1 Commento

ITALIA RAZZISTA? – Genesi del “Ministero dell’Amore” nel tempo del post-umanesimo -PARTE I

Il Preambolo.

Nell’era della plutocrazia imperante, dove il Fondo Monetario Internazionale con sede a Washington  detta legge a tutti i popoli del mondo, dove sulla pelle delle nazioni europee da oltre atlantico è già stato deciso per conto nostro, e senza interpellarci, dei nostri destini (vedi qui), i media ufficiali adesso ci tartassano informandoci della nuova emergenza planetaria! Il 30 ottobre 2019, ha visto la nascita infausta di una speciale “Commissione parlamentare”, che trae ispirazione dalla denuncia di alcuni fatti particolari. Tale “commissione”, le cui prerogative sono attualmente ancora tutte da chiarire, ha il compito precipuo, si dice, di “vigilare sull’odio e sul razzismo” [1]. Ufficialmente, la giustificazione per la creazione di una tale istituzione va fatta risalire alle denunce effettuate da un organismo privato di parte, ossia schierato politicamente, che nulla ha da spartire con alcuna funzione pubblica: il cosiddetto “Osservatorio sull’Antisemitismo”. Tale “Osservatorio”, che si occupa di controllare e denunciare sulla Rete Internet (e non solo) esternazioni di presunto “odio e razzismo”, in specifico contro gli ebrei, ha segnalato non meglio dimostrati episodi di “insulti, minacce e idee razziste” che sarebbero stati diretti nei confronti della Senatrice Segre, già vittima della persecuzione antiebraica attuata durante l’ultima guerra mondiale dal Partito Nazional-Socialista tedesco. Questa segnalazione, che ha avuto quale principale cassa di risonanza mediatica il quotidiano “La Repubblica” (anch’esso notoriamente schierato!), ha fornito il pretesto politico affinché venisse costituita siffatta speciale “Commissione di vigilanza contro l’odio e il razzismo” ed in conseguenza di ciò, la Senatrice Segre, descritta quale “vittima di centinaia di insulti quotidiani e minacce”, ha così beneficiato di una scorta, affinché venga protetta, in quanto la sua vita, sarebbe addirittura in pericolo!

I fondamenti della questione.

Fin qui la teoria che ci viene propinata dai media ufficiali… ma andiamo adesso alla realtà dei fatti! La “Commissione Segre” non nasce, infatti, senza una motivazione politica concreta. Essa, verosimilmente, non è da ricercarsi, però, nelle segnalazioni del cosiddetto “Osservatorio sull’Antisemitismo”, un organo politico sulla cui obiettività è lecito nutrire seri dubbi (così come nei confronti della suddetta Commissione). La sua reale giustificazione va ricercata nella campagna di odio ideologico antifascista (ma ciò rappresenta solo un paradosso apparente) che si è sviluppata incessantemente in Italia già dalla fine della guerra civile (1943 – 1945) e che si protrae costantemente fino ad oggi. Difatti, come in un gioco di specchi alla rovescia, le categorie politico-sociali che già furono vittime di discriminazioni o persecuzioni di qualsivoglia genere, cagionati dalle nazioni sconfitte in guerra nel 1945, basando la propria identità su questo status di vittime (vero o presunto ma che comunque ha acquisito, nel frattempo, un carattere permanente ed indiscutibile), hanno, a loro volta, istituzionalizzato di fatto un “odio perpetuo giusto” diretto contro gli ex “persecutori” (ai cosiddetti “giusti” poco importa se, a loro volta, veri o presunti!) e tramandato di generazione in generazione anche contro gli eredi politici di costoro (o supposti tali!), livellando concettualmente sul piano storico e politico (per evidenti fini propagandistici!) i principali soggetti politici sconfitti di quella stagione, cioè il Fascismo ed il Nazional-socialismo; equiparandone scorrettamente le responsabilità, a prescindere dai fatti storici concreti. Tutto ciò al fine di creare artificiosamente un’unica categoria politico-ideologica (mai davvero esistita sul piano storico!), il cosiddetto “nazi-fascismo”, da additare al pubblico disprezzo dell’umanità quale eterno capro politico espiatorio di tutti i mali della società; un nemico fittizio ma buono per tutte le circostanze e tutte le stagioni! Ebbene, malgrado siano trascorsi settantacinque anni dai tragici fatti chiamati in causa (sempre a sproposito!), le principali categorie politiche del nostro panorama nazionale (ma anche europeo!) sono state immobilizzate all’interno di tale schema di comodo precostituito. Nonostante gli evidenti mutamenti storici e politici avvenuti dalla fine della Seconda guerra mondiale, a causa però della totale assenza di autonomia e indipendenza politica all’interno della “zona euro-mediterranea sottoposta all’influenza statunitense”, tali tipologie propagandistiche sono state mantenute inalterate (proprio perché congeniali agli interessi statunitensi!) persino a dispetto dell’assenza concreta di un soggetto politico effettivamente e seriamente qualificabile come fascista, col risultato di rendere permanente lo stato di “guerra civile ideologica” e di divisione politico-sociale del popolo italiano, favorendo in questo modo il consolidamento della “Strategia della tensione Globale” [2], in virtù della quale, la creazione di “nemici”, reali o immaginari, risulta determinante all’interno di un simile quadro tattico, egemonizzato dalla presenza degli Stati Uniti. Tali “nemici” hanno il compito di rappresentare un archetipo negativo che (essendo arbitrariamente classificato in modo ufficiale quale “male assoluto” da chi gestisce il potere politico per conto dell’ “occupante atlantico a stelle e strisce”) in virtù di tale pretesto, finiscono per costituire la giustificazione per qualsiasi intervento di contrasto al dissenso montante verso lo status quo imperante. Fu dopo l’armistizio di Cassibile del settembre del 1943, seguito dal trattato di Pace del 1947 firmato a Parigi, che in Italia si dovette procedere ufficialmente a costituire per legge l’archetipo del “fascista malvagio e sterminatore” da perseguitare. Obbedendo agli ordini imposti alla nazione italiana nei trattati ratificati dai governi di coalizione guidati da De Gasperi (ossia il governo “ombra” statunitense!), venne di fatto istituito il primo reato d’opinione, “padre” di tutti quelli che sono venuti in seguito. In nessun modo si doveva permettere al popolo italiano anche solo di “tentare” (il reato risiede già nel “tentativo”) di riassociarsi sotto una qualsiasi forma che giudicasse differentemente l’esperienza fascista rispetto alla condanna totale e inappellabile di già comminata dal governo militare d’occupazione anglo-americano. Le successive leggi, “Scelba” e “Mancino” (non a caso tutti ministri democristiani!), per dare corpo giuridico alla disposizione costituzionale “transitoria”, pur cercando di cavillare per non incorrere nell’accusa di anti-costituzionalità, hanno creato quale fattispecie di reato la cosiddetta “apologia del fascismo” [3], sulla quale rimandiamo alla letteratura competente. Quello che va rilevato in questa sede è che codesto “reato”, costituisce il naturale fondamento dell’estensione del significato negativo associato alla parola “fascismo” e inserito dai legislatori nelle medesime leggi trattate. L’assurdo giuridico, oltre alla creazione di fatto del reato di opinione in una cosiddetta “repubblica democratica e pluralista”, sta nella sanzione persino delle supposte “intenzioni” del giudicato (su questo verte, per l’appunto, il reato di “apologia del fascismo”, ossia, nella supposta intenzione, ravvisabile a discrezione del magistrato di turno, di percepire in tale “apologia” il concreto tentativo di riorganizzazione del disciolto Partito Nazionale Fascista!) e nella evidente penalizzazione del “dissenso” politico. Codeste leggi si soffermano sia sugli ipotetici “intenti” che sugli“atti concreti” del giudicato, ovviamente livellando e confondendo tra loro in modo capzioso il significato di tali termini. Gli uni e gli altri, cioè, (a seconda della mentalità del giudicante) possono essere messi sullo stesso piano; addirittura, potendo, a loro volta, essere parificati alla “violenza, il razzismo e la soppressione delle libertà”, in quanto tali. Persino la semplice “denigrazione dei valori democratici”, senza specificare in cosa debbano consistere tali “valori”, può essere considerata penalmente perseguibile alla stessa stregua della costituzione di gruppi armati per la sovversione e il terrorismo [4]. La voluta genericità di tali norme (ricercata appositamente!) ha dato adito alla più estesa interpretabilità delle stesse, permettendo con ciò di rimanere sempre sul filo della costituzionalità. Di fatto, sino ad oggi, i processi per tali reati raramente si sono conclusi con una condanna penale. Ma politicamente, hanno costituito la base per la creazione di ulteriori inasprimenti legislativi (vedasi la “Legge Fiano” [5], oppure i cd. “reati di omofobia”) che costituiscono una pesante ipoteca sulla vita politica nazionale ed una formidabile arma di ricatto a danno di chiunque voglia fare seriamente politica, senza perciò soggiacere all’arbitrio della “nomenklatura istituzionale” prona agli ordini di Washington. Ciò che è indispensabile notare, è la creazione dell’archetipo negativo, in questo caso del “mostro fascista”, per poi associare ad esso i più vari atteggiamenti deplorevoli, come la violenza, il razzismo o la semplice brama di distruzione, da stigmatizzare pubblicamente, a mezzo di cicliche campagne mediatiche orchestrate dall’informazione di regime antifascista, tutto ciò sempre prescindendo dalla verità storica! Nel caso di specie, la sanzione giuridica viene giustificata a causa del cosiddetto “pericolo di ricostituire il disciolto Partito Nazionale Fascista”, associato anche all’ “opinione” espressa dal giudicato, che a tale “pericolo sociale” potrebbe aspirare o potrebbe pervenire. Si deroga, così, alla concezione giuridica in sé, a causa di un presunto “stato di emergenza perpetuo” dovuto alla “pericolosità” persino dell’opinione espressa pubblicamente, considerata in sede di giudizio e rafforzata dalla propaganda di guerra svolta dagli organi più o meno ufficiali al soldo del potere costituito antifascista, o meglio, del “padrone d’oltre oceano”! Per questo motivo è necessario al sistema di potere vigente, pena il crollo dell’intera impalcatura politica da esso imbastita, che “l’opinione politica” colpita da tali normative liberticide venga mostrata alla pubblica opinione quale la più turpe e disgustosa attitudine anti-umana. Solamente in tale modo la massa può essere portata ad accettare passivamente l’attuazione dei provvedimenti di polizia politica e militare altrimenti inaccettabili, che rappresentano, ironia della sorte, una prassi diffusa e consolidata proprio in quei regimi che la partitocrazia antifascista da sempre, in modo incessante ed ipocrita, si permette di stigmatizzare …almeno a chiacchiere!

L’estensione del reato d’opinione.

A partire dai presupposti appena ricordati, il concetto del reato d’opinione è stato così esteso, presupponendo la paventata “pericolosità intrinseca” delle opinioni prese in esame – ovvero quelle che, presumibilmente, denigrano le istituzioni ed il sistema politico vigente (l’unico riconosciuto come legale e valido!), oppure, quelle che apprezzano esperienze storico-politiche diverse nei principi da quanto  propugna la liberal-democrazia degli antifascisti – ed assommandole alla diffamazione ed ai crimini in senso lato (affinché il pensiero dissidente possa essere identificato quale “apologeta” di ciò, venendo qualificato nella propaganda antifascista così come un “male assoluto”; anzi, quale prototipo dell’apologia di tale “male”), ampliando così il concetto attinente il presunto reato, istituzionalizzandolo come tale, anche negli organismi giuridici internazionali. Al riguardo, l’analoga promulgazione di una legge che istituisce il reato di “negazionismo della Shoah” [6], rappresenta un unicum nella storia del Diritto, costituendo però l’evidente corollario scaturito dai presupposti summenzionati. Tuttavia, proprio con la fattispecie di questo reato, si è andati ben oltre le fantasie liberticide più spinte. Infatti, persino coloro che nell’ambito storiografico (oltre a quello politico!) mettono in dubbio o negano a vario titolo l’avvenuta persecuzione antiebraica finalizzata allo sterminio fisico dell’intero ebraismo da parte della Germania nazista, non importa se avvalendosi di una documentazione storica o scientifica ad hoc o meno, sono considerati in tutto e per tutto alla stregua di criminali, venendo pertanto perseguiti a livello internazionale. La particolarità di tale abominio giuridico, la cui problematicità è stata rilevata anche da alcuni sostenitori di tali provvedimenti [7], sta nella definizione dell’archetipo del cosiddetto “male assoluto”, irrinunciabile in questa fattispecie di reati di opinione. Ebbene, per poter giustificare un assurdo giuridico di tal fatta, la negazione della “Shoah” (reato in cui si incorre anche soltanto col discutere il ridimensionamento del numero delle vittime o mettendo in dubbio la sistematicità delle esecuzioni), è stata associata alla “istigazione al razzismo e alla violenza”. Ovverosia, equiparando la posizione di chi nega (anche solo sul piano delle idee o della ricerca), la sistematicità dello sterminio degli Ebrei europei da parte dei nazisti, o comunque ne ridimensiona la portata, a quella di chi starebbe intrinsecamente istigando alla violenza e al razzismo contro il suddetto gruppo etnico-religioso! La dimostrazione della coerenza e della razionalità di tali affermazioni non è di nostra competenza. Ma, per trovare una qualche giustificazione “morale”, assolutamente necessaria vista l’enormità e la gravità di siffatta impostazione giuridica, il “reato di negazionismo” non poteva rimanere privo della “associazione d’idee” testé descritta. Dunque, l’equiparazione tra la negazione di un fatto storico e una condotta riconosciuta come violenta e/o razzista in sé, era una conseguenza necessaria per chi progettava da lungo tempo di addivenire alla promulgazione di simili mostruosi provvedimenti legislativi. Ecco a cosa serviva, fin dal principio, la creazione dell’archetipo negativo, del “mostro politico”. Al fondo di tali leggi non vi è tanto, dunque, la volontà di stigmatizzare e perseguire una specifica condotta generica per prevenire fenomeni  riconoscibili pubblicamente come di per sé negativi, quali il razzismo o la violenza (tra l’altro, comunque, avvalendosi di istituti eccezionali che travalicano quelli già previsti dal Diritto). L’obiettivo vero di tali manovre, invece, è rappresentato proprio dalla volontà di colpire la critica in quanto tale, non importa se diffamante o comprovata, nei confronti di uno specifico gruppo etnico-nazionale, politico-sociale e religioso, quello rappresentato dagli ebrei! Gli stessi reati di opinione creati in Italia, hanno come scopo precipuo la “indiscutibilità sul piano storico” delle ragioni e della modalità dell’avvenuta persecuzione, primariamente a danno di tale gruppo e secondariamente anche in relazione a certe altre categorie, che sono state “definite” quali destinatarie principali dell’ “odio generalizzato”. In questo contesto appena descritto, la realtà dei fatti, ovvero, se esista realmente o meno una emergenza concreta di “odio, violenza e razzismo”, passa, di fatto, totalmente in secondo piano! E pensare che proprio di recente, nel luglio 2018, il parlamento israeliano, in evidente controtendenza verso le “mode politiche del momento” in voga tra i governi filo U.E. del continente europeo, ha approvato solennemente la legge su “Israele come stato-nazione esclusivamente  ebraico”, legalizzando in modo ufficiale la discriminazione nei confronti di tutti gli altri gruppi etnico-religiosi, pur abbondantemente presenti al proprio interno [8]. A corroborare ulteriormente la nostra analisi, provvede anche l’ex ministro della repubblica antifascista C. Giovanardi, in una intervista ad un noto giornale generalista italiano. Le sue dichiarazioni, che citiamo brevemente a memoria, sono di questo tenore: “…Sono consapevole di questi rischi [assolutizzare la Shoah come archetipo del male, ndr.]: la possibilità di cadere nella perversa concorrenza tra le vittime, per cui ognuno vuole la propria legge memoriale; e anche il rischio di alimentare i pregiudizi sul presunto “privilegio” degli ebrei. In realtà la categoria di genocidio nasce proprio dalla specificità della Shoah, che è diventata il simbolo del male radicale. E la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, nata dalla riflessione sull’Olocausto, segna il passaggio dalla specificità del genocidio ebraico alla universalità del crimine contro l’umanità. Quindi una legge che punisce solo il reato di chi nega la Shoah non è particolare ma universale”( presente qui ). Giovanardi, descrive una realtà di fatto, dove la persecuzione antiebraica ad opera dei nazionalsocialisti tedeschi, assurge ad archetipo assoluto del male. Dunque, secondo tale visione manichea, non possono esistere (né possono mai essere esistiti in passato!) di fatto e di diritto, altri “mali” equiparabili a tale persecuzione, anche qualora si fosse in presenza di una oppressione responsabile di un numero di vittime numericamente più consistenti, sebbene in modo clamoroso gli esempi storici al riguardo non manchino affatto. Per non parlare, poi, di casi documentati ed evidenziati anche da ricercatori ebrei “dissidenti” (rispetto al pensiero unico assurto al rango di “dogma di fede laico”!), ed esempio N.J. Finkelstein o L. Rapoport, riguardanti l’assurdo di cancellare la persecuzione antiebraica messa in atto da altri partiti o regimi come quello sovietico, ad esempio [9]); o l’assurdo di tacere sull’origine del pregiudizio antiebraico moderno, che è parte fondante del movimento socialista internazionale [10]. La persecuzione ad opera del partito Nazionalsocialista, è stata così archetipizzata, per cui l’unico vero “partito razzista, totalitariamente sterminatore” ormai, di fatto, risulta essere stato solo quello di Hitler. Così come, sempre all’interno di tale visione distorta degli eventi storici, tutti i soggetti politici che ebbero a che fare con la Germania Nazionalsocialista in qualità di alleati, come le nazioni del cosiddetto “Asse”, perdono tutti le proprie caratteristiche peculiari che ne distinguevano la storia, l’ideologia ed i comportamenti politici, per essere equiparati, all’interno della categoria del cosiddetto “nazifascismo”, a quel che ufficialmente viene qualificato come “Il male assoluto”. Una categoria politica che certifica come la realtà della “guerra civile permanente” in cui si trova l’Italia, inventata a suo tempo dagli anglo-americani quale propaganda di guerra, continua ininterrottamente ad essere utilizzata, poiché pervicacemente instillata nella popolazione italiana con tutti i mezzi di comunicazione, da oltre settantacinque anni di propaganda antifascista-atlantista di Stato! Così il cerchio è stato chiuso: razzismo e violenza = fascismo = nazismo = male assoluto! …e la discussione deve finire lì! Punto! …sono loro che hanno deciso così!

RomaInvictaAeterna

NOTE

[1] Vedere ad es. “Che compiti avrà la commissione contro l’odio di Liliana Segre” (qui). : “La commissione contro il razzismo e l’antisemitismo sarà costituita da 25 senatori. Come tutte gli altri organi parlamentari di questo tipo, potrà proporre ed esaminare preventivamente le proposte di legge a questo proposito e, in casi specifici, procedere direttamente alla loro approvazione. Avrà inoltre un importante ruolo di stimolo. Potrà infatti controllare e sollecitare l’attuazione delle leggi e delle convenzioni relative ai fenomeni di intolleranza, e promuovere iniziative e campagne di sensibilizzazione sia a livello nazionale che internazionale. E, naturalmente, la stessa figura di garanzia di Liliana Segre servirà a sottolineare l’autorità e l’influenza della commissione.”

[2] Cfr. “L’Italia vittima perenne della strategia della tensione”, qui .

[3] Cfr Legge 645/52: «..quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.»

[4] Idem.

[5] Cfr. “Pantomima Antifascista…”, qui .

[6] Cfr. ad es.: Negazionismo: in Gazzetta la nuova legge, qui .

[7] Idem: “La modifica della legge del 1975 solleva non poche perplessità sia sul piano dell’opportunità della scelta politico-criminale sia sul piano tecnico-formale. Sotto il primo profilo non possono sfuggire, anche considerato che il pensiero negazionista in Italia è espressione, secondo gli studiosi, di una sparuta minoranza (v. Germinario, Negazionismo in Italia, in Dizionario dell’Olocausto, Torino, 2004, 503-507), i rischi di contrasto con le libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) e di ricerca scientifica (art. 33 Cost.), stante, in particolare, la difficoltà di distinguere con sufficiente rigore tra negazione e revisione di un fatto storico. Passando al secondo profilo, quello tecnico-formale, occorre segnalare che la norma penale contro il negazionismo poteva essere scritta meglio, al fine di evitare tensioni, invero assai marcate nel testo vigente, con il principio di precisione descrittiva e di pregnanza del fatto, parte irrinunciabile del nullun crimen sine lege e strumento di garanzia sostanziale dai rischi dell’arbitrio giudiziario. A proposito, è assai discutibile, in particolare, la scelta del legislatore che, forse preoccupato dall’esigenza, in sé lodevole, di tutelare le vittime di tutti i crimini internazionali (e non solo di quelli riconosciuti), ha, infine, espunto la clausola limitativa di responsabilità che richiedeva il previo riconoscimento internazionale del fatto storico oggetto di negazione. Se è vero che tale previsione poteva ingenerare attriti con il principio di pari tutela dei gruppi umani, è altresì incontrovertibile che la stessa avrebbe sortito l’effetto positivo di delimitare in modo più nitido lo spazio di rilevanza penale delle condotte punibili. In secondo luogo, e sempre con riferimento agli aspetti tecnico-formali, la scelta di punire il negazionismo poteva essere più opportunamente declinata prevedendo semmai, così come aveva chiaramente indicato la stessa Corte EDU in Perinçek, in adesione con la sentenza Varela Geis della Tribunal Constitucional de España del 2007, che non sia rilevante qualsiasi discorso negazionista, ma esclusivamente quello che persegue il fine di giustificare un genocidio, un crimine contro l’umanità o un crimine di guerra. Tale criterio, ancorché disatteso dal legislatore nostrano, si auspica possa essere adottato dagli interpreti, quale requisito irrinunciabile per l’applicazione del nuovo art. 3, co. 3-bis, l. n. 654/1975. Pena la sua illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 21 Cost.”

[8] Cfr. ISRAELE. Knesset approva legge Stato-nazione ebraica. La discriminazione ora è ufficiale, 19 luglio, 2018.

[9] Si veda lo stesso libro di L. Rapoport, La guerra di Stalin contro gli Ebrei, Rizzoli, 2002.

[10] Cfr. K. Marx, La questione Ebraica, su “Annali Franco Tedeschi”, 1843.

Lascia un commento

GUARDATE CHE CASO! SALTANO FUORI NAZISTI COME SE PIOVESSE!

Carissimi lettori, simpatizzanti e nemici. Non vi sarà sfuggito, visto il clamore mediatico oramai ciclico, ripetitivo, e sempre in concomitanza con eventi politici generali (un altro, ennesimo, caso strano!), che sono principalmente due le non-notizie diffuse a spron battuto dai media:

  1. Da più di un anno, il ministero degli interni “monitorava” (!) un gruppeto infimo e marginale di idioti, in cui spicca una donna in particolare, che si fa chiamare “sergente Hitler” ( qui ). Amici (e nemici), guardate voi i casi della vita! Sapete cosa afferma questa stolta, insieme al suo gruppetto di nullità? Ma ovviamente che la persecuzione antiebraica dei Nazionalsocialisti non è mai esistita! E sapete cosa altro afferma tale “signora”? Ma che domande! Che i Campi di concentramento Nazionalsocialisti non esistono! Che addirittura c’erano le piscine al loro interno! Che erano nè più, nè meno, che delle colonie estive! E poi, cos’altro va mai ad affermare la “donzelletta di bruno svestita”? Ma ovviamente che si sono inventati tutto gli ebrei, e che, giù con gli insulti, sono una razza da sterminare! Non lo trovate buffo? Prima la negazione che sia mai esistita una persecuzione, con annesso sterminio! Poi, però, da parte di tali soggetti la si invoca e la si giustifica, dando ragione alle teorie hitleriane; insomma: baffino era o no razzista?
  2.  Come se non bastasse, contestualmente a questa “scoperta”, chi ti salta fuori contestualmente? Un insegnante che scrive – indovinate un po’ dove? – su Twitter, che il baffino imbianchino nazista, non era poi così cattivo, e che siamo stati ingannati sulle sue reali intenzioni e sul fatto che sia stato un “nemico” (qui). Ma guardate voi i casi della vita! Dopo la notizia in merito alla buffona rapata hitleriana, un INSEGNANTE cosa va a scrivere pubblicamente? Ma che domande! E’ ovvio che scrive una lode ad Hitler! Mamma mia, come siamo stolti noi “complottisti” che andiamo a notare tali strane coincidenze!

E vi starete chiedendo: ma cosa mai c’entreranno tali buffonate (che, come sapete, stanno a fondamento dei “falsi scenari” creati dalla CIA sul suolo ex-Italico, in merito alla distrazione  da essi stessi generata) con l’attualità politica? Ma come? Non avete notato che in quel luogo di perdizione e di totale servaggio alla plutocrazia usuraia internazionale che è Montecitorio, si sta discutendo l’attuazione del Meccanismo Europeo di Stabilità, che, tutti i gruppi al “governo”, prostrati davanti alla B.C.E., accettano senza colpo ferire? Compresi i “Sovranisti, populisti, pentastellati” e compagnia ballante? …ed Eccoci servita l’arma di distrazione di massa!
Poi, magari, c’é chi non capisce perché i “complottisti”, come noi fascisti de IlCovo, si pongono interrogativi sul perfetto tempismo di certe sceneggiate ad orologeria! Magari, poi, però, andando ad approfondire i fatti, ci si accorge che il gruppuscolo neonazista “de noantri” accusato nientemeno che di banda armata e tentativo di sovversione, era casualmente agganciato (MA GUARDATE VOI I CASI DELLA VITA), con degli infiltrati nella Pubblica (in)Sicurezza! …e sempre perché noi fascisti de IlCovo siamo maliziosi, magari pensiamo anche che (chi lo sa!) lo stesso gruppuscolo sia una creazione a tavolino dei “nostri” Servizi Segreti, che magicamente li fanno “saltar fuori” a comando, proprio in casi come questo! Proprio a  ridosso della nascita della cosiddetta “Commissione Segre”, nata su ispirazione di quotidiani “neutrali” come “La Repubblica”, e di gruppi politici “super partes” come il PD; una istituzione nata proprio, si dice, per contrastare l’ “odio” e il “razzismo” pericolosamente montanti in Italia …si dice! Ma si sà, lo ribadiamo, siamo noi ad essere malpensanti! Non fateci caso! Per non parlare dell’inde(fesso) professore che sfodera la lode ad Hitler e che, guarda sempre tu i casi della vita, risulta anch’egli facente parte delle solerti istituzioni della repubblica …delle banane! Possibile che, gratta gratta, tali “casi” coinvolgano SEMPRE, in qualche modo, gli apparati della repubblica antifascista nata dalla resistenza? Ed allora?  – diranno i buoni democratici benpensanti – che cosa ci sarà mai di strano! Ma certo! – rispondiamo sempre noi – siamo noi dei maliziosissimi complottisti! Che diamine! Sono solo casi!

Ebbene, allora, mettiamo il caso che anche il Nazionalsocialismo sia stato un caso! Sapete per fare cosa? Per creare il nemico perfetto del Fascismo! La filosofia razionalistica, massonica, è “maestra” nella creazioni di nemesi sviluppate proprio all’interno di movimenti di pensiero o religioni ANTITETICHE alle stesse. Come mostra l’esempio illuminante di ciò che “profetizzò” Feuerbach riguardo il Cristianesimo e che, casualmente, oggigiorno si sta concretizzando. Manca solo la “pistola fumante”, in merito al Nazionalsocialismo Hitleriano. Ma, già la Storia ed i fatti che essa mostra, convergono in questa direzione! Il Nazionalsocialismo hitleriano, difatti, è un prodotto della “Kultur” anglo-americana. Il Positivismo, il razionalismo, il biologismo e l’antropologia sociale che hanno generato il Nazionalisocialismo, sono diretta emanazione di quella cultura! Sempre andando per ipotesi, per carità, possiamo dire che il Nazionalsocialismo rappresenta il primo e più importante grimaldello CONTRO il Fascismo e che ha iniziò la sua sporca missione dal 1939, per arrivare fino ad oggi, con le sceneggiate rappresentate per il grande pubblico da figuranti quali la buffona rapata e il professore fittizio! E ovviamente, non solo con loro, che stanno a corollario di una immensa impostura gestita dalla plutocrazia usuraia che, nel presente, detta legge globalmente !

MEDITATE GENTE!

RomaInvictaAeterna

Lascia un commento

…QUANDO GIA’ NEL 2012 ILCOVO DENUNCIAVA IL M.E.S…e tutto quel che ci sta dietro!

Francamente non ci voleva né una sfera magica né chissà quale mente geniale per poter capire che fosse davvero un meccanismo infernale di controllo economico-sociale gestito dalla più ignobile accolita di criminali mai apparsa nella storia dell’umanità, ma era comunque il febbraio 2012, quando dalle colonne del nostro piccolo forum virtuale, nel proporre tra i primi un approfondimento tematico di denuncia contro il Meccanismo Europeo di Stabilità  (M.E.S, in inglese E.S.M) portando all’attenzione dei lettori (QUI) anche le denunce dei tanti (tornano in mente Blondet e la Undiemi) che in quel periodo notavano come codesto mostro economico-giuridico, voluto dalla plutocrazia finanziaria, impersonata nella repubblica delle banane italy-ota, all’epoca, dal faccendiere Monti (col sostegno unanime di tutti i partiti politici del “parlatoio”, senza distinzioni fasulle tra destra e sinistra e col plauso di tutte le cosiddette istituzioni democratiche ufficiali!), avrebbe cancellato anche di diritto (poiché, già di fatto, il governo italiano, libero e indipendente non lo è mai più stato dal 1943!) qualsiasi sovranità politica ed economica; ed infatti, nell’invitare alla lettura delle clausole dell’E.S.M. con i suoi diabolici meccanismi, di già svelati da una giovane ricercatrice siciliana (QUI), contestavamo platealmente cosa si nascondesse davvero dietro le crisi economiche indotte dall’alto, dietro i dictat economici della Banca Centrale Europea, dietro le manovre del banchiere massone Monti… ossia, un mostro giuridico-finanziario asservito alla speculazione pluto-massonica mondialista, che annulla qualsiasi capacità decisionale degli stati nazionali, eliminando formalmente e definitivamente qualsiasi concetto di sovranità popolare. Insomma, si manifestava vieppiù chiaramente come la “navicella Italia” stesse procedendo, su istigazione dei pescecani della finanza apolide, in modo spedito verso lo stadio ultimo del sistema liberal-capitalista di matrice illuminista, incentrato sul definitivo disfacimento distruttore della personalità umana e dei valori dello Spirito (poiché, a sua volta, imperniato sull’individualismo materialista edonista), una tristissima realtà dominata dai cartelli finanziari in mano alla plutocrazia usuraia, di già preconizzata a suo tempo da Mussolini, quand’ebbe a dichiarare con audacia che…« Riconosciuto che la crisi è del sistema… bisogna coraggiosamente andare verso la creazione di un nuovo sistema: il nostro. » (All’Assemblea delle Corporazioni, 10 novembre 1934)… manifestando con ciò per l’ennesima volta come EGLI guardasse avanti nei tempi ed avesse assolutamente ragione! Così, mentre le emergenze sociali per i cittadini in quel 2012 erano già all’ordine del giorno, i governi pseudo-italiani affermavano che soldi pubblici per i “cittadini-buoi” non se ne potevano più spendere e pertanto bisognasse tagliare le spese pubbliche, destinando contemporaneamente, però, miliardi pubblici di euro per salvare le banche private dalle proprie losche speculazioni non andate a buon fine!

In tal modo, come ampiamente preventivato dai lobbisti plutocrati, il piano per la “sodomizzazione” di tutti i popoli europei aderenti a quelle mega truffe chiamate “Euro” ed “Unione Europea” procedette in modo rapido, anche a mezzo della lobby bancaria tedesca che, prevedibilmente, fece finta di cedere alla presunta “pressione finanziaria” abilmente creata in modo artificioso dagli stessi speculatori di B.C.E. e F.M.I., con il valzer fasullo del cosiddetto “spread “, alimentato proprio da quei medesimi speculatori, facendo così in modo che il piano criminale da loro stessi ordito, quello per arrivare a far “digerire” alle masse istupidite dai media al loro servizio il varo del cosiddetto “E.S.M.” o “fondo salva stati”, andasse avanti! In questo modo si concretizzò, solo DE JURE (di fatto schiavi della plutocrazia massonica d’oltreoceano lo siamo ormai da oltre 70 anni!) a mezzo di un golpe bianco consumato da tutti i partiti politici asserviti alla lobby finanziaria del Fondo Monetario Internazionale, la totale perdita di sovranità politica ed economica da parte della cosiddetta repubblica italiana (ed in modi similari di tutti gli altri stati della cosiddetta Unione Europea) in favore della cricca bancaria di potere pluto-massonica, che ormai gestisce legalmente l’economia e la politica dei popoli del “vecchio continente”, in nome del propri ignobili interessi. Tale fu la cornice in cui l’8 ottobre 2012 fu varato l’E.S.M. così come evidente fu il senso delle dichiarazioni spudorate della “presidenza della repubblichetta bananara” in cui il 13 ottobre si dichiarava che … “per crescere, l’Italia doveva cedere sovranità alla U.E.” …mutatis mutandis, quel che succede oggi, con la “nuova” sceneggiata di Conte e del suo pseudo-governo con le relative finte recriminazioni delle altrettanto finte opposizioni (QUI), concretamente non rappresenta altro se non la prosecuzione di quella messinscena politica (QUI), dove i veri obiettivi cui mira l’intera casta corrotta e servile dei gruppi politici presenti nel “parlatoio italy-ota”, (tutti quanti, senza eccezioni fasulle, dalla Lega al PD, passando per le Cinque stelle ed i Fratelli d’Italia e chi più ne ha più ne metta!) restano quelli ad essi imposti dai padroni di Washinghton del F.M.I. …gli stessi che noi fascisti de IlCovo avevamo denunciato nell’articolo sulla SVEGLIA PER IL POPOLO BOVE!; dove, non a caso, il vero nemico ideologico per tutti costoro che adottano strumenti politici ordinari (a base di leggi e commissioni straordinarie) pur di tacitare qualunque opposizione a tale deriva politico-economica nefanda, ossia, ciò che essi combattono davvero nel timore di una vera presa di coscienza al riguardo, resta sempre e solamente quel particolare modo unico ed inimitabile di concepire l’Uomo e la Società, rappresentato esclusivamente dalla concezione ideale espressa nella Dottrina del Fascismo… meditate gente!

IlCovo

Lascia un commento

CONCLUSA POSITIVAMENTE CONFERENZA DEL COVO SU STRATEGIA DELLA TENSIONE PERMANENTE!

Carissimi lettori, come vi avevamo anticipato, sabato 9 novembre, nella magnifica cornice dell’EUR a Roma, si è svolta regolarmente la conferenza organizzata dalla nostra associazione sul tema della STRATEGIA DELLA TENSIONE PERMANENTE, di cui avevamo già scritto più volte anche sul nostro blog, anticipando di fatto quelli che poi sono stati gli argomenti oggetto della nostra discussione di sabato scorso (valga per tutti QUESTO ARTICOLO!). Nonostante la durata di oltre 4 ore e 30 minuti, durante le quali abbiamo intrattenuto l’uditorio con le nostre relazioni, siamo stati oltremodo lieti (e  va detto sinceramente, anche sorpresi, vista la lunghezza dei tempi del dibattimento!) di osservare come l’attenzione del pubblico non sia venuta mai meno, restando sempre desta e partecipe. L’analisi storico-politica-economica svolta, si è incentrata principalmente sulla descrizione degli eventi inerenti le vicende nazionali italiane, dal 1943 all’attualità recente, sebbene non siano mancati accenni polemici a fatti riguardanti la zona euro-mediterranea. Nel ringraziare nuovamente tutti i partecipanti per il sostegno che ci hanno tributato, rivelatosi fondamentale per la buona riuscita dell’evento, annunciamo che, a breve, pubblicheremo il video relativo alle parti più rappresentative che lo hanno caratterizzato.

 

Al riguardo vi terremo aggiornati, invitandovi, nel frattempo a visitare i nostri siti ufficiali:

Biblioteca del Covo

Forum del Covo

Collana editoriale del Covo

Vblog

A presto!

IlCovo

Lascia un commento

COLLABORAZIONE DI CLASSE FASCISTA!

La collaborazione di classe: ecco un motivo che ricorre frequente nelle discussioni politiche, di stampa e di governo. In questo o quel Paese dal clamore delle polemiche elettorali o delle diatribe parlamentari sì alza talora una voce che, col tono di chi scopre il rimedio unico e vero di tutti i mali sociali invoca la collaborazione e chiama per essa a raccolta gli uomini di buona volontà. In questo o quel Paese, le cose non vanno precisamente come dovrebbero andare: nell’economia, nella politica interna ed estera manca quell’azione governativa organica ed efficiente, che solo può derivare dalla concordia degli spiriti e dall’unione di tutte le energie. La concordia e l’unione mancano, perchè le classi che vivono nella Nazione non hanno trovato un piano d’intesa, un punto d’incontro. E ’ tempo — si dice allora — di por fine alla lotta delle classi e le classi devono collaborare, perchè è nella collaborazione l’unica via di salvezza. E’ estremamente facile, in verità, riconoscere che il benessere e la prosperità di qualsiasi organismo presuppongono l’armonico e coordinato funzionamento di tutti i suoi organi. Così nella fisiologia come nella vita familiare, economica, statale, questo principio — principio della collaborazione in senso lato — è di tutta evidenza. Ma, in politica, non basta enunciare un principio perchè esso trovi accoglimento e sviluppo: e non basta, anche se la propaganda sia abile e intensa e il principio, considerato a sè e intrinsecamente, sia buono. Esso è come la semente, che può essere ottima, ma rimane sterile se gettata su un terreno inadatto e impreparato. Affermare il principio della collaborazione è ottima cosa; ma è cosa perfettamente inutile, se non vengono realizzate le condizioni spirituali e politiche necessarie perchè esso possa esprimere la propria vitalità e produrre i suoi frutti. Quando noi fascisti parliamo di collaborazione di classe, vogliamo chiarire che tale collaborazione si inserisce nel nostro sistema politico ed economico, ricevendo rilievo e vita dalla concreta realtà dello Stato Fascista. Dire preliminarmente qualche parola su tale realtà fascista dello Stato significa fare intendere come il nostro sistema di collaborazione delle classi abbia potuto rivelarsi — ma alla prova dei fatti e, ormai, alla luce della Storia — fecondo di risultati dal punto di vista sociale e politico. Non si tratta, certo, di svelare un segreto: tutto il segreto del nostro sistema è nei principi per i quali il movimento fascista è sorto e la Rivoluzione Fascista ha trionfato. La collaborazione di classe in Regime Fascista va considerata in relazione al fondamento etico e nazionale dello Stato. 

* * *

Il campo delle forze politiche, economiche, sociali è dominato da un sistema di interdipendenze, di azioni e di reazioni, di subordinazioni e coordinazioni necessarie, che rendono impossibile un controllo, una disciplina e un preciso convogliamento di quelle forze, qualora si prescinda dalla loro organica e funzionale unità. La vita politica è un dato complesso, nella quale agiscono molte e varie forze; altrettanto è della vita economica o di quella spirituale di un popolo. Tutte insieme, poi, queste forze di diversa natura agiscono sul corpo sociale, determinandone i diversi modi e sviluppi di vita. Si può dire che l’organizzazione di una società è tanto più perfetta, quanto migliore è il rigore unitario con cui sono visti e risolti i suoi vari problemi. E poiché la forma organizzativa della società moderna ha carattere politico-giuridico, ed è quello statale, si può dire che lo Stato migliore è quello in cui meglio è assicurata quella unitarietà. Funzione propria dello Stato deve considerarsi, attraverso un processo generale di integrazione e di coordinazione, la riduzione ad unità di tutti gli elementi che nello Stato esistono e di cui esso vive, perchè nessun aspetto della vita sociale — la quale si attua nell’ambito e per mezzo dello Stato — può essere isolato e considerato a sè stante, se non per comodità di ricerca e di studio. Il che vuol dire che nessun problema può essere studiato e risolto, fuori del quadro complesso della vita sociale, e cioè statale. Il grado di funzionalità unitaria dello Stato è dunque il grado di vitalità dello Stato, e se à vuole che la vitalità sia massima, si sbocca per logica necessità e convenienza nella totalitarietà. Lo Stato totalitario, accentrando in sè tutte le energie e forze sociali, ha un potenziale massimo ; i suoi fini hanno la maggiore possibile garanzia di essere raggiunti, in tutti i possibili campi, al di dentro e al di fuori. Tutto ciò, s’intende, presuppone che allo Stato voglia assicurarsi una vitalità, che veramente esso abbia propri fini da raggiungere, una missione da svolgere. Chi nel passato intendeva riconoscergli una funzione puramente negativa, di limite, un compito prevalentemente di polizia, di tutela dei diritti individuali, non poteva evidentemente preoccuparsi di una vitalità dello Stato: anzi la respingeva, ne distruggeva il fondamento e la ragion d’essere. Chi oggi persiste a considerare in tal modo l’essenza e la natura dello Stato, non può intendere lo Stato totalitario. Il quale è però una necessità ed una realtà che s’impone a quanti sono disposti a convenire che nella società moderna esistono fini propriamente statali, e di importanza ognora crescente, perchè è l’incessante progresso economico e sociale che, rafforzando e moltiplicando i legami tra gli uomini, determina la necessità di una organizzazione sempre più complessa. Ogni nuovo bisogno implica un nuovo vincolo sociale, una nuova ragione di solidarietà. Ogni nuovo bisogno provoca una diminuzione di quella che potrebbe chiamarsi libertà naturale dell’uomo. Il maggior grado di libertà naturale è quello di cui gode l’uomo primitivo e selvaggio. I suoi bisogni sono pochi ed elementari e minimi sono i suoi vincoli di solidarietà. Ma la libertà naturale è la meno consona allo sviluppo morale e civile degli uomini, i quali sentono di preferire una vita associata e solidale che meglio assicuri il raggiungimento delle loro mete. E man mano l’evoluzione delle forme sociali è tale che nuovi ideali si affermano. L’organizzazione politica degli uomini, lo Stato, non è un semplice strumento ma assurge alla dignità di altissimo ideale umano. Più gli individui dànno allo Stato, più lo Stato dà agli individui. Lo Stato diventa un supremo valore morale che, rafforzandosi, non deprime l’individuo, ma ne esalta le qualità più elevate. Una concezione totalitaria dello Stato, come quella fascista, non uccide nè mortifica l’individuo: sopprime bensì l’individualismo, inteso come concezione atomistica della società, secondo cui l’individuo come tale è posto sullo stesso piano dello Stato, con la conseguente paralisi di quest’ultimo. La dottrina totalitaria è più profondamente « umana » di quella individualista, perchè più consona alla libertà vera dell’uomo, che, in quanto uomo civile vivente in società, deve poter raggiungere nel modo più ampio le proprie finalità superiori, finalità che presuppongono il maggior grado di solidarietà e cioè di collaborazione. La nostra concezione, d’altra parte, non ha niente a che vedere nè con una vuota statolatria, nè con un assolutismo da tempo e senza rimpianto tramontato. Non ha niente a che vedere con la prima, perchè per il Fascismo lo Stato non è un idolo astratto nè un mito immaginario. E’ semplicemente, ma più concretamente, il realizzatore degli ideali morali e materiali di un popolo, è il piedistallo politico in cui vive e si sussegue la serie ininterrotta delle generazioni. E’ il custode e il difensore del passato storico dì un popolo, e in pari tempo l’assertore dei suoi bisogni presenti e del suo incessante divenire. Consacrandosi allo Stato, i singoli non si consacrano a un ente che è fuori di essi, ma a un ente nel quale essi medesimi si ritrovano più altamente e compiutamente, facendolo partecipe dell’immortalità del popolo che in esso si incarna. Nessuna statolatria, dunque, professa il Fascismo, ma soltanto un’alta e nobile e « umana » valorizzazione dello Stato. Quanto all’assolutismo, è chiaro a chiunque non sia in malafede ch’esso è tutt’altra cosa, prima di tutto perchè si riferisce ai poteri del capo dello Stato, più che dello Stato in se stesso, e poi perchè nel concetto e nella prassi fascista lo Stato non si estranea dal popolo, a questo sovrapponendosi, ma getta e mantiene nel popolo saldissime radici. Lo Stato fascista si vanta a giusto titolo di essere un autentico « Stato popolare » perchè nella sua natura e nella sua organizzazione rispecchia profondamente le idealità, i bisogni e le aspirazioni del popolo. 

* * * 

La interdipendenza e la complessità dei fenomeni politici e sociali di ogni ordine spiega perchè sia vano pretendere di applicare seriamente in un regime a tipo individualista singoli principi propri dello Stato totalitario. Ammesso che una tale applicazione sia possibile, nessun principio produrrà in pratica i benefici che se ne attendono, se non può inserirsi in un adeguato quadro politico. Ci comprendano, quindi, i nostri nemici ideologici quando noi ci permettiamo di rimanere scettici o di abbandonarci ad ironici atteggiamenti, sentendo che qua e là, sporadicamente, si affermano taluni dogmi di marca fascista o si tentano provvedimenti suggeriti dall’esempio italiano.
Nell’Italia fascista dottrina e azione, politica ed economia, istituzioni sociali e culturali, formano un unico complesso unitario, perchè unici sono i presupposti, uniche le direttive, uniche le finalità. Il nostro corporativismo non è soltanto fascista perchè è realizzato di fattonello Stato fascista, ma soprattutto perchè presuppone necessariamente il Fascismo e si inquadra in esso come un sistema destinato a realizzarne i princìpi e le mete nel campo dell’organizzazione sociale ed economica. E’ per questo che noi riserviamo ogni giudizio quando sentiamo che in un qualche Paese in cui il demo-liberalismo individualista regna tuttavia sovrano, si proclama d’un tratto l’inquadramento dei sindacati nello Stato, o l’istituzione delle corporazioni, o in generale la collaborazione delle classi. La quale non può sorgere per virtù di miracolo o come Minerva dal cervello di Giove. I Paesi in cui si è giunti a un costruttivo ed efficiente ordine sociale hanno subito tutto un duro processo rivoluzionario, che dell’ordine nuovo ha posto le premesse morali e politiche. Doveva essere in primo luogo restituita allo Stato la sua autorità. « Autorità, ordine, giustizia » fu il motto mussoliniano. Il mito individualistico della sovranità popolare, mito distruttore dell’autorità, della dignità e del prestigio dello Stato, doveva scomparire. Di fronte ai contrasti ed alle lotte di interessi fra individui, classi e categorie, contrasti e lotte in cui non di rado si affacciava la strapotenza di associazioni pronte a difendere ad ogni costo i propri fini egoistici senza una superiore visione degli interessi più generali della collettività, era necessario che si ristabilisse un potere capace di imporsi a chiunque, individuo, gruppo od associazione, per contemperare tutti gli interessi in contrasto ed assicurare alla vita sociale ordine e giustizia. E questo potere non poteva essere che dello Stato.
Restaurata l’autorità dello Stato, al quale veniva riconosciuto un essenziale contenuto etico, la rivoluzione fascista alternava altresì l’esigenza di un interesse pubblico, di un «interesse nazionale» di cui lo Stato doveva erigersi a tutore ed al quale gli interessi dei singoli e del gruppi dovevano subordinarsi. Tutta la base dell’edificio corporativo è nell’esaltazione dell’idea nazionale e nell’identificazione della Nazione con lo Stato. La Nazione, nella quale singoli e gruppi devono riconoscersi ed incontrarsi, è concepita come una « unità morale, politica ed economica » (secondo quanto è detto nella prima dichiarazione della Carta del Lavoro) e di fronte ad essa singoli e gruppi hanno innanzi tutto  « doveri ». Questa consacrazione dei doveri è in armonia con l’eticità dello Stato nazionale ed è un elemento che caratterizza la nostra rivoluzione e differenzia la Carta del Lavoro — che a un tale principio si è ispirata — dalle precedenti manifestazioni « cartiste » che mirarono piuttosto (a parte la loro giustificazione storica) a rivendicare i diritti degli individui. La nostra Carta, documento fondamentale della collaborazione di classe attuantesi nell’ordine corporativo, ha rivendicato invece energicamente il diritto della Nazione, e cioè dello Stato, cui i diritti dei singoli devono essere, per logica necessità, subordinati. Diritto dello Stato non è arbitrio dello Stato, che menomi la dignità umana e civile dell’individuo. Erede della romanità, lo Stato Fascista corporativo afferma la sua forza secondo il diritto. 

* * *

E’ perciò nel quadro dei principi della Rivoluzione Fascista che deve essere considerata la collaborazione di classe, quale è intesa e realizzata dall’ordine corporativo. Ma è, a rigore, esatto parlare di collaborazione « delle classi »? Il corporativismo fascista non ha superato la distinzione delle classi? Non ha eliminato il « classismo »? La risposta a queste domande è altrettanto facile quanto necessaria. Il Fascismo non ha segnato il trionfo di una classe e la distruzione di altre. Non è stato un movimento classista, ma spiccatamente nazionale. Probabilmente anche i sistemi che pretendono distruggere le classi (mediante il riconoscimento di una sola di esse) riescono semplicemente a modificare una determinata e storicamente definita distinzione di classi, ma un nuovo sistema di classi, poggiante su altre basi politiche ed economiche, si formerà fatalmente. Restano quindi, anche da noi, le classi sociali, perchè la loro esistenza è in relazione alla molteplicità delle funzioni sociali e alle diversità delle responsabilità rispettive. Che poi cessino di essere in lotta, tra sè e con lo Stato, è una premessa del Fascismo; e che opportunamente si sia eliminato fra di esse ogni solco morale e si tenda ad una riduzione del solco economico, è una conseguenza dell’azione svolta dal Fascismo per raggiungere una più alta giustizia sociale. Quella che è stata abolita è la lotta violenta e illegale e antinazionale delle classi. Contrasti e antagonismi fra le classi non potranno essere eliminati, e forse eserciteranno un’azione utile sulla dinamica sociale, perchè la lotta è vita, movimento, progresso; ma essi devono essere vigilati, moderati e conciliati nell’interesse generale, per evitare che sfocino in quelle forme violente di lotta, che provocano agli stessi contendenti, oltre che alla Nazione, danni difficilmente compensabili e talora irreparabili, come in quasi tutti i Paesi una triste esperienza ha dimostrato. Noi dunque abbiamo distrutto il classismo, non le classi. Ma non è tuttavia alle classi che abbiamo dato un effettivo riconoscimento. Abbiamo invece esplicitamente riconosciuto, al loro posto, le « categorie » professionali ed economiche. L’ordinamento corporativo non poggia su una distinzione fra capitalisti e proletari, ma prevalentemente su quella tra datori di lavoro e lavoratori, qualificando e individuando poi gli uni e gli altri secondo il diverso ramo di attività produttiva. In effetto, la qualità di datore di lavoro non coincide con quella di capitalista, nè la qualità di lavoratore con quella di proletario. La collaborazione che sta a fondamento del corporativismo si svolge pertanto fra « categorie », ed è soltanto in senso improprio e in considerazione di intuitivi legami e di approssimative corrispondenze che si parla di « collaborazione di classe».

(Estratto da “La Collaborazione di Classe”, Roma, 1941)

Potete scaricare gratis il testo integrale del documento digitando sul seguente link (QUI).

 

2 commenti

ALLA CONFERENZA DEL COVO, MAURIZIO BLONDET! ECCO COME RAGGIUNGERCI

Carissimi lettori, amici ed avversari, la data della conferenza da noi organizzata si avvicina e ci sembra opportuno dare tutte le informazioni necessarie al riguardo.

Partiamo da “come raggiungerci”. Abbiamo già anticipato che l’evento si svolgerà a Roma in Piazza Guglielmo Marconi 15, presso la sede del “Pick Center Eventi”. Ecco di seguito l’immagine del punto preciso dove è ubicata la sala che ci ospiterà:

Il Palazzo dell’evento si trova a destra, direzione fuori Roma. Si accede attraverso una scalinata, ed è il primo portone del portico. Come riferimento, nel palazzo è presente anche un negozio CISALFA.

Per chi utilizza la Metropolitana, dovrà prendere la linea B e scendere alla fermata Eur-Palasport, dirigendosi a piedi (a poca distanza), verso piazza Marconi 15,  dove troverà il palazzo alla propria sinistra.

Siamo lieti di annunciare che all’evento presenzierà anche il Dott. Maurizio Blondet, giornalista e saggista, che parteciperà al dibattito durante la Conferenza. A tal proposito, ribadiamo quanto segue. La Conferenza consta di 2 parti, ciascuna suddivisa a sua volta nella trattazione di due diversi temi, al termine dei quali sarà dato spazio al dibattito. Dunque i momenti di confronto con il pubblico saranno due. All’interno di questi spazi, avremo il piacere di ascoltare anche il parere del Dott. Blondet, assieme a quello dei convenuti e potremo confrontarci secondo i rispettivi e differenti punti di vista.

Vi aspettiamo.

Ad Majora

IlCovo

Lascia un commento

28 0TTOBRE 1922-LA MARCIA SU ROMA! …il moto popolare che cambiò per sempre la storia del mondo!

“E’ una stupidaggine ridurre la Marcia su Roma a una commedia (…) fu un moto ben organizzato che indusse il re a concludere che lo scontro cruento andava evitato (…). (…) il sovrano non aveva capito la forza del suo interlocutore, la lucidità del suo disegno e l’ampiezza della base sociale che gli stava dietro”.

(Luciano Canfora – Intervista sul potere, Laterza, 2013)

Il 28 ottobre 1922 segna l’epilogo del periodo insurrezionale iniziato dalle Camicie nere nell’agosto di quell’anno e rappresenta la soluzione della crisi politica italiana, che ripeteva le sue origini dalle stesse cause che già avevano fatto insorgere gli interventisti e guidato d’Annunzio a Fiume. Le giornate fasciste di Ferrara, Bologna e Ravenna del maggio, giugno, luglio 1922 hanno luminosamente dimo­strato che il DUCE può contare in ogni momento e per qualsiasi evento su una numerosa milizia armata, pronta a tutto, inquadrata con ferrea disciplina; che la Rivolu­zione ha ai suoi ordini masse enormi di autentico popolo. Ma il governo si ostina, con tragica incomprensione, a credere di poter liquidare il Fascismo con un’azione di polizia, dimostrandosi sempre più incapace e impotente dinanzi ai gravi problemi dell’ora, mentre gli avversari ancora non riescono a capire che la partita si giuoca fuori del parlamento: nelle campagne, negli opifici, nelle università, sulle piazze e per le vie. Il fronte antifascista si perde in « mozioni » e in « combinazioni », senza rendersi conto che l’Italia non ha bisogno di un ministero, ma di un governo, senza comprendere che nulla si può contro il Fascismo, il quale si è presentato alla soglia della storia italiana, non tanto come un partito quanto come « un fenomeno religioso », come « un prodotto della razza ». I socialcomunisti non aderiranno mai a nuove elezioni generali; e infatti soltanto il parlare « a scopo di polemica » di un appello al paese dà ad essi « un leggero brivido lungo il filo della schiena ». I ministeri si succedono ai ministeri, senza programmi, con funzioni « inesorabilmente transitorie », sino a quando la coalizione antinazionale non tenta di dare ad un uomo come Facta la « fiducia », a condizione che sia assicurato « il ripristino della legge e della libertà », il che significa chiaramente: « governo di violenta reazione antifascista ». Ma il prospettarsi di una simile eventualità trova nelle incisive parole di MUSSOLINI (19 luglio 1922) un’eloquente risposta « affidata alla meditazione e alla coscienza degli avversari »: « …Noi reagiremo con la massima energia e con la massima inflessibilità. Noi alla reazione risponderemo insorgendo » (Scritti e discorsi, ed. definitiva, II, p. 304). La guerriglia tra fascisti e socialcomunisti riprende in modo violento: il tentativo di conciliazione dell’anno prima si dimostra inutile. I sovversivi continuano nelle imboscate e nelle uccisioni a tradimento, ma ogni azione criminosa dei rossi trova la sua risposta immediata nelle violente ed inesorabili azioni di rappresaglia dei fascisti, nelle cavalleresche e chirurgiche spedizioni puni­tive degli squadristi. Alla recrudescenza della delinquenza antinazionale si oppone alfine una azione coordinata, intelligente, generale e risolutiva, diretta contro i centri vitali degli avversari per annientare i focolai di infezione dell’antifascismo. Il 31 luglio 1922, come sfida al Fascismo, il Comitato « sedicente segreto » dell’Alleanza generale del lavoro ordina uno sciopero generale, « sciopero legalitario », esteso a tutti i servizi pubblici. È uno sciopero morto prima di nascere, che nella intenzione di chi lo ha preor­dinato deve significare l’opposizione dei lavoratori al Fascismo e deve indurre il governo ad assumere un aperto atteggiamento antifascista. Il Partito nazionale fascista non si lascia cogliere alla sprovvista e risponde il 10 agosto, mobilitando tutti i suoi iscritti con il seguente proclama: « Fascisti! Italiani! I partiti antinazionali, che si rac­colgono ibridamente nell’Alleanza del lavoro, hanno lanciato un guanto di sfida al Fascismo e alla nazione. Lo sciopero generale che dovrebbe cominciare alla mez­zanotte di oggi è miserabile e vile, perché deve servire, non a riscattare la massa operaia dal Fascismo, il che è impossibile e assurdo, perché gran parte dei lavoratori è schierata sotto i nostri gagliardetti, ma a varare il cosiddetto Ministero di sinistra. Ora il Fascismo raccoglie immediatamente il guanto di sfida. Da questo momento sino a nuovo ordine tutti i fascisti italiani, dalle Alpi alla Sicilia, sono mobilitati e vincolati, costi quel che costi, alla nostra ferrea disciplina e agli ordini dei poteri fascisti responsabili, decisi a rintuzzare questo tentativo estremo della demagogia rossa. Operai italiani! Rifiutatevi a questa turpe mistificazione di politicanti abietti che giocano sulla vostra pelle le loro fortune parlamentari, Ferrovieri e postelegrafonici fascisti! Restate al vostro posto a compiere con tranquilla coscienza il dovere. La nazione ve ne sarà grata. Il Fascismo vi proteggerà. Diamo 48 ore di tempo allo stato perché dia prova della sua autorità in confronto di tutti i suoi dipendenti e di coloro che attentano alla esistenza stessa della nazione. Trascorso questo termine il Fascismo rivendicherà piena libertà di azione e si sostituirà allo stato che avrà ancora una volta dimostrata la sua impotenza. Fascisti di tutta Italia: A noi! Viva l’Italia! Viva il Fascismo!» Le Camicie nere, sempre pronte a schierarsi in difesa dello stato per impedire l’intima disgregazione dei fondamenti essenziali alla solidarietà nazionale, al solo profilarsi della eventualità di uno stato socialcomunista o, peggio, di un antistato, cominciano a sostituirsi ai poteri respon­sabili. Il formidabile numero dei componenti il Partito, l’aristocrazia del pensiero e dell’azione che lo dirige, la dura volontà degli squadristi, il sacrificio glorioso dei martiri, impongono da tempo al Fascismo un dovere che è un diritto: la conquista del potere, il governo d’Italia. Il dilemma era soltanto nella scelta del metodo: legalità o insurrezione? Ma questo più che dalla volontà degli uomini doveva essere risolto dal volgere delle circo­stanze. Intanto, i Fasci di combattimento partono al contrattacco normalizzando la situazione; le roccaforti sovversive vengono sistematicamente attaccate e distrutte; leghe, cooperative, circoli e municipi rossi sono invasi e presidiati dagli squadristi; così attraverso mille illega­lità il rispetto alla legalità viene imposto. Il dualismo tra il governo legale che nessun provvedimento aveva saputo o voluto prendere per difendere lo stato, e l’illegale governo fascista che lo stato aveva difeso e difendeva, raggiunge quasi il limite della tensione. Intanto il quadro geografico dello sciopero, tutt’altro che generale, si riassume come segue: «Liguria, Piemonte, Lombardia: sciopero parzialissimo, ma Veneto quasi niente. Altrettanto dicasi dell’Emilia, della Toscana, del l’Umbria. Nelle Marche si è scioperato, ma negli Abruzzi e Molise nessuno si è accorto che uno sciopero generale fosse stato proclamato. Nelle Puglie soltanto a Bari si è scioperato, ma la Campania con Napoli alla testa è rimasta tranquillamente al lavoro. Così dicasi della Basilicata, delle Calabrie, della Sicilia e della Sar­degna. A Roma si è scarsamente sentito lo sciopero ma nel Lazio si è dovunque lavorato» (B. MUSSOLINI, Beffa atroce, nel Popolo d’Italia, 4 agosto 1922). Tutte le città sono imbandierate, anche quelle che hanno aderito all’appello antinazionale ; in alcune i servizi pubblici sono assicurati dai componenti delle squadre d’azione che hanno stroncato in pieno i movimenti dell’avversario. Il Popolo d’Italia pubblica quotidianamente una lunga « cronaca rapida del fallimento », bollettino giornaliero della avvilente disfatta rossa: « lo sciopero superlativamente idiota» viene così registrato come un « fenomeno di pura follia e di estrema abiezione ». MUSSOLINI scrive sul suo glorioso giornale: « lo sciopero è finito quasi dovunque ed è stato generale solo nell’insuccesso. Ora bisogna parlarci chiaro. Chiarissimo. Se lo sciopero è stato un miserabile aborto non lo si deve alle misure del governo. Se i treni, se le poste, hanno funzionato non lo si deve alle misure preventive prese dal governo, ma al concorso spontaneo, disinteressato, entusiasta, degli elementi nazionali. Quegli elementi che il governo tratta alla stessa stregua degli altri… antinazionali. Ancora una volta lo stato italiano ha rivelato la sua spaventevole defi­cienza tecnica. Se la nazione non è rimasta al buio, asso­lutamente priva di notizie, il merito non spetta al governo ma ad alcuni coraggiosi giornali ed agli operai tipografi che si sono rifiutati all’ukase mostruoso della loro fede­razione. Lo stato italiano non ha ancora capito che prov­vedersi dei mezzi necessari per informare il popolo è altrettanto necessario come piazzare le mitragliatrici davanti gli edifici pubblici. Dopo la deficienza avremo il solito spettacolo di viltà? Signor Facta, voi avete l’obbligo preciso di licenziare immediatamente tutti i postelegrafo­nici ed i ferrovieri che hanno abbandonato il lavoro! Signor Facta, voi avete l’obbligo preciso di applicare la legge anche se i colpiti fossero per avventura la maggioranza. Bisogna tagliarlo questo bubbone! Licenziare tutti i fer­rovieri scioperanti significa risanare un poco il catastrofico bilancio delle ferrovie. Nessuno protesterà contro questa misura. I socialisti meno degli altri poiché essi appunto più di tutti hanno in questi ultimi tempi reclamato la applicazione severa della legge. Signor Facta, basta con la viltà! Ed anche un monito severo va lanciato alla bor­ghesia. La passività con cui gran parte della cosiddetta borghesia si rassegna agli scioperi generali va altamente deplorata. C’è una tremebonda viltà borghese che si appaia alla viltà del governo e dà dei punti alla viltà dei capoccioni proletari. Tutto ciò deve finire. Ancora una volta la nazione ha visto su chi può contare. Può contare sul Fascismo. Quanto ai ciarlatani del pus (Partito Unitario Socialista) e del superpus essi a quest’ora si saranno melanconicamente convinti che non c’è niente da fare. La prova è stata solenne e decisiva. I fascisti faranno duramente scontare ai pussisti il sangue dei fascisti colpiti qua e là a tradi­mento. Ma il Fascismo esce da questa battaglia fermis­simo, intatto, vittorioso ed invincibile. Onore ai fascisti di tutta Italia» (art. Basta con la viltà, nel Popolo d’Italia, 3 agosto 1922). Sembra giunto il momento della insurrezione generale. Voci allarmanti circolano in proposito. I direttori dei Fasci rassegnano le dimissioni trasferendo i poteri a spe­ciali comitati segreti incaricati « di esplicare l’azione offensiva indicata dalla direzione del Partito» (Il Popolo d’Italia, 3 agosto 1922): Ma i tempi non sono ancora maturi. Il giorno 3 l’Alleanza generale del lavoro riconosce il proprio fallimento e la vittoria fascista, ordinando la ripresa del lavoro con il seguente laconico comunicato: « Il Comitato nazionale dell’Alleanza del lavoro, soddi­sfatto dello sviluppo e dello svolgimento dello sciopero generale, avendo la dimostrazione del proletariato ita­liano raggiunto il suo obiettivo con la messa in evidenza della forza e della volontà della classe lavoratrice, dichiara chiuso lo sciopero e invita le organizzazioni alleate a disporre per la ripresa del lavoro ». La miseria di questa menzogna desta l’umorismo fascista, sgomenta e sommersa dalla sconfitta tremenda e dalla realtà feconda delle cento e cento sezioni di Fasci di combattimento che fioriscono allora per ogni dove nella penisola. Al Fascismo cominciano ad affluire le simpatie dei cosiddetti elementi d’ordine, per quanto anche questi sino a qualche mese prima non ne abbiano afferrato la reale portata storica: lo sciopero idiota dà i suoi frutti. Al laconico comunicato dell’Alleanza del lavoro fa degno riscontro il proclama del Partito nazionale fascista lanciato nella stessa giornata del 3 agosto: « Fascisti! Italiani! Lo sciopero nazionale è clamorosamente e miseramente fallito. Siamo davanti non ad un insuccesso ma ad una catastrofe di proporzioni gigantesche. La conclamata vittoria di riscossa contro l’irresistibile movi­mento fascista si è ridotta ad una parziale e svogliata astensione dal lavoro, limitata a poche provincie d’Italia. Intere categorie di autentici lavoratori si sono rifiutate di subire la sordida speculazione politica dei nostri nemici. Ferrovieri e postelegrafonici, operai delle Corporazioni nazionali, Camicie nere e triari, tutti i capi e i gregari del Fascismo sono stati all’altezza della situazione. Le cento città d’Italia sono imbandierate, le saltuarie imboscate dei socialcomunisti sono state inesorabilmente punite. Su molte Camere del lavoro e dai balconi di molti muni­cipi sventola il tricolore issato dai fascisti. Il tentativo nefando non è riuscito, ma non deve essere dimenticato e non devono essere dimenticate le responsabilità dei capi, specialmente di quelli della destra socialista, più gesuiti e più canaglie degli altri. Di fronte ad una situazione così mortificante per i falsi pastori del proletariato, l’Alleanza si è decisa a proclamare la cessazione di uno sciopero generale che non c’è stato o che era già dovunque finito dopo breve e ingloriosa agonia. Non ci illudiamo che i ciarlatani del sovversivismo italiano riconoscano la loro tremenda disfatta. Sono in malafede e vivono di menzogne. Ma milioni e milioni di cittadini; l’intera nazione possono testimoniare che il supremo tentativo antifascista si è risolto in una grandiosa vittoria politica e morale del Fascismo italiano. « Fascisti! Italiani! Alla sconfitta, che osiamo chiamare definitiva, della accozzaglia rossa fa degno riscontro l’insufficienza dello stato italiano. Senza il Fascismo la crisi della vita nazionale sarebbe stata infinitamente più grave, poiché il governo non ha saputo prevenire, non ha saputo provvedere e non ha saputo duramente punire i suoi dipendenti disertori. Ancora una volta la pusillanimità dello stato liberale è apparsa a chiara luce di sole e i fascisti hanno dovuto sostituirsi tecnicamente e politicamente a questo stato eternamente impreparato, oscillante, privo di volontà. Fascisti! Stroncando col vostro coraggio e col vostro spirito di sacrificio questo ultimo criminoso grot­tesco attentato all’integrità e alla fortuna della patria, voi avete ancora una volta altamente meritato dalla nazione. Viva l’Italia ! Viva il Fascismo! » (Il Popolo d’Italia, 4 agosto 1922). Ma i Fasci di combattimento non smobilitano e conti­nuano nel contrattacco per portare al fronte antinazionale un colpo tremendo, dal quale non si riavrà più. Il giorno 5 dal Partito è diramato un comunicato che dice: « Soprav­venute circostanze impongono che tutti i fascisti d’Italia restino mobilitati. Laddove fosse stata per caso effettuata la smobilitazione si proceda ad una nuova mobilitazione. Sia cura dei capi provvedere all’ordine più severo, alla più rigida disciplina dei loro uomini e a non intraprendere nuove azioni che non siano rese necessarie da eventuali attacchi degli avversari» (IlPopolo d’Italia, 5 agosto 1922). La violenta azione fascista è totalitaria e risolutiva. I centri d’azione e di resistenza del fronte nemico sono travolti: il momento favorevole viene opportunamente sfruttato. I socialcomunisti scontano amaramente il sangue dei fascisti uccisi e pagano in proprio i quattrocento milioni che era costata allo stato italiano la loro follia. L’occupazione di Palazzo Marino e l’incendio dell’Avanti! a Milano sono gli episodi più salienti e più significativi dell’insurrezione, mentre i deputati del pus (Partito Unitario Socialista) offrono un ributtante spettacolo nelle soffici e comode trincee di Montecitorio da dove implorano protezione contro la violenza fascista, dopo aver sobillato all’odio e incitato alla guerra civile. È così che l’eventualità che il Fascismo « arrivi a parte­cipare alla vita dello stato attraverso una saturazione legale» viene definitivamente scartata. È fatale che lo stato forte, « necessario per la vita e la grandezza d’una nazione, come la nostra », non possa sorgere « da una serie di confluenze e di riconoscimenti teorici e pratici» ma debba ineluttabilmente sorgere « da una battaglia campale ».

L’antifascismo è battuto in pieno, sconfitto su tutta la linea, definitivamente: il socialismo esce « da questa battaglia con le ossa completamente stritolate ». Ma gli avversari, irriducibili, non vogliono disarmare e giocano ancora una carta propalando notizie tendenziose su un prossimo colpo di mano da parte dei Fasci e cercando di pescare nel torbido. Le voci allarmiste e tendenziose vengono smentite il giorno 7 dal seguente comunicato del Partito: « qualche giornale diffonde voci allarmistiche prive di ogni e qualsiasi consistenza. Notizie pervenute alla Direzione fascista recano che, avendo i fascisti rag­giunto dovunque gli obiettivi, la calma va ristabilendosi. Se, come si prevede, nuove circostanze non si verifiche­ranno, l’ordine di smobilitazione ai fascisti non tarderà ad essere emanato. La voce messa in circolazione che i fascisti puntino su Roma per tentare un colpo di stato è destituita di fondamento» (Il Popolo d’Italia, 8 agosto 1922). Il pietoso fallimento dell’insurrezione socialista è accom­pagnato dal fecondo sviluppo delle associazioni sinda­cali fasciste che si impongono con i trionfi politici di Genova, Livorno, Ancona. La vittoria è completa e defi­nitiva. Il giorno 9 viene divulgato il manifesto della smo­bilitazione fascista: « Fascisti! La grande battaglia è vinta su tutto il fronte. Il bluff del sovversivismo, che fino a ieri ricattò lo stato, che fino a ieri minacciò la tran­quillità della nazione, è stato duramente, inesorabilmente punito. Crediamo che di scioperi generali non si parlerà più per un bel pezzo. L’Italia può oggi, mercé il sacrificio dei nostri indimenticabili morti, mercé l’opera santa di tutti voi, o fascisti italiani, l’Italia può oggi iniziare senza tema di essere pugnalata alle spalle la sua ricostru­zione morale ed economica. Italiani! Italiani di tutte le fedi non estranee al sentimento della patria, Italiani di tutti i partiti non stranieri in terra italiana, il Partito nazionale fascista saluta la conquistata vittoria col duplice grido che è poi un grido solo di: Viva l’Italia! Viva il Fascismo! Così come lo salutarono, esalando l’ultimo respiro, i nostri squadristi, rinnovanti la leggenda garibal­dina. Viva l’Italia! Viva il Fascismo! Lavoratori! Il Fascismo non è contro di voi. Il Fascismo sa che non vi è possibilità di grandezza per una nazione se gli uomini del lavoro non abbiano tutelato i loro legittimi interessi. Ogni diritto è preceduto dal dovere e la legittimità di esso incomincia quando il dovere è già compiuto. Il vostro primo dovere è di ricacciare lontano da voi chiunque tenti di adoperarvi contro la patria. Il Partito nazionale fascista, spezzando le catene che vi mantenevano schiavi di malvagi pastori, che dopo avervi spinto all’inconsulto sciopero si sono, nel momento dell’azione, vigliaccamente eclissati, ha ridonato a tutti voi, o lavoratori italiani, la libertà. Sappiatene sag­giamente usufruire! Fascisti! riguadagnate le vostre sedi fieri del dovere compiuto. Sia cura dei capi procedere alla smobilitazione, lasciando i necessari presidi solo in quelle località dove la situazione lo richiede. Le squadre, prima di partire, rendano gli onori all’esercito. Esse attendano, sotto la guida dei loro capi, ad intensificare la propaganda, consolidare le posizioni conquistate e prepararsi assidua­mente alla più grande battaglia futura. Essa coronerà degnamente l’opera vostra. Viva l’Italia! Viva il Fascismo!» (Il Popolo d’Italia, 9 agosto 1922). «Il duello in tre» che si andava « paradossalmente com­battendo da oramai quattro anni », eliminato il contendente più pericoloso per la nazione, ritorna « il duello quale viene dalla stessa parola significato : stato socialista da una parte, anti—stato fascista dall’altro» (B. MUSSOLINI, Stato, Anti-Stato e Fascismo, in Gerarchia del 25 giugno 1922 ripubblicato in Scritti e discorsi, II, p. 291). Necessità di ordine, di lavoro, di disciplina, intimamente sentite da tutta la nazione, « ragioni nazionali e ragioni umane », avreb­bero fatto preferire a MUSSOLINI una normalizzazione dei rapporti tra i partiti e della vita politica in genere, ma il fatto che gli avversari, i quali in un primo tempo avevano cercato inutilmente di ignorare il Fascismo, avevano poi tentato e ancora speravano di poterlo distruggere con le mitragliatrici del governo, impone l’insurrezione armata. Questa si palesa ormai come una necessità inde­rogabile per la quale non si attende più che il momento opportuno: la sostituzione della classe politica gover­nante la quale aveva sempre condotto « una politica di abdicazione di fronte a quel partito gonfio di vento che era il socialpussismo italiano » deve essere radicale. È questa l’unica soluzione che possa permettere al Fascismo di superare il dilemma che lo tormenta « tra il volere l’autorità dello stato e compiere spesso delle azioni che certamente non aumentano la forza di questa autorità ». Il potenziale del Fascismo intanto aumenta e si affina, la preparazione armata delle squadre d’azione si completa, la tecnica di combattimento degli squadristi si migliora si perfeziona, mentre in tutta la nazione, financo negli avversari, si determina e si estende uno stato d’animo come di disagio e di irrequietezza. La situazione è inso­stenibile senza uno stato forte ed autoritario, senza un governo che sia veramente tale: gli sguardi di tutti si appuntano al Fascismo. Già nel novembre 1921 il Fascismo aveva avuto a Roma il suo congresso e la scelta della sede non fu occa­sionale: esprimeva un profondo significato ideale. Roma e Italia sono sempre stati per MUSSOLINI « due termini inscindibili» e nel pensiero del DUCE Roma non è stata mai intesa come « contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione per l’avvenire ». È naturale quindi che l’obiettivo della Rivoluzione, che concreta il suo programma nella dura e ferma volontà di costruire una Italia romana ed imperiale, si identifichi sotto l’impulso di un profondo sentimento ideale, con la conquista del potere quale risultato di una marcia militare sulla capitale. Nel frattempo un’abile propaganda sovversiva appunta l’indice contro la « inesorabile violenza fascista » mirando a far apparire le squadre d’azione come bande armate di sicari. Ma l’arma è inopportunamente impugnata, l’azione sortisce un effetto contrario e si ritorce contro chi l’effettua. I fatti sono troppo chiari e la realtà non può più essere falsata. L’opinione pubblica si orienta decisamente anche nelle categorie più elevate a favore della Rivoluzione, la cui verità è testimoniata dall’eroico sacrificio di cento e cento martiri, gloriose vittime della barbarie rossa. I discorsi che il DUCE intanto pronuncia a Levanto e ad Udine, a Cremona e alla « Sciesa » di Milano (Scritti e discorsi, II, pp. 307, 323, 327), sono altret­tanti colpi di maglio, la cui risonanza si estende per tutta la penisola. Le sue parole sono chiarissime e pongono il problema nei suoi termini crudi e netti, fis­sando senza sottintesi gli obiettivi e gli atteggiamenti del Fascismo. Il DUCE parla non più al suo Partito, ma alla nazione intera e il popolo italiano ascolta la voce del figlio suo migliore: « L’Italia che è venuta dalle trincee è un’Italia forte, un’Italia piena di impulsi, di vita. È una Italia che vuole iniziare un nuovo periodo di storia. Il contrasto è quindi plastico, drammatico, fra l’Italia di ieri e la nostra Italia. L’urto appare inevitabile ». « Ormai lo stato liberale è una maschera dietro la quale non c’è nessuna faccia. È una impalcatura; ma dietro non c’è nessun edificio. Ci sono delle forze, ma dietro di esse non c’è più lo spirito ». « Non abbiamo grandi ostacoli da superare, perché la nazione attende, la nazione spera in noi. La nazione si sente rappresentata da noi… ». « I cittadini si domandano: quale stato finirà per dettare la sua legge agli Italiani? Noi non abbiamo nessuna paura a rispondere: lo stato fascista». «Noi vogliamo che l’Italia diventi fascista, perché siamo stanchi di vederla all’interno governata con principi e con uomini che oscillano continuamente tra la negligenza e la viltà; e siamo soprattutto stanchi di vederla considerata all’estero come una entità trascurabile ». « La marcia non può fermarsi sino a quando non abbia raggiunta la meta suprema: Roma! e non ci saranno ostacoli, né di uomini né di cose che potranno  fermarci». « Il nostro programma è semplice: vogliamo governare l’Italia… ». Siamo alla fine di settembre, primi di ottobre. Gli avversari giocano sulla « famosa tendenzialità repubblicana del Fascismo» ma l’istituto monarchico è voluto dal DUCE al di fuori e al disopra della lotta. MUSSOLINI ha presente l’importanza incalcolabile del compito della monarchia, avendo identificato con essa « la continuità storica della nazione» e inoltre i fascisti sanno che « le forme politiche non possono essere approvate o disappro­vate sotto la specie dell’eternità ma debbono essere esaminate sotto la specie del rapporto diretto fra di loro, della mentalità, dello stato di economia, delle forze spirituali di un determinato popolo » (Scritti e discorsi, II, p. 318). Viene sollecitato anche l’esercito, ma gli ufficiali ita­liani non possono essere contro chi ha combattuto al loro fianco, contro chi li ha difesi da quanti li sputacchiavano inneggiando al disertore dalla triplice amnistia. Lo stato intanto è tenuto al rimorchio dal Fascismo che con la tempestività dei soccorsi portati a San Terenzio di Spezia, con l’occupazione di Bolzano e il concentra­mento delle forze fasciste a Trento, conferma la sostitu­zione in atto dello stato demoliberale con lo stato fascista. Ed è infatti con l’azione dello stato fascista che l’Italia « entra » una volta per sempre a Bolzano dove tre giorni di squadrismo bastano a cancellare l’opera nefasta di quattro anni di viltà governativa. E non si tratta di una questione politica che riguardi ragioni di partito, è una questione nazionale che il Fascismo affronta a Bolzano come a Trento determinando la fine immediata della più umiliante ed avvilente delle parentesi politiche. Mentre si svolgono queste imprese di carattere statale (veri e propri atti di governo) viene completato l’inqua­dramento militare degli iscritti al Partito nelle legioni della Milizia fascista e si comincia ad operare nelle file dei gregari una epurazione di quegli elementi turbatori e profittatori che nei momenti difficili si erano dovuti accettare senza il consueto vaglio dell’onestà dei senti­menti e degli intendimenti. Ma i tempi sono oramai maturi e l’azione precipita: « il moto degli eventi diventa sempre più veloce. È inutile attendere una soluzione parlamentare la quale contrasterebbe con lo spirito del Fascismo ». Nel momento, « i tentativi di combinazione dell’ultim’ora falliscono, anzi non sono presi sul serio che per guadagnare il tempo necessario ad una prepa­razione di armi meno rudimentali », mentre si palesa la necessità di un’azione a fondo su Parma, roccaforte sovversiva, la cui occupazione è richiesta dalla prossima Marcia su Roma. Le colonne che punteranno sulla capitale devono avere le spalle sicure. Ma alla vigilia, le operazioni sono rinviate a data da destinarsi per ordine di Mussolini: « non è possibile limitare l’azione su Parma: bisogna pre­pararla in grande stile e con più vasti obiettivi. Parma se mai non potrebbe essere che un pretesto» (R. Farinacci, Squadrismo. Dal mio diario della vigilia, Roma XI, p. 165).

L’ora decisiva è suonata. Prima che gli intrighi dei parlamentari si facciano più serrati, prima che manovre elettorali impegnino i Fasci, prima che « la cerimonia del 4 novembre giovi a prolungare l’agonia del regime, ormai condannato» gli indugi dovranno essere troncati agendo di sorpresa. Il 16 ottobre a Milano MUSSOLINI fissa « personalmente » le linee generali dell’azione: l’insurrezione armata è decisa e si attendono soltanto il giorno l’ora propizia. Quando avrà inizio la mobilitazione il comando militare, composto da tre comandanti generali: Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi, dal Segretario generale del Partito nazionale fascista, Michele Bianchi, assumerà i pieni poteri del movimento. Le Camicie nere concentrate su tre colonne a Santa Marinella, Monterotondo, Tivoli, punteranno simultaneamente su Roma. Le legioni dell’Italia meridionale avranno il compito di difendere l’azione da eventuali sorprese, mentre forze di riserva saranno tenute pronte a Foligno. Il comando generale avrà sede a Perugia, punto di notevole importanza strategica e dal quale sarà meno difficile mantenere i collegamenti con le colonne operanti, con la capitale, con Milano, da dove il DUCE dirigerà il movimento. In tutte le città gli squadristi avranno come obiettivi immediati le stazioni ferroviarie, le stazioni radio, le sedi delle questure e delle prefetture, uffici postali, telefonici e telegrafici, le tipografie dei giornali sovversivi, i municipi, tutte le sedi dei partiti avversi in genere. Dopo essersi impadroniti dei « gangli vitali della nazione » gli squadristi vi lasceranno dei presidi e proseguiranno con la massima celerità e nel tempo fissato verso i luoghi di concentramento. Al governo che « nutre fiducia » nell’imbelle bonomia dei suoi componenti, si getterà la polvere agli occhi con una grande adunata di rappre­sentanze dei Fasci di combattimento di tutta Italia che avrà luogo a Napoli il 24 ottobre in occasione del Consiglio nazionale del Partito. Si rende noto anche l’ordine del giorno dei lavori che si svolgeranno nella famosa sala Maddaloni dopo lo sfilamento e la rivista di reparti di squadristi convenuti per il comizio pubblico in Piazza del Plebiscito. Le finalità di questa adunata sono note solo ai più diretti collaboratori di MUSSOLINI. E l’adunata di Napoli ha luogo. Sono quarantamila squadristi e ventimila operai che sfilano per le vie della città salutati da cinquecentomila cittadini plaudenti. È un esperimento di mobilitazione in grande stile, una prova generale che d’altro canto conferma lo spirito profon­damente unitario del movimento fascista, serve a saggiare le forze del Mezzogiorno, non esattamente valutabili, e a misurarne la preparazione per stabilire il grado di affidamento che su di esse si può fare. Oramai si è « al punto in cui la freccia si parte dall’arco o la corda troppo tesa si spezza ». Mussolini in un formidabile discorso fissa « con la massima precisione i termini del problema perché siano altrettanto netta­mente chiarite le singole responsabilità », mette in parti­colare evidenza « la paralisi completa dello stato italiano e l’efficienza non meno completa dello stato fascista »; chiarisce ancora una volta la posizione del Fascismo nei riguardi della monarchia e dell’esercito. Oramai il con­trasto di idee e di interessi che si era venuto formando in Italia non può essere risolto che dalla forza. Il Fascismo non andrà mai al potere « per la porta di servizio» e non rinuncerà mai alla sua « formidabile primogenitura ideale per un piatto miserevole di lenticchie ministeriali ». L’azione dovrà essere risolutiva, la sosti­tuzione della classe politica governante dovrà essere generale e radicale (B. MUSSOLINI, Il discorso di Napoli, nel Popolo d’Italia, 25 ottobre 1922, ripubblicato in Scritti e discorsi, II, p. 339). Le parole del DUCE sollevano un entusiasmo irrefre­nabile. Quarantamila squadristi scandiscono duramente le due sillabe fatali che vibrano nell’aria come note squil­lanti di un inno di battaglia e di vittoria: Ro—ma, Ro—ma. Mussolini precisa ai suoi uomini esultanti: « Io vi dico con tutta la solennità che il momento impone, che si tratta ormai di giorni e forse di ore: o ci danno il governo o lo prendiamo, calando su Roma. È necessario per l’azione che dovrà essere simultanea, e che dovrà, in ogni parte d’Italia, prendere per la gola la miserabile classe politica dominante, che voi riguadagniate sollecitamente le vostre sedi. Io vi dico e vi assicuro e vi giuro che gli ordini, se sarà necessario, verranno ». La sera stessa del 24 MUSSOLINI dispone che le gerarchie politiche del Partito passino i poteri al comando militare alla mezzanotte tra giovedì 26 e venerdì 27 ottobre. Il 26 a Napoli e a Firenze i comandanti di zona e di colonna ricevono istruzioni precise. Tutto si svolge secondo quanto era stato predisposto. Il 27 il Quadrumvirato lancia il seguente proclama redatto dal DUCE sin dai primi di ottobre: « Fascisti di tutta Italia! L’ora della battaglia decisiva è suonata. Quattro anni fa, l’esercito nazionale scatenò di questi giorni la suprema offensiva che lo condusse alla vittoria: oggi, l’esercito delle Camicie nere riafferma la vittoria mutilata e, puntando disperatamente su Roma, la riconduce alla gloria del Campidoglio. Da oggi, principi e triari sono mobilitati. La legge marziale del Fascismo entra in pieno vigore. Dietro ordine del DUCE i poteri militari, politici ed amministrativi della Direzione del Partito vengono riassunti da un Quadrumvirato segreto d’azione, con mandato dittatoriale. L’esercito, riserva e salvaguardia suprema della nazione, non deve partecipare alla lotta. Il Fascismo rinnova la sua altissima ammirazione all’esercito di Vittorio Veneto. Né contro gli agenti della forza pubblica marcia il Fascismo, ma contro una classe politica di imbelli e di deficienti che, da quattro anni non ha saputo dare un governo alla nazione. Le classi che compongono la borghesia produttrice sappiano che il Fascismo vuole imporre una disciplina sola alla nazione e aiutare tutte le forze che ne aumentino l’espansione economica ed il benessere. Le genti del lavoro, quelle dei campi e delle officine, quelle dei trasporti e dell’impiego nulla hanno da temere dal potere fascista. I loro giusti diritti saranno sinceramente tutelati. Saremo generosi con gli avversari inermi; saremo inesorabili con gli altri. Il Fascismo snuda la sua spada lucente per tagliare i troppi nodi di Gordio che irretiscono e intristiscono la vita politica italiana. Chiamiamo Iddio sommo e lo spi­rito dei nostri cinquecentomila morti a testimoni, che un solo impulso ci spinge, una sola volontà ci accoglie, una passione sola c’infiamma: contribuire alla salvezza ed alla grandezza della Patria. Fascisti di tutta Italia! Ten­dete romanamente gli spiriti e le forze. Bisogna vincere. Vinceremo! Viva l’Italia! Viva il Fascismo!» (Proclama di mobilitazione nel Popolo d’Italia del 27 ottobre 1922, ripubblicato in Scritti e discorsi, IL pp. 349-350). La mobilitazione è immediata e simultanea, come audace è la conquista degli obiettivi locali. Decine di morti consacrano con il loro sangue l’inizio della marcia vittoriosa. Laddove è ritenuto necessario si lasciano dei presidi alle sedi governative ed agli uffici pubblici conqui­stati mentre il grosso delle forze prosegue per i luoghi di radunata. I ministri in carica di fronte alla mobilitazione fascista riconsegnano i portafogli al presidente del consiglio per lasciargli… piena libertà d’azione. Sua Maestà il Re rientra immediatamente nella capitale. Tutto il paese è insorto. L’alba del 28 trova le Camicie nere nei luoghi di concen­tramento, pronte a tutto. Il governo, preso alla sprovvista e nel più completo disorientamento dalla paura, cede alle pressioni del sovversivismo e inscena la commedia dello stato d’assedio promulgando un decreto che il re non aveva ancora firmato. Ma i fascisti sono padroni assoluti del campo. Tutti i tentativi di « combinazione » abortiscono: MUSSOLINI non transige. Il 29 il Popolo d’Italia reca il seguente articolo che fotografa il momento politico: « La situazione è questa: gran parte dell’Italia Settentrionale è in pieno potere dei fascisti. L’Italia centrale, Toscana, Umbria, Marche, Alto Lazio è tutta occupata dalle Camicie nere. Dove non sono state prese d’assalto le questure e le prefetture, i fascisti hanno occupato sta­zioni e poste, cioè i grandi centri nervosi della vita della nazione… Ma la vittoria non può essere mutilata da combi­nazioni dell’ultima ora. Per arrivare ad una transazione Salandra, non valeva la pena di mobilitare. Il governo dev’essere nettamente fascista. Il Fascismo non abuserà della sua vittoria, ma intende che non venga diminuita. Ciò sia ben chiaro a tutti. Niente deve turbare la bellezza e la foga del nostro gesto. I fascisti sono stati e sono meravigliosi. Il loro sacrificio è grande e dev’essere coro­nato da una pura vittoria. Ogni altra soluzione è da respin­gersi. Comprendano gli uomini di Roma che è ora di finirla coi vieti formalismi mille volte, e in occasione meno gravi, calpestati. Comprendano che sino a questo momento la soluzione della crisi può ottenersi rimanendo ancora nell’ambito della più ortodossa costituzionalità, ma che domani sarà forse troppo tardi. L’incoscienza di certi politici di Roma oscilla tra il grottesco e la fatalità. Si decidano! Il Fascismo vuole il potere e lo avrà!» (ripubblicato in Scritti e discorsi, II, p. 351). Ma la stolta promulgazione del decreto di stato d’assedio sembra che debba determinare lo scontro, sino allora miracolosamente scongiurato, con le forze del governo. La situazione è inquietante. Ma il re si rifiuta di firmarlo e il decreto non ha corso. La monarchia italiana che non si oppose al popolo « quando concesse lo statuto» che « non si oppose quando il popolo italiano chiese e volle la guerra » non può opporsi « per le sue origini, per gli sviluppi della sua storia a quelle che sono le tendenze della nuova forza nazionale ». Il 31 ottobre Mussolini è chiamato dalla fiducia del re alla presidenza del consiglio. Le Camicie nere entrano trionfalmente a Roma percorrendo le vie consolari. L’Italia non aveva un ministero, aveva un governo. Nello stesso giorno le Camicie nere smobilitano e il Quadrumvirato pubblica il seguente proclama redatto dal DUCE: « Fascisti di tutta Italia! Il nostro movimento è stato coronato dalla vittoria. Il DUCE del nostro esercito ha assunto i poteri politici dello Stato per l’interno e per gli esteri. Il nuovo governo, mentre consacra il nostro trionfo nel nome di coloro che ne furono gli artefici per terra e per mare, raccoglie, a scopo di pacificazione nazio­nale, uomini anche di altre parti, perché devoti alla causa della nazione. Il Fascismo italiano è troppo intelligente per desiderare di stravincere. Fascisti! Il Quadrumvirato supremo d’azione, rimettendo i suoi poteri alla Direzione del Partito, vi ringrazia per la magnifica prova di disci­plina e vi saluta. Voi avete bene meritato dell’avvenire della patria. Smobilitate con lo stesso ordine perfetto con il quale vi siete raccolti per il grande cimento, desti­nato, lo crediamo certamente, ad aprire una nuova epoca nella storia italiana. Tornate alle consuete opere poiché l’Italia ha bisogno ora di lavorare tranquillamente per attingere le sue maggiori fortune. Nulla venga a turbare l’ordine potente della vittoria che abbiamo riportato in queste giornate di superba passione e di sovrana gran­dezza! Viva l’Italia! Viva il Fascismo! » (Proclama di smobilitazione nel Popolo d’Italiadel 31 ottobre 1922, ripubblicato in Scritti e discorsi, II, p. 353). Cominciava l’Anno I dell’Era fascista.

BIBLIOGRAFIA: Il Popolo d’Italia, I e II semestre 1922, Milano; B. MUSSOLINI, Scritti e discorsi, ed. definitiva, Milano; id., Agosto-ottobre 1922, in Gioventù fascista del 25 ottobre IX; I. Balbo, Da Perugia a Roma, in Gioventù fascista del 25 ottobre IX; E. De Bono, Diario di campagna, in Gioventù fascista del 25 otto­bre IX; C. Delcroix, Un uomo e un popolo, Firenze 1928; I. Balbo, Diario 1922, Milano 1932; R. Farinacci, Storia della Rivoluzione fascista, vol. 2., L’insurre­zione rossa e la vittoria dei fasci, Cremona 1937; id., Squadrismo. Dal mio diario della vigilia, Roma XI; G. Volpe, Storia del movimento fascista, Varese-Milano 1939; F. Ercole, Storia del fascismo, Padova XV; Pini-Bresadola-Giacchero, Storia del fascismo. Guerra, Rivoluzione, Impero, Roma. XVII.

(Tratto dal DIZIONARIO DI POLITICA a cura del Partito Nazionale Fascista, Roma, 1940, voce Marcia su Roma) QUI la nostra antologia!