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L’ENNESIMO SCHIAFFO MORALE AI COSIDDETTI “SOVRANISTI”!

Bue cornuto antifascista - Biblioteca del Covo

Cari lettori, in questi tempi tremendi, in modo direttamente proporzionale agli stessi, non poteva non essere più evidente, oltre ai rari quantunque onorevolissimi e specifici atti di coraggio in vari ambiti, anche la disdicevole tendenza al compromesso, al perseguimento del democristiano “male minore”, in una parola al “conservatorismo”.

I “campioni” di tale prassi, al di là delle apparenze, di fatto sono proprio i cosiddetti “sovranisti”, che riteniamo ormai chiaro rappresentino concretamente i “guardiani della porta” del Sistema vigente per eccellenza, il “quinto uomo” a sostegno dello “status quo”, l’irrinunciabile sentinella appostata sulla soglia, affinché nulla cambi davvero. Essendo essi la quintessenza del “democristianismo”, il loro comportamento politico non può che ricalcarlo in modo pedissequo, ma proprio in quanto democristiani nel midollo, non fanno che cadere nell’accusa di doppiezza e di falsa moralità. Benché da noi fascisti de “IlCovo” sollecitati più volte a “farsi avanti” e “disputare” come esemplarmente mostrato nella migliore tradizione Tomista, che pure essi stessi dicono di non disdegnare, non solo si nascondono, non solo perseverano nell’errore, ma senza il minimo coraggio, attaccano “per interposta persona”, tentando malamente di giustificare e negare la propria fattiva collaborazione col nemico esterno ed interno del popolo italiano, continuando a sguazzare nella retorica moralista di quart’ordine tanto cara a tutti i propagandisti del regime antifascista, quello che proprio tale nemico ha instaurato da quando “comanda a bacchetta” in casa d’altri (qui). E giù, quindi, con le accuse pretestuose di “regime autoritario” all’oligarchia imperante, in luogo, presumibilmente, della “santa repubblica fondata sulla resistenza”: come se tale oligarchia non fosse essa stessa massima espressione di “cotanta” pseudo repubblica e come se tale cosiddetta “repubblica”, a sua volta, avesse in animo un regime diverso da quello  odierno, a prosecuzione dell’ignobile farsa politica che essa stessa ha instaurato già all’indomani dell’occupazione militare permanente del territorio italiano e su mandato di quelle stesse potenze estere a cui detta “oligarchia” è ontologicamente sottomessa da 76 anni; al via, dunque, le intramontabili accuse pretestuose di “dittatura” e di “totalitarismo” di stampo fascista, buone per tutte le stagioni e sempre in bocca a tutti i pagliacci della “beata democrazia antifascista” travestiti da politicanti. Tutto ciò nonostante né l’una, né l’altro siano declinati in modo corretto nel loro significato originario e si siano confermati termini tanto generici quanto inapplicabili all’attuale assetto, che di fatto, come abbiamo ampiamente dimostrato, rappresenta invece una forma neo-feudale di Socialismo-Autocratico dominato dalla finanza speculatrice apolide (qui), a cui si è pervenuti GRAZIE all’operato istituzionale ufficiale della “santissima repubblica antifascista” di cui sopra, e giammai “nonostante” essa, come invece vorrebbero darci ad intendere i cosiddetti sovranisti. Ma abbiamo già documentato più volte come il dissenso sia abilmente pilotato, e come codesti soggetti costituiscano il più grande “Cavallo di Troia” predisposto dal sistema plutocratico-massonico per manipolare le opposizioni presenti nella società reale, rimanendo fedelmente ancorati a TUTTI e singolarmente i principii-cardine del (dis)ordine mondiale pluto-massonico vigente (es: qui).

Dunque, sembra proprio che lo sport più in voga al momento, tanto sui media del regime sanitario quanto su quelli della finta opposizione ad esso, è quello di “scovare il fascismo”: chiaramente là dove esso non solo non esiste, ma rappresenta l’esatto opposto di ciò che viene “scovato” dagli imbonitori di turno. Infatti, la retorica ridondante, abbiamo già visto che è relativa al solito stereotipo sulle “leggi del 1938”; le quali (nonostante OGGI – qualora venissero imposte esattamente nella stessa forma giuridica di allora ma applicate  relativamente ai “non marchiati” per come abbiamo mostrato [qui] – potrebbero letteralmente costituire la SALVEZZA della vita per i molti che hanno scelto di non inocularsi la terapia genica “targata” Big-Pharma), vengono continuamente chiamate in causa a sproposito, soltanto per continuare a servire la propaganda antifascista dei padroni occupanti, sempre alla faccia della “sovranità popolare”!

A questo proposito, visto che evidentemente i nostri contributi Storico-Politologici non sono più facilmente ignorabili (qui), la retorica del sistema antifascista fa un passo in “avanti” (si fa per dire !) e sorvolando sul terreno minato della cosiddetta “persecuzione razzista e lo sterminio“, i “democristiani de’ noantri” preferiscono calcare la mano sull’immarcescibile “discriminazione giuridica”, che viene ad essere equiparata da questi ultimi, con evidente supponenza, a quella dell’odierno “marchio verde”! A cotali “democristiani”, di tutte le sigle, vogliamo dare l’ennesima sveglia, anche se l’anestetico sturziano che hanno ingurgitato in quantità industriale evidentemente è duro da smaltire. Pubblichiamo di seguito un famoso e importante (per chi ha occhi, ovviamente) articolo comparso su La Civiltà Cattolica“, nell’ anno del Signore 1940 – XVIII dell’Era Fascista. L’estensore di tale articolo, al di sopra di ogni sospetto di fascismo, è proprio un “Democristiano”: Padre Antonio Messineo, SJ (gesuita!). Egli, tra l’altro, figura tra gli “intellettuali” che hanno contribuito a quel “capolavoro” di ambiguità e di compromesso che è la cosiddetta “costituzione più bella del mondo” (alcuni spunti biografici sono: qui). Ebbene, il Sacerdote, i cui biografi trasformano in “oppositore” del Fascismo, mentre durante il “terribile regime” fu solo un critico, che invece valorizzò i principii cardine della forma di Stato concepita proprio nella Dottrina Fascista (almeno era un “democristiano” equilibrato: non un trinariciuto “resistenzialista” come quelli  odierni !), scrisse proprio in merito ai presupposti teorici della “famigerata legge del 1938”, a seguito della pubblicazione del libro “I fondamenti della dottrina della Razza” (redatto dal gerarca fascista, Ministro e membro del Gran Consiglio del Fascismo, Giacomo Acerbo) di cui produsse una ampia recensione che merita di essere pubblicata in forma di documento Storico-Politologico e letteralmente sbattuta sotto il naso dei coraggiosissimi “sovranisti” senza sovranità. Chi ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare, anche alla luce dell’apposito convegno antifascista del 2019 che noi abbiamo commentato (qui), non può più ignorare quanto lo stesso Padre Antonio Messineo certificava. Ma ciò avviene ugualmente, purtroppo, perché i cosiddetti “oppositori antifascisti” sono solo delle tragiche comparse etero-dirette nelle mani della plutocrazia massonica, ormai padrona del mondo…

I FONDAMENTI DELLA DOTTRINA FASCISTA DELLA “RAZZA”

di Padre Antonio Messineo, in La Civiltà Cattolica , Roma, 2 novembre 1940, a. 91, vol. IV, quad. 2169, pp. 216-219

La questione della razza, pur tra l’incalzare di avvenimenti di grande importanza storica, forma l’oggetto di studi seri, diretti a chiarire i concetti e ad illuminare i fondamenti ideologici, ai quali si ispira la politica del Regime. Fra questi studi riveste un’importanza particolare il libro scritto da S. E. Giacomo Acerbo e pubblicato sotto gli auspici del Ministero della Cultura Popolare, con presentazione di S. E. Pavolini (“Giacomo Acerbo, I fondamenti della dottrina fascista della razza, Roma, Ministero della Cultura popolare, 1940-XVIII, pp. 95.”). L’autore, la presentazione e il fatto che il libro è il primo di una collana di volumi, iniziata dall’ufficio Studi e Propaganda sulla Razza, legittimano la persuasione che le idee in esso espresse rivestono il carattere di una interpretazione molto autorevole del difficilissimo problema.
L’iniziativa merita l’adesione incondizionata degli studiosi, in quanto, dando da una parte il bando alle elucubrazioni di gente improvvisata e incompetente, causa del diffuso disorientamento prodottosi nella questione della razza, tende a contenerla entro i limiti scientifici e a risolverla secondo le più oggettive indagini antropologiche, biologiche e storiche. In questo modo molte prevenzioni possono sparire, molti dissensi appianarsi molte ansie essere assopite per il raggiungimento di una maggiore unità anche in questo campo particolare. Al conseguimento di questo scopo, crediamo concorra molto la pubblicazione, di cui trattiamo.
La questione preliminare da risolvere come non abbiamo mancato di rilevare altre volte, consiste nella determinazione del concetto di razza, e più specificamente in qual senso debba intendersi il termine, quando si riferisce alla politica inaugurata dal Regime. Notavamo, infatti, che se al termine si conserva il senso naturalistico, bio-antropologico, la dottrina costruirebbe sopra un dato infido, scientificamente non fissato, e arriverebbe, per necessaria conseguenza, alla piena svalutazione dei valori veramente umani, con un pericoloso scivolamento verso il materialismo. Ora su tale questione l’Acerbo porta dei chiarimenti, che noi riteniamo di particolare importanza. Egli avverte, in primo luogo, come il concetto di razza, dopo tante indagini, sia rimasto oscuro e diventi ancora più vago a mano a mano che progrediscono le nostre cognizioni. Un contributo ad una maggiore concretezza hanno apportato le dichiarazioni dei giuristi italiani al Convegno di Vienna, dove venne affermata l’essenza spirituale dell’idea di razza, che non poteva essere confinata, secondo la concezione del Fascismo, unicamente alla bio-antropologia. Tuttavia, aggiunge l’Acerbo, «siamo ancora lontani dalla meta, anzi forse ce ne allontaniamo sempre più sia perché si vede tutt’altro che probabile l’accordo tra gli scienziati sui caratteri somatici, fisiologici, psichici che dovrebbero assumersi a criterio di distinzione dei gruppi umani; sia perché dal rivendicare che i sociologi e i politici fanno, com’è giusto, l’efficacia formativa e selettiva degli elementi spirituali sui detti gruppi, segue che il concetto di razza, trasferito in quest’altro campo, dà luogo a confusioni e a interferenze con una quantità di concetti più o meno affini» (p. 15). Né il concetto comune di razza, egli afferma ulteriormente, né quello storico e naturalistico possono servire come fondamento a una dottrina, che si proponga di mettere nella loro giusta luce i provvedimenti razziali del fascismo. Il concetto comune è troppo comprensivo e quindi equivoco per se stesso, pigliando esso come criterio di distinzione sia le proprietà somatiche, sia quelle linguistiche e culturali e dando il primato ora all’una ora all’altra, in maniera tale che spesso la razza viene a confondersi con la nazionalità o ad estendersi tanto da abbracciare vasti complessi etnici.
In quanto al concetto storico, fondato prevalentemente sulla comunità di lingua, la scienza si trova di fronte a dati contrastanti. Mentre le razze storiche, secondo il Le Bon, non sono altro se non formazioni artificiali, causate dalle conquiste e dalle immigrazioni e composte da un miscuglio di stirpi fusesi insieme, alle quali la lingua ha imposto il sigillo dell’unità raggiunta, dall’altra l’osservazione dimostra l’esistenza di popoli aventi la stessa civiltà e che parlano lingue diverse. Così «nel Caucaso, che ospita più di cento gruppi etnici, si parlano oltre sessanta lingue e dialetti, benché i popoli che abitano quel territorio appartengano in genere alla stessa forma di civiltà». Pertanto, ovviamente conclude l’A., «le frontiere antropologiche mesologiche linguistiche costituiscono altrettante linee che raramente coincidono» (p. 18). Né fondato su più solide basi è il concetto naturalistico, non essendo ancora stabilito quale sia il criterio antropologico, che deve servire per la classificazione dei gruppi umani. Indice nasale, morfologia del cranio, colore della pelle e dei capelli, statura somatica sono altrettanti criteri, di cui gli studiosi si giovano, secondo le loro preferenze; che se poi a questi si aggiungono i caratteri psichici e si lascia a ciascuno di scegliere quale di essi debba guidarlo nella divisione degli uomini in razze, l’effetto sarà una estrema varietà di sentenze, quale è dato, in realtà, di riscontrare confrontando i risultati finora raggiunti dalla così detta scienza. Questo confronto dimostrerà non troppo esagerata l’affermazione di un illustre etnologo, secondo il quale un tipo razziale non sussiste se non nella nostra mente» (p. 21). Da quanto è detto segue che né il concetto comune, né quello storico e naturalistico possono fornire un saldo fondamento a una dottrina della razza, che risponda alle esigenze più elementari della scienza. A quale concetto si ispira, dunque, la politica della razza del fascismo? A un concetto integrale, il quale, tenendo pur conto del dato bio-antropologico, non come cardine della sua concezione ma come elemento coordinato ad altri di maggiore importanza considera in modo prevalente i valori culturali e spirituali della nazione e questi si prefigge di preservare e di potenziare. Una diversa concezione non concorderebbe con lo scopo, che la politica razziale del regime prosegue e che consiste nella preservazione della «sostanza ideale e spirituale della nostra stirpe» (p. 23). Questo scopo manifesta che il concetto di razza non può essere inteso se non in senso integrale, nel quale « il dato puramente fisico o somatico, il quale preso da sé solo umilierebbe la nobiltà delle stirpi umane confinandola nel regno della zoologia e farebbe della politica della razza un capitolo della zootecnica », si coordina di necessità «col dato etnico e con quello culturale» (p. 26). Siamo così di fronte a un concetto di razza che anche il più meticoloso assertore dei valori spirituali e trascendenti potrà accettare senza riserve: l’unica difficoltà che può sorgere contro di esso consiste nella somiglianza e quasi identità che un siffatto concetto ha con quello di nazione, poiché tutti gli elementi oggettivi compresi in quest’ultimo si troverebbero presenti nel primo. La difficoltà, tuttavia, potrebbe suggerire di lasciar cadere il termine improprio di razza, per adottarne uno più appropriato, se non addirittura quello di nazione; ma nulla toglie alla nobiltà, spiritualità e elevatezza della concezione, come essa viene interpretata dall’Acerbo. Dopo queste delucidazioni sul concetto di razza, l’A. dimostra come in Italia fin dai primordi si sia costituito un gruppo etnico con una sua spiccata individualità e cultura, rimasto fondamentalmente omogeneo col sopravvenire delle migrazioni di altri popoli, i quali, invece di assorbirlo, furono da esso assorbiti e amalgamati entro quella compagine, dal cui seno sbocciò e fiorì la mirabile civiltà romana. Le sue deduzioni sono fondate su recenti studi, che, se non hanno del tutto dissipate le tenebre sulle origini delle genti italiche, hanno tuttavia chiarito di molto la preistoria della nostra penisola. Qui si innesta naturalmente la questione degli arii, e in qual senso debba intendersi l’appellativo di ariano attribuito recentemente anche al popolo italiano. A tale proposito, attenendosi ai risultati sicuri dell’indagine scientifica e rigettando le fantasie costruite da alcuni pensatori di oltre Alpe, l’A. scrive testualmente: «Tutte le scuole italiane e straniere sono oggi concordi nel riconoscere che quei popoli preistorici che si designano sotto il nome di ariani, oppure Indoeuropei, e che i dotti tedeschi ci compiacquero chiamare Indo-germanici, sono ben lungi dal costituire un’unità bio-antropologica, cioè una razza nel senso naturalistico, ma rappresentano invece un miscuglio di varie provenienze genetiche collegate fra loro dalla sola parentela linguistica. E l’opinione diffusa e accettata nel secolo scorso, che tale affinità linguistica presupponesse e dimostrasse l’unità della razza, è oggi totalmente abbandonata» (p. 53). Rammentate le teorie di Gobineau e dei suoi seguaci, contro le quali non tardò a sollevarsi l’opposizione degli studiosi seri, e come la civiltà aria sia la risultanza della mistione delle tre grandi razze venute a popolare l’Europa, egli conchiude: «Non si può dunque quanto all’Italia parlare di razza aria, bensì di accessioni più o meno copiose di gruppi delle genti nordiche e palafitticole, la cui congiunzione con le stirpi indigene avrebbe dato inizio nel nostro suolo alla cosiddetta cultura aria» (p. 55). Conseguentemente il termine ariano nella letteratura fascista della razza non può avere se non «un significato convenzionale e un uso provvisorio, giustificabili l’uno e l’altro per la duplice necessità di impostare in un primo momento la politica della razza in ragione e in funzione del prestigio che la Madre Patria deve assumere di fronte alle popolazioni del nuovo impero, e di separare dalle attività direttive e formative dell’organismo nazionale la minoranza giudaica» (p. 56).
Conveniamo pienamente con l’A., poiché tutte le ragioni storiche e scientifiche convergono in favore della sua tesi, e terminiamo questa nostra rassegna, esprimendo l’augurio che altri lavori simili al presente, ispirati ad un grande rispetto per la vera scienza e contenuti entro i limiti consentiti dal progresso della ricerca oggettiva, vengano ulteriormente a chiarire una questione, che ha bisogno di essere liberata da sovrastrutture fantastiche e risolta in modo conforme alle gloriose tradizioni della gens italica , propagatrice nel mondo intero delle più alte conquiste dello spirito umano.

… ebbene, o soloni democristiani? Ecco cosa vi insegna persino un vostro stesso compagno più equilibrato! Voi che cianciate di “tessera verde uguale a quella del P.N.F.”, di “leggi del 1938 parallele al marchio verde”, e di “scienziati che come nel 1938 davano legittimità all’oppressione”! Leggete, se ne siete capaci, e capirete anche perché fu usato, come abbiamo già documentato noi fascisti de “IlCovo” (qui e qui), il termine “razza” a quel tempo, in luogo di “Nazione”. Ma capiamo bene che per leggere e comprendere, bisogna in primis essere onesti intellettualmente. Ancora una volta, se pensate di esserlo, vi sfidiamo pubblicamente a DIMOSTRARLO!

IlCovo

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VALORE UNIVERSALE DELLA CONCILIAZIONE FASCISTA!

Conciliazione fascista - Biblioteca del Covo

In tempi di ricerca di possibili “alleanze antiglobaliste” come quella di recente promossa da Monsignor Viganò (sicuramente fondamentali, ancorché inutili e dannose se sprovviste dei necessari e precisi riferimenti politico-morali, filosofici e storici adeguati e veraci) (qui), non ci pare affatto ozioso riflettere brevemente sul valore universale dei “patti lateranensi” stipulati da Mussolini con Pio XI. Certamente la Conciliazione attuata dal regime fascista con la Chiesa Cattolica Romana ha avuto i suoi retori entusiasti ed i suoi svalutatori. L’11 febbraio 1929 rappresentò un « evento di immensa portata » e coincise con l’anno in cui « il Fascismo da fenomeno italiano diventava fenomeno universale ». Gli sviluppi di questo fatto sono chiaramente apprezzabili oggi più che mai, poiché idealmente la lotta di uomini, di partiti, di nazioni, d’ideologie si è chiaramente polarizzata vieppiù nel corso dei decenni nel dilemma: Roma – Anti-roma. Da quegli stessi sviluppi appariva già allora, chiaro come il sole, come i Patti del Laterano non potessero essere accomunati con i vari Concordati tra la Santa Sede e altri Stati, grandi o piccoli che fossero. Questi Concordati hanno da sempre un carattere contingente; si muovono in un’atmosfera di minima concordanza tra Chiesa e Stato; sono necessitati in un ambiente in cui i due Poteri sono sostanzialmente separati; portano, infine, come ogni accordo internazionale, ad un riconoscimento reciproco dell’assoluta sovranità delle Parti contraenti e, contemporaneamente, ad una conseguente limitazione reciproca della propria sovranità. In altri termini, l’equivoco laicistico permane sotto veste giuridica, senza risolvere, secondo la natura stessa delle cose, il problema dei rapporti fra ordine soprannaturale e ordine temporale. Si ha cosi questo assurdo: lo Stato mentre viene a concordare con l’Autorità soprannaturale, continua a non riconoscere la realtà dell’ordine soprannaturale che quell’Autorità rappresenta storicamente (e quindi svuota quest’Autorità del suo contenuto essenziale); ma prende semplicemente atto degli effetti sociali prodotti dai rapporti di sudditanza tra un certo numero di suoi cittadini e la Chiesa. Si ha poi un altro assurdo: la Chiesa, nello stipulare il Concordato con cui viene ad assicurare all’esercizio del culto e all’attività religiosa in un determinato Stato un minimo di garanzia politica e di libertà sociale, lo fa esplicitamente appellandosi ad un principio liberale: cioè al diritto di quel determinato numero di cittadini che hanno con Essa rapporti di sudditanza a professare la loro religione. Essa quindi rinuncia a considerare quello Stato in base alla concezione cattolica, la quale ne riguarda la natura, i fini, i mezzi e ne stabilisce universalmente, cioè senza preoccupazione dell’esistenza o meno di una maggioranza o di una minoranza di cattolici, la legge morale. Naturalmente — ad onta di moderni tentativi di studiosi “cattolici” di tendenza liberale, i quali vorrebbero ridurre la giurisdizione indiretta della Chiesa all’azione per ripercussione (cioè attraverso… i cosiddetti “partiti cattolici” e attraverso il suffragio universale esercitato dai cattolici) — questa rinuncia della Chiesa è solamente sul terreno pratico e contingente e non intacca minimamente la dottrina cattolica sull’essenza dello Stato, sulla distinzione, coordinazione e subordinazione degli Ordini e sulla universalità della Verità e della Carità; le quali debbono sempre e dovunque essere l’una testimoniata e insegnata l’altra esercitata e diffusa, a prescindere dall’esistenza di « cittadini cattolici » e dall’eventuale numero di questi. Proprio dalle considerazioni precedenti emerge che i Patti del Laterano non stavano sullo stesso piano degli ordinari Concordati. Prima di giungere, infatti, all’11 febbraio 1929, la Chiesa non aveva tralasciato di lamentare palesemente e solennemente la difficile condizione in cui Essa si trovava; condizione che si ripercuoteva su tutta la Cattolicità. Nessun dissidio, dunque, con altri Stati poteva avere il carattere e la portata di quella che era detta comunemente la « questione romana » e che si risolveva in uno squilibrio intrinseco alla stessa Cattolicità. Conseguentemente la sua soluzione doveva avere carattere, ripercussioni e sviluppi ben diversi da quelli propri delle soluzioni di dissidi tra la Chiesa e altri Stati. Poiché, infine, non c’era tanto un conflitto tra Chiesa Cattolica e Stato Italiano, quanto esisteva uno squilibrio intimo alla romanità; e — in quanto la romanità sta al centro del moto storico — questo squilibrio era europeo e mondiale. La missione civile del popolo romano non poteva pienamente illuminarsi delle ragioni soprannaturali che la necessitavano all’impero. La missione apostolica della Chiesa mancava di quella garanzia e sovranità temporale che ne rendessero manifesta l’indipendenza e la sovranità spirituale.
 I Patti del Laterano non concordavano, quindi, due Parti separate, ma conciliavano i cattolici tutti — italiani e non italiani; ma particolarmente gli italiani — nell’intimo della loro coscienza romana. Non due Potenze separate, dunque, ma due Poteri distinti. Non due Stati paralleli, ma due Società gerarchicamente coordinate, volte al bene comune degli stessi sudditi. L’11 febbraio, dall’XI Pio, Roma venne conciliata con Roma; l’Europa tornava ad avere la sua capitale storica; il Fascismo diventava universale; l’Italia una, blocco incandescente di Fede, riprendeva la sua funzione motrice. Nasceva la Modernità cristiana, su cui dominava un nome, un’anima, una bandiera: Benito Mussolini!

Ma non possiamo scrivere della Conciliazione senza accennare alla figura del fratello minore di Benito, Arnaldo Mussolini. Egli previde, al disopra di tutte le 
contingenze, nella purità del Suo
 spirito, il corso degli eventi storici che avrebbero ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio. Egli apprestò costantemente i mezzi per la riconciliazione di valore universale: difendendo e tenendo alte, contro superficiali misconoscitori, le ragioni storiche della politica italiana; imponendo, agli stessi politici settari, con la forza della sua statura morale, il rispetto per la Tradizione cattolica d’Italia e d’Europa; educando — come uomo, come padre, come giornalista, come fascista — gli italiani, soprattutto i giovani, all’esercizio mistico di quelle virtù che sono a fondamento dell’azione rivoluzionaria e della funzione imperiale fascista. Se alcuni cattolici ondeggianti — sempre pronti a identificare il Fascismo con la statolatria pagana, con la reazione e con l’eresia — pigliassero conoscenza della spiritualità di Arnaldo, avrebbero modo di modificare molti dei loro pregiudizi sul Fascismo.
 Ma, sarà bene avvertire che l’azione di Arnaldo non nasceva come avulsa dallo spirito della rivoluzione fascista; bensì nel travaglio rivoluzionario del Fascismo, nella collaborazione, attiva quanto discreta, data alla opera del Duce, traeva i motivi ed i mezzi della sua evoluzione spirituale, della sua maturazione religiosa, del suo slancio mistico. Arnaldo, quindi, sbocciato dall’humus della società fascista, appartiene pienamente al Fascismo; il quale, a sua volta, partecipa e s’arricchisce di quei valori che formano la nostra Tradizione millenaria. Ecco perché diciamo che senza Arnaldo la complessità, l’interezza del Fascismo non può essere compiutamente capita. Attraverso la spiritualità di Arnaldo, attraverso la considerazione dei rapporti tra Lui e il Fratello, anche la fisionomia storica e sociale del Duce viene ad assumere una luce più piena, più solare. E’ scrivendo di Arnaldo che Mussolini sentiva più certo il convincimento che « tutto quello che fu fatto non potrà essere cancellato », sentiva « la vita immortale e universale di Dio » come Fine della sua « piccola vita terrena »; è dinanzi alla fatica, al dolore, alla passione, alla vita di Arnaldo che il Duce consacrava, con il « fuoco alimentatore della volontà e della fede », tutta la sua azione rivoluzionaria: « perché gli ideali nei quali (Arnaldo) credette, trionfino e durino, anche e soprattutto al di là della mia vita ».

Nello spirito di questa proposizione stavano le parole che sempre il Duce rivolse ai Vescovi ed ai Parroci convenuti in Roma per la premiazione del Concorso nazionale per la “battaglia del grano”: « Al Trattato e al Concordato il Fascismo ha sempre tenuto e sempre terrà fede in avvenire ». « L’Italia, nazione cattolica, ha ancora più il dovere di essere, per la sua potenza intrinseca e per la sua forza demografica, un baluardo inestinguibile del Cattolicesimo e della civiltà cristiana e romana ». Le parole mussoliniane ebbero immediatamente la più alta conferma in quelle pronunziate da Pio XI allorché ricevette in udienza gli stessi Vescovi e gli stessi Parroci benemeriti della “battaglia del grano”. Il discorso del Santo Padre —
come ogni manifestazione della
 Cattedra di verità — rimaneva nelle 
sfere del soprannaturale e da queste illuminava l’ordine temporale. Ma proprio per questo hanno un particolarissimo valore le dichiarazioni pontificie sulla struttura dell’Italia, sulla sua naturale ortodossia, sulla missione da Dio affidata all’Italia in un momento di universale disordine. « Quando il Sommo Pontefice, messo all’umile ma sicuro ponte e timone della nave di Pietro, volge lo sguardo oltre le Alpi, purtroppo deve dire che non può non vedere minacce, nubi o, per lo meno, nebbie, e nebbie che non sembrano — come si esprime un proverbio italiano — coprire il sole e il bel tempo ». «Sua Santità aveva già portato il Suo sguardo altrove, il Suo sguardo che non poteva non varcare la cerchia delle Alpi, quelle Alpi dove si direbbe che il presidio della Vergine Santa — la Madre Santissima troneggiante in tanti Santuari, allo sbocco di tutte le valli, nella luce di tutte le vette più eccelse — ha difeso da tali posizioni così bene l’Italia contro le cosiddette riforme nefaste che hanno devastato il rimanente d’Europa». « Dovunque essi (gli italiani) andranno, («porteranno altrove») l’esempio della loro fede cattolica innanzitutto: l’esempio della loro morigeratezza, forza insurrogabile, insostituibile del Paese; l’esempio delle loro virtù personali, civiche, domestiche soprattutto; quelle virtù: che formano oggi, alla luce, si può dire, del grande sole, il tesoro ambito e ammirato e invidiato d’Italia. Noi speriamo e confidiamo che non mancheranno le assistenze alle anime di questi nostri cari figli; sicché col nome, col loro buon esempio della vita cristiana, dell’onore di Dio tenuto alto sempre e dovunque, anche il nome d’Italia splenda più bello in questa luce che è la sua luce specifica, particolare specialmente in questi tempi quando tutto intorno è, come dicevamo poc’anzi, tutta una nube, di procelle, tutta una minaccia di tristi cose, tutt’una nebbia di confusioni pericolosissime per la vita individuale, come per la vita sociale; e affinché proprio in questi tempi rimanga lo splendore della verità intatta e intangibile ».

Proprio dai brani qui riportati dal discorso del Santo Padre vanno rilevate alcune verità :

1) La situazione religiosa internazionale risultava (di già ieri, ma meno di oggi!) — ad onta degli esempi luminosi, dei sacrifici, degli eroismi, dei martirii; anzi proprio perché questi furono e sono possibili o, meglio, necessari — ben triste. Persecuzione furibonda in alcuni luoghi, in nome del materialismo di classe o di razza; propaganda anti-teistica che usava indifferentemente l’invettiva esasperata come l’insidia ipocrita; confusione nel campo intellettuale dove si assisteva a sbandamenti, a dubbi, a connubi, e finanche a posizioni ereticali da parte di alcuni « cattolici ondeggianti ». Sviamento nelle polemiche, delle cose dal loro retto fine, svuotamento delle parole del loro reale significato. Soprattutto, un disordine religioso, morale, sociale, individuale che avanzava con le orde rosse, con i neo-pagani e la cui avanzata era ieri come oggi resa più celere dalla cristallizzazione del capitalismo plutocratico e dalla confusione delle idee operata dal liberalismo massonico.

2) In questa situazione e al disopra di questa situazione, l’Italia fascista appariva come la cittadella dell’ordine, il baluardo della verità, la roccaforte dello spirito. Ciò era stato possibile in virtù degli uomini che avevano operato in Italia la trasformazione politica radicale, riconducendo il Paese alle sue origini morali e storiche. Ciò fu possibile per la naturale cattolicità degli italiani, per la loro romanità viva e perenne. Ma non solo per l’opera umana tutto ciò s’avverava; c’è una provvidenziale degnazione per cui l’Italia è stata immune dall’eresia, dagli scismi, dalla sedizione anti-romana e anti-cristiana.

3) In tale stato di cose agli italiani, o meglio, ai cittadini di quella Roma temporale imperialmente rinnovata nel segno del Littorio e riconsacrata nel segno della Croce, era commesso il compito di portare la luce del Vangelo, di difendere la Civiltà, di affermare a mezzo della sintesi politica la Verità intatta e intangibile, in quella luce universale « che è la sua luce specifica, particolare, specialmente in questi ultimi tempi ». Le nostre possono sembrare illazioni; ma non sono che constatazioni, fondate sui fatti, sulle testimonianze universali e, quel che più conta, sulla nostra coscienza di fascisti che sentono dalla loro Fede cattolica e dalla loro professione del Cattolicesimo ingigantita la certezza nella bontà, nella verità, nella unicità della Rivoluzione di Benito Mussolini.

Ma quanti, purtroppo, sotto specie culturalistiche, hanno confuso il Fascismo, ne hanno esaminato troppo sommariamente gli aspetti etici e dottrinari e hanno, infine, preteso di condannarlo in nome dì principi solo apparentemente cattolici? Tutti costoro, almeno quelli in buona fede, dovrebbero essere tenuti — in coscienza — a rivedere le loro posizioni, a studiare il Fascismo ed a rimeditare su molti Documenti Pontifici nei quali, se non andiamo errati, trovarono indubitabilmente la loro definitiva condanna sia il liberalismo, che il socialismo, che il nazionalsocialismo così come l’americanismo, e il modernismo dogmatico, morale, giuridico e sociale, ma mai il Fascismo! Roma è unità, è disciplina, è ordine, è sintesi. I dispersi, gli indisciplinati, i caotici, gli analitici l’avversano: naturalmente! Roma è libertà vera dell’uomo, è affermazione della famiglia, è universalità. I tiranni dell’individualismo materialista e del classismo, i dissolutori della famiglia, i periferici e provincialisti di tutte le latitudini si ribellano alla romanità; logicamente! Roma è cristianesimo integrale,
 autentico, legittimo. E gli eresiarchi e gli eretici, i vivisezionatori
 del Vangelo vi si ribellano: fatalmente! Nuovamente risuona in modo sempre più assordante nella prassi e nelle teorie incentrate sull’individuo atomo, il germanico Los von Rom (“Lontani da Roma”) che agisce, con moto centrifugo, da denominatore comune di tutti i settarismi, di tutte le divisioni e quel che è più grave, anche la massa degli « pseudo cattolici della neo-chiesa modernista » vengono ineluttabilmente presi nel gorgo anti-romano. Hanno cominciato con il condannare gli « Stati totalitari » come anti-cristiani; poi hanno condannato il Fascismo come « paganesimo » che attenta nientemeno alla « personalità umana »; quindi sono passati a condannare la romanità politica perché attenta alla « libertà delle nazioni »; appresso hanno fatto il processo a tutta la storia di Roma; ma constatata l’esistenza di una romanità religiosa, affermante un primato di Roma nella ecumenicità cristiana, si sono quindi dichiarati per una « Cattolicità senza Roma » (il che, a parer nostro, equivale all’assurdo d’una sfera senza centro), per un « orbe senza Urbe ». La posizione, dialettica o polemica che sia di costoro, finisce fatalmente nella negazione di Roma, nel ripudio della sua disciplina, del suo credo, e, finalmente, nella lotta contro Roma. Ecco perché noi de “IlCovo”, in qualità di fascisti veri e sinceri, riteniamo che sia nostro preciso dovere — ed anche nostro inalienabile diritto — di osservare lo svilupparsi del moto e di opporre ad esso, con spirito di verità e di carità, l’argine della romanità perenne (qui). Chi vuole intendere, intenda!

IlCovo

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EDUCAZIONE MISTICO FASCISTA: il Soldato-Cittadino!

Educazione Mistico fascista - Biblioteca del Covo

Quando, come nel caso specifico de “IlCovo”, che è Scuola di Mistica Fascista, si vuol formare la persona dal punto di vista dell’educazione politica, ci si assume con ciò la responsabilità e il compito di forgiare l’essere umano in senso fascista, vale a dire un uomo insieme politico, economico, religioso, santo, ma soprattutto, innanzitutto, sempre guerriero. Educare, dunque, per conseguire non il cittadino che all’occorrenza diventi soldato, ma il soldato, costantemente milite dell’ideale fascista, che, in tutte le contingenze della vita, appunto perché soldato ideale, vale quale ottimo cittadino. Educare, affinché gli italiani tornino ad essere popolo, in quanto erede di Roma repubblicana, imperiale, cattolica e fascista; affinché possano ritornare a difendere l’affermarsi ovunque nel mondo dell’unico retaggio rivoluzionario, che ha il valore, la potenza e il carattere universale della Civiltà per antonomasia. 
Questo nostro bene, questa nostra forza, questo imperativo della nostra gente, che l’Italia deve propugnare, oggi finalmente può sbocciare di nuovo, contro le cupidigie altrui, contro le resistenze altrui, contro le minacce e le violenze altrui. L’Italia deve difendere un mondo… il mondo romano (qui), difendere una ragione di vita umana, limpida, feconda, ardente, corale, religiosa, contro i mostri della modernità plutocratico-massonica. Perciò dovrà combattere contro i mostri delle invadenze e delle oppressioni meccanico-cibernetiche, che tentano di schiacciare tutto con gli idoli d’oro, d’argento, di ferro, infangando le fonti, distruggendo i solchi, imbruttendo la grazia, uccidendo la poesia, negando la divinità, stupefacendosi e stupefacendo delle proprie illusorie alchimie sproloquianti di progresso, prodotte in serie, nelle loro torri babeliche globali.

INTELLIGENZA -VOLONTA’ – SENTIMENTO

Ma dobbiamo considerare come l’intelligenza, la volontà, il sentimento debbano essere educati cioè condotti, illuminati, ravvivati, resi al massimo efficienti per la preparazione del soldato-cittadino. L’intelligenza del guerriero deve sprizzare da tutti i suoi pori, deve formicolare in tutti i suoi muscoli. Deve aderire alle pieghe del terreno, deve orientarsi secondo il sole, secondo le stelle, secondo i segni delle piante, secondo gli strumenti dell’uomo. Deve acuirsi nella vista, nell’udito, nell’olfatto, deve diventare fulminea immediata, associativa e istintiva.
 Nell’uomo l’istinto è, in percezione e in correlazione, parte delle facoltà intellettive. Deve immedesimarsi nella natura, e perciò deve sviluppare le qualità istintive. Solamente un guerriero, la cui intelligenza è stata educata bene, può valersi di questo fenomeno, scaturito al contatto con la natura dell’animo fattosi nudo e poi rivestitosi di coraggio e poi sublimatosi del pericolo. Ora, l’uomo è educato si dalla vita, è temprato sì dalle avversità e dalle imprese, ma è anche educato e fortificato da un forte e compiuto insegnamento. E l’intelligenza va sviluppata per essere dei guerrieri, abituandola alla riflessione e alla risoluzione, all’osservazione e alla deduzione, al ragionamento breve e alla decisione. Il fascista, allora, deve proiettarsi sulla patria, affacciarsi all’avvenire della patria e la sua intelligenza deve essere ridestata anche nell’obbiettiva, fredda, spassionata osservazione, considerazione e valutazione dei popoli stranieri, delle loro caratteristiche e delle loro possibilità. Chi dovrà combattere, deve conoscere i nemici ed i motivi della Causa per cui lotta. Dunque, al riguardo è evidente l’importanza su quanto e come sia necessario educare la volontà. Il fascista deve sapere che vince chi vuole vincere, che la disciplina è una volontà, che anche l’obbedire è un atto di volontà, che tutto ciò che si eleva è volontà. Deve voler essere un buon soldato-cittadino, volerlo diventare di momento in momento, di fatica in fatica, di avversità in avversità, di sacrificio in sacrificio.
 Deve disciplinarsi nel lavoro, nella sobrietà, nell’onestà e volersi considerare milite dell’ideale in tutti i frangenti. Questo per sé e in sé. Ma non basta!
 Nel moltiplicarsi per il numero dei propri camerati, il fascista deve avere la coscienza di quello che è l’apporto del proprio “Voler vincere” unito a tutti gli altri milioni di “vogliamo vincere”. La modernità borghese individualista e materialista, per la zavorra delle sue invenzioni, per la pesantezza del suo adagiarsi nella vita comoda, per la sete dell’oro, per la crudeltà delle sue tare, per la bassezza delle sue diffuse esigenze, tende e ridurre il sentimento, ad abolire il sentimento. Senza sentimento non vi può essere spirito di sacrificio, non vi può essere amor di patria, non vi può essere forza di carattere, non vi può essere onestà, non vi può essere sano orgoglio. Il sentimento va unito al risentimento, come una strofa all’antistrofe. Non basta avere il sentimento dell’onestà, bisogna nutrire lo schifo della disonestà, dell’ipocrisia, della voracità, della prevaricazione, del favoritismo, dell’accumulismo di poltrone, della vita da poltroni in poltrona. E non basta avere il sentimento della giustizia, bisogna odiare l’iniquità, insorgere a difesa di chi patisce l’ingiustizia, bisogna farsi udire e testimoniare la verità, non aver paura di consorterie, di tabù, delle grane. Questo è davvero fascista! Questo in tutto e specialmente per le conseguenze è lo spirito che anima il vero milite del nostro ideale. In una massa di uomini che vivono a testa alta, che si guardano sempre negli occhi, che amano la giustizia, che arricchiscono virtù con valore, che hanno ribrezzo dell’egoismo, che distinguono le altrui ruberie più o meno camuffate, l’ipocrita, l’egoista e il ladro, necessariamente crepano, come esseri malnati, ai quali sia tolto l’ossigeno.
 Il sentimento comune della giustizia, dell’onestà, della rettitudine deve essere sviluppato, come un onore militare, sino a farlo diventare passione.
 E passione significa dilatare l’animo umano ai confini dell’amore e della morte.
 Passione come amore del giusto e orgoglio di sé. Morte, là dove non c’é più onore, dove non vi può più essere onore. Il sentimento delle armi, della storia patria, dell’eroismo, così come il sentimento del dovere, cosi come il sentimento dello Stato etico fascista, sono necessari per divenire buoni soldati-cittadini. Sentimento, volontà, intelligenza che soltanto l’educazione mistico-fascista (qui) può e deve validamente infondere. Per questo, unicamente essa può aspirare a creare, a forgiare l’uomo nuovo, che sarà insieme l’uomo politico, ma non il politicante; l’uomo economico, produttore fecondo, consumatore sobrio, ma non ladro; uomo religioso, uomo santo; ma soprattutto guerriero; il fascista del domani, quale venne sognato nell’azione e nella lotta dai martiri della Scuola diretta dal martire Niccolò Giani (qui); la nostra più bella speranza! Ecco perché, grazie a Dio, come è giusto che sia e come ebbe già a rilevare il buon Don Ennio Innocenti, il nostro è un apostolato senza tempo che non conta gli anni, ma dove contano il Pensiero e l’Azione!

IlCovo

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INSTAURANO L’INFERNO SUPER-CAPITALISTA SOCIALISTA… MA TUTTI GRIDANO AL FASCISMO!

 

DISTOPIA Italyota - Biblioteca del Covo

…Ognuno di questi stadi nello sviluppo della borghesia fu accompagnato da un corrispondente progresso politico… La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria (K. Marx, Manifesto del Partito Comunista, 1848)

Cari Lettori, questi ultimi anni, davvero assurdi e inqualificabili, sotto tutti i punti di vista, col pretesto della “pandemia assassina” hanno portato ad una evidente accelerazione degli atti  per giungere al “regno” distopico e anti-umano che stiamo vivendo. Come vi abbiamo abbondantemente documentato (qui), i principi  a presidio della nostra Civiltà, in grado di ostacolare e sconfiggere definitivamente tali abominii, sono esclusivamente due: Cattolicesimo Romano e Fascismo. Proprio per questo motivo, entrambi, vengono da sempre globalmente attaccati dalla plutocrazia massonica mondialista, che attorno ad essi ha voluto fosse fatta pubblicamente “terra bruciata”. Tale sorte, però, non è stato possibile riservarla ai “Principi in sé” che tali dottrine incarnano. Noi fascisti de “IlCovo”, proprio su questo terreno ideale, abbiamo voluto opporci, realmente e radicalmente, al corso anti-umano impresso alle nostre vite dal sistema di potere vigente. Noi, fascisti fieri e sinceri a lume di Dottrina politica, abbiamo detto il nostro “NO”, forte e chiaro, riprendendo il cammino ultra-millenario della nostra Civiltà, esortando tutti coloro che ci conoscono a farlo ugualmente! 

Proprio in relazione all’opposizione netta alla nostra Civiltà Mediterraneo-Italica universale, i nemici dell’uomo, ma soprattutto di Dio, si mostrano instancabili (a tale  obiettivo essi dedicano da sempre TUTTO il loro potenziale economico e politico!) nel deviare l’attenzione delle persone dai fatti concreti, per dirigerla contro i LORO VERI nemici, classificandoli come “male assoluto” (qui). Lungo questa china essi mentono spudoratamente e senza ritegno; falsificano e ribaltano fatti storici ed eventi politici. Forti del monopolio mediatico assoluto che detengono e dell’assenza di qualsiasi vero contraddittorio. In questo modo, essi sono in grado di pilotare da decenni anche le potenziali reazioni “sane” della popolazione. Il nemico additato da essi, e da TUTTI i loro lacché compiacenti, al disprezzo ed all’odio collettivo, deve restare sempre e comunque “il fascismo” (qui). Un “Fascismo immaginario” tanto presunto quanto inesistente, sia sul piano politico dei valori che esso propugnerebbe che su quello pratico delle azioni che condurrebbe! Ma la scomoda verità, quella da cui si vuol distogliere l’attenzione dei più a mezzo di tale pantomima, è che oggigiorno è in procinto di essere instaurata la peggior forma di InterNazional-Socialismo super-capitalista mai sperimentata, sebbene il sistema pluto-massonico al potere e la finta opposizione che esso stesso si è costruita a sua immagine e somiglianza, continuano a cianciare di parallelismi col “fascismo”!

Ovviamente, a far da megafono a codesta fandonia planetaria, ritroviamo tutti i “professoroni” (come soleva chiamarli in modo canzonatorio il buon Don Ennio Innocenti!), in servizio permanente effettivo al potere costituito, che si “attivano” allo schiocco delle dita del padrone-plutocrate di turno! In realtà, ciò a cui assistiamo oggi, sotto i nostri occhi, è quanto di più lontano, antitetico ed opposto al Fascismo… ma si continua mendacemente a definirlo tale! Poi, ci sono anche coloro che sanno benissimo che non vi sia nulla di più distante dal Fascismo della realtà politico-sociale odierna, ma per vari motivi, che non vogliamo indagare, tali soggetti TACCIONO facendo finta di non capire.

Nel “gioco delle parti” di cui abbiamo già scritto tante volte, vengono additati in modo alternato al grande pubblico in qualità di “fascisti”, sia i burattini del “governo” e affini, che i gruppi “violenti” creati ed infiltrati dalle stesse istituzioni antifasciste, attivati a comando, come di consueto, nelle “manifestazioni di protesta” pilotate ad hoc, con la medesima strategia della tensione sperimentata negli ultimi 76 anni dagli apparati ufficiali della repubblica delle banane italy-ota (qui).

Con questa tecnica, la disinformazione gestita a livello istituzionale ed improntata al “generalismo mediatico”, ha potuto deviare per l’ennesima volta l’attenzione popolare dai veri maneggi compiuti dal potere politico. Lo sbocco dell’economia “di Mercato” in una forma di socialismo “diretto da una casta” globale risulta inevitabile, proprio a causa della struttura stessa dell’economia socialistica. Tale economia, esattamente come quella “di Mercato”, si fonda sulla burocratizzazione della produzione e sulla concentrazione nelle mani di pochissimi soggetti privati (gli oligopoli o cartelli, in inglese “trust”), sia dei capitali che dei mezzi di produzione. La costituzione di una economia socialistica fondata sulla presunzione di garantire un “migliore tenore di vita” stabilendo di dare “poco a tutti”, si fonda sulle stesse dinamiche materialiste della “economia di Mercato”, che attraverso i cartelli, rende burocratica la produzione e tende ad abbassare sempre più il “costo” del Lavoro (dipendente) ed a massimizzare i profitti in favore di pochi, creando così la categoria non più dei cosiddetti “proletari” ma dei “consumatori”, che dal punto di vista economico-pratico non hanno nessuna differenza con i primi; senonché la direttiva pluto-massonica prevede il de-popolamento globale, ossia la necessità, per chi detiene il potere, di fare in modo che le popolazioni i figli non li facciano più. Nulla di strano, dunque, che la forma attuale di economia globale abbia assunto i caratteri chiari di una economia socialistica. Ai burocrati del Partito Comunista Internazionale, si sono sostituiti gli oligarchi della finanza plutocratico-massonica globalista, ma il risultato è ugualmente ed apocalitticamente disastroso.

La fallacia clamorosa della teoria filosofica di Marx è data dalla stessa realtà che gli va contro, nonché dalla inevitabile sperequazione generata dal materialismo storico e dialettico. Ma, sempre secondo Marx e le sue teorie espresse anche nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, è “necessario” che, per arrivare alla “Società Comunista”, si passi per la “fase Borghese”, fondata sul liberalismo massonico. Dunque, appare chiaro che a fondamento della filosofia materialista di oggi, c’è la filosofia Marxista e opportunamente occorre aggiungere che a fondamento della filosofia marxista, a sua volta, vi è un materialismo individualista la cui radice religiosa anti-cristica è ben più antica. Questo è un dato incontrovertibile e negarlo significa mentire sapendo di farlo. 

Covidiotismo - Biblioteca del Covo

Se oggi si parla di “reddito di cittadinanza” e di “reddito universale”, paventando come prossimo “traguardo sociale” la divisione globale tra chi è “schiavo” e chi invece è “assistito” dal “leviatano internazional-socialista-super-capitalista”, lo si deve alla filosofia Marxista. Infatti, la valvola sociale inerente lo “sfogo politico” socialista è stata anch’essa sapientemente preparata, fin dalla sua nascita, al fine di manipolare quelle che gli stessi sociologi hanno definito brutalmente come “Masse” e che invece la Dottrina Fascista definisce significativamente come “Popoli” (una distinzione semantica niente affatto secondaria, che rivela i fondamenti ideali antitetici ed irriducibili delle due dottrine, vedi qui). Attraverso la diffusione martellante della convinzione che la Vita sia esclusivamente una parentesi “animale”, in cui la pancia non dove rimanere vuota o deve rimanerci il meno possibile, la Plutocrazia massonica mondiale ha pazientemente e gradualmente imposto a livello universale il proprio modello sociale ideale di riferimento. Una delle tappe fondamentali di questa “lunga marcia” plurisecolare fu quella dell’Ottobre 1917, instaurando la più grande forma di Capitalismo affamatore mai realizzata sino ad allora… ma non eravamo ancora arrivati ad ad oggi! A questo proposito, ci tocca rimarcare con fierezza come la preveggenza di Benito Mussolini non abbia eguali. Egli in proposito affermava:

“Giunto a questa fase il super-capitalismo trae la sua ispirazione e la sua giustificazione da questa utopia: l’utopia dei consumi illimitati. L’ideale del super-capitalismo sarebbe la standardizzazione del genere umano dalla culla alla bara. Il super-capitalismo vorrebbe che tutti gli uomini nascessero della stessa lunghezza, in modo che si potessero fare delle culle standardizzate; vorrebbe che i bambini desiderassero gli stessi giocattoli, che gli uomini andassero vestiti della stessa divisa, che leggessero tutti lo stesso libro, che fossero tutti degli stessi gusti al cinematografo, che tutti infine desiderassero una cosiddetta macchina utilitaria. Questo non è un capriccio, ma è nella logica delle cose, perché solo in questo modo il super-capitalismo può fare i suoi piani… Se noi volessimo cedere per pura ipotesi a questo capitalismo dell’ultima ora, noi arriveremo de plano al capitalismo di Stato, che non è altro che il socialismo di Stato rovesciato. Arriveremmo in un modo o nell’altro alla funzionarizzazione dell’economia nazionale. Questa è la crisi del sistema capitalistico presa nel suo significato universale… Bisogna che ad un certo momento l’operaio, il lavoratore della terra possa dire a se stesso e dire ai suoi: se io oggi sto effettivamente meglio, lo si deve agli istituti che la rivoluzione fascista ha creati. In tutte le società nazionali c’è la miseria inevitabile, c’è una aliquota di gente che vive ai margini della società; di essa si occupano speciali istituzioni. Viceversa quello che deve angustiare il nostro spirito è la miseria degli uomini sani e validi che cercano affannosamente e invano il lavoro. Ma noi dobbiamo volere che gli operai italiani, i quali ci interessano nella loro qualità di italiani, di operai e di fascisti, sentano che noi non creiamo degli istituti soltanto per dare forma ai nostri schemi dottrinali, ma creiamo degli istituti che devono dare a un certo momento dei risultati positivi, concreti, pratici e tangibili. Non mi soffermo sui compiti conciliativi che la corporazione può svolgere, e non vedo nessun inconveniente alla pratica dei compiti consultivi. Già adesso accade che tutte le volte che il Governo deve prendere dei provvedimenti di una certa importanza, chiama gli interessati. Se domani ciò diventa obbligatorio per determinate questioni, io non ci vedo alcunché di male, perché tutto ciò che accosta il cittadino allo Stato, tutto ciò che fa entrare il cittadino dentro l’ingranaggio dello Stato, è utile ai fini sociali e nazionali del fascismo. Il nostro Stato non è uno Stato assoluto, e meno ancora assolutista, lontano dagli uomini ed armato soltanto di leggi inflessibili come le leggi devono essere. Il nostro Stato è uno Stato organico, umano, che vuole aderire alla realtà della vita… Noi abbiamo respinto la teoria dell’uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce. L’uomo economico non esiste, esiste l’uomo integrale, che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero“.

(Benito Mussolini, Discorso dello Stato Corporativo, 1933. Cfr. Opera Omnia). 

Dunque, proprio oggigiorno, purtroppo, stiamo arrivando a vedere ciò che lo Stato Fascista aveva impedito e combattuto! Ovvero, il Super-Capitalismo Socialistico globale instaurato, in questa fase, a mezzo di una tirannia sanitaria, con la “funzionarizzazione” dell’economia e l’essere umano ridotto ad un numero spersonalizzato, una cifra che se non permette ai bilanci del governo di poter quadrare, viene semplicemente cassata dai burocrati dell’apparato. Questo perché il fine del materialismo è esattamente questo, in tutte le forme che assume: creare schiavi, uomini senz’anima, pronti per essere sostituiti o eliminati in qualunque momento! Per accelerare la manovra politico-sociale che ci sta portando verso tale inferno in terra, la Plutocrazia Messianista mondiale ha bisogno necessariamente di uno “stato di emergenza permanente”, idealmente sovrapponibile in modo perfetto alla “guerra di classe” permanente prevista dal Marxismo-Leninismo, figlio legittimo del Liberalismo massonico (qui). Hanno costituito la peggior forma di Capitalismo conosciuta e stanno instaurando l’inferno mondiale super-capitalista socialista, ma significativamente TUTTI i fantocci mediatici del sistema gridano sempre all’unisono al pericolo fascista, che concretamente ne costituisce la netta antitesi! (Qui) Per questo, chi ci sta leggendo osservi con attenzione pensiero ed azioni espressi da tutti i soggetti dell’attuale dramma epocale e MEDITI SERIAMENTE SUL DA FARSI! …SIAMO AL BIVIO STORICO DELLA SPECIE UMANA!

IlCovo