compiti della Chiesa e dello Stato sono interferenti in tutte le cosiddette “materie miste”; nelle quali i due problemi si mescolano e i due poteri vengono a stretto contatto. Ed occorre, soprattutto, una positiva consapevolezza della reciproca interferenza in cui versano i fenomeni della religione e quelli dello Stato, tenuto conto, come avvertiva Vico, che “la religione unicamente è efficace a farci virtuosamente operare, perché la filosofia, è piuttosto buona per ragionare”. Questo ultimo tratto segna il profondo divario che intercede tra la concezione fascista e le concezioni liberali e socialiste del problema. Per il liberalismo prevaleva un criterio di svalutazione della religione, anche per ciò che in essa si presenta come una forma di tradizione. Dalla propria concezione naturalistica della vita il liberalismo fu indotto a riconoscere una inferiorità della religione di fronte alla scienza e a prevedere la progressiva scomparsa del sentimento religioso. Per il liberalismo la religione non poteva essere un argomento di ordine pubblico, ma un semplice particolare nel solito sistema negativo delle “libertà”, valutate rispetto all’individuo (“libertà di coscienza”, “libertà di culto”). I liberali potevano appena arrivare ad ammettere che la famiglia monogamica costituisse un interesse generale; non già che lo costituisse la religione. In corrispondenza essi propendevano per la “morale laica”, iniziata dalla rivoluzione protestante. La quale era, del resto, profondamente illogica, come quella che pretendeva di “umanizzare” la religione pur affermando di voler rispettare la rivelazione. “Se la Riforma, come rivoluzione religiosa, non ha ucciso il diritto divino nella lettera, l’ha ucciso però nello spirito”. Nella social democrazia i motivi areligiosi del liberalismo furono svolti dalla filosofia delle società segrete affermante una fiducia assoluta nel “progresso della scienza”. Essi vennero spinti fino all’irreligiosità programmatica ed ebbe corso ufficiale l’“anticlericalismo”. Il quale diventò il minimo comune denominatore di tutte le manifestazioni distruttive e antiumane… Invece in modo specifico il Fascismo riconosce il valore della religione col restaurare il senso dei valori inerenti all’elemento della tradizione. Mentre il bolscevismo aggrava fino all’estremo il dissidio tra il passato e l’avvenire, rincalzando sulla negazione originaria della filosofia cartesiana, le rivoluzioni nazionali e popolari si alimentano dalla coscienza della continuità della stirpe e professano che nella religione va riconosciuta la più profonda esperienza storica di un popolo… Altresì valore decisivo ha il riconoscimento di un rapporto positivo tra religione e politica; tra Chiesa e Stato. Questo è correlativo al rapporto che si deve riconoscere tra religione e morale. Al qual riguardo MUSSOLINI ha detto della religione che essa “è la rivelazione di quelle verità eterne senza di che la lotta dell’uomo contro l’uomo, di tutti contro tutti, finirebbe nel caos selvaggio e nel tramonto di ogni civiltà”. E già Vico aveva affermato che: “Senza la religione di una qualsiasi divinità giammai gli uomini convennero in nazione”; precisando: “perché la pietà era dalla Provvidenza ordinata a fondare le nazioni, delle quali la pietà volgarmente è la madre di tutte le morali; economiche e civili virtù e la religione unicamente è efficace a farci virtuosamente operare, perché la filosofia è piuttosto buona per ragionare” …
Noi vedremo fra poco come la concezione popolare dello Stato conferisca allo Stato medesimo un contenuto e una dignità morale e vedremo altresì come nello svolgimento dello Stato fino all’idea dell’Impero si esprima il tentativo di una sintesi tra la morale e la religione. Ma, anche sotto il profilo più ristretto del problema della potenza in rapporto al fatto del governo, e al principio dell’autorità, giammai i poteri costituiti hanno potuto prescindere, senza proprio pregiudizio, dal suffragio della religione. Indiscutibile è che la coscienza mediterranea della civiltà europea ha per lungo tempo mantenuto ferma la convinzione di un rapporto necessario fra la missione imperiale di Roma e la missione cattolica della Chiesa. La definizione ufficiale di Chiesa Cattolica Apostolica Romana conferma siffatto riconoscimento; il quale fa parte ormai del contenuto storico della stessa confessione cattolica…
I termini del problema mutarono con l’avvento delle rivoluzioni individualiste. La soluzione negativa che prevalse durante il secolo XIX col “separatismo”, secondo la formula “libera Chiesa in libero Stato”, implicò l’atteggiamento dell’indifferenza, autorizzato, come si è detto poc’anzi, dalla svalutazione razionalista dell’esperienza religiosa. Significato ostile ebbe invece il metodo del “giurisdizionalismo anticonfessionale”, adottato alla fine del secolo scorso [XIX secolo. Ndr] da alcuni regimi socialdemocratici (Francia, Portogallo) e diretto contro le manifestazioni di qualunque organizzazione confessionale della religione, coi risultati di anarchia che sono a tutti noti. Vero è che il problema dell’ordine è un problema essenzialmente morale e che esso non può venir risolto se non si utilizzano anche le risorse che provengono da quella forza dello spirito che si manifesta nella religione. Contro, dunque, il “giurisdizionalismo anticonfessionale”, concetto programmatico della socialdemocrazia e contro la determinata persecuzione del fenomeno religioso da parte del sistema sovietico, il Fascismo ha voluto addivenire ad una sistemazione e definizione dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa, nonché ad un regolamento in genere dell’esercizio cultuale, che segna un indirizzo radicalmente nuovo nella serie dei sistemi della politica religiosa. “Chi nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di mera opportunità, non ha inteso che il Fascismo, oltre ad essere un sistema di governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero” … In effetti, il Fascismo è riuscito alla “conciliazione”, alla quale era fallito il liberalismo. E ciò per virtù della rivalutazione positiva che esso ha saputo fare dei motivi spirituali. Sicché quello che per lo Stato liberale sarebbe risultato un atto di debolezza, poiché andava contro al suo principio costituzionale, fu ed è per lo Stato fascista un’affermazione di potenza. Mediante la legge 24 giugno 1929, n. 1159 sui culti ammessi nello Stato, finalmente, si è regolata la posizione dei culti acattolici considerati nelle loro specifiche associazioni, alle quali è stato fatto un trattamento analogo a quello della Chiesa. Soltanto è dubbio che a tali culti sia consentito il proselitismo. In tal modo, pur senza disconoscere il principio della libertà di coscienza, il Fascismo ha ammesso che la Chiesa, “communitas fidelium”, ha fini autonomi da quelli dello Stato, “communitas populi”. Ed ha dichiarato in modo inequivocabile l’interessamento del potere pubblico al sentimento religioso, considerando la tutela di questo un fine di pubblico interesse… Sin dal 1924 MUSSOLINI aveva dichiarato: «Un popolo non può divenire grande e potente, conscio dei suoi destini, se non si accosta alla religione e non la considera un elemento essenziale della sua vita pubblica e privata». Nel medesimo tempo, senza adottare per lo Stato un culto determinato, il Fascismo ha riconosciuto che la religione cattolica è quella che esprime il preponderante sentimento religioso della popolazione italiana e che è legata allo svolgimento storico del popolo italiano. In tal modo lo Stato fascista non è più né uno Stato separatista, né uno Stato confessionale. Esso può definirsi uno “Stato religioso”, come quello che ammette la utilità del sentimento religioso; non peraltro la esclusività di interessi dogmatici e rituali, nel qual caso sarebbe ricaduto nel giurisdizionalismo confessionale. «L’esteriore somiglianza del Fascismo con lo stile organizzativo della Chiesa Cattolica e il fatto di avere attribuito allo Stato e alla Nazione le forze psichiche della religione, dovrebbe in teoria condurre a un antagonismo fra le due potestà; ma la pratica rivela che esse si trovano fondamentalmente d’accordo perché fondate sui medesimi principi» . Infatti, la religiosità dello Stato fascista non è generica; essa tiene conto preciso di ciò che l’istituzione della Chiesa rappresenta per il popolo italiano. «L’unità religiosa» ebbe a scrivere MUSSOLINI, «è una delle grandi forze di un popolo. Comprometterla o anche soltanto incrinarla è commettere un delitto di lesa nazione» . Inteso a riaffermare nella coscienza del popolo italiano i motivi del dovere, del disinteresse e della disciplina il Fascismo doveva ritenere, e ritenne, il fattore religioso indispensabile, quale scaturigine dei motivi più alti della trascendenza, al risultato di una etica civile per cui si costituisce lo Stato in quell’“unità morale” che è dichiarata dal § 1 della Carta del lavoro. In specie doveva ritenere, e ritenne, meritevole di una particolare considerazione, quella interpretazione cattolica della religione cristiana che ha sanzionato il dovere verso la patria fino al sacrificio della vita; che ha sostenuto con mezzi spirituali la collaborazione dei popoli dell’Europa nei tempi più aspri; che ha ispirato le più audaci imprese della stirpe nel cozzo con le altre civiltà. Per ciò MUSSOLINI ha definito la Chiesa «un altro dei pilastri della società nazionale». Le due anime dell’eterna Roma hanno trovato la loro identificazione nel concordato. Anche il movimento nazionale spagnolo ha voluto dar risalto ai valori religiosi. L’art. 25 dello statuto della Falange dichiara: «Il nostro movimento incorpora il sentimento cattolico della gloriosa tradizione predominante in Spagna, nella ricostruzione nazionale».

Che dire del rapporto fra i Gerarchi e San Pietro?
La Chiesa di Roma, nella sua concezione evangelica del “date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”, considera ammissibile ogni forma di governo che “faccia salva la Giustizia”[18]. Lo Stato Fascista, così concepito, tende massimamente alla Giustizia. Anche nei contrasti storici, che pure ci sono stati, tra la Santa Sede e il Regime Fascista, come anche tra il Regime e l’Ebraismo sionista[19] o l’Islamismo “wahabita”[20] (le “famigerate leggi razziali”, certamente emanate per cinismo e utilità politica in merito alla costituenda alleanza con la Germania, frutto dell’isolamento dell’Italia, non furono affatto “razziali”, ma di “separazione dei non integrati”. Ovviamente gli ebrei non integrati, in Italia, si contavano sulla punta delle dita di una mano. Da qui il valore strumentale della legge), la validità della formula pocanzi descritta viene solo ribadita.
E’ una questione di equilibrio da perseguire, sulla base di un’Etica Spirituale, che è esattamente il fondamento della concezione statale del Fascismo. Lo stato organico fascista, etico-corporativo, è concepito come un corpo, con un capo e delle membra, unite moralmente da una concezione spirituale civile, la cui legittimità è tratta da Dio stesso, poiché se lo Stato ha una morale, essa è tratta dall’unico “Essere Supremo” esistente: Iddio[21].
Così posso concludere prendendo in prestito un brano dell’Accademico D’Italia, filosofo fascista, Armando Carlini[22] (che fu gentiliano): “… Lo Stato fascista può, dunque, liberamente riconoscere che, fra tutte le religioni esistenti, quella Cattolica è più delle altre consona alla sua mentalità e ai suoi fini: per la spiritualità ch’è alla base del Cristianesimo, e per il senso della vita morale concepita nel Cattolicismo secondo quegli stessi principii di disciplina, di gerarchia, di obbedienza all’autorità, che sono alla base della concezione politica del Fascismo”

Bibliografia
Enciclopedia Treccani On Line: http://www.treccani.it
A.Smith, La ricchezza delle Nazioni, Utet, 2013, 1257 p., brossura, Curatore Bagiotti A.; Bagiotti T.
Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto (Prefazione), Laterza, Bari, 1954
Zanichelli: http://www.online.scuola.zanichelli.it
Marx-Engels, Opere Complete, vol. XLI
De Agostini OnLine: http://www.sapere.it
De Felice Renzo, Intervista sul Fascismo, cur. Ledeen M. A., 2008, Laterza ;
Z. Sternhell, Nascita dell’Ideologia Fascista, Baldini & Castoldi (1993);
A. J. Gregor, L’Ideologia del Fascismo, cur. Marco Piraino, LuluPress, 2014;
Marco Piraino – Stefano Fiorito, L’estrema destra contro il Fascismo-Saggio sullo stravolgimento dell’identità fascista attuato dalla destra italiana”, LuluPress, 2011
A.Rocco, La Formazione dello stato fascista, cur Marco Piraino, LuluPress, 2014
B.Mussolini, La dottrina del Fascismo, cur Marco Piraino, ristampa edizione Hoepli 1942, LuluPress, 2016
A. Tarquini, Storia della cultura fascista, il Mulino, 2016
DOTTRINA DEL FASCISMO, C. Costamagna, 2 ediz. 1940
A.Matard-Bonucci, “L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei”,Bologna, 2007, Il Mulino
A. Carlini, “FILOSOFIA E RELIGIONE NEL PENSIERO DI MUSSOLINI “, 1934, Istituto Nazionale Fascista di Cultura.
Collana Editoriale “Biblioteca Fascista”, http://www.bibliotecafascista.org
*
NOTE
[1] Cfr Enciclopedia Treccani On Line, qui
[2] Ibidem, qui
[3] A. Smith, La ricchezza delle Nazioni, Utet, 2013, 1257 p., brossura, Curatore Bagiotti A.; Bagiotti T. Per unabreve biografia, cfr Enciclopedia Treccani On Line, qui. Secondo queste teorie, che si fondano sul Razionalismo
Radicale inglese, che è un elemento fondamentale per la filosofia materialista, l’individuo è “buono”, la sua “naturale inclinazione” è “buona in sé”. Questo in grande sintesi. La “legge” è preminente rispetto all’Autorità. Quello che è Razionale (e lo è quello che l’individuo può “ottenere per sé”) è Legale (e dunque reale. Questa è la massima di un altro Razionalista, stavolta tedesco: Hegel* , che con la sua “dialettica” ha dato le basi alla filosofia di Marx, che era esponente della “sinistra hegeliana”).
* Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto (Prefazione), Laterza, Bari, 1954, pag.15; Cfr anche Zanichelli qui
[4] Cfr: Marx-Engels, Opere Complete, vol. XLI, pag. 629-631: “Molto notevole è l’opera di Darwin [pensatore epositivista Inglese, ndr], che mi fa piacere come supporto delle scienze naturali alla lotta di classe nella storia . […] Ma, nonostante tutti i difetti, qui non solo si dà per la prima volta il colpo mortale alla «teologia» nelle scienze naturali, ma se ne spiega il senso Razionale in modo empirico”
[5] Cfr Enciclopedia Treccani On line, qui
[6] De Agostini on line, cfr qui
[7] Per es: Cfr De Felice Renzo, Intervista sul Fascismo, cur. Ledeen M. A., 2008, Laterza ; Z. Sternhell, Nascita dell’Ideologia Fascista, Baldini & Castoldi (1993); A. J. Gregor, L’Ideologia del Fascismo, cur Marco Piraino, LuluPress, 2014;
[8] Pregiudizio tipico dell’interpretazione di Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano: un partitoliberale, per questo in netta antitesi con l’insegnamento infallibile della Chiesa Cattolica
[9] Cfr Marco Piraino – Stefano Fiorito, L’estrema destra contro il Fascismo-Saggio sullo stravolgimentodell’identità fascista attuato dalla destra italiana”, LuluPress, 2011
[10] La Siria è la Patria del “Partito Baath” (che significa “Risorgimento”), e il suo Regime è di ispirazionefascista. Ovviamente non è un regime fascista strictu sensu. Ma alcune idee, come la abolizione delle divisioni politiche interne, il superamento della lotta di classe, la matrice spiritualista del movimento, l’idea di unificazione panaraba, si rifanno direttamente alla visione mussoliniana. E questo perché i suoi fondatori, tra cui il principale è il Cristiano Aflaq, hanno studiato in Europa (siamo negli anni 40 del secolo scorso ), sono venuti in contatto con l’idea di Mussolini (attraverso lo studio di Mazzini), e con l’influsso italiano dalla “vicina” Libia.
[11] Cfr Presente in A. Rocco, La Formazione dello stato fascista, cur Marco Piraino, LuluPress, 2014
[12] Cfr B. Mussolini, La dottrina del Fascismo, cur Marco Piraino, ristampa edizione Hoepli 1942, LuluPress,2016
[13] Cfr La Dottrina del Fascismo
[14] Cfr A. Tarquini, Storia della cultura fascista, il Mulino, 2016. Ecco la presentazione: “Nel tratteggiarel’universo culturale fascista questo libro segue tre direttrici: la politica culturale del regime, la condizione delle diverse arti e discipline, l’ideologia che contrassegnò lo stato totalitario. Guardando alla politica culturale messa in atto dal partito e dal governo fascista l’autrice individua le scelte della classe dirigente al potere in Italia dal 1922 al 1945; concentrandosi sugli intellettuali e sugli artisti chiarisce la portata del contributo da essi fornito al fascismo. Viene così delineata l’ideologia fascista come un sistema di visioni, di ideali e soprattutto di miti, capace di orientare l’azione politica e di promuovere una precisa concezione del mondo”
[15] Cfr Fascismo, in Enciclopedia Italiana, qui :” Il P. N. F. fu un partito politico solo nel primo periodo della sua vita. Assunto il potere, si è venuto gradatamente inserendo nello stato, collegandosi a mano a mano, sempre più intimamente, alla organizzazione statale e assumendo compiti che sono anche dello stato. Oggi del “partito” il P. N. F. non ha più che il nome. Esso si è posto nello stato come una istituzione di diritto pubblico fondamentale dell’attuale regime politico”
[16] Vedi qui
[17] Estratto da “DOTTRINA DEL FASCISMO”, C. Costamagna, 2 ediz. 1940
[18] Cfr S. Pio X, L. Notre charge apostolique
[19] Cfr M.A. Matard-Bonucci, “L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei”,Bologna, 2007, Il Mulino, pp. 144 –150: “In Italia gli ebrei non furono «uguali» di fronte alla persecuzione a causa dell’introduzione di una procedura di discriminazione nella discriminazione. La questione non è stata ancora molto studiata, giacché di solito le storie dell’antisemitismo fascista passano rapidamente sull’argomento: ai limiti intrinseci al carattere confidenziale di alcune fonti si aggiunge probabilmente la divaricazione tra memoria e storia, nonché la volontà di ignorare quelle disposizioni che ebbero l’effetto di dividere di fatto gli ebrei: questo silenzio è la conseguenza di una posizione storiografica che negli ultimi anni ha soprattutto cercato di mettere l’accento sulla severità delle persecuzioni. La legislazione infatti distingueva due categorie di individui di «razza ebraica», i cosiddetti «discriminati» e gli altri: la divisione era fatta in base a criteri politici e «patriottici». …Il principio della discriminazione nella discriminazione, e in particolare la procedura per «meriti eccezionali», derivava dalla volontà di un potere che, ancora una volta, rifiutava di essere sottomesso all’onnipotenza del diritto, anche se ne era stato l’artefice. D’altra parte la legge cercava di conciliare un obiettivo politico principale — costruire un razzismo all’italiana — con alcune posizioni presenti nelle élite fasciste, che si erano espresse durante la discussione delle leggi razziali, come la concezione della nazione ereditata dal Risorgimento o la sensibilità cattolica“…..La procedura di discriminazione metteva in evidenza, in modo eclatante, il contributo degli ebrei alle guerre nazionali, ma anche il loro apporto non trascurabile alla causa fascista. Altri criteri (in particolare sociali) vennero probabilmente presi in considerazione, ma più per le procedure per meriti eccezionali che per le discriminazioni ordinarie.”
[20] Ne è esempio la lotta intrapresa contro Omar al Muktar, in Libia. Il capo dell’Islamismo wahabita libico, con la sua rivolta, fu sconfitto proprio sulle basi di una colonizzazione neo-romana, che fornisse alle colonie stesse un Modello di Civiltà condiviso, quello fascista per l’appunto, che garantisse una forma di Stato erede dell’Impero Romano-Cattolico. Per una sintesi sulla colonizzazione libica, vedere “L’ITALIA FASCISTA E LA COLONIZZAZIONE DEMOGRAFICA DELLA LIBIA: premesse, sviluppi e conclusione di un progetto politicosociale totalitario” – Di Marco Piraino, su “La Razon Historica”
[21] Nel Regime Fascista, inevitabilmente, vi erano presenti Massoni. Come detto, il fondamento Massonico del Regno D’Italia è innegabile. C’è però da sottolineare, che il Sistema Fascista è stato il primo, e finora l’unico, dopo l’Unità d’Italia, a abolire, ideologicamente, la Massoneria. Ciò si tradusse con la messa fuori legge della medesima, e con la lotta contro chi ne facesse parte. Tutti, durante il Regime Fascista, furono formalmente obbligati a professione di fede anti-massonica. La Massoneria sarà tra i principali agenti disgregatori e responsabili della caduta del Regime
[22] A. Carlini, “FILOSOFIA E RELIGIONE NEL PENSIERO DI MUSSOLINI “, 1934, Istituto Nazionale Fascistadi Cultura: “Lo Stato fascista, proprio perché è uno Stato etico, sa che, per parlare in termini bergsoniani, ci sono due fonti, o si dica due punti di vista, della vita morale e religiosa dell’uomo, a seconda che questa si consideri nella realtà sociale-politica della storia, ovvero in quella interiorità dell’uomo e della personalità che è la sua spiritualità pura. Abbiamo spiegato a sufcienza, dianzi, che questi due punti di vista non si escludono, anzi sono vitalmente e indissolubilmente legati. Lo Stato fascista può, dunque, liberamente riconoscere che, fra tutte le religioni esistenti, quella Cattolica è più delle altre consona alla sua mentalità e ai suoi ni: per la spiritualità ch’è alla base del Cristianesimo, e per il senso della vita morale concepita nel Cattolicismo secondo quegli stessi principii di disciplina, di gerarchia, di obbedienza all’autorità, che sono alla base della concezione politica del Fascismo. Lo Stato ha tutto da guadagnare da questo accordo della coscienza religiosa con la coscienza politica degli Italiani, che pone termine a un dissidio rimasto, secondo l’espressione di Mussolini stesso, come una spina contta nel profondo dell’anima nazionale. Ma la Chiesa non ha da guadagnare di meno; anzi, ha innanzi un programma da realizzare anche più vasto e profondo: liberata dagl’interessi politici, accostarsi sempre di più alle coscienze nella pura interiorità, parlare ad esse un linguaggio più intelligibile e persuasivo, rinnovare nelle menti e nei cuori i motivi di quella fede che fece la sua grandezza in altri tempi, anzi in ogni tempo. Solo per questa via alla conciliazione fra essa e lo Stato potrà seguire l’altra fra essa e il pensiero moderno.”

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