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LA “GIORNATA DELL’AMNESIA”: quegli ebrei sterminati “scomodi” e ignorati da tutti!

Risultati immagini per amnesiaI lettori assidui della “Biblioteca del Covo” conoscono bene le nostre inchieste in merito alla cosiddetta “Giornata della memoria” et similia (l’ultima, in ordine di tempo è QUI). Abbiamo, da sempre, denunciato la strumentalità di tali “date comandate”, che purtroppo risultano essere lontane anni luce da ogni intento realmente pedagogico-educativo positivo, riducendo il tutto a forzoso indottrinamento di massa. Poiché tale evento è in realtà degradato a cavallo di Troia della peggiore politica, per veicolare interessi di parte, a tutto danno di quella memoria, che pure, ipocritamente, si dice di voler “onorare” e che invece, di fatto, è volutamente ignorata, a mezzo della parzialità unilaterale dei fatti raccontati che non rende giustizia né alla verità storica né alle vittime. In tal modo, la versione diffusa ufficialmente risulta tendenziosa e pertanto falsata, mostrando di conseguenza quanto i gestori ufficiali di tale evento mediatico siano totalmente indifferenti alla reale dimensione morale dell’ “insegnamento basato sulla storia”. Ogni fatto risulta distorto, nella migliore delle ipotesi; nella peggiore, falsificato a bella posta, per stabilire la permanenza del pregiudizio ideologico antifascista, atto a garantire ad alcune fazioni di interesse politico ed economico, la possibilità di rimanere saldamente al comando del sistema che ci governa.

Basandoci sul fondamento della nostra attività, che è primariamente da sempre la ricerca critica della verità storica dei fatti, senza perciò indulgere in falsi moralismi di sorta, vogliamo quest’anno dare ulteriore seguito alle nostre ricerche. Come di consueto, noi fascisti de “IlCovo” non ci limitiamo ad affermare un assunto, ma lo dimostriamo e lo mettiamo in pratica. Ebbene, vogliamo occuparci, dal punto di vista storico, delle vittime. Coloro che davvero, fuori dalla speculazione politica e propagandistica, hanno subito la violenza dell’ingiustizia ed hanno patito persecuzione e morte, a causa di pregiudizi e in virtù della funzione sociale di “capri espiaotori” assegnata loro da alcune “elites” al comando.

Nella valutazione critica dei fatti, non possono mancare le considerazioni sulla proporzionalità e sulle differenze concrete che ne determinano una diversa analisi sia in sede di giudizio storico che riguardo il giudizio morale. Ad esempio, lo sterminio è diverso dalla segregazione; l’espulsione di una minoranza è diversa da una persecuzione sistematica; la discriminazione politica è diversa dalla deportazione di massa; una campagna politica è diversa da una campagna militare o poliziesca; e così di seguito. Se queste valutazioni sono necessarie dal punto di vista storico per comprendere i fatti e analizzarli correttamente, risultano ancor di più fondamentali nelle Scienze Politiche, per comprendere il fine primo ed ultimo di tali atti. Si tratta di tradurre in pratica la “legge generale” in merito alle Cause di un atto ed ai suoi effetti. Seguendo rigidamente questa impostazione, possiamo dire con fermezza e rigore che, come abbiamo già abbondantemente dimostrato, le “Leggi per la difesa della razza Italiana”, emanate nel novembre del 1938 dal governo Fascista, appartengono senza ombra di dubbio alla categoria della “Campagna politica”, che ha generato una discriminazione all’interno delle stesse categorie oggetto delle leggi, anch’esse considerate dal punto di vista politico. Oggetto di quelle leggi era la distinzione tra quelli che venivano considerati pienamente cittadini Italiani, avendone i titoli, e tutti gli altri soggetti considerati quali “stranieri”. Tutti i “non-italiani” erano considerati “stranieri”. I titoli per esser considerati italiani, e dunque non essere separati dai detentori della piena cittadinanza politica, erano contemplati e rinvenibili in elementi politici non razziali (si legga al riguardo il nostro studio su RAZZISMO FASCISTA E QUESTIONE EBRAICA). Alla definizione giuridica di “cittadino straniero” seguiva una separazione pratica e una considerazione di “cittadinanza apolide” se il cittadino permaneva all’interno del territorio nazionale, negli altri casi l’obbligo di emigrare fuori dal territorio metropolitano italiano, ma non dalle colonie. Gli apolidi, nel caso dei cittadini ebrei, venivano considerati come una comunità straniera. Quindi, soggetti a restrizioni particolari in vari ambiti, ma capaci di dotarsi di propri istituti autonomi vigilati dallo Stato.

Diverso è il caso inerente le “Leggi per la protezione del sangue e dell’onore tedesco” (qui), ove vi è una definita e netta separazione razziale tra la comunità tedesca e tutte le altre, a cominciare da quella ebraica. I principi informatori delle due leggi qui prese in esame, erano sostanzialmente e nettamente diversi. In un caso, quello Fascista, si partiva da una polemica politica, quella anti-sionista (vedere qui); nell’altro, quello nazionalsocialista, si partiva da un principio razzistico strictu e latu sensu. Le considerazioni morali, in base a tali fatti pocanzi descritti, sono entrambe negative. I motivi, però, sono radicalmente differenti. Il Governo Fascista sacrificò una parte della stessa minoranza ebraica, sull’altare della “ragion di stato” e della difesa e sviluppo della sua rivoluzione, essendo convinto dell’ostilità dell’ebraismo internazionale che, secondo Mussolini, dopo la guerra etiopica, si muoveva in una prospettiva decisamente antifascista, arrivando dunque a tali provvedimenti sia per motivi di politica interna che di politica estera, ossia la necessità di consolidare l’avvicinamento alla Germania, unico grande paese a voler intrattenere rapporti di amicizia col regime mussoliniano dopo il 1936, in un contesto internazionale isolazionista nei confronti dell’Italia fascista (vedi R. De Felice, “Mussolini il duce – lo stato totalitario” pp. 312 / 318). Così, attaccando la minoranza ebraica italiana a motivo del pericolo politico dovuto all’infiltrazione sionista nella comunità suddetta, pericolo le cui basi avevano dei riscontri oggettivi che lo rendevano più credibile, il Regime aveva dato adito all’emanazione di leggi “esclusiviste”, non “inclusiviste”, ovvero che partivano da un presupposto di discriminazione “generale”, per poi concedere la possibilità di significative “eccezioni”, invece che partire da un presupposto di esenzione generale, per poi escludere solo i presunti non integrati. Tale impostazione infelice fu frutto proprio di quella condizione di strumentalità che rivestivano i suddetti provvedimenti e diede adito alla pubblicistica dell’epoca di dare alcune prove di deprecabile zelo (si veda il caso del “Manifesto degli scienziati razzisti”). Di tale impostazione delle leggi, fa menzione anche un documentario storico trasmesso dalla Rai: Ebraismo e fascismo

Discorso diverso va fatto per le leggi tedesche di Norimberga, che partono da un presupposto netto, razzistico e persecutorio, strictu e latu sensu.

Detto ciò, come logica premessa a quanto andremo a dimostrarvi, le conseguenze di atti come quelli posti in essere dalla Germania nazionalsocialista non potevano essere diverse da quelle poi inveratesi. Ma Risultati immagini per NAZICOMUNISMOin pochi si sono posti una domanda capitale: da quale pregiudizio sociale è scaturita la campagna razzistica antiebraica in Europa e nel mondo? Presso quale ambito politico aveva trovato per prima cittadinanza lo stereotipo dell’ “ebreo strozzino, ladro, avido di danaro, commerciante infido”, ecc. ecc. ? Da quale concezione  politica proviene primariamente tale retorica ? Ebbene, proviene dal pregiudizio SocialistaNoi, come Associazione “ilCovo”, abbiamo più volte trattato dell’antiebraismo Socialista, intavolando anche dibattiti con alcuni Marxisti odierni (vedere “Karl Marx, La questione Ebraica, 1843“, nella discussione presente qui ). Ebbene: fu l’apostata Karl Marx a formulare la teoria sociale razzistica nei confronti non solo degli Ebrei, ma della religione strictu sensu. Attraverso questa teoria, si è arrivati alla base del pregiudizio sociale antiebraico che ha alimentato in vari modi gli altri Socialismi, da quello tribale-nazional-razziale tedesco a quello economico sovietico. Non è affatto un caso che il partito che Hitler fini col dirigere, ma che non aveva fondato, si chiamasse NazionalSOCIALISTA. Come non è un caso che Himmler abbia studiato i metodi di repressione di Lenin e il sistema concetrazionario comunista, con la relativa Polizia politica. Così come non è casuale che l’alleanza Nazi-Sovietica del 1939, abbia determinato la prassi della pacifica consegna di ebrei ai Nazionalsocialisti (quali prigionieri, dopo la concomitante invasione della Polonia. I Sovietici, all’epoca, nemmeno impedirono che i Nazionalsocialisti perseguitassero gli ebrei polacchi), e che, nel dopoguerra, l’Unione Sovietica abbia attuato un proprio piano di sterminio degli Ebrei in Russia e nei territori da essa occupati (di questo specifico evento si occupa l’ebreo  Louis Rapoport in un libro-inchiesta  che si intitola “La Guerra di Stalin contro gli ebrei”). Dunque, gli ebrei all’epoca erano di già perseguitati, concentrati ed eliminati in quanto “nemici di classe”. Così come tutte le altre minoranze religiose presenti nell’U.R.S.S., additate ugualmente quali “nemiche del proletariato”. Rapoport, nel suo minuzioso studio, ci ricorda che proporzionalmente la minoranza ebraica in Russia fu probabilmente la più perseguitata in assoluto, con circa 600.000, diconsi SEICENTOMILA morti. MORTI DI CUI TUTTI I GENDARMI DELLA MEMORIA DISTORTA ED A SENSO UNICO SI DIMENTICANO, PUR VOLENDO CELEBRARE LA “GIORNATA DELLA MEMORIA”. In tal senso, risulta di già odioso l’aver dato un contenuto razziale a tale giornata, ovvero “ricordando” esclusivamente solo una delle tante minoranze colpite durante l’ultima guerra mondiale. Ugualmente odioso è il “ricordare” avendo riguardo esclusivamente per i “numeri” delle vittime, concependo una gerarchia prioritaria di senso quantitativo, che si focalizza quasi esclusivamente sulla minoranza ebraica. Ma quanto più è odioso che si “ricordino” in modo strumentale ed esclusivamente le vittime cagionate da una sola parte politica! Infatti, le stesse vittime di religione giudaica, seppur eliminate per ordine di un “carnefice diverso” (in realtà complementare, come abbiamo visto) non hanno avuto diritto ad essere ricordate! In un articolo di cui suggeriamo la lettura (qui), si parte proprio da questo presupposto: la “selettività della memoria”, che ne determina immancabilmente la doppiezza e la strumentalità politica. Questo fa il paio con l’esecrabile pratica di tacere a bella posta gli innumerevoli atti del regime fascista rivolti alla salvaguardia degli ebrei internazionali perseguitati dall’alleato tedesco (qui), “ricordandone” invece solo i torti, veri o presunti, allo scopo esclusivo di parificare ideologicamente il Fascismo ed il nazismo, creando così la categoria artificiosa e falsa del nazi-fascismo. Tutto ciò evidenzia in modo inoppugnabile come il sistema politico pluto-massonico antifascista al potere non consideri affatto la Storia quale maestra di vita; ma quale indispensabile pretesto, un presidio irrinunciabile per la propria propaganda politica, rivolta a mantenere inalterati gli equilibri di potere ad esso più congeniali. Tali circostanze condannano senza appello tutta l’ipocrita e fasulla impalcatura mediatica legata alle ricorrenze di questo genere; nenie pretestuose degradate a vuote celebrazioni retoriche, con tanto di “commozioni a comando”, il cui inconfessabile intento è esclusivamente quello di USARE i morti per fini politici, che con la dignità umana e la giustizia non hanno nulla a che vedere! Per questo ribadiamo ancora una volta che Noi fascisti de “IlCovo”, ricordiamo e DENUNCIAMO l’ipocrisia di chi non ha mai avuto interesse per i valori morali, ma solo per il potere ed eventualmente la “borsa valori “. Oggi più che mai, soltanto la verità ci può rendere davvero LIBERI!

Riproponiamo qui la sintesi delle domande del pubblico convenuto alla nostra recente presentazione de “L’Identità Fascista – Edizione del decennale”. All’interno delle tematiche trattate, è stata dedicata un’ampia discussione proprio sul tema oggetto di questo articolo. Ecco un presidio per la diffusione della Verità:

 Sintesi delle domande del pubblico
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IlCovo

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IL FASCIO LITTORIO: simbolo unico del Fascismo!

il Fascio littorio simbolo del Partito Nazionale Fascista.

Potrà sembrare incredibile e surreale, ma oltre 70 anni di menzogne storiografiche e messinscene politiche compiute dal sistema pluto-massonico antifascista (anche a mezzo di tutte le marionette di destra, centro e sinistra ai suoi ordini) nel tentativo di seppellire definitivamente in ogni modo i contenuti veraci del messaggio ideologico di cui era latore il movimento delle camicie nere, sono quasi riuscite ad occultarne definitivamente il vero e fondamentale significato ideale, in base al quale il gruppo politico rivoluzionario fondato e guidato da Benito Mussolini,  si auto-denominò Fascismo, contribuendo a cambiare la storia universale dell’umanità,

Ma perché quegli uomini si sono qualificati come fascisti? Perché il loro richiamo continuo alla Civiltà di Roma, all’unità della società ed alla giustizia sociale? Ebbene, nonostante quelle testé esposte rappresentino le domande più elementari che qualunque mente pensante, scevra da preconcetti e desiderosa di conoscere seriamente e comprendere il Fascismo prima di giudicarlo, logicamente si pone, le corrette risposte a tali interrogativi, sono proprio quelle alle quali, in virtù della mistificazione propagandistica operata dagli avversari del Fascismo, ben difficilmente le masse sono in grado di pervenire. Infatti, attribuendo alla parola “fascismo” qualsiasi significato nefando, confondendolo a bella posta col nazismo tedesco (annullandone volutamente in tal modo l’originalità politica) creando dal nulla il concetto storicamente irrealistico e ideologicamente falso di “nazi-fascismo”, anche col concorso attivo dei gruppi della destra radicale cosiddetta “neofascista”, che si sono prestati attivamente ad alimentare tale equivoco fuorviante (in definitiva è questo il ruolo assegnato dal sistema demo-plutocratico a questi gruppetti politicamente marginali ed emarginati), si sono smarrite tutte le coordinate politico-ideologiche per qualificare correttamente l’autentico messaggio politico fascista. Dunque, va detto a chiare lettere che gli uomini di Mussolini si qualificarono come fascisti avendo essi riconosciuto che i valori politico-sociali nei quali essi si identificavano, erano tutti espressi e racchiusi mirabilmente in un’unico glorioso simbolo, retaggio della nostra imperitura Civiltà italiana, erede prima di Roma: il Fascio littorio!

Come ha scritto lo storico antifascista Emilio Gentile nel suo libro più famoso, “Il culto del littorio”, qualche studioso ha sostenuto che la sovrabbondanza di simboli nel fascismo proverebbe la sua carenza ideologica. Ma una simile interpretazione riduttiva e fuorviante, sottovaluta la funzione e la potenza del simbolismo politico, poiché nella religione, come nella politica, il simbolo è sempre un’interpretazione della vita condensata in un oggetto, in una parola, in un’immagine, in un comportamento, in un luogo o in una persona. Ebbene, proprio il Fascio littorio e solo il Fascio littorio, per tutta una serie di particolari motivi che cercheremo di esporre brevemente, era in grado di condensare in una icona il fine politico del fascismo mussoliniano, quello di pervenire ad una nuova politica, ad un Uomo nuovo, una nuova Italia, in breve ad una Nuova Civiltà Universale nel solco della NOSTRA CIVILTA’ ITALIANA.

Un littore dell’antica Roma.

Ma partiamo dal principio. Due tradizioni erano diffuse a Roma sull’origine del fascio: una lo riteneva autoctono, un’altra lo ricollegava all’Etruria fissandone poi in età tarda la provenienza dalla città di Vetulonia; tale tradizione sarebbe confermata dalla scoperta fatta nella necropoli vetulo­niese di una insegna antichissima di ferro formata da una bipenne infissa in un fascio di verghe, datata alla seconda metà del VII secolo a.C. ed è il più antico fascio che si conosca. Secondo Livio e Dionigi i capi della dodecapoli etrusca avrebbero avuto diritto a 12 fasci corrispondenti alle 12 città federate; però i monumenti che rappresentano magistrati etruschi accompagnati da littori sono tutti di età romana e risalgono al massimo al III secolo a.C. A Roma il fascio sarebbe passato in età assai antica e forse è da accettare la tradizione che ne fissa la venuta durante il periodo di influenza o dominazione etrusca sull’Urbe (Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo). Esso è certamente anteriore alla Repubblica perché le fonti lo considerano come attributo regio pas­sato poi ai magistrati supremi repubblicani. Il fascio romano (fascis) quale è riprodotto in una serie ricchissima di monumenti e quale lo descrivono le fonti, è costituito da un certo numero variabile di verghe (virgae) di olmo o betulla e da una scure (securis) assicu­rate a un bastone che ne costituisce il nucleo e ne forma l’impugnatura. Esso è alto da un metro a un metro e mezzo. Il numero e la grossezza delle verghe decresce dalla epoca repubblicana alla imperiale in cui esse perdono la loro funzione di strumento di giustizia. La legatura è fatta con una correggia di cuoio rosso per mezzo di avvolgimenti orizzontali alternati da pas­saggi obliqui o incrociati; essa procede dal basso in alto lasciando in alto un cappio per appendere il fascio. La scure è sempre collocata nella parte inferiore del fascio; il suo manico termina in un pomo a testa umana o di animale; la lama è di forma varia, quasi sempre inguainata in una custodia di pelle che serve a conser­varla e a proteggere il littore. I littori sono funzionari subalterni della categoria degli apparitores che rimanevano in carica a vita ed erano riuniti in corporazioni. Essi portavano sempre lo stesso genere di abito indossato dal magistrato; erano vestiti di toga a Roma e indossavano al campo il sagum rosso sopra la tunica. L’etimologia della parola littore è probabilmente da licere, cioè citare, far comparire il reo dinanzi al magi­strato. Il fascio era poi usato come strumento di giustizia: le verghe servivano per le pene minori, la scure per la pena capitale. Originariamente il magistrato poteva esercitare la giustizia a discrezione; poi il suo potere fu limitato al territorio fuori della città e solo allora i suoi fasci pote­vano portare la scure; i fasci con la scure potevano anche essere introdotti in città, in occasione del trionfo e quando occorreva punire un delitto di parricidio; in questo caso l’esecuzione, affidata ai littori, aveva luogo nel Foro. Per i delitti privati il magistrato, e quindi i littori, non intervenivano. Oltre che strumento di giustizia il fascio era l’insegna del magistrato che l’amministrava e poi prese il signifi­cato generico di insegna di potere. Accompagnando il magistrato i littori procedevano allineati tenendo il fascio sulla spalla sinistra e un bastone nella destra con cui allontanavano la folla; essi non abban­donavano il magistrato in nessuna circostanza. Il fascio era adorno di alloro in occasione di vittorie e quando il magistrato era proclamato imperator; i fasci dell’imperatore erano sempre laureati; il lauro è però comune anche nei fasci dei magistrati inferiori. Nei funerali il fascio si portava rovesciato. Il littore, oltre che ministro di giustizia, era anche apportatore di libertà: quando uno schiavo era proclamato libero il littore del magistrato che presiedeva la cerimonia lo toccava con una speciale verghetta (vindicta o festuca) alla presenza del magistrato stesso e del padrone, pronunciando una formula rituale. Oltre a quelli dell’imperatore e dei magistrati vi erano altre due categorie di littori: quelli curiatii che pare fossero di spettanza del pontefice massimo e che convoca­vano il popolo nei comizi e quelli dei vicomagistri che annunziavano le feste religiose da loro indette. Il numero dei fasci spettanti a ciascun magistrato era rigorosamente stabilito: sappiamo dalle fonti che il re ne aveva 24, il dittatore 24, i consoli 12, il pretore 6 (nella provincia ove esercitava la pretura). I promagistrati avevano lo stesso numero di fasci dei magistrati corrispondenti se il loro grado era però equivalente (p. es. gli ex—pretori che fungevano da proconsoli non ne avevano 12 ma 6). L’imperatore aveva 12 fasci con l’attributo perenne dell’alloro; Augusto e Domiziano ne ebbero anche 24. I magistrati municipali, gli augustales, i seviri avevano fasci più piccoli e privi di scure. Dopo la caduta dell’impero romano, il fascio sparisce, per risorgere, come tanti ricordi, col rifiorire degli studi umanistici, adorna figure simboliche dell’autorità statale e delle virtù pregiate dei magistrati; compare per­fino negli stemmi gentilizi (card. Mazzarino). Nuova voga ebbe nella rivoluzione francese, che si professava emula dei valori della Res-publica romana, nonché negli stati italiani da essa sorti, ma era di forma ibrida e la scure divenne un’alabarda nel mezzo delle verghe. Comparve poi talvolta nei fasti del nostro Risorgimento per indicare unità e libertà. Risorse come simbolo augusto nazionale quando BENITO MUSSOLINI lo adottò per insegna del movimento da lui fondato (1).

Il Monumento alla Vittoria di Bolzano.

Emblema fondamentale della nuova “era fascista” inau­gurata dalla marcia su Roma, il fascio litto­rio fu il nucleo portante della capillare stra­tegia simbolica di cui il regime fascista si servì nella propria azione di nazionalizzazione del­le masse e di sistematica penetrazione delle coscienze. Il termine «fascio», utilizza­to da Mussolini già nel 1915 per designare il suo raggruppamento interventista (Fasci di azione rivoluzionaria), venne ripreso dal­l’esperienza della sinistra post-risorgimen­tale, per esprimere un tipo di raggruppamento spontaneo caratte­rizzato da un’«unione di forze, piú o meno omogenee, ma tenute fortemente insieme da vincoli ideali e disciplinari, in vista di fi­ni comuni da raggiungere» (B. Mussolini, «Fascismo», in Enciclopedia Italiana, Roma 1932-X). Già prima della fondazione del P.N.F., il sim­bolo del fascio cominciò a diffondersi rapi­damente nell’iconografia fascista assieme a numerosi altri riferimenti all’esperienza del­la romanità. Ancora all’inizio degli anni ven­ti, nell’utilizzo fascista del fascio littorio con­tinuavano a convivere strati di senso diret­tamente riconducibili alla cultura del radi­calismo di sinistra, come la tendenziale va­lenza antimonarchica evocata dallo stesso Mussolini nel discorso di Bologna del 3 mag­gio 1921: «Il nostro simbolo non è lo scudo dei Savoia; è il Fascio littorio, romano e an­che, se non vi dispiace, repubblicano». La successiva storia del simbolo coincide in gran parte con le vicende del processo totalitario attraverso cui il fascismo giunse a con­quistare, con il monopolio del potere, «il pie­no controllo dell’universo simbolico dello Stato». Nel gennaio del 1923, a pochi mesi dall’in­sediamento del governo presieduto da Mus­solini, «il fascio littorio, simbolo di Roma an­tica e della nuova Italia» fece il suo esordio ufficiale sul retro delle monete da 1 e 2 lire, come «segno imperituro dell’avvento del fa­scismo al potere». L’incarico di ricostruire l’originaria versione romana dell’emblema fu affidato a un archeologo di regime, il sena­tore Giacomo Boni, che all’« aspetto arbi­trario» e deformato assunto dal fascio litto­rio nella simbologia rivoluzionaria e risorgi­mentale – con una scure o un’alabarda, sor­montata da un cappello frigio, in cima alle verghe – contrappose un modello raffigu­rante un fascio di verghe con una scure col­locata lateralmente. In questa veste, con un decreto del 12 dicembre 1926 il fascio litto­rio venne dichiarato emblema dello stato, a compimento della dinamica di progressiva fascistizzazione delle istituzioni dal quale era nato il nuovo regime. A partire da quel momento, il processo di capillare diffusione del simbolo del nuovo potere non conobbe limiti e confini: oltre che sulle monete e sui francobolli, gli italia­ni lo avrebbero rimirato sui documenti uffi­ciali, sugli edifici pubblici, sulle uniformi, sui libri, sui cartelloni pubblicitari e persino sui tombini. Per il fascismo al potere, l’em­blema del littorio assunse un significa­to addirittura religioso come espressione del­la tradizione sacra della romanità (2).

Tanto che, nella prima parte del documento cardine del pensiero politico fascista, ossia la DOTTRINA DEL FASCISMO, al punto numero XIII, viene espressamente affermato in modo lapidario quanto segue: Il Fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore d’istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l’uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata. La sua insegna perciò è il fascio littorio, simbolo dell’unità, della forza e della giustizia (3).

Fasci littori al Congresso degli Stati Uniti.

Ma purtroppo, nell’era dell’antifascismo pluto-massonico imperante, siamo costretti ad assistere, anche in questo caso, all’ennesimo scempio della nostra memoria ed alla suprema delle beffe contro la nostra storia. Infatti, i “gestori per conto terzi” della repubblica antifascista Italy-ota, voluta dall’invasore anglo-americano (tutt’ora occupante incontrastato!) non hanno mancato di legiferare ad hoc per scoraggiare ed impedire l’uso del Fascio Littorio da parte dei cittadini italiani e così compiacere servilmente i desiderata del padrone atlantico, ben sapendo che tale simbolo viene invece usurpato indegnamente proprio da chi ci vuole obbligare a cancellare in casa nostra la nostra stessa Civiltà, come mostra la presenza di due giganteschi Fasci Littori che spiccano vistosamente al Congresso degli Stati Uniti d’America.

Stemma dell’Ecuador.

Stemma della Francia.

Sebbene questo non sia l’unico esempio in cui tale icona sia tutt’ora utilizzata ufficialmente come emblema pubblico di rappresentanza nazionale. Dall’Europa alle Americhe, all’Africa, il Fascio littorio è presente in tutti i continenti. Per ironia della sorte, anche la Repubblica francese, da sempre alfiere dell’antifascismo di maniera, nel suo stemma è anch’essa rappresentata da… un Fascio Littorio! Insomma, come disse “QUALCUNO” che sapeva bene quel che affermava… NEMO PROPHETA IN PATRIA SUA! …in questo caso, più che forzatamente! Eppure, se c’é un simbolo diffuso a livello planetario, capace di rappresentare pienamente ed efficacemente il senso della Dottrina del Fascismo, piaccia o meno a lor signori antifascisti di tutte le risme, di tutti i colori e di tutte le latitudini, questo non è lo svastica, tantomeno la croce celtica o la fiamma, né alcun altro  utilizzato dai suoi avversari palesi o travestiti da amici, ma solamente ed esclusivamente il Fascio littorio, che fu, è, ed in tutti casi sarà sempre il simbolo unico del Fascismo!

IlCovo

NOTE

1) In “Dizionario di Politica a cura del Partito Nazionale Fascista”, antologia, volume unico a cura di Marco Piraino e Stefano Fiorito, Lulu.com, 2014, pp. 226 – 227.

2) In “Dizionario del fascismo” a cura di Victoria de Grazia e Sergio Luzzatto, Torino, 2005, pp. 517 – 518.

3) In “La Dottrina del Fascismo”, terza edizione riveduta, 1942, ristampa a cura di Marco Piraino e Stefano Fiorito, Lulu.com, terza ristampa, 2018, p. 18.

 

1 Commento

ECCO PERCHE’ TEMONO IL FASCISMO !

 

Come avevamo già anticipato (QUI), qualcuno dei nostri lettori più distratti, magari, potrebbe ancora non scorgere il nesso che lega imprescindibilmente i fatti di cronaca politica recentissima, alla infinita guerra mediatica scatenata dal sistema pluto-massonico contro la concezione politico-economica e morale del Fascismo, nonostante che questa ufficialmente venga sempre descritta dai “padroni del discorso” come superata e morta, sorpassata e squalificata da tutti i punti di vista (sempre secondo quanto ci dicono i “loro” manuali di Storia) in quanto detentrice, a parere dei “soloni liberal-democratici”, del primato assoluto di concezione volta al male in tutti i campi del vivere umano, dunque un male a tutto tondo, o come ossessivamente lo chiamano lor signori antifascisti, un “male assoluto”!

A nulla, per codesti ipocriti, vale la prima e più logica delle obiezioni che si può muovere loro, ovvero, che non si capisce da quale pulpito si permettono di fare la predica moralistica contro il Fascismo, pur sostenendo a spada tratta il “dis-ordine” politico cosiddetto liberal-democratico, fondato sul privilegio di una ristretta minoranza di speculatori finanziari sanguisughe, che, tanto all’ombra del potere politico ufficiale dei vari parlamenti fantoccio, quanto dei principali mezzi di comunicazione, ormai tutti degradati a servili succursali del loro potere infausto, riempiendosi la bocca di altisonanti e vuoti proclami teorici inneggianti alla libertà ed ai diritti (ma più concretamente le tasche di profitti illecitamente estorti con la frode e gli inganni a danno dei cittadini) perpetuano da decenni e su scala planetaria crimini e ingiustizie innumerevoli, ben più gravi di quelli da essi attribuiti al regime di Mussolini. Ma non c’é niente da fare, quel che conta per la cricca antifascista demo-pluto-massonica globalista è conseguire l’obiettivo della damnatio memoriae  e della cancellazione del Fascismo quale ideale politico positivo e di strettissima attualità.

Mentre tutto ciò, almeno a noi, risulta essere sempre più chiaro, appare ugualmente in tutta la sua evidenza – come dimostrano le odierne reazioni isteriche del sistema antifascista e delle sue cosiddette istituzioni “democratiche” – che una parte consistente del popolo italiano NON ODIA AFFATTO e non ha mai odiato il Fascismo e nemmeno Benito Mussolini (1). Difatti, a meno di voler ritornare all’accettazione acritica della propaganda bellica degli Alleati e della “vulgata marxista”, nessun serio studio storico recente nega l’evidenza di un dato: che durante il “regime di Mussolini” milioni di Italiani furono ENTUSIASTICAMENTE Fascisti, anche durante la guerra 1940-43, così come lo furono pure nella successiva tragica e luttuosa stagione fratricida della guerra civile, imposta dai nemici anglo-americani nel 1943-45. Il volontarismo di quel biennio non ha conosciuto uguali in nessun’altra fase della storia post-unitaria (2). Inoltre, fu il Generale britannico Alexander, come riportato anche da studiosi ex militari inglesi, ad affermare che la “Resistenza” fosse un elemento marginale, all’interno della Campagna d’Italia, di cui gli invasori anglo-americani si sono serviti per facilitare la disgregazione del tessuto politico nazionale dell’Italia invasa (3). Ugualmente acclarato è il fatto che la postilla costituzionale inerente il “divieto di ricostituzione sotto qualsiasi forma del disciolto Partito Nazionale Fascista” sia stata voluta dai vincitori anglo-americani della Seconda guerra mondiale, risultando così presente sia tra le clausole armistiziali del 1943 che in quelle del “trattato di pace” siglato a Parigi nel 1947, entrambi imposti con la forza all’Italia, sicché palesemente essa non scaturì mai da chissà quale “volontà popolare” liberamente espressa dal popolo italiano, ma da un ordine indiscutibile impartito da governi stranieri e occupanti ( così recita l’articolo 17 del trattato: L’Italia, la quale, in conformità dell’articolo 30 della Convenzione di Armistizio, ha preso misure per sciogliere le organizzazioni fasciste in Italia, non permetterà, in territorio italiano, la rinascita di simili organizzazioni, siano esse politiche, militari o militarizzate, che abbiano per oggetto di privare il popolo dei suoi diritti democratici.(4) Dunque, è evidente che il “sentimento anti-fascista” indotto da decenni con tutti i mezzi per volontà degli invasori anglo-americani, sta a fondamento della “repubblica nata dalla Resistenza”, ma non si fonda sul comune sentire del popolo italiano. Tale sentimento è stato artatamente instillato, su mandato degli occupanti stranieri, a mezzo della corrotta casta politico-intellettuale ad essi asservita e da essi destinata a controllare e condizionare la vita politico-sociale della nostra Nazione, la cosiddetta “intellighenzia antifascista”, di destra, centro e sinistra ( senza escludere le propaggini estreme “sinistre” e “destre”) che si è avvalsa di tutti gli strumenti di potere che le sono stati forniti, ovvero la possibilità di legiferare ad hoc e di gestire l’informazione e la cultura del nostro popolo secondo i desiderata dei padroni stranieri.

Tra questi strumenti di cui si è avvalso il governo occupante a mezzo dei suoi “lacchè indigeni”, va inserita, necessariamente, anche la campagna sanguinaria e fratricida dello stragismo dei cosiddetti “anni di piombo”, nell’ambito della “strategia della tensione”. Non siamo solo noi fascisti de “IlCovo” ad affermarlo, bensì decenni di inchieste giornalistiche e giudiziarie che certificano inoppugnabilmente l’eterodirezione da parte dei democraticissimi servizi segreti italiani, a loro volta diretti da quelli statunitensi, delle cosiddette “stragi fasciste” e “brigatiste rosse”, utili per mantenere gli equilibri politici stabiliti dai vincitori anglo-americani della Seconda Guerra Mondiale, funzionali al compito attribuito alla suddetta intellighenzia di galoppini locali per continuare a instillare divisioni politiche e odio fratricida tra gli italiani (5).

Ma, concretamente, cosa temono davvero i plutocrati-burattinai da un Fascismo ovunque non più esistente dal 1945, né come regime governante né quale forza politica operante sul territorio ? Dopo più di 70 anni di propaganda antifascista martellante e menzognera, cosa li spaventa ancora a tal punto da ritenere insufficienti tanto le lusinghe corruttrici del potere partitocratico quanto le minacce coercitive del potere giudiziario, arrivando al culmine di dover provare a fare ricorso addirittura anche al divieto legale della diffusione dei principi teorici di un’ideale che, stando a quel che ci raccontano da decenni, risulterebbe formalmente senza seguito e senza alcuna speranza di trovare consensi? Ebbene, non volendo fare ricorso a lunghissimi tomi né, tantomeno, riproporre tutto quello che al riguardo abbiamo scritto negli ultimi cinque anni, riteniamo che questo breve sunto tratto dal testo ELEMENTI DI ECONOMIA E DI DIRITTO CORPORATIVO scritto nel 1940 dal filosofo fascista Michele Federico Sciacca, possa svelare con esattezza l’arcano del perché di tanto accanimento!

I presupposti dell’ordine corporativo.

Il Corporativismo è il sistema veramente italiano, il primo ordine economico nato in Italia dalle condizioni culturali e politiche della nostra Patria, che per la prima volta, formula un sistema tutto proprio di concepire l’ordine economi­co ed i vari problemi che ad esso sono connessi. Si fonda su presupposti filosofici che vanno cercati nella fi­losofia italiana del nostro glorioso Risorgimento. Nella prima metà del Secolo XIX i nostri maggiori pensatori, Galluppi, Rosmini, Mazzini e Gioberti, reagendo sia all’Illuminismo francese, sia all’idealismo tedesco, s’ispirano al nostro tradizionale spiritualismo. Combattono sia l’indi­vidualismo e l’utilitarismo materialistico della filosofia illuministica, che portavano al conflitto degl’interessi; sia il soggettivismo e il panteismo tedeschi che questo conflitto elevavano a norma di vita e a legge della storia. In nome di un Cattolicesimo rinnovato, essi riven­dicano la necessità della fede, il primato dell’unità morale e l’eternità del vero. Pur senza isolarsi dal fer­mento del pensiero moderno da Cartesio ad Hegel, anzi penetrandone le più profonde esigenze, riescono a portare un nuovo alito di vita nella nostra millenaria civiltà romano-cattolica. Sono davvero « i grandi Maestri della nuova Italia, che bol­larono gli imitatori dei francesi, degli inglesi e dei tedeschi, restituendo gli italiani alla loro missione storica e riavvezzandoli a pensare e ad agire con la propria testa ». La verità non è figlia del tempo, ma è madre del tempo: è luce che gui­da gli uomini e le cose, pur senza identificarsi con gli uomini e con le cose. Essi si appellano sempre ad una fede etica e religiosa, che, al di sopra delle negazioni di­sgregatrici, unisce gli uomini, sudditi e cittadini della stessa Patria, ministri dello stesso Dio, obbedienti agli stessi ideali. Dal punto di vista dello spiritualismo italiano i problemi sollevati dall’Illuminismo e dal­l’Idealismo tedesco vengono posti e risolti sotto una nuova prospettiva. Il pensiero italiano accetta il con­cetto organico della società e dello Stato contro l’indi­vidualismo della Rivoluzione francese, ma senza dege­nerare nella statolatria dello Hegel; considera lo Stato come sovranità etica, ed agente in tutti gli aspetti della vita nazionale contro la dottrina liberale dello “Stato assente e male necessario”, ma pone la sovranità e il con­tenuto etico dello Stato alle dipendenze di un mondo morale che trascende qualunque Stato, perchè trascende la storia, pur operando nello Stato e nella storia dei popoli; rifiuta l’antistoricismo illuministico, ma respin­ge il concetto della Storia come Dio terreno ed unico, concetto che finisce per negare la stessa storia; fa suo il principio della libertà dell’uomo e del cittadino, ma evitando di confondere la libertà con l’arbitrio del sin­golo o con l’assoluta autonomia della volontà, cioè con una libertà che non è propria dell’uomo: respinge il principio dell’ordine naturale che necessariamente diri­ge l’uomo e le cose con un meccanismo che esclude ogni finalità, come respinge la concezione dialettica di que­sto ordine, la quale non lo nega affatto come tale, an­che se gli dà un nuovo significato dinamico, e instaura, al posto di una concezione meccanica della natura u­mana e fisica, una concezione finalistica, nella quale la storia diventa realizzazione d’ideali eterni di verità e di bene e non lotta di forme storiche che si distruggono a vicenda, e la necessità meccanica un mondo illumi­nato dalla Provvidenza divina; respinge ancora, con il con­cetto dell’ordine naturale, l’altro, ad esso connesso, del­l’homo oeconomicus, sostituendovi il con­cetto dell’uomo soggetto spirituale che, dei bisogni eco­nomici si serve come mezzo per la realizzazione dei fini morali, religiosi e politici. Così, il pensiero italiano del secolo XIX, sviluppando i valori della nostra civiltà, come pensiero romano e cattolico, prepara al mon­do una civiltà nuova.

Il contenuto ideale dell’ordine corporativo.

Il Fascismo è il continuatore, diretto del nostro glo­rioso Risorgimento. Senza il Risorgimento, il Fascismo diventerebbe inesplicabile. I problemi che il Risorgimento aveva lasciato inso­luti hanno trovato la loro soluzione nel Fascismo. Con il Fascismo, il Risorgimento italiano continua operante e vivente. Nell’ordine corporativo agiscono, infatti, i concetti filosofici del nostro pensiero del secolo scorso; e i problemi politici, economici e sociali, sorti nel frat­tempo, sono risolti dall’ordine corporativo alla luce di quei concetti speculativi. Certo l’ordine corporativo non s’intenderebbe senza il liberismo, il socialismo del Marx e il sindacalismo del Sorel, ma ciò è vero soprattutto nel senso che il Cor­porativismo rappresenta la soluzione — nel campo economico, politico e sociale — dei problemi aperti da queste dottrine, soluzione operata però contro queste ideologie e in armonia con i principi ideali del nostro pensiero del Risorgimento. In altri termina, per quel che riguarda i problemi econo­mico-sociali, l’ordine corporativo rappresenta il sistema economico, che, muovendo dai concetti fonda­mentali dello spiritualismo del Ri­sorgimento, si è davvero sostitui­to alla concezione meccanica del­l’ordine naturale del liberismo ed ha instaurato una concezione spiri­tuale dell’uomo in generale e dell’attività economica.  In questo senso, l’ordine corporativo, oltre ad essere il primo sistema italiano di economia, è anche il primo sistema economico veramente originale, sorto dopo quel­lo liberale. Vediamone, in breve, il contenuto ideale. Il tratto fondamentale del liberismo economico era la naturalità del­l’ordine economico, realizzato dall’interesse e­goistico dell’individuo. Quando l’istinto del torna­conto personale è debole, i soggetti economici sono au­tomaticamente eliminati in base al principio della selezione naturale. Al contrario, il tratto fondamentale dell’ordine corporativo è la negazione della naturalità dell’ordine economico e del presuppo­sto che esso si realizzi per mezzo dell’istinto egoistico degli individui. Secondo la concezione corporativa, gl’individui anche come soggetti economici non sono mossi soltanto dal loro tornaconto, ma da bisogni spirituali: si servo­no dell’attività economica come mezzo pei i loro fini idea­li, cioè per realizzare i valori dello spirito. A fondamen­to dell’attività economica per il corporativismo non c’è, dunque, un ordine meccanico mosso dall’egoismo, ma un ordine finalistico, che i singoli soggetti spirituali ten­dono a realizzare. L’individuo non è uno dei tanti anel­li che formano la catena della naturalità, ma è forza spirituale, che include nella sua attività le altre forze, assoggettandole e dirigendole verso i suoi fini ideali. Lo scopo che nell’attività economica egli si prefigge è di trovare i mezzi più adatti alla realizzazione dell’ordine economico, il quale però non è fine a se stesso, ma rien­tra in uno dei tanti mezzi necessari al raggiungimento di valori morali, sociali, politici e religiosi, che costi­tuiscono la vera spiritualità dell’uomo. La vita dell’uomo è un dovere che si concretizza in particolari doveri. Come è un dovere cercare la verità, il bene, Dio attraverso la fede, cosi è un dovere realizzare l’utile e l’ordine economico. L’attività eco­nomica pertanto non si determina per l’impulso cieco e meccanico dell’istinto egoistico, ma si svolge per il pungolo interiore del dovere, per quel senso di obbligatorietà, che ogni uomo deve sentire di creare i mezzi adatti alla esistenza fisica sua e degli altri, in una parola, della società e sempre come mezzo per il miglioramento spirituale. Come, però, nella ri­cerca della verità e nel raggiungimento del bene, l’uo­mo, pur dovendo sentire il dovere di conoscere il vero e di praticare il bene, non può con le sole forze della ragione e della volontà attuare questi fini supremi, ma ha di bisogno della Luce e della Provvidenza divine; così, per adempiere ai suoi doveri economici, sociali e politici ha di bisogno dello Stato. L’uomo, non più ato­mo di un aggregato, ma cellula vivente di un organismo sociale, non può adempiere ai suoi doveri verso la so­cietà, senza che faccia parte dello Stato, che è per i singoli la garanzia suprema ed indispensabile del conse­guimento dei loro doveri sociali. L’ordine economico sociale è, dunque, ordine politico e, se non è tale, è distrutto. Senza lo Stato non ci può essere ordine so­ciale, e, dunque, nemmeno ordine economico. I singo­li disperderebbero la loro attività, farebbero prevalere di nuovo l’istinto sul dovere. Se la società, invece, co­stituisce (e deve costituire) un ordine, ciò avvie­ne perchè lo Stato disciplina l’attività dei singoli e la pone a servizio di fini universali. Gl’individui in tal modo, come soggetti realizzatori di questi fini, sono sog­getti spirituali viventi nello Stato, che è forza spirituale capace di elevarli, mediante il sistema dei mezzi (tra cui l’ordine economico) ad enti spirituali. Lo Stato è, dunque, il garante dell’ordine sociale in generale, l’or­ganismo che rende morali i singoli soggetti, imponendo loro una disciplina. È il concetto dello Stato educatore, tanto vicino al nostro pensiero del Risorgi­mento dal Cuoco in poi e molto lontano dal meccanismo naturale e dallo Stato agnostico e neutrale del liberalismo, dall’educazione industriale del List, dalle utopie socialiste e democratiche e dal materialismo del Marx! Lo Stato corporativo o fascista è un’autorità spiritua­le, che contribuisce a rendere i cittadini soggetti spiri­tuali, autorità presente e vivente nei singoli, a cui ripu­gna il neutralismo liberale, perchè la neutralità nel mon­do dello spirito è tradimento. Lo Stato Fascista rappresenta, dunque, un perfezio­namento rispetto allo Stato liberale, «perchè riconduce sotto la sua sovranità i fattori economici, così capitali­stici che operai, che non soltanto non avevano una disciplina legale, ma agivano, per di più come forze contrarie allo Stato » In altri termini, « l’in­teresse economico del cittadino, avuto un posto nell’ordinamento giuridico, perde l’aspetto di una for­za quasi naturale, primitiva, cieca, e assume l’aspetto vero di forza so­ciale; importantissima, fondamentale, forza sociale, ma una delle com­ponenti della vita sociale e dello Stato ». Il corporativismo poggia, dunque, sulla nuova concezione dello Stato Fascista. Esattamen­te è stato detto che « Corporativismo e Fascismo sono termini che non si possono dissociare » (Mussolini).

Lo scambio internazionale e la condanna dell’interna­zionale liberale e socialista.

Il liberismo economico, come sappiamo, basandosi sul principio che le leggi dell’economia, come le leggi del­la fisica, non hanno nè confini nè patria, considerava il mercato internazionale come assolutamente libero o af­fidava al giuoco della domanda e dell’offerta la ricomposizione dei momentanei squilibri della bilancia com­merciale. L’ordine corporativo, invece, nega la natura­lità delle leggi economiche e non riconosce il principio del meccanismo degli equilibri. Con maggiore senso della concretezza storica dell’economia e in base al con­cetto finalistico e spirituale dell’ordine economico, esso condanna l’organizzazione internazionale liberale dell’economia e propugna l’intervento dello Stato nella disciplina della bilancia com­merciale. Il socialismo trasferisce il presupposto internazionalista del liberismo dal campo economico al campo politico e assegna all’internazionale operaia lo scopo di distruggere la società capitalista. L’ordine corporativo nega in pieno anche l’internazionale socialista. A differenza del commercio interno, che trova nel­l’ordine corporativo l’autodisciplina delle categorie sen­za che lo Stato sia esso stesso soggetto economico, nel commercio internazionale, secondo l’ordine corporativo, il solo soggetto economico è lo Stato, perchè soltanto lo Stato, nei rapporti con l’estero, può garantire la piena rispon­denza tra l’ordine interno della produzione e il com­mercio internazionale. L’ordine corporativo annulla, pertanto, (una volta rifiutato il prin­cipio dell’equilibrio meccanico della bilancia com­merciale) il libero scambio con l’estero, che è uno dei postulati del sistema liberale. Con ciò l’ordine corporativo non fa sua la tesi del protezionismo, come per esempio, è stata formulata dal List. Nell’economia nazionale del List e della sua scuola, la protezione dell’industria na­zionale è concepita come una fase transitoria di politica economica fino a quando detta industria abbia raggiunto uno sviluppo tale da rientrare senza pericoli nel meccanismo economico internazionale. Il Corporativismo, invece, nega tale meccanismo ed afferma che l’ordine e­conomico è sempre ordine politico. Non si tratta di modificare il sistema, ma di sostituirlo radicalmente. Lo Stato, con il costituirsi unico soggetto economico nei rapporti economici internazionali, non ha di mira la protezione di una determinata industria, ma la difesa del sistema totale dell’economia nazionale, in modo da sta­bilire una bilancia internazionale tale che la Nazione non sia debitrice degli altri Paesi, cioè che essa non si avvii verso un progressivo impoverimento. Infatti, se la bilan­cia commerciale di uno Stato è sfavorevole, lo Stato è co­stretto, per coprire l’eccedenza delle importazioni, a mandare all’estero metalli o divise, cioè a diminuire la ricchezza nazionale, togliendo la base aurea alla moneta cartacea. La diminuzione della riserva aurea fa perdere alla moneta la base del suo valore e la espone alla speculazione e all’egemonia dei Paesi finanziariamente più forti. Tale debolezza economica e finanziaria si ri­solve in debolezza politica e porta non alla collaborazio­ne tra le varie Nazioni, ma all’egemonia di una Nazione sulle altre. Ecco ciò che il liberismo non considerava, immaginandosi un mondo, che, governato dagli egoismi contrastanti dei vari Paesi, ad un certo momento, per un taumaturgico meccanismo, si trovava tutto equilibrato e pacificato. È precisamente questo meccanismo, nei rapporti in­ternazionali, o nel commercio interno, che nega l’or­dine corporativo, e con un più vivo senso della realtà, sa benissimo che esso, proprio in base al principio del­la selezione naturale, si risolve nel predominio economi­co e politico degli Stati forti sugli Stati economicamente meno dotati. Da qui la necessità, posta dall’ordine cor­porativo, che lo Stato disciplini gli scambi con l’esterno mediante il controllo delle dogane e con l’incoraggiamento della produzione nazionale. L’espe­rienza ha dimostrato che, con la protezione e gl’incorag­giamenti dello Stato, noi abbiamo impegnato e vinta la battaglia  del grano e ci siamo resi autonomi in altre sfere di produzione. Il protezionismo, come è in­teso ed applicato dallo Stato corporativo, è suscitatore e potenziatore delle risorse e delle energie nazionali. Quanto abbiamo detto è la premessa necessaria per realizzare il principio dell’autarchia economica, che oggi è la parola d’ordine dello Stato Fascista, perchè è la condizione indispensabile della nostra indipendenza politica; che, con l’altro dell’equilibrio della bilancia commerciale, attua lo Stato corporativo come unico soggetto economico dei rapporti internazionali. Nè l’autarchia significa isolamen­to economico della Nazione rispetto alle altre e dunque restringimento della sua espansione economica, in quanto l’autarchia si riferisce soltanto alle materie indispensabi­li per le esigenze della vita nazionale, ma non agli altri innumerevoli prodotti, di cui l’importazione può conti­nuare compensata dalle esportazioni dei mezzi nazionali. Nell’autarchia l’ordine corporativo raggiunge il suo ul­timo fine, perchè realizza la potenza economica e politi­ca della Nazione.

…ecco le parole la cui attualità sconvolgente, a quasi 80 anni dalla loro stesura, rendono chiaro cosa temono davvero i pluto-massoni globalisti e tutti i loro servi. Nessun nazi-fascismo, nessuna dittatura o tirannia, nessuna proclamazione di razze superiori o inferiori, nessuna salvaguardia di interessi di classe o di parte… invece è evidente, dalla serena lettura di quanto appena osservato nel precedente documento, come essi paventino esclusivamente l’avvento di una nuova CIVILTA’ POLITICA UNIVERSALE! …capace di scardinare e sradicare i loro principi materialistici e individualisti; un nuovo modello politico in grado di sostituire il sistema del libero scambio incentrato sullo sfruttamento capitalistico a vantaggio della minoranza di sanguisughe plutocratiche, con il sistema nazionale e popolare retto dallo Stato Etico Corporativo, capace di instaurare una nuova concezione spiri­tuale dell’uomo e dell’attività economica… non più, dunque, la dittatura della legge del mercato e dello spread che arricchisce la cricca degli speculatori finanziari, gettando il popolo nella disperazione, ma l’imperio della legge morale, dello Stato etico fascista, che armonizza gli interessi di tutte le categorie allo scopo di tutelare il bene materiale e morale di tutta la collettività nazionale… ecco svelato il mistero di una speranza che non riescono ad uccidere nè a debellare, nonostante decenni di tonnellate di fango gettati  sul suo buon nome, perché desiderio connaturato alla nostra natura umana fatta di spirito e materia che anela al bene ed all’equilibrio, perché vissuto quotidiano radicato nello spirito della nostra civiltà, che è nazionale ed universale ad un tempo, come lo fu Roma, perché è esso stesso in continuità con ROMA, ecco svelato il mistero del fascino eterno del Fascismo… l’ideale “ufficialmente morto” che non morrà mai!

IlCovo

NOTE

(3) Esemplari al riguardo le ammissioni dello storico militare antifascista, nonché ex ufficiale britannico durante la campagna d’Italia, Eric Morris nel suo libro “La guerra inutile”, Milano, 1995;  Qui un indignato Nicholas Farrell, nel ricordare che la vittoria della campagna d’Italia è stata ottenuta dagli anglo-americani, si domanda retoricamente se …”non è ora – dopo 70 anni – di affrontare una semplice verità, che la Resistenza in Italia era completamente irrilevante dal punto di vista militare”.

(4) Cfr. Armistizio Cassibile ( qui ): articoli 29, 30, 31, 33; dove l’articolo 30 recita testualmente: Tutte le organizzazioni fasciste saranno, se questo non è già stato fatto, sciolte. Il governo italiano si conformerà a tutte le ulteriori direttive per l’abolizione delle istituzioni fasciste, il licenziamento e internamento del personale fascista. Per il testo del Trattato di pace di Parigi del 1947 vedi ( qui ).

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2018, SEMPRE DI PIU’ E SEMPRE MEGLIO!

Rapporto annuale

Carissimi lettori della “Biblioteca del Covo”, anche l’anno appena trascorso è stato un anno di grande crescita ed in tal senso di soddisfazioni per il nostro blog, possiamo anzi affermare che fino ad oggi è stato quello in cui siamo cresciuti maggiormente, grazie alla vostra assidua frequentazione di questo nostro piccolo spazio virtuale dedicato primariamente alla verace conoscenza ideologica del Fascismo ed al confronto con la realtà politica contemporanea, analizzata alla luce dell’etica e della morale fascista. In tal senso, come chi ci legge assiduamente ormai ha ben compreso, possiamo certamente affermare che il nostro piccolo blog rappresenta davvero uno spazio di analisi e confronto politico-culturale assolutamente unico nel panorama mondiale.

Con gli auguri per un anno sereno, all’insegna del vero cambiamento, quello che peroriamo senza sosta, “IlCovo” è lieto di condividere con i suoi lettori il rapporto dell’attività annuale.

La media annuale è in crescita inarrestabile; praticamente raddoppiamo sempre i lettori di anno in anno. Per un totale di quasi 89.500 visitatori unici dall’apertura del blog; anche quest’anno, rispetto all’anno passato, abbiamo aumentato costantemente la media: nel 2018 siamo arrivati quasi a 25.000!

Questo senza dimenticare il nostro archivio d’eccellenza costituito dal Forum “IlCovo.”

Sito costantemente visitato, con iscritti e visitatori unici sempre in aumento: con un totale di 408.285 visitatori unici ; e con l’impressionante cifra di 11.203.726 di visite !!!!!

I 10 articoli più letti e diffusi nel 2018, segno che la nostra attività ottiene il risultato sperato, sono i seguenti:

  1. LA COSTITUZIONE ANTIFASCISTA: BASE DELLA DISTRUZIONE!
  2. La Dottrina
  3. La Civiltà fascista
  4. ERMINIO SOMMARUGA – L’EROE DI “MARSALA del 24 luglio 1943!
  5. 22 luglio 1943: PALERMO CADE…COMBATTENDO!
  6. Il Metodo Massonico per “inviare messaggi “subliminali”… a chi non ha più coscienza di sé e del mondo reale!
  7. 75°ANNIVERSARIO DELLO SBARCO-INVASIONE DELLA SICILIA: FINALMENTE LA VERITA’!
  8. La Dottrina Fascista: la Rivoluzione Morale di cui il mondo ha bisogno!
  9. DEGRADARE L’IDENTITA’ FASCISTA A SOCIALISMO NAZIONALE – ennesima trama delle “correnti politiche funzionali allo “status quo” demoplutocratico
  10. LA PROFETICA DENUNCIA DEI FASCISTI EBREI CONTRO IL SIONISMO

Inoltre, la nostra piccola “voce” di autentici fascisti si fa “sentire” sempre più anche in tutto il mondo, utilizzando sempre e solamente la lingua italiana! Questi i paesi che, quest’anno, hanno più visualizzato il nostro blog, in ordine decrescente per numero di visite:

Italia
Stati Uniti
Regno Unito
Brasile
Francia
Spagna
Germania
Russia
Canada
Svizzera
Argentina
Colombia
Grecia
Ucraina
Irlanda
Ecuador
RAS di Hong Kong
Cina
Malta
Belgio
Portogallo
Australia
Finlandia
Perù
Paesi Bassi
Messico
Israele
Norvegia
Austria
Romania
Tunisia
Cile
Giappone
Sudafrica
Svezia
Repubblica Ceca
India
Danimarca
Portorico
Croazia
Unione Europea
Bolivia
Slovenia
Uruguay
Indonesia
Bulgaria
Panamá
Filippine
Ungheria
Polonia
Slovacchia
Albania
Corea del Sud
Nuova Zelanda
Repubblica di Macedonia
Vietnam
Moldavia
Singapore
Turchia
Thailandia
Costa d’Avorio
Marocco
Serbia
Montenegro
Gabon
San Marino
Lituania
Città del Vaticano
Senegal
Lussemburgo
Armenia
Bosnia ed Erzegovina
Monaco
Bielorussia
Venezuela
Repubblica Dominicana
Honduras
Congo-Brazzaville
Mozambico

All’inizio di questo anno, dunque, con grande fiducia siamo sicuri che sapremo coinvolgervi sempre più, sia per i contenuti che vi sottoporremo, che per le novità in programma.

Grazie dai fascisti de “IlCovo”!

…E AVANTI! …VIVA IL FASCISMO, VIVA BENITO MUSSOLINI !

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I CASI DELLA VITA: CRONISTORIA DI UN INGANNO!

Risultati immagini per DEA BENDATAVogliamo cominciare questa nostra disamina,   prendendo in prestito queste parole : “E’ un caso che operazioni anomale in borsa non siano state tenute sotto controllo? E’ un caso che 15 visti di ingresso [ai terroristi] vengano concessi nonostante la documentazione incompleta? E’ un caso che le procedure di emergenza della aviazione civile e militare non siano state rispettate? E’ un caso quando un’emergenza nazionale non viene comunicata in tempo ai superiori responsabili? Per me il caso avviene solo una volta[…]” (Cfr. Mindy Kleinberg, vedova, il cui Marito è morto sul volo AA11; dichiarazione alla commissione indipendente per la strage dell’ 11/9/01).

Parole chiare e forti di una donna davanti al cui dolore ci inchiniamo, una sofferenza frutto di una palese e criminale ingiustizia subita e che riassume esattamente ed in modo puntuale, il nocciolo di tutte le questioni legate ai fatti di cronaca di questi ultimi, tumultuosi e drammatici anni. La domanda è legittima, ma crediamo che assuma anche un aspetto retorico, viste le prove indiziarie presenti, che riteniamo ormai schiaccianti. Mindy Kleinberg usa la retta ragione. Si domanda, infatti, come sia possibile che un numero così alto di quelli che sono stati ufficialmente definiti come “casi”, si sia inanellato generando una sequenza così precisa di fatti tragici. Sarebbe magnifico se questa stessa domanda, relativa alla tragedia epocale che ha innescato un effetto domino  inarrestabile a livello globale, ovvero la strage delle “Torri gemelle”, venisse posta da TUTTI i cittadini in possesso di una coscienza e dotati di senso critico in merito a fatti che abbiamo visto svolgersi sotto i nostri occhi – chi attonito, chi indifferente; pochi davvero attenti – ma tutti senza battere ciglio. Per la Signora Kleinberg “il caso”, se e quando davvero si presenta, plausibilmente può verificarsi una sola volta! …come darle torto! Fermo restando che, determinati fatti, in certi ambiti, comunque NON avvengono MAI per caso! Anche quando i fatti sembrano frutto di eventi “fortuiti”, nell’ambito dei governi e dei servizi di intelligence, tali eventi avvengono SEMPRE a corollario di azioni concertate, magari, in casi rarissimi, sfuggite di mano, ma comunque precedentemente pianificate e realizzate a tavolino. Ecco che allora, partendo dall’episodio summenzionato relativo al valore da attribuire al concetto di “caso” in ambito politico-sociale, vogliamo porre all’attenzione dei nostri lettori, in ordine cronologico, alcuni eventi su cui, siamo certi, il summenzionato “caso” non ha giocato nessuna parte. Fatti in merito a cui lo svolgersi dei quali con i relativi effetti provocati, siamo sicuri, saranno anche per voi, prove evidenti e CERTE che il “caso” o  se preferite i “casi” della vita, non c’entrino nulla con gli eventi in questione!

  1. Partiamo dal gennaio 2016, quando viene istituito il “reato di negazionismo”. E’ un elemento, insieme a quelli che seguiranno, che trattiamo a mo’ di esempio, per scandire gli atti della prassi antifascista globale, in mezzo a mille fatti consimili. Ne abbiamo già parlato qui. Ebbene, i giuristi seri a livello globale protestano. Ovviamente nel SILENZIO ASSOLUTO dei media asserviti al sistema mondialista, che invece, vista anche la concomitante scadenza della “giornata della memoria”, focalizzano il provvedimento come un positivo “traguardo” giuridico conseguito. Si tratta della promulgazione dell’ennesimo reato d’opinione, inserito attraverso il cavallo di Troia dell’ “indignazione” ad orologeria eterodiretta dai media a mezzo della presenza strumentale nel mondo della cultura di chi “ancora nega la realtà del genocidio anti-ebraico”. Ecco come un abominio storico favorisce la realizzazione di un ulteriore abominio giuridico; perché se è vero che è semplicemente stolto negare in toto il fatto storico in sé, quello appunto della persecuzione anti-ebraica tedesca nell’ultima Guerra Mondiale, è anche ignobile e assurdo perseguitare e incarcerare chi esprime un’opinione diversa, anche se assai discutibile. Peggio ancora, poi, se invece di trattarsi di “opinione”, si tratta di ricerca storica. Vi sono degli Storici che hanno eseguito ricerche, di vario genere e non tutte tese a negare in toto i fatti, ma comunque corredate da documentazione, in molti casi degna di essere discussa, relativa alla presunta confutazione dello sterminio di massa degli Ebrei. Ovviamente, tali “ricerche” possono tranquillamente essere smentite. Ma, in tal caso, tale smentita, che necessariamente va argomentata e basata su riscontri probanti, NON PUO’ essere ragionevolmente rimpiazzata in favore dell’intervento giuridico repressivo internazionale delle polizie, che così facendo troncano un dibattito storico, aprendo le patrie galere indistintamente a coloro che semplicemente, sia in modo scientifico, cioè suffragato da ricerche, che semplicemente stolto e provocatorio, ma comunque esclusivamente, contestano in parte o negano completamente un evento storico! Poiché, risulta del tutto evidente, che così facendo il “reato di negazionismo”, costituisce un ulteriore presidio strumentale per colpire tutti i dissidenti rispetto alle cosiddette presunte verità ufficiali, istituzionalizzando, di fatto, l’ennesimo reato di opinione e riaprendo così la “caccia alle streghe!”
  2. Proseguendo in questa simbolica analisi cronologica di alcuni fatti paradigmatici, passiamo al luglio 2017. Dopo una “inchiesta” partita non a caso dal giornale emblema del sistema di potere vigente, “la Repubblica”, l’allora presidenza della camera mostrava di “indignarsi” perché da ben 17 anni esiste un piccolo movimento, i “Fasci italiani del lavoro” che reca il simbolo della repubblica di Mazzini (anche quello un Fascio) e che presenta nello statuto alcune disamine STORICHE in merito alle verità della dottrina del Fascismo, rappresentata diversamente dal Moloc aberrante tramandato ai posteri dall’antifascismo di stato. Tale gruppetto politico, entrato poi, come di consueto, nella sfera del cosiddetto “neo-fascismo” quasi subito dopo la nascita, commetteva il “terribile delitto” di presentarsi nel corso degli anni all’elettorato, legalmente vidimato e bollato dalle apposite commissioni elettorali, avendo persino l’ardire di far eleggere proprio nel 2017 un proprio consigliere comunale in uno sperduto paesino del mantovano; davvero troppo per santa democrazia antifascista! …così, all’improvviso, con apposita richiesta degli alti papaveri del parlamento dell’allora governo Gentiloni e successiva inchiesta giudiziaria a comando, tale soggetto politico marginale viene accusato addirittura di essere un soggetto “sovversivo che in violazione della norma XII norma transitoria si sarebbe macchiato del reato di tentata ricostituzione del disciolto partito nazionale fascista”. Un gruppetto che NON RISULTA AFFATTO FASCISTA proprio ai sensi della legge costituzionale, pur avendo in principio elaborato a suo tempo degli opuscoli che riportano alcune analisi storico-politiche di pregio. Ebbene, dopo 18 anni, i fondatori del suddetto gruppetto, alcuni dei quali non frequentano più tale soggetto da oltre quindici anni! …ebbene, vengono tutti accusati di “sovversione, razzismo e violenza”, pur non avendo MAI né teorizzato né attuato, né l’uno né gli altri e pur non avendo avuto mai nessuna intenzione di “ricostituire il disciolto partito nazionale fascista” dando vita a quel soggetto politico, fatto questo che in tutti i casi risulta oggettivamente impossibile per chiunque nelle attuali condizioni storico politiche. Sarà forse un caso che si sia attuata tale pantomima nel periodo precedente la campagna elettorale per le elezioni nazionali al fine di rinfocolare l’odio antifascista e che, sempre casualmente, con un evidente stratagemma si sia inteso colpire direttamente anche noi fascisti del Covo? (QUI)
  3. Ed infatti, a fine luglio dello stesso anno 2017, si approva alla camera (ma non al Senato!) la cosiddetta “legge Fiano” ( qui e qui ). Un provvedimento per cui non solo rappresenta reato il semplice tentare di riformare un qualunque partito di ispirazione fascista, si badi bene, non solamente la rifondazione del disciolto Partito Nazionale Fascista. Ma per il quale costituisce reato anche solamente il DIFFONDERE i contenuti della dottrina fascista. In tal modo istituzionalizzando come reati perseguibili tanto l'”associazione” quanto l’opinione (…formalmente entrambe garantite a livello costituzionale!), passando adesso ulteriormente al reato di possibile INTENZIONE, negando così in toto lo studio, la comprensione e la diffusione di un dato pensiero politico! …ecco teorizzato e quasi definitivamente legalizzato lo psico-reato di orwelliana memoria, voluto così fortemente, non a caso, proprio dai cosiddetti liberali fautori del mercato globale !!
  4. Il 2018 inizia così con la campagna elettorale inerente le elezioni nazionali di marzo. Durante questo periodo, immancabilmente, arrivano ad assurgere, sempre “casualmente”, al ruolo di protagonisti mediatici i cosiddetti “neo-fascisti” del primo, secondo e terzo millennio (vedere qui e qui). Ebbene, il cliché sapientemente ripetuto da tempo, viene riproposto ossessivamente dai media e dato in pasto alle masse… e puntualmente, tra presunte violenze a comando e ammiccamenti al “sovranismo europeo keynesiano”, gli utili burattini del sistema, in quanto soggetti descritti come impresentabili, favoriscono più o meno direttamente (per ciò che attiene la loro microscopica parte recitata in questa mega tragica messinscena) la vittoria dei finto-sovranisti giallo-verdi, sui quali aleggia il “fumo di Londra“, concretizzando in tal modo la tattica del “doppio standard”, in atto per dare una boccata di ossigeno al cadavere plutocratico Euro-globale, che vede da sempre l’alternarsi di governi, ora di centro-destra ora di centro-sinistra, con la ciclica nascita di presunti soggetti che dovrebbero opporsi al sistema vigente, ma che sempre e comunque si rivelano alla fine dei giochi tutti burattini della plutocrazia bancaria mondialista!
  5. Giungiamo all’agosto scorso, quando, come nostro costume, documentiamo la falsità dell’ “inganno finto-sovranista” (qui) denunciando che di governi che vogliono davvero cambiare la politica in meglio e farla finita con l’europeismo impostoci dall’alta finanza speculativa mondialista, in “parlatoio” non ce ne sono MAI stati! Nel frattempo, la cosiddetta “cultura ufficiale”, si destreggia sempre e comunque nella campagna mediatica e politica antifascista, chiamando all’appello, questa volta per “contro-bilanciare” le proprie fesserie più becere, anche le “penne antifasciste pacate”, più degne di rappresentarlo agli occhi dei “moderati”: è il turno degli indignati “insospettabili” di antifascismo trinariciuto, ossia  il giornalista Veneziani (qui), e la docente universitaria Tarquini (qui). Nell’articolo di Veneziani, intitolato “L’Antifascismo dei cretini”, si discetta sull’ultima trovata propagandistica idiota partorita dagli antifascisti più esaltati. Dove essi si sono inventati un cumulo di retoriche e insulse sciocchezze chiamato “fascistometro”, per far divertire “grandi e piccini”, in cui l’aspirante “fascista” deve compilare un questionario nel quale deve rispondere alle più retrive, buffonesche e insultanti domande in merito a ciò che egli “sente” di essere. Ovviamente il risalto dato dai media servi del sistema, ad una trovata così scandalosamente stupida nella sua inutilità, è massimo. E le “penne” del giornalismo antifascista, soprattutto quelle travestite di “carità pelosa”, che non disdegnano di strizzare l’occhio ai presunti simpatizzanti di un fascismo inesistente, che porta voti ai soliti noti del cosiddetto centro-destra, sono andate in “brodo di giuggiole” nel destreggiarsi in critiche scontate su tali temi insulsi. Il Veneziani, come al solito, col suo stile doppio, volutamente ambiguo, critica gli antifascisti per essere “peggio dei fascisti”, qualifica che egli, da vecchio intellettuale destrorso missino che di dottrina fascista poco mastica e in nulla comprende, appioppa al gruppo di “Casa Pound”, vittima, a suo dire, dei “boia” antidemocratici (SIC!). Un cliché, quello del giornalista sistemico, mai mutato negli anni e che ora “si spende”, restando sempre ancorato alla dicotomia politica farlocca della divisione del corpo sociale in “destra e sinistra”,  in favore degli altri compari finto contestatori che sono attualmente al governo. Così come la campagna elettorale di “Casa Pound”, sempre per puro caso, si è di fatto spesa oggettivamente per Salvini. Così il cerchio si chiude. Più sottile e subdolamente “intelligente” l’antifascismo “moderato” messo in mostra dalla dottoressa Tarquini. Nel suo articolo per il “Corriere della Sera”, dal titolo “Il fascismo immaginario di Pasolini, Bobbio, Eco eccetera…”, ha teoricamente inquadrato perfettamente il problema e lo ha “risolto” nel senso del più esemplare antifascismo di stato. Antifascismo sì, ma non quello ridicolo e retrivo del rozzo fascistometro (e questa in sostanza la differenza tra le diverse  facce “di bronzo” della medaglia antifascista!). La dottoressa, che conosce perfettamente i termini del problema, cosa va ad affermare? Né più, né meno, quel che già abbiamo evidenziato essere “l’essenza dell’antifascismo”, risultante dai nostri studi e dai nostri articoli. Ossia che è falso e scorretto attribuire la patente di “fascista” e di “fascismo” senza soluzione di continuità e in modo strumentale a tutta una serie di gruppi e fenomeni politici che oggettivamente nulla hanno in comune né dal punto di vista filosofico né da quello politico con esso; il Fascismo ha delle peculiarità uniche ed esclusive sue proprie. Ovviamente, stando al parere della docente antifascista, tali caratteristiche sarebbero TUTTE NEGATIVE, ma da non banalizzare. Inoltre, proprio a fronte del commento all’ “autrice del fascistometro”, cosa afferma la dottoressa? Che, ovviamente, il presunto quanto inesistente “fascismo”, sarebbe  stato “evoluto” all’interno delle strutture finanziarie globaliste! Udite, udite! Quale regalo all’antifascismo di stato, che da sempre, come abbiamo già detto (qui), vuole a sua volta identificare come “fascismo” tutto ciò che in realtà costituisce il prodotto marcio della propria essenza liberale oligarchica, al fine di alimentare la propaganda e l’ottenebramento dei cervelli a danno delle masse popolari. Insomma, la Tarquini è riuscita nell’impossibile! Attuare in concreto quanto essa dice di negare, in un articolo elaborato, almeno in teoria, proprio per criticare ciò che lei stessa di fatto poi ha scritto!
  6. Arriviamo così praticamente a ieri, con la sceneggiata sulla cosiddetta “manovra del cambiamento” dell’inesistente Governo del cambiamento! Una trovata che si è, mano a mano, rivelata la solita buffonata farsesca, che ha mostrato la classica “montagna” che partorisce il proverbiale “sorcio” (qui). In questo contesto, con la “brexit” che si mostra sempre più come una “entrix” (qui) …dove bisogna sempre tenere tutte le porte aperte! …scoppia la “rivolta dei gilet gialli” in Francia (qui). Guardate voi i “casi” di cui stiamo trattando: Macron, supera il deficit di 3 punti percentuali, quando la serva scema italyota non può andare oltre il 2%. Proprio in questo contesto, i “gilet gialli” si trasformano in “frange sovversive e violente”, mettendo a ferro e fuoco la ex Gallia. Una protesta che ha sicuramente dei motivi più che fondati, ma che come al solito  viene “trasformata” in bagarre… e cosa accade in questo contesto? Macron è “costretto” a “concedere” più “ammortizzatori sociali”, ma poi, allo stesso tempo, si corre ai ripari e la Francia è “funestata”, guardate voi sempre i “casi della vita”, dall’ennesimo atto del solito “terrorista” che “capita sempre al momento opportuno”, stavolta a Strasburgo, che, ovviamente sempre indisturbato, entra in un mercatino di Natale iper-sorvegliato, spara a vista, con mira da tiratore scelto, e ammazza a sangue freddo 4 poveracci (qui e qui ), subito spacciati dai media servi del sistema, in questo caso anche sciacalli, quali martiri filo-europeisti. Come finisce la vicenda dell’ennesimo “terrorista” capitato sempre al “momento opportuno”? Ma ovviamente con la sua morte, che consente di non sapere nulla!  …casualmente, dopo esserselo fatto sfuggire, cercandolo in tutta la Francia e in Germania, dunque volatilizzatosi inspiegabilmente per 48 ore dopo l’attentato, sempre secondo le autorità, mentre era praticamente restato nel proprio quartiere ossia “a casa sua”; ebbene dopo tutto ciò, però, i solerti gendarmi transalpini, “fatalità”, fanno di meglio e lo fanno secco in circostanze a dir poco sospette! (qui).
  7. …e di fatalità in fatalità, nel mese di dicembre 2018, mentre va sempre in scena sui media ufficiali solo la farsa sui numerini e gli zero virgola della manovra, in sordina si è discusso da parte del cosiddetto “Governo del Cambiamento”, se l’Italia avrebbe aderito o meno su “invito” dell’O.N.U. al criminale progetto del Global Compact for Migration,(qui) un trattato capestro che vincola i paesi sottoscrittori ad accettare incondizionatamente sul proprio territorio tutti gli emigranti di qualsiasi provenienza, facilitando le O.N.G. schiaviste nella loro lucrosa tratta degli schiavi, impedendo legalmente qualsiasi critica a tale apocalittica speculazione, ordinata dalla finanza pluto-massonica mondialista, capitanata dal finanziere Soros e dai suoi amici del “gruppo bilderberg”. Ebbene, il capo del “Governo del cambiamento”, Conte, si era detto fin da subito favorevole! …mano a mano, però, che la notizia rimbalzava sui media liberi dell’informazione presenti in rete (e solo li !) il “Governo del cambiamento” è stato subissato da una valanga di proteste al riguardo …morale della favola, i giallo-verdi, insieme al PD, Forza Italia ed a tutto il resto degli arnesi politicanti del “parlatoio”, hanno preso per i fondelli tutto l’elettorato italiano, dicendo di aver approvato solo il Global Compact per i rifugiati, che farebbe delle significative distinzioni rispetto all’altro documento. L’impressione penosa che si ha è che si sia voluto giocare solo sui termini, per rendere accetto al popolo il provvedimento chiave del progetto globalista della cosiddetta UE, che cancellerà nazioni e popoli del continente europeo rendendolo una landa popolata di schiavi senz’anima, senza passato e senza futuro, governati da una ristretta cerchia di pochi danarosi inamovibili privilegiati…insomma, quando la finanza ordina, i burattini del parlatoio ubbidiscono TUTTI ai loro ordini, checché al cosiddetto “popolo sovrano” piaccia o meno!
  8. Sempre “ieri”, e sempre molto “casualmente”, l’Unione Europea approvava, previa immancabile sottoscrizione del cosiddetto “Governo del cambiamento” dei “sovranisti de noantri”, il “programma di azione sulla disinformazione”. (qui) Tale “programma”, dietro le roboanti quanto patetiche affermazioni formali inneggianti alla libertà, nasconde nient’altro che la progettata e attuata battaglia tirannica contro il diritto di critica all’informazione ufficiale. In breve, dissentire, contrastare e denunciare l’odierna vera e sola dittatura che ci minaccia, ossia quella europeista, non sarà più consentito! Poiché tutto ciò che la cosiddetta “UE” decide a suo insindacabile giudizio costituire opera di “disinformazione”, è stato deciso che verrà censurato e perseguitato con tutti i mezzi. Di seguito una breve citazione del delirante “programma” che vuol mettere il bavaglio alla vera informazione libera: “La diffusione della disinformazione, intenzionale, sistematica e su larga scala anche nel quadro della guerra ibrida, rappresenta una grave sfida strategica per i nostri sistemi democratici, e richiede una risposta urgente, che deve essere mantenuta nel tempo, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali. Il consiglio europeo: a) sottolinea la necessità di una risposta decisa che affronti la dimensione interna e quella esterna e che sia globale, coordinata e dotata di risorse adeguate sulla base di una valutazione delle minacce; b) chiede l’attuazione tempestiva e coordinata del piano di azione congiunto, presentato dalla commissione e dall’alta rappresentante, in modo da potenziare le capacità dell’Ue, rafforzare le risposte coordinate e congiunte tra l’Unione e gli Stati membri, mobilitare il settore privato e accrescere la resilienza della società alla disinformazione”.

Ecco dunque tutta una serie di avvenimenti ben precisi che portano “casualmente” proprio a questo unico risultato, premeditato e gradualmente realizzato nel corso dei decenni… la cui storia alcuni soggetti presenti sulla rete internet, come noi, hanno in parte ben illustrato scandendone le tappe a livello cronologico, mostrando che non si tratta affatto di un complotto, ma di un chiaro piano perseguito da una minoranza agguerrita di speculatori internazionali e dai loro lacchè presenti nella politica di alcune nazioni, prima fra tutte gli Stati Uniti d’America. (qui). Ma per il momento ci fermiamo qui. Il motivo di questo quadro generale messo a disposizione dei nostri lettori risiede nella volontà di far notare quanti e quali strani “casi” stiano facendo chiaramente prender forma ad una infernale costruzione politica ben precisa, in cui davvero nulla è stato lasciato al caso!

Qualcuno dei nostri lettori più distratti, magari, potrebbe ancora non scorgere il nesso che lega imprescindibilmente tali fatti di cronaca politica recentissima, alla infinita guerra mediatico-legale sempre in corso, scatenata dal sistema pluto-massonico, alla concezione politico-economica ed etico-morale del Fascismo, nonostante che ufficialmente venga descritta in tutti i casi come morta e mortifera, sorpassata e qualificata sempre e solamente come criminale ed antipopolare… ebbene, se ancora, dopo tutto quel che abbiamo detto e scritto sino ad oggi, non lo avete compreso… se ancora non fosse chiaro il perché riteniamo razionalmente che solo la Dottrina del Fascismo costituisca a parer nostro (ed anche, a giudicare dal timore che essa suscita nei burattinai del sistema vigente, a parer loro!) l’antidoto politico ai mali della Società e del Mondo! …ebbene, ancora una volta proveremo a rispiegarlo nuovamente ed in modo sintetico … ma a Dio piacendo e se vorrete, nel prossimo articolo!

RomaInvictaAeterna

 LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

 

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BUON SANTO NATALE !

La “Biblioteca del Covo” augura a tutti i suoi lettori un felice Natale del Signore Gesù Cristo! Che la Signora e Regina Nostra, Madonna del Fascio, benedica maternamente tutti gli uomini e le donne di buona volontà, facendo sì che la realtà che simboleggia il Littorio, presente al suo Cospetto, ovvero l’affermazione della Giustizia e dell’Unità del Corpo Sociale, possa realizzarsi definitivamente in Italia e nel mondo, infiammando gli animi e riportando la speranza nei cuori dell’umanità! AUGURI! …PORTAE INFERI NON PRAEVALEBUNT!

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NOVA HISTORICA pubblica la “Sintesi storica del progetto totalitario fascista” di Marco Piraino e Stefano Fiorito.

Sul numero 66 (dicembre 2018 – anno 17, pp. 135 – 153) della rivista trimestrale “NOVA HISTORICA”, è stato pubblicato l’articolo di Marco Piraino e Stefano Fiorito intitolato “Sintesi storica del progetto totalitario fascista”.

ABSTRACT : The historical analysis of the sources shows that Fascism was not a reactionary right-wing movement, but a revolutionary ideology. The left-wing aspects of the fascist movement unite with an organicistic national vision. The tragedy of the Second World War prevented the Regime from completely revolutionizing Italian society and perhaps avoided the elimination of the Savoy monarchy.

Parole chiave : Fascismo, Rivoluzione, Totalitarismo, Mussolini, Monarchia

Keywords : Fascism, Revolution, Totalitarianism, Mussolini, Monarchy

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SINTESI STORICA DEL PROGETTO TOTALITARIO FASCISTA

di Marco Piraino e Stefano Fiorito

Per comprendere il progetto e dunque l’identità politica del Fascismo occorre chiarire, seppur a grandi linee ed in maniera sintetica, il contesto storico in cui tale fenomeno si affermò. Specifichiamo subito che oggetto della nostra analisi, considerate brevemente le motivazioni che dettero vita all’ascesa del movimento fascista e ne garantirono l’affermazione sul piano politico, è la lettura della documentazione dottrinale prodotta dagli stessi ideologi fascisti; Mussolini e Gentile in primis. Ciò vuol dire verificare tornando alle fonti l’effettivo contenuto dei principi del fascismo, senza avvalerci in maniera preconcetta di lenti ideologiche deformanti.

Nel periodo antecedente la Marcia su Roma (28 Ottobre 1922), immediatamente dopo la fine della sua partecipazione alla Prima guerra mondiale (24 Maggio 1915 – 4 Novembre 1918), l’Italia viveva una crisi profonda su tutti i fronti. Oltre 650.000 caduti, più di un milione fra mutilati ed invalidi di guerra, migliaia di dispersi nei campi di battaglia; questo il tragico bilancio  della nostra partecipazione bellica. Come se ciò non bastasse, il sacrificio dei soldati caduti e quello dei reduci venne sminuito da una pace che, mortificando fortemente gli Stati sconfitti, discriminò l’Italia rispetto alle altre nazioni vincitrici, negandole molti dei compensi promessi per i quali essa aveva duramente ed eroicamente combattuto. In questo clima di scontento si scatenarono aspri scontri interni per cause di carattere economico e sociale. I sopravvissuti alla guerra dopo aver lottato per anni nelle trincee, tornando alla vita civile si trovarono davanti una situazione per loro incomprensibile. La Patria per cui erano stati pronti a morire, per cui così tanto avevano patito, non riusciva a dar loro lavoro e una vita socialmente ed economicamente dignitosa. L’economia era in grave crisi. Ingente il debito economico statale contratto nei confronti delle altre nazioni che avevano fornito capitali e materie prime, di cui l’Italia era sprovvista e di cui non aveva potuto fare a meno per assolvere ai suoi obblighi militari con gli alleati  durante il conflitto mondiale. Troppe le aziende che avevano speculato sui profitti derivanti dalla guerra arricchendosi e che a guerra finita, con la riconversione industriale, avevano tagliato migliaia di posti lavorativi. Fortissima la domanda di redistribuzione dei redditi in generale e soprattutto della terra da parte del mondo contadino, in special modo da parte di coloro che tornavano ai campi reduci dalle trincee. Infine proprio i reduci venivano fin troppo spesso indicati come responsabili dello sfascio economico nazionale dalla propaganda socialista, ormai incapace di sviluppare una sua linea politica d’azione autonoma ed originale, poiché ideologicamente protesa verso l’acritica emulazione dell’esperimento bolscevico attuato in Russia. La responsabilità economica e politica di tale grave situazione era da attribuire alla vecchia classe dirigente liberale, che faticava a comprendere quanto gli equilibri economico sociali della “bell’epoque” ormai fossero stati semplicemente spazzati via dalla prima guerra di massa che la storia umana avesse mai visto.

Questo in breve fu lo scenario nel quale il fascismo doveva nascere ed affermarsi. Nel 1914, pochi mesi dopo lo scoppio del conflitto, Benito Mussolini, già militante e dirigente della frazione rivoluzionaria del Partito Socialista italiano nonché ex direttore del quotidiano ufficiale del partito L’Avanti!, aveva fondato un giornale in favore dell’intervento italiano in guerra al fianco della Francia, battezzandolo Il Popolo d’Italia. Egli era convinto che quella che si stava combattendo in Europa fosse una guerra rivoluzionaria in seguito alla quale si sarebbe realizzato un cambiamento epocale all’interno della società, che avrebbe annunziato la nuova era delle masse e cancellato il “modus vivendi” liberal-borghese, smentendo contemporaneamente la teoria di Marx incentrata sul predominio politico del proletariato industriale da conseguire tramite la “lotta di classe”; una lotta giudicata dal futuro Duce ormai irrealistica e foriera soltanto di una inutile conflittualità sociale il cui unico risultato sarebbe stato la povertà generalizzata. Mussolini voleva realizzare un “socialismo possibile”, che non negasse la realtà in nome di un dottrinarismo avulso dai problemi del vivere quotidiano ma la rendesse compatibile con le pressanti esigenze della giustizia e della solidarietà sociale. Tale linea di pensiero, revisionista rispetto alle teorie marxiste, ne causò l’espulsione dal partito socialista dove fu additato come traditore e rinnegato.(1) Gli aderenti ai Fasci d’azione rivoluzionaria, movimento da lui costituito nel quale erano confluiti alcuni suoi compagni socialisti, anarchici e sindacalisti rivoluzionari convertitisi all’interventismo, continuarono la lotta fuori e dentro la Nazione in favore  dell’intervento.

La fine del conflitto vide Mussolini ed il suo movimento tra i promotori delle contestazioni seguite alla pace di Versailles. Il 23 Marzo del 1919 egli volle unire attorno a sé i combattenti di tutte le classi sociali che erano decisi a  rivendicare i loro diritti. A Milano in Piazza San Sepolcro nacquero così i Fasci italiani di Combattimento, il cui simbolo era il Fascio, icona di unità, forza e giustizia della nuova ed unitaria classe sociale dei “Produttori”, nata nel fango delle trincee dall’incontro di borghesi, proletari e contadini. Tra il 1919 ed il 1922 si combatté uno scontro politico sanguinoso fra tre diversi ed opposti orientamenti politici: la sinistra social-comunista, i democratici liberal-moderati di vario orientamento ed i fascisti. I primi, prendendo spunto da quanto accadeva in Russia per opera di Lenin, volevano l’abbattimento del parlamentarismo borghese e l’instaurazione immediata della “dittatura del proletariato” tramite la lotta insurrezionale di classe; i secondi volevano mantenere sostanzialmente invariata la procedura parlamentare seppur auspicando delle riforme politiche e sociali al passo con le nuove esigenze causate dalla guerra, i terzi il ripristino dell’ordine a qualsiasi costo e l’affermazione politica dei principi ideologici nazional-sindacali espressi dal variegato mondo interclassista uscito dalla guerra che reclamava a gran voce, in virtù dei sacrifici patiti in combattimento, di dirigere una nuova politica e lo Stato italiano. Come scrisse Mussolini “Il fascismo nacque come strumento per risolvere i problemi della società. In quel momento la risoluzione dei problemi stava, in primo luogo, nel ripristino dell’ordine. Il fascismo nacque da un bisogno di azione ed azione fu”(2).

Egli affermava che inizialmente la dottrina del movimento fascista era rappresentata da un insieme di principi non elaborati, poiché le circostanze del momento necessitavano dell’uso della forza per il ripristino dell’ordine. L’approfondimento di tali principi sarebbe venuto quando l’ordine fosse stato ristabilito. Rimanevano però saldi i valori fondamentali su cui costruire l’azione politica del movimento: unità del corpo sociale, cambiamento degli equilibri politici, giustizia sociale. A causa di tali scelte in molti hanno tacciato Mussolini di incoerenza e avventurismo politico. Se però leggessimo tra i documenti, osservando la parabola storica del Fascismo nella sua interezza, apparirebbe chiaro che il futuro Duce seguì  invero una linea di pensiero netta e sempre organica alla propria visione etica della rivoluzione.(3) Nel “programma di San Sepolcro”, il primo reso ufficiale dai Fasci italiani di combattimento, Mussolini dava una connotazione nettamente rivoluzionaria al suo movimento con chiari riferimenti alla necessità di raggiungere la piena giustizia sociale tramite il cambiamento graduale della situazione in cui versava l’Italia. Nelle prime adunate del movimento fascista si iniziava a parlare di “corporativismo” (definendo con questo termine l’elaborazione ideologica economico sociale derivata dal sindacalismo nazionale); un principio che teorizzava l’equilibrio tra i vari organi della produzione partendo dal postulato che lavoratori, tecnici ed imprenditori della nazione, tutti inquadrati all’interno di organismi decisionali dello Stato, dovevano essere considerati come parte integrante dell’ambiente in cui prestavano la loro opera e non più un semplice strumento. Il lavoro in tale concezione assurgeva al ruolo di valore morale, motore e perno della società il cui fine ultimo era di assicurare il benessere, sia morale che materiale, della Nazione tutta. Gli interessi del singolo dovevano essere subordinati a quelli della collettività nazionale rappresentata dallo Stato. Appare chiara quindi la connotazione ideologica nettamente rivoluzionaria che assunse il movimento già agli inizi del suo percorso rispetto al passato politico dell’Italia liberal-conservatrice giolittiana.(4) Più tardi, con la trasformazione in Partito Nazionale Fascistanel 1921, si delineò un’apparente e contraddittoria virata del movimento in senso conservatore e monarchico. Come spiegare tale presunto cambiamento? Per comprenderlo crediamo vada analizzata la genesi e lo sviluppo dei postulati teorici mussoliniani. Come lo stesso Giovanni Gentile avrebbe sottolineato in seguito, il Fascismo politicamente costituiva un’assoluta novità, anche e soprattutto in campo dottrinario, per cui male si prestava ad essere interpretato seguendo schemi teorici di tradizioni politiche precedenti.(5) Mussolini aveva creato un movimento dal nulla in una situazione politicamente instabile e confusa. Egli era a capo di un gruppo composto prevalentemente da combattenti delusi ed umiliati, privi, se si escludono alcuni suoi vecchi compagni anarco-sindacalisti, di un vero bagaglio ideologico-dottrinario. Egli aveva affermato sin dagli inizi della sua azione politica in seno al Fascismo che in Italia occorreva un periodo di ricostruzione nel quale la Nazione avrebbe dovuto riacquisire un assetto stabile. Pensava il Fascismo come un’ideale dinamico in fermento perenne, definendolo una parentesi politica destinata a chiudersi soltanto nel momento in cui avesse esaurito il proprio compito. Nel medesimo tempo proclamava che le istituzioni ufficiali (ovvero monarchia e parlamentarismo liberale), non fossero eterne ed immutabili ma da considerare in relazione allo sviluppo ed al benessere morale e materiale del popolo italiano. Se andiamo a rileggere il discorso tenuto da Mussolini all’Augusteo nel novembre del 1921, ovvero quello in cui il movimento fu costituito in Partito Nazionale Fascista ( trasformazione attuata dopo il fallimento del patto di pacificazione coi socialisti, allo scopo di meglio controllare le frange più riottose e recalcitranti dello stesso fascismo ) troviamo espressa chiaramente la formazione ideologica del futuro Duce:

Eleviamoci a più spirabili aure e parliamo del nostro programma sul quale sono disposto battermi senza quartiere …Noi, per la nazione, accettiamo la dittatura e lo stato d’assedio … Il fascismo potrà integrare le teorie mazziniane, ma non potrà dimenticarle. Noi non abbiamo bisogno di andare a cercare i profeti in Russia o in altri paesi, quando abbiamo dei profeti che hanno detto un verbo nazionale che è il prodotto dello spirito e della civiltà italiani …L’Italia d’oggi ha vita da soli cinquant’anni …Il fascismo deve volere che dentro i confini noti non vi siano più veneti, romagnoli, toscani, siciliani e sardi, ma italiani, solo italiani. E per questo il fascismo sarà contro ogni tentativo separatistico, e quando le autonomie che oggi si reclamano dovessero portarci al separatismo, noi dovremmo essere contro. Noi siamo per un decentramento amministrativo non per la divisione dell’Italia …Noi partiamo dal concetto di “nazione”, che è per noi un fatto, né cancellabile, né superabile. Siamo quindi in antitesi contro tutti gli internazionalismi …Malgrado i sogni dell’Internazionale, quando battono le grandi ore, quelli che non rinnegano la patria, muoiono per lei. Partendo dalla nazione arriviamo allo Stato, che è il governo nella sua espressione tangibile. Ma lo Stato siamo noi: attraverso un processo vogliamo identificare la nazione con lo Stato. La crisi d’autorità degli stati è universale ed è un prodotto del cataclisma guerresco. E’ necessario però che lo Stato ritrovi la sua autorità altrimenti si va al caos.  …Dissi che il fascismo era tendenzialmente repubblicano. Così dicendo, non intendevo precipitare il paese in un moto di violenza. Con quella dichiarazione, io intendevo soltanto aprire un varco verso il futuro. Chi può dire che le attuali istituzioni siano in grado di difendere sempre gli interessi, soprattutto ideali, del popolo italiano? Nessuno. Sulla questione del regime il fascismo deve essere agnostico, perché è l’abito che deve adattarsi alla nazione e non già  la nazione che si deve adattare al regime …Si dice, bisogna conquistare le masse. C’è chi dice anche: la storia è fatta dagli eroi, altri dice che è fatta dalle masse.  La verità è nel mezzo. Che cosa farebbe la massa se non avesse il proprio interprete espresso dallo spirito del popolo e che cosa farebbe il poeta se non avesse il materiale da forgiare?(6).

Era chiaro per Mussolini che un’eventuale repubblica avrebbe potuto essere proclamata solo se la monarchia avesse tradito il volere del popolo italiano, proiettandolo in una guerra civile contro gli ex combattenti della Grande Guerra che avevano completato l’unità nazionale con l’annessione di Trento, Trieste e dell’Istria. Agendo in tale modo la monarchia avrebbe di fatto rinnegato la memoria storica del Risorgimento. Ma tutto ciò non avvenne. Il Re Vittorio Emanuele III di Savoia pensò che un’opposizione aperta al Partito fascista avrebbe potuto decretare la sconfessione della Corona, visti i consensi di cui esso godeva. Allo stesso modo il Fascismo, che rappresentava un movimento in cui la componente nazionalista (sia pur con connotazioni diverse dal nazionalismo tradizionale) aveva un rilievo fondamentale, non poteva concedersi il lusso di lottare apertamente contro l’istituzione monarchica. In un tale contesto, Mussolini pensò bene di far maturare pazientemente i tempi per un cambiamento radicale, accentrando gradualmente sempre più i poteri nelle sue mani anche a dispetto delle stesse gerarchie del suo partito, volendo così saggiare l’effettivo valore della mossa conciliatrice del Re. Del resto aveva sempre affermato che i principi del 1919 erano punti di arrivo da elaborare in seguito, ribadendo che la presa del potere sarebbe stata solo una tappa verso il compimento della rivoluzione, che si sarebbe pienamente realizzata in modo progressivo. A tal proposito è indispensabile chiarire un punto fondamentale inerente il movimento mussoliniano.

E’ ormai storicamente dimostrato che la nascita del movimento fascista sia tutt’altro che legata ad un improvviso decadimento politico, morale e culturale del popolo italiano, né che rappresentò tantomeno il trionfo di un gruppo di barbari venuto da chissà dove, privo di legami storici con la cultura politica nazionale, come in passato taluni come Benedetto Croce hanno affermato. Il nascente Fascismo fu invece un movimento con radici culturali profonde. Grazie allo studio accurato portato avanti da ricercatori specialisti, italiani e stranieri, in questi ultimi anni si sono potute meglio delineare caratteristiche e presupposti intellettuali del movimento fascista, che fin dall’inizio del proprio percorso politico si qualifica come una vera e propria rivoluzione.(7) Esso nasceva culturalmente a sinistra da unarevisione antimaterialistica”del marxismo, per proporre una nuova e audace sintesi politica. Gli ideologi del Fascismo mossero i primi passi partendo dalla revisione del socialismo che fece il padre del Sindacalismo Rivoluzionario francese Georges Sorel, nonché dalla critica al marxismo ed alla sua visione politico-sociale realizzata dal filosofo idealista italiano Giovanni Gentile.(8) Essi avevano maturato la convinzione che il marxismo si presentasse come un modello politico totalmente speculare a quello economico liberista, basato però su un capovolgimento dei ruoli sociali da ottenere tramite la lotta di classe armata all’ultimo sangue, ovvero sostituire alla dittatura del capitale quella definita come “storicamente inevitabile” del proletariato di fabbrica, cosa che di fatto, però, sempre secondo quella che sarebbe stata l’interpretazione mussoliniana, si limitava semplicemente a scambiare i ruoli nella direzione del processo economico, senza però risolvere il problema dell’unità morale e spirituale stessa del corpo sociale, nonché del reale riscatto dallo sfruttamento delle classi più umili. Inoltre, sempre secondo la definizione fascista, la guerra di classe che veniva teorizzata in base a tali dinamiche, si rivelava catastrofica per vari motivi. In primis realizzando una tirannia in senso inverso a quella del capitale, questa volta non più ad opera di gruppi e potentati economici ma dei rappresentanti politici di un’unica classe, ovvero il proletariato industriale, del quale erroneamente si davano per scontate la competenza nella direzione delle aziende nonché le capacità politiche e morali. Per di più la teoria marxista non coglieva che la negazione totale ed assoluta del diritto di proprietà ed iniziativa finiva col generare nelle stesse classi lavoratrici oppressione e insoddisfazione. Il disconoscimento assoluto di un’identità nazionale inoltre, tramite l’attuazione della guerra di classe, finiva col portare alla disgregazione completa del tessuto sociale; una società che scivolava così nel materialismo più esasperato culminante nella esclusiva ricerca della soddisfazione economica individuale di stampo edonista. Mussolini si affacciò sulla scena politica italiana quando la revisione antimaterialista del socialismo, tra fine Ottocento ed i primi del Novecento, era nella sua fase iniziale. Nacquero in quel periodo correnti di pensiero, dalla forte impronta elitaria, interne al socialismo ma eterodosse rispetto al marxismo, che fornirono in seguito le basi filosofiche per l’affermazione del Fascismo come ideologia politica sindacalista (in Italia i sindacalisti rivoluzionari Arturo Labriola, Enrico Leone, Sergio Panunzio, Angelo Oliviero Olivetti, Roberto Michels diedero un ampio contributo alla formazione di tali idee insieme allo stesso futuro Duce). Nella visione critica del marxismo elaborata da quei sindacalisti, come Michels ad esempio, che, non a caso, passeranno poi al Fascismo…

l’uomo non è un calcolatore economico. La sua vita è una continua lotta tra necessità economiche, stato sociale al quale appartiene ed una sfera tradizionale di interessi e doveri da una parte e, dall’altra parte impulsi che sono, per così dire, al di sopra e al di là della sua posizione materiale e sociale e che possono suscitare nel suo cuore passioni in grado di distrarlo dal suo percorso economico e dare alla sua attività un’altra direzione, talvolta anche di natura utopistica”. Mentre l’incompetenza collettiva delle masse ha bisogno invece di organizzazione se si vuole giungere a qualche cambiamento rivoluzionario. Ma siccome l’organizzazione ha bisogno di funzionari di capacità non comuni e di competenza particolare, ogni organizzazione comporta una gerarchia. E poiché le qualità di dirigenti ed organizzatori sono rarissime, ogni gerarchia diviene, in sostanza, un’oligarchia. Infine, poiché ciascuna organizzazione per ottenere il massimo successo, deve essere pervasa da un sentimento missionario, trasmesso per mimetismo o per suggestione, e deve possedere un simbolo e un mito, l’oligarchia per essere efficiente al massimo, deve avere un tribuno, un “capo” che parli in un linguaggio “mitico” al quale siano sensibili le masse organizzate(9).

Prendendo spunto da tali teorie il movimento di Mussolini si sarebbe proposto come nuova alternativa politica che, dando una visione ideologica rivoluzionaria alle masse, superava a livello sociale il concetto parziale di classe, proprio del marxismo, per arrivare a quello onnicomprensivo di Nazione, caro alla tradizione giacobina(10) e democratico repubblicana che aveva già caratterizzato una parte importante del Risorgimento italiano. La rivoluzione proletaria si trasformava così in rivoluzione nazionale. Veniva inserito quindi un nuovo aspetto nel quadro politico-sociale, la collaborazione tra le classi, introducendo il concetto di una nuova categoria ideologicamente unitaria, quella dei “Produttori”. Il Lavoro, superato il concetto classista, non avrebbe dovuto essere più considerato un mezzo per assicurare l’aumento del profitto e del potere di pochi capitalisti, ma con il supporto sinergico di imprenditori, tecnici e lavoratori, sarebbe assurto al rango protagonista della produzione e della vita economico-sociale dell’intera Nazione, elevato a valore morale e dunque a partecipare concretamente allo svolgimento della vita politica nazionale. Tale modello presupponeva che ogni categoria dovesse ricevere la giusta formazione dalla quale sarebbe derivato il conseguente riconoscimento etico e politico del proprio ruolo nello “Stato nuovo”, lo Stato totalitario fascista.(11) La storia del concetto di totalitarismo(12) e della sua applicazione nei riguardi del Fascismo meriterebbe una ampia trattazione a sé. Senza dilungarci eccessivamente sul tema, crediamo che un breve cenno tratto dalla vasta bibliografia dello storico Emilio Gentile possa fornire una convincente definizione al riguardo.

I termini totalitario e totalitarismo sono nati con il fascismo per definire la novità del fascismo come partito armato che aveva conquistato con la violenza il monopolio del potere e imponeva la sua ideologia come una nuova religione laica integralista e dogmatica. Ad inventarli furono, fra il 1923 e il 1925, antifascisti liberali, marxisti e cattolici. […] I termini totalitario e totalitarismo entrarono così nel vocabolario politico. I fascisti se ne appropriarono orgogliosamente per definire la loro concezione integralista della politica e dello Stato. I due termini ebbero fortuna anche fuori d’Italia. Dalla metà degli anni venti in poi furono adoperati per definire sia il fascismo sia il bolscevismo e, dopo il 1933, anche il nazismo. Cominciarono allora ad apparire le prime teorie dello Stato totalitario e del totalitarismo, che mettevano in risalto gli aspetti simili del bolscevismo, del fascismo e del nazismo. Dopo la Seconda guerra mondiale, specialmente nel periodo della guerra fredda, ebbero una nuova fioritura le teorie del totalitarismo che accomunavano il regime comunista al regime nazista, mentre il fascismo cominciò ad essere escluso dal fenomeno totalitario. Il fascismo da allora è stato variamente definito come un regime autoritario nazionalista, una tirannide demagogica, uno Stato tendenzialmente totalitario, un totalitarismo imperfetto, un totalitarismo incompiuto, un totalitarismo mancato, un totalitarismo zoppo. Secondo gli studiosi che hanno proposto queste definizioni, il fascismo non fu totalitario perché non usò il terrore di massa, perché incontrò limiti e ostacoli alle sue ambizioni totalitarie nella monarchia e nella chiesa cattolica, e soprattutto perché il partito unico non ebbe un ruolo dominante nei confronti dello Stato, ma fu soltanto lo strumento della politica di Mussolini. […] Tuttavia, negli ultimi anni, molte cose sono cambiate nella storiografia sul fascismo. Questo cambiamento è dipeso da nuove ricerche e nuovi studi che hanno approfondito la conoscenza della storia del partito e del regime fascista e anche dal rinnovamento critico della riflessione sul fenomeno totalitario. Dai risultati di queste ricerche è emersa una realtà storica del fenomeno fascista e del suo sistema politico molto più complessa, proprio in quanto via italiana al totalitarismo, di cui fu promotore e artefice il partito fascista(13).

In particolar modo, proprio alla luce degli studi sul totalitarismo fascista, di cui lo stesso Emilio Gentile è tra i principali fautori,(14) egli formula la seguente definizione parzialmente più consona al modello politico mussoliniano.

Per totalitarismo io intendo definire: un esperimento di dominio politico, messo in atto da un movimento rivoluzionario, organizzato in un partito militarmente disciplinato, con una concezione integralista della politica, che aspira al monopolio del potere e che, dopo averlo conquistato, per vie legali o extralegali, distrugge o trasforma il regime preesistente e costruisce uno Stato nuovo, fondato sul regime a partito unico, con l’obiettivo principale di realizzare la conquista della società, cioè la subordinazione, l’integrazione e l’omogeneizzazione dei governati, sulla base del principio della politicità integrale dell’esistenza, sia individuale che collettiva, interpretata secondo le categorie, i miti e i valori di una ideologia palingenetica, sacralizzata nella forma di una religione politica, con il proposito di plasmare l’individuo e le masse attraverso una rivoluzione antropologica, per rigenerare l’essere umano e creare un uomo nuovo, dedito anima e corpo alla realizzazione dei progetti rivoluzionari e imperialisti del partito totalitario, con lo scopo di creare una nuova civiltà a carattere sopranazionale(15).

Dunque, uno “Stato nuovo”, formato da masse coscienti del proprio ruolo politico e della propria identità storica nazionale. Uno Stato che espletava una funzione armonica che doveva rendere coeso il corpo sociale della Nazione al fine di raggiungere il benessere morale, materiale e spirituale della collettività. Uno Stato “interventista” che avrebbe dovuto coordinare l’economia ed i fattori di produzione in modo da equilibrarli tramite apposite istituzioni corporative. Uno Stato etico che avrebbe formato moralmente la società ed il cittadino secondo i propri principi. Uno Stato moderno e proiettato verso il futuro, che avrebbe gradualmente tolto dalle mani delle oligarchie conservatrici liberali le leve del comando a beneficio di tutta la comunità nazionale, che avrebbe dovuto partecipare attivamente al suo funzionamento, non più facendo ricorso alle urne elettorali ma direttamente, tramite l’adesione al Partito fascista, ai sindacati fascisti, alle corporazioni fasciste ed alle altre numerose e capillari organizzazioni statali. Mussolini si formò culturalmente e sviluppò il suo pensiero, dall’epoca socialista fino alla fine dei suoi giorni, all’insegna dei principi sin qui trattati.(16) Egli, pur criticando la prassi ideologica leninista, aderì alla revisione antimaterialista del socialismo per attuare quella particolare rivoluzione antiparlamentare, sindacalista e nazionale che i vari partiti socialisti riformisti sparsi per il mondo, a suo parere, non volevano portare a termine poiché, di fatto, avevano accettato il capitalismo e le regole della democrazia liberal-borghese. Tutto ciò lo portò fuori dal conformismo di partito dei suoi ex compagni, proiettandolo invece da protagonista sulla scena politica italiana nella quale propose il proprio pensiero che aspirava ad una rivoluzione modellata in base alle caratteristiche storiche del suo popolo. Un popolo “giovane” che era uscito solo da pochi decenni dalle lotte per l’unificazione e l’indipendenza, per il quale, in quel preciso momento storico, la compattezza della Nazione era rappresentata dall’istituzione monarchica. Il Fascismo quindi non diventò un movimento monarchico; teorizzò invece un particolare postulato al fine di farsi interprete della realtà sociale italiana(17): la teoria della rivoluzione continua. Ovvero, la realizzazione graduale, nel tempo, del proprio peculiare modello ideologico-dottrinario di sviluppo. Il pensiero fascista affermò, unico nella storia dei movimenti rivoluzionari, l’impossibilità di adottare aprioristicamente ed in modo stabile la sola prassi parlamentare o la dittatura, congiunti ad un’unica ed immutabile forma istituzionale quale la monarchia o la repubblica. Non già la realtà politica doveva adeguarsi ai fini della rivoluzione, ma la Rivoluzione doveva adattarsi alla situazione politica contingente ed ai mezzi concretamente disponibili in cui essa si trovava ad agire. Poiché il vero principio ideologico fondamentale del Fascismo era rappresentato dallo Stato Etico Corporativo fascista, esso non poteva essere identificato con la particolare istituzione che in un circostanziato momento storico gli consentiva concretamente la propria realizzazione, ma, al contrario, tale istituzione aveva il compito di costituire solamente il mezzo particolare che permetteva di attuare tale principio in un dato contesto politico. Dunque se tale mezzo avesse finito col risultare storicamente superato, sarebbe stato necessariamente sostituito, adottando più opportunamente quello adeguato alle esigenze del momento storico. Solo in relazione a ciò è possibile comprendere l’agire di Mussolini e la sostanza della dottrina fascista. Nel caso specifico l’accordo fra monarchia e Fascismo nasceva per Mussolini dal bisogno imprescindibile di mostrare che il suo movimento incarnava l’immagine stessa della concordia nazionale, fino a quel momento detenuta dalla monarchia sabauda in virtù del formale apporto all’unificazione italiana che essa aveva fornito. Come egli stesso aveva sottolineato già nel 1917

 La rivoluzione non è il caos, non è il disordine, non è lo sfasciamento di ogni attività, di ogni vincolo della vita sociale, come opinano gli estremisti idioti di certi paesi; la rivoluzione ha un senso e una portata storica soltanto quando rappresenta un ordine superiore, un sistema politico, economico, morale di una sfera più elevata; altrimenti è la reazione, è la Vandea. La rivoluzione è una disciplina che si sostituisce a un’altra disciplina, è una gerarchia che prende il posto di un’altra gerarchia(18).

Senza una siffatta autorappresentazione in senso unitario del corpo sociale della Nazione, secondo il Capo delle camicie nere si sarebbe tornati alle lotte intestine tra categorie, riproponendo così inutili antitesi classiste di stampo vetero-marxista. I protagonisti di tale “convivenza forzosa”, ovvero Fascismo e monarchia, sapevano bene però che la situazione non poteva stabilizzarsi in modo duraturo; tutto ciò alla luce del crescente intralcio operato dall’istituto monarchico e dal mondo che intorno ad esso gravitava, nonché dalla considerazione di fatto che la rivoluzione fascista avesse serie difficoltà ad essere attuata integralmente in presenza di un corpo politico intermedio come la monarchia, che per di più non era  diretta emanazione dello stesso Fascismo. Era fin troppo chiaro che nelle reali intenzioni di Mussolini non esisteva un fascismo monarchico. Prima o poi si sarebbe giunti all’affermazione dell’uno sull’altra. E’ necessario, dunque, sgombrare il campo da ogni possibile equivoco affermando con chiarezza che il Fascismo non può essere definito in alcun modo come ideologia reazionaria o di destra, radicale o meno, solo perché esso agì lottando contro il parlamentarismo liberale ed il marxismo-leninismo. Non è corretto ascrivere al marxismo l’unicità di una connotazione rivoluzionaria. La moderna cultura politica italiana ed europea ebbe varie sfaccettature ed il Fascismo, nel bene e nel male, da essa ebbe origine e trasse ispirazione,(19) vagheggiando una “nuova politica” adeguata alla nuova era delle masse,(20) rivoluzionando l’ideale classista della sinistra socialista e restituendole una connotazione spirituale e nazionale, memore delle idee espresse durante il Risorgimento da uomini come Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti e Carlo Pisacane(21), sebbene concepisse la partecipazione popolare soltanto all’interno dello Stato etico totalitario. Esso nacque come rappresentante di una sinistra nazional-sindacalista che espresse un concetto tanto semplice quanto radicale nella sua concreta manifestazione politica e cioè che il benessere sociale, la partecipazione delle masse alla vita pubblica e l’idea spirituale di Nazione non fossero valori necessariamente antitetici, ma logicamente armonizzabili, che anzi tale rappresentazione ideale, instillata con una sapiente ed insistente azione pedagogica nell’alveo dello Stato etico, costituisse sul terreno della politica internazionale la più genuina e concreta rappresentazione storica di ogni comunità, in grado di forgiarne l’identità sia a livello individuale che collettivo al grado più immediatamente e semplicemente percepibile dalla massa stessa. Dunque, a livello ideologico il Fascismo si scontrava con la concezione della destra individualista, liberal-oligarchica o passatista e tradizionalista e con quella della sinistra, marxista, materialista e internazionalista. Si poneva al di sopra di queste realtà politiche per esso sorpassate, che negavano a suo modo l’unica realtà concreta e unitaria veramente esistente, cioè il Popolo italiano. Invero i rapporti tra Fascismo e Monarchia furono sempre incontestabilmente improntati alla reciproca diffidenza mascherata da formale rispetto. In vari casi vi furono divergenze che a mala pena non sfociarono in aperta ostilità. I primi passi verso l’accentramento dei poteri nella persona del Duce e verso gli organi del Partito Nazionale Fascista, necessari all’instaurazione del nuovo ordine politico, erano stati compiuti con le speciali attribuzioni e prerogative del Capo del Governo del 1925, con le facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche nel 1926 e l’ordinamento del Gran Consiglio Del Fascismo 1928-29, elevato a organo determinante per le decisioni riguardanti la Nazione (22) […]

La risoluzione di Mussolini di mettere da parte la monarchia sabauda cominciò a divenire una necessità a partire dal 1935. In tale periodo si concretizzò la possibilità di una mossa politico-propagandistica che avrebbe dovuto garantire in patria al Fascismo quella popolarità indispensabile in vista del confronto decisivo con la monarchia, ovvero la conquista dell’Impero in Africa orientale. Mussolini era infatti consapevole che la sua rivoluzione, per adempiere ai compiti spirituali che si era prefissata e forgiare “l’Italiano Nuovo” cui aspirava(23), doveva operare senza intralci di alcun genere. Nella voce “Dottrina del Fascismo” presente nell’Enciclopedia Italiana, si palesa chiaramente il collegamento con i principi del 1919 che rimanevano costantemente alla base del pensiero mussoliniano e nei quali era espressa altrettanto lucidamente la teoria della “Rivoluzione Continua” proiettata verso il futuro…

(…) Solo la conquista del potere mette alla prova la Rivoluzione; ma anche questo deve avvenire in due tempi, un decennio di ricostruzione in cui l’Italia verrà messa, per così dire, a punto, ringiovanita e snellita in tutti gli organi, rifatta nelle sue opere e inquadrata nella disciplina delle sue gerarchie: dopo verrà la vera rivoluzione, cioè la preparazione di un nuovo ordine di cose, la cui base sarà nella preparazione di un nuovo spirito(24).

Il Duce pensava ad una rivoluzione che poggiasse su solide basi istituzionali e politiche. Nel clima euforico subentrato all’occupazione dell’Abissinia egli vide la totale inopportunità della Corona e proprio la recente conquista territoriale, ai suoi occhi, ne sminuì ancora di più la funzione istituzionale. Di tali avvenimenti esistono testimonianze anche scritte, come quella di Dino Grandi, un gerarca fascista di sentimenti monarchici, futuro organizzatore della destituzione del Duce.“Che Mussolini abbia avuto l’idea di liberarsi della Monarchia è indubbio. (…) Dal 9 maggio 1936 Mussolini aveva decretato in cuor suo la fine della Monarchia”(25). In questa dichiarazione si nota il riferimento cui si accennava prima, ossia la conquista dell’Impero come momento propizio per l’inizio di tale operazione. Tutta una serie di disposizioni furono dirette a emarginare sempre più la Monarchia. L’11 Gennaio del 1937 fu approvata la legge con cui al segretario del Partito Nazionale Fascista vennero conferiti il titolo e le funzioni di ministro segretario di Stato. Ancora una volta lo Stato veniva identificato col Fascismo. Ma un provvedimento in particolare, varato nel Marzo del 1938, dovette confermare tali intenzioni. L’Italia era duramente impegnata nella Guerra di Spagna. Questa data cruciale determinò una crisi tra Fascismo e Monarchia talmente grave da far pensare a un imminente cambiamento istituzionale. Una seduta straordinaria della Camera decretò la creazione di un nuovo grado militare, quello di Primo Maresciallo dell’Impero.(26) Tale grado venne assegnato anche a Vittorio Emanuele III. Il Re fu dunque di fatto scavalcato dai fascisti che si arrogarono il diritto di insignire un sovrano di una prerogativa che teoricamente avrebbe già dovuto spettare alla Corona. Inoltre, fatto ancor più grave, il Re da allora non rappresentava più il potere militare supremo della Nazione. Nel caso specifico Mussolini assunse le sue stesse prerogative. Il provvedimento inflisse dunque un colpo durissimo al prestigio del monarca. Altro evento di notevole importanza fu l’abolizione del parlamentarismo, precedentemente instaurato dalla monarchia sabauda, avvenuta con l’istituzione per legge della Camera dei Fasci e delle Corporazioni  all’inizio del 1939. Questo avvenimento, oltre a rappresentare un ulteriore passo verso l’identificazione completa di tutto lo Stato nel Fascismo, fu anche e soprattutto una svolta radicalmente rivoluzionaria compiuta per confermarne una volta di più i principi ideologici. L’ideale sociale del Fascismo, come già accennato, era rappresentato dal Corporativismo, pensiero che si proponeva come alternativa politico-economica, sociale e morale alle due realtà ideologiche dominanti il periodo: quella liberal-capitalista e quella social-comunista. Il principio corporativo rappresentava lo sviluppo concreto dei fondamenti politici espressi programmaticamente a partire dal marzo del 1919, che obbedendo al principio della “rivoluzione continua” dovevano essere realizzati gradualmente nel tempo, necessitando di solide basi giuridiche ed istituti statali su cui poggiare. La nuova Camera, che non era elettiva, partendo dalla concezione organica della società nazionale espressa dal Fascismo, sconfessava la lotta fra gruppi sociali ed aveva come postulato fondamentale l’integrazione delle stesse classi lavoratrici nello Stato.(27) Il superamento dei conflitti sociali doveva avvenire mediante gli organi preposti ad assolvere tali compiti: le Corporazioni, che dovevano rappresentare tutte le categorie produttive della Nazione insieme alla rappresentanza politica proveniente dal Partito Fascista, per l’appunto Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Ad essi dunque spettava il compito di tutelare la giustizia sociale ordinando e organizzando la vita politica ed economica della Nazione. L’obiettivo dell’idea sociale fascista era quello di raggiungere la concordia tra i fattori della produzione, premessa indispensabile per la crescita nazionale. A tal fine furono dunque creati in un primo tempo all’interno delle aziende Consigli d’amministrazione nei quali lo Stato avrebbe partecipato nelle vesti della Corporazione di categoria; eliminando i Sindacati di classe per creare quelli di categoria; con l’obbiettivo di educare e stimolare attivamente i rappresentanti del lavoro alla partecipazione nella vita della Nazione stessa. Il nuovo ordinamento dava vita ai Sindacati dei lavoratori e dei Datori di lavoro a cui si associava la Corporazione che svolgeva il compito effettivo di rappresentare le categorie e mediare durante le controversie. Quando però queste non erano risolvibili, si arrivava alla consultazione della Magistratura del Lavoro, la quale interveniva o alla quale si poteva ricorrere quando necessitava un intervento giuridico (ad esempio quando una delle parti in causa mancava ad una norma stabilita nel contratto collettivo). Il nuovo ordinamento sociale prevedeva che le Corporazioni assumessero un assetto istituzionale creando un apposito Ministero. La piena attuazione del Corporativismo in campo economico sarebbe stata rappresentata successivamente dalla Socializzazione delle imprese, provvedimento che però avrebbe visto la luce soltanto nel 1943 – 1944. Essa prevedeva il completamento del principio della rappresentanza organica degli interessi precedentemente enunciato, questa volta più specificamente a livello aziendale, con la ripartizione degli utili dell’impresa tra datori di lavoro e lavoratori nonché la co-gestione della stessa tramite appositi consigli di gestione, costituiti da parte dei fattori realmente produttivi, ovvero gli operai i tecnici e gli imprenditori (operazione iniziata già con l’introduzione dei Consigli d’amministrazione e dei fiduciari di fabbrica, nel 1938 – 1939). In qualunque caso i responsabili delle aziende, pubbliche o private, avrebbero dovuto rispondere della produzione e del buon funzionamento delle aziende stesse di fronte allo Stato, mentre i sindacati di categoria sarebbero stati raccolti in una Confederazione Generale del Lavoro e delle Arti divenendo i presupposti della giustizia sociale e della supervisione dello Stato fissati dal corporativismo. Dunque la costituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, sebbene poté operare sperimentalmente soltanto per un breve periodo a causa dei successivi avvenimenti bellici, rappresentò un’ulteriore tappa essenziale lungo la pratica realizzazione della dottrina corporativa fascista, che immaginava  il lavoro in tutte le sue forme come perno della Nazione con i rappresentanti del lavoro di tutte le categorie al governo della Nazione. Come aveva affermato in precedenza lo stesso Mussolini…

Il partito è lo strumento formidabile, e al tempo stesso estremamente capillare, che immette il popolo nella vita politica e generale dello Stato; la corporazione è l’istituto con cui rientra nello Stato anche il mondo, sin qui estraneo e disordinato, dell’economia(28).

Dopo gli obiettivi economici e sociali conseguiti nel corso degli anni Venti e fino alla metà degli anni Trenta, quali ad esempio la “battaglia del grano”, la “Lira a quota 90”, “la bonifica integrale”, la creazione ed il potenziamento del cosiddetto Stato sociale, l’incremento delle opere pubbliche su tutto il territorio nazionale, la promulgazione della “Carta del Lavoro” ed il conseguente avvio della riforma corporativa, i passi che avrebbero condotto il Regime ad una attuazione piena e totalitaria dei propri postulati ideologici si fecero più assidui, proprio a partire dalla seconda metà degli anni Trenta, come mostra chiaramente lo Statuto del P.N.F. approvato nel 1938 […].

In conformità alla logica sempre più accentuatamente totalitaria assunta dal Regime, Mussolini si convinse definitivamente, che andava rimosso il premeditato intralcio costituito dalle forze conservatrici lungo quel percorso politico che avrebbe dovuto culminare con la creazione dell’ “italiano nuovo fascista di domani”.

Con la pedagogia dell’armonico collettivo, fondata sul presupposto che la conversione alla fede comune nella religione fascista avrebbe unito moralmente, al di là della diversità di condizioni sociali, di possibilità economiche, di differenze di sesso e di età, tutti gli italiani, il fascismo riteneva di aver trovato la formula per risolvere, come asseriva Bottai, il problema del popolo italiano, non certo in una formula economica, ma proprio nell’esaltazione delle masse affratellate e fuse in una sola volontà, in una sola passione, in un solo altissimo scopo, e pretendeva di realizzare, sacrificando la libertà dell’individuo alla comunità totalitaria, anche i sogni più affascinanti degli utopisti che immaginavano il popolo lieto nel lavoro, bello e gioioso nello svago. In una comunità siffatta, secondo la logica totalitaria fascista, rifiutava di integrarsi solo chi non credeva alla sacralità della patria e dello Stato, chi non aveva fede e non era quindi disposto a sacrificare il proprio “particulare” per il bene comune: non solo, quindi, l’antifascista, ma anche il borghese dalla moralità individualistica, scettica e materialistica … a rafforzamento e salvaguardia della comunità totalitaria dei “buoni cittadini”, il fascismo non escludeva per il futuro, come affermava nel 1927 il giornale di Mussolini, “la prospettiva più intransigente di una nuova legislazione la quale, accogliendo gli imperativi morali della nuova età, determini sanzioni radicali per chi insista nel mantenersi estraneo ai motivi elementari del vivere fascista”(29).

Proprio in ossequio a tali sviluppi politici vanno ricercate le cause che avrebbero portato all’avvio della campagna anti-borghese e della conseguente legislazione discriminatoria nei confronti degli ebrei, considerati i rappresentanti dello spirito borghese, alfieri tanto dell’individualismo liberale quanto del materialismo marxista, sobillatori dell’antifascismo internazionale. Dunque, affinché fossero progressivamente “spezzati” gli equilibri favorevoli alle vecchie oligarchie liberal-conservatrici nel quadro di una sempre più accentuata autarchia economica, furono varate ulteriori iniziative inerenti lo sviluppo economico di aree del territorio nazionale dove lo Stato in passato era endemicamente assente. Emblematici gli esempi della valorizzazione del comprensorio del Sulcis in Sardegna, della costruzione dell’acquedotto pugliese, della riforma agraria in Sicilia varata nel Gennaio del 1940 definita come “assalto al latifondo”, o della valorizzazione agricola su vasta scala dei territori libici a mezzo della cosiddetta “colonizzazione demografica”, un tempo ritenuti semplicemente un arido deserto improduttivo ed ora divenuti a tutti gli effetti provincia italiana e florida colonia di popolamento.

Contemporaneamente, il Regime riprendeva i temi populistici (“andare verso il popolo”) con nuovi provvedimenti di politica sociale a favore dei lavoratori e con il rilancio dell’attività e del ruolo dei sindacati […], accompagnata dall’orchestrazione di una campagna anti-borghese e da nuove iniziative per la riforma del costume […](30).

Nel campo educativo e legislativo, col fine di sottolineare sempre più l’avvento della nuova “Era fascista” spiccano, tra gli innumerevoli provvedimenti presi, la creazione del “Ministero della Cultura popolare”, della “Gioventù Italiana del Littorio” e l’approvazione della nuova “Carta della scuola”(31). […]

Proseguendo con la promulgazione del nuovo Codice Civile nel 1941 e con il progetto di “socializzazione delle imprese” redatto nella primavera del 1943. Tale legge, lungi dal costituire una mossa politica strumentale, fu, infatti, ideata in un periodo antecedente la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, a dimostrazione del fatto che, come ha sostenuto lo storico Renzo De Felice, la prospettiva del regime fascista avesse una visione socialistica, in senso letterale e non marxista, frutto di una “nuova” concezione politico-sociale e spirituale.(32) Verosimilmente, soltanto i tragici eventi bellici della Seconda guerra mondiale, che avrebbero portato alla totale sconfitta militare italiana ad opera delle truppe anglo-americane ed al conseguente crollo politico del Fascismo, impedirono la piena maturazione e realizzazione del progetto istituzionale e sociale messo in atto dal regime di Mussolini.

NOTE

1) Paolo Valera, Mussolini –  la prima biografia, Casciago, 2000.

2) Benito Mussolini,La Dottrina del Fascismo,in Enciclopedia Italiana vol. XIV pp. 847 – 851.

3) Tale interpretazione trova riscontri nelle recenti biografie dedicate alla figura del Duce, Didier Musiedlak, Mussolini, 2005, Presse de la Fondation Nationale des Sciences Politiques; Nicholas Farrell , Mussolini, Firenze, 2006.

4) Per un’analisi delle istanze tese alla creazione di un nuovo modello di partecipazione politica nel periodo prefascista Emilio Gentile, Il mito dello Stato nuovo –  Dal radicalismo nazionale al fascismo, Roma – Bari, 1999.

5) Giovanni Gentile ribadì tale novità politica nello scritto L’Essenza del Fascismo, Roma, 1929 e successivamente in Origini e dottrina del fascismo, Istituto Nazionale Fascista di Cultura, Roma, 1929.

6) Benito Mussolini, Opera omnia, a cura di Edoardo e Duilio Susmel, Firenze, 1951-1963, vol. XVII, pg. 216.

7) In tal senso vanno segnalati gli ormai classici Zeev Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, Milano, 1993, e  Domenico Settembrini, Fascismo controrivoluzione imperfetta, Formello (RM), 2001, ma anche il contributo di Paolo Buchignani,La rivoluzione in camicia nera – Dalle origini al 25 luglio 1943, Milano, 2006.

8) Vedi La decomposizione del marxismoeLe riflessioni sulla violenzain Sorel Georges, scritti politici, Torino, 1996; Giovanni Gentile, La filosofia di Marx, Opere vol. XXVIII, Firenze, 2003.

9) A. James Gregor, Roberto Michels e l’ideologia del fascismo, ristampa a cura di M. Piraino e S. Fiorito, 2015, Lulu.com.

10) Molti sono i riferimenti da parte del fascismo sia in chiave negativa che positiva rispetto alla Rivoluzione francese, suggeriamo la lettura di Antonio De Francesco,  Mito e storiografia della «grande rivoluzione» –  La Rivoluzione francese nella cultura politica italiana del ‘900”,Napoli,2006.

11) Vedi E. Gentile, Il mito dello Stato nuovo, op. cit. pp. 237 – 268.

12) Sulla storia del dibattito riguardante il totalitarismo, Enzo Traverso, Il totalitarismo, Milano, 2002.

13) In Millenovecento –mensile di storia contemporanea, n°10 agosto 2003, tratto da Totalitarismo al potere, di E. Gentile.

14) E. Gentile,  La via italiana al totalitarismo, Roma, 1995.

15) E. Gentile, Fascismo – storia e interpretazione, Roma – Bari, 2002, pp. 67 – 68.

16) Per una visione complessiva dei principi che costituirono la base ideologica del fascismo mussoliniano, vedi A. James Gregor, L’ideologia del Fascismo – il fondamento del razionale del totalitarismo, ristampa a cura di M. Piraino, 2013, Lulu.com; Alessandro Campi, Mussolini, Bologna, 2001; Giorgio Bocca,Mussolini socialfascista, Milano, 1983; Ernst Nolte,Il giovane Mussolini, Milano, 1993; Z. Sternhell, op. cit. ;  D. Settembrini, op. cit.

17) Sulla peculiarità delle vicende storico-politiche italiane dall’unità al fascismo, Gilles Pecout, Il lungo Risorgimento – La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Milano, 1999.

18) Benito Mussolini, Opera Omnia, a cura di Edoardo e Duilio Susmel , Firenze, 1958, vol. IX, p. 78.

19) Interessante, a tal proposito, il lavoro di Ruth Ben Ghiat, La cultura fascista, Bologna, 2000.

20) Per una più diffusa analisi del concetto di “nuova politica” rimandiamo alla lettura del libro di George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Bologna, 1975; ma anche Jacob Talmon,Le origini della democrazia totalitaria, Bologna, 2000.

21) Riguardo l’influenza politica che ebbero alcuni dei maggiori protagonisti del Risorgimento sul fascismo, D. Settembrini, Storia dell’idea antiborghese in Italia. 1860-1989, Roma – Bari, 1991.

22) Vedi La Dottrina del Fascismo, terza edizione, Milano, 1942, Hoepli; ristampa a cura di M. Piraino e S. Fiorito, 2014, Lulu.com, pp. 53 – 61.

23) Tutta la produzione storiografica di Emilio Gentile approfondisce i vari aspetti del totalitarismo fascista; nello specifico, L’uomo nuovo del fascismo, inE. Gentile, Fascismo – Storia e interpretazione,Roma – Bari, 2002.

24) In Enciclopedia Italiana, vol. XIV, voceFascismo, Roma, 1932,p. 848.

25) Per un resoconto dettagliato rispetto alla vicenda ed alle ripercussioni politiche, vedi R.. De Felice, Mussolini il Duce, lo Stato Totalitario, Torino, 1981 e 1996, pp. 16 – 34.

26) Idem.

27) Francesco Perfetti, La Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Roma, 1991.

28) Benito Mussolini, op. cit.vol. XXVI, p. 185.

29) E. Gentile, Il culto del littorio, Roma – Bari, 1993, p.194.

30) In E. Gentile, Fascismo – Storia e interpretazione,op. cit. p. 27.

31) In La Dottrina del Fascismo, ristampa a cura di M. Piraino e S. Fiorito, Op. Cit., pp. 86 – 88.

32) Vedi Il modello fascista italiano, inedito di Renzo De Felice in Ideazione, n°4 – Luglio – Agosto 2000, pp. 192 – 203.