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IL SIONISMO E IL GENOCIDIO DEI PALESTINESI

Sionismo genocida

L’articolo di seguito ri-pubblicato, richiama in modo sintetico ma chiaro l’attenzione del lettore su tutta una serie di problematiche di ordine storiografico, politico, morale e giudiziario, speculari e complementari a quelle che già nel corso degli anni su questo stesso blog abbiamo fatto emergere sebbene in relazione ad un altro tema, che è quello di nostra più stretta pertinenza, ossia il Fascismo (per es. qui). Si perché, in modo significativo e niente affatto casuale, determinati argomenti nei regimi demo-liberali antifascisti a trazione anglo-americana costituiscono da sempre dei tabù che non è possibile discutere pubblicamente in modo equo ed imparziale. Questo per l’appunto è il caso tanto del “Fascismo in relazione alla questione ebraica” che della “Questione palestinese in relazione allo Stato ebraico”; tematiche per le quali, curiosamente vigono in modo ipocrita ed ufficioso gli stessi “codici del silenzio”, basati sull’aprioristica condanna di qualsiasi discussione tenda a criticare le interpretazioni di comodo elaborate dal potere politico vigente, che a sua volta si fa forte (coi deboli!) di svariate normative prevaricatrici e vessatorie che per legge istituiscono il “bavaglio legale di Stato” e la censura mediatica di regime. Ciononostante, contro i fatti non valgono le argomentazioni ed il buon Don Curzio in questo breve riassunto inanella tutta una serie di fatti storici incontrovertibili contro i quali non è possibile sensatamente replicare alcunché, tanto quanto abbiamo fatto noi stessi nel contestare l’accusa falsa e pretestuosa mossa al Fascismo di essere stato animato da chissà quale volontà persecutrice votata allo sterminio nei confronti degli ebrei (ad esempio qui e qui). Casomai, se si vuole andare davvero alla ricerca di una vera pulizia etnica genocida, basta gettare lo sguardo sul massacro perpetrato in modo continuato in quasi ottant’anni proprio dall’entità sionista israeliana a danno del popolo palestinese, di cui la carneficina avviata con ogni mezzo e pretesto lo scorso ottobre 2023 (e tutt’ora in atto!) invadendo la Striscia di Gaza, rappresenta soltanto l’episodio criminale più recente in ordine di tempo, come si incarica di illustrare efficacemente lo scritto di seguito riportato! …buona lettura!

IlCovo

IL SIONISMO E IL GENOCIDIO DEI PALESTINESI (1948 – 2023)

di Don Curzio Nitoglia

Introduzione

Padre Giovanni Sale ha scritto un interessante articolo su “La Civiltà Cattolica” (quaderno 3854 del 15 gennaio 2011), intitolato La fondazione dello Stato di Israele e il problema dei profughi Palestinesi (pp. 107-120). Innanzitutto, ci ricorda che i primi “kamikaze terroristi” furono proprio gli Israeliani e non gli Arabi, come oggi si pensa comunemente. Infatti, il 22 luglio del 1946 l’Irgun fece scoppiare una carica di dinamite nell’Hotel King David dove risiedeva il “Quartier generale” della Gran Bretagna, uccidendo 91 persone. Seguirono altri attentati (ad esempio, fatto quasi sconosciuto, il 30 ottobre del 1946 gli stessi terroristi dell’Irgun distrussero con un attentato dinamitardo l’ambasciata britannica a Roma, Ndc.) e così l’Inghilterra decise, nel febbraio del 1947, di rinunciare al mandato sulla Palestina (p. 108). Inoltre ricorda che già nel 1946 vi fu una forte “pressione” (“lobbyng”) della comunità ebraica americana sul Presidente Truman, il quale per la nuova campagna presidenziale aveva bisogno dei soldi e dei voti degli ebrei-americani. Nel medesimo anno anche l’Urss di Stalin si dichiarò favorevole alla spartizione della Palestina. Il “Dipartimento di Stato” statunitense non era d’accordo con l’“Amministrazione presidenziale”, ma fu proprio grazie all’intervento dell’ “Amministrazione americana” che il deserto del Negev fu incorporato allo Stato di Israele e non alla Palestina come avrebbe voluto il “Dipartimento di Stato”. Perciò, già nel 1946 era stato deciso, sulla pelle dei Palestinesi, che Israele avrebbe occupato «il 55% della Palestina, con una popolazione israelita di 500 mila persone». Ora, ci si domanda, com’era possibile, secondo giustizia, che il 37% della popolazione ebraica ottenesse il 55% del territorio palestinese, del quale sino ad allora aveva posseduto solo il 7%? La risposta è sempre e solo la solita: la shoah del popolo ebraico gli dava il diritto a una Patria. Ma, si ribatte, cosa c’entravano i Palestinesi con il torto subìto dagli ebrei in Europa nord-orientale? Uno storico palestinese ha scritto a proposito: «I Palestinesi non capivano perché si facessero pagare a loro i conti dell’olocausto. […]. Non capivano perché fosse ingiusto che gli Ebrei restassero minoranza in uno Stato palestinese unitario, e invece fosse giusto che quasi la metà degli Arabi palestinesi diventasse dalla sera alla mattina una minoranza soggetta a un potere straniero». Evidentemente la legge non è eguale per tutti.

Il peso della shoah

Come si può costatare, esso è stato enorme, politicamente ed economicamente (risarcimenti), militarmente (guerre che ancora oggi perdurano e forse termineranno in un grande conflitto nucleare), religiosamente (giudaizzazione dell’ambiente cristiano e cattolico a partire dal Vaticano II). L’Occidente e l’Europa, caduti in un senso di colpa collettiva, “psicanaliticamente indotta”, hanno pensato di riparare al male fatto (o fatto credere dalla psicanalisi di massa della “psico-polizia”). La shoah continua a pesare, ma si sente qualche scricchiolio, che si cerca di puntellare con leggi penali e “storicide”, specialmente difronte al genocidio dei Palestinesi perpetrato dallo Stato d’Israele (7 ottobre 2023 – febbraio 2024). La prima guerra arabo-israeliana si può dividere in due fasi: 1°) la prima dal novembre 1947 al 14 maggio 1948; 2°) la seconda dal 15 maggio del 1948 all’ottobre del 1949. La prima fase fu soprattutto una guerriglia, ma assai cruenta, basti pensare al massacro di 100 civili Palestinesi da parte dell’Irgun, il 9 aprile 1948, nel villaggio di Deir Yassin. La seconda parte, invece, fu una vera e propria guerra convenzionale. Essa fu caratterizzata da un episodio cruciale che determinò la sconfitta degli Arabi, in maniera scorretta, da parte degli Israeliani. Infatti, l’11 giugno del 1948 il conte svedese Folke Bernadotte (che poi fu assassinato da alcuni terroristi del Lehi) riuscì a negoziare una tregua. Essa fu accolta da Israeliani e Palestinesi ma, «Israele approfittò di tale periodo, violando i termini della tregua, per acquistare dalla Cecoslovacchia una grande quantità di materiale bellico [del III Reich tedesco], rimasto inutilizzato dopo la seconda guerra mondiale. Quando la guerra riprese l’8 luglio del 1948, l’esercito israeliano, utilizzando le nuove forniture europee (e statunitensi), nel giro di pochi giorni ebbe il sopravvento sugli eserciti arabi. […]. In questo modo furono occupati molti villaggi arabi e le città di Lydda e Ramallah» (p. 114). Il genocidio dei Palestinesi da parte d’Israele iniziò proprio allora. Infatti, la città di Lydda fu occupata e vi fu una vera e propria «pulizia etnica» poiché circa 70mila abitanti di Lydda furono espulsi e spinti a piedi nella “marcia della morte” verso Ramallah, e, sotto il sole estivo, morirono numerosi bambini e vecchi. L’ordine di espulsione fu dato personalmente da Ben Gurion il 12 luglio. È lecito parlare di “genocidio”? Oppure l’unico genocidio è quello del popolo ebraico da parte del III Reich germanico? Nella storia vi sono innumerevoli genocidi; quasi ogni guerra ha comportato un genocidio o una “pulizia etnica” da parte dei vincitori nei confronti degli sconfitti. Per esempio, cinque milioni di Amerindiani o Indiani d’America furono sterminati in quanto Amerindi (“American Indian”) dai coloni inglesi e olandesi che occuparono il nord America nel XVII-XVIII secolo. Un milione e mezzo di Armeni, tra il 1894 e il 1918, furono massacrati in quanto Armeni e cristiani dagli Ottomani turchi e musulmani. Gli Italiani furono massacrati e gettati vivi nelle foibe in Istria, tra il 1945-46, dai “titini” slavi a migliaia solo perché Italiani. Il decennio che iniziò col 1990 vide la “pulizia etnica” di centinaia di migliaia tra Serbi, Bosniaci, Kosovari, Croati. Se si pensa all’Africa, cosa dire del Ruanda, degli Utu e Tutzi, i quali si sono massacrati reciprocamente – arrivando attorno alla cifra di 2milioni di vittime – sino a qualche anno fa? Eppure non è “politicamente corretto” parlare di genocidio per costoro. Sembra che vi sia stato un solo genocidio, anzi “IL” genocidio del popolo ebraico nel 1942-45. Chi lo mette in dubbio così com’è presentato dalla propaganda dei vincitori, o cerca di stabilire cifre, studiare la questione, in alcuni Paesi va in galera. Ora, perché non lasciare agli storici e agli scienziati la possibilità e libertà di ricercare da vicino i luoghi, i documenti, il corpo del reato? Altrimenti, anche i Palestinesi potrebbero invocare un “reato di negazionismo” del genocidio che hanno sofferto nel 1948 e continuano a soffrire ancora oggi a Gaza (una striscia desertica, che racchiude – come un campo di concentramento – due milioni e mezzo di persone, bombardate, ripetutamente dall’aviazione israeliana, dal 7 ottobre 2023 e senza sosta, con 26mila morti Palestinesi, di cui la metà bambini).

La ‘shoah’ o ‘nakba’ palestinese

«Sta di fatto che alla fine della prima guerra del 1948, meno della metà della popolazione palestinese si trovava ancora nella terra nativa. […]. Sul numero dei profughi si è molto discusso in passato: gli Israeliani parlavano di circa 500mila profughi, i palestinesi invece di un milione e mezzo di persone espulse. Secondo gli storici contemporanei il numero dei profughi si aggirerebbe attorno ai 700-800 mila» (pp. 115-116). Come si vede si può lecitamente discutere, studiare, ricercare le fonti sulla reale entità della “catastrofe” palestinese, ma per legge è vietato agli storici di far ricerca storica sulle fonti della “catastrofe” ebraica del 1942-45. Inoltre anche per i Palestinesi vale la domanda che l’Europa si pone sulla propria cecità di fronte alla catastrofe ebraica del 1942-45: «Come mai un numero così grande di persone nel giro di pochi mesi ha dovuto abbandonare la propria terra senza che nessuno in occidente se ne preoccupasse? La tesi ufficiale sostenuta da Israele è che i Palestinesi abbandonarono “volontariamente” il loro territorio. […]. I Palestinesi, al contrario, hanno sempre sostenuto che i profughi erano stati espulsi in modo sistematico e premeditato dall’esercito israeliano» (p. 116).

Revisionisti palestinesi

Il primo storico che ha confutato la vulgata israeliana sul problema dei profughi palestinesi è stato il palestinese Walid Khalidi nel suo libro succitato “All That Remains” del 1992. «Egli, consultando gli archivi palestinesi e raccogliendo la memoria dei testimoni, ha ricostruito in modo analitico – riportando l’elenco esatto dei villaggi distrutti – la “catastrofe”, cioè la “nakbah”, vissuta dal suo popolo. Tale studio ebbe poca eco tra gli storici occidentali, e si continuò a ripetere la vulgata israeliana dell’ “esilio volontario dei Palestinesi”» (p. 116). Poi lo storico israeliano Benny Morris ha dedicato tre volumi a questo tema (Vittime; 1948: Israele e Palestina tra guerra e pace; Due popoli una terra) secondo Morris i Palestinesi non sarebbero stati cacciati di proposito, ma conseguentemente alla guerra arabo-israeliana avrebbero preferito l’esilio allo stato di conflitto ed avrebbero lasciato la Palestina spinti dalla guerra e dalle “rappresaglie” dell’Haganah. L’espulsione dei Palestinesi, secondo Morris, non sarebbe mai stata decisa e decretata dal Governo di Tel Aviv e dall’Esercito israeliano, ma sarebbe avvenuta in quelle determinate circostanze di guerra “civile”. Infine lo storico israeliano Ilan Pappe nel suo libro “La pulizia etnica della Palestina” ha confutato la tesi di Morris e si è avvicinato a quella di Khalidi, dimostrando – documenti alla mano – che il progetto d’espulsione fu pianificato il 10 marzo 1948 a Tel Aviv, nella sede dell’Haganah dai Governanti e Militari d’Israele: «Gli ordini erano accompagnati da una minuziosa descrizione dei metodi da usare per cacciare via la popolazione con la forza: assedio e bombardamento dei villaggi, incendi di case, espulsioni, demolizioni, e infine collocazione di mine tra le macerie per impedire agli abitanti espulsi di ritornare»; in caso di resistenza «le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione civile espulsa fuori dei confini dello Stato». Padre Giovanni Sale commenta «tali ordini furono poi trasmessi alle singole brigate che avrebbero provveduto a metterli in atto: il piano era il prodotto inevitabile della determinazione sionista ad avere un’esclusiva presenza ebraica in Palestina, e questo poteva essere realizzato soltanto eliminando la presenza dei nativi dal territorio» (p. 118). Ilan Pappe conclude: «l’obiettivo principale del movimento sionista nel creare il proprio Stato nazionale era la pulizia etnica di tutta la Palestina». Questa verità storica, dimostrata da fatti e documenti, viene ancor oggi sistematicamente negata.

Epilogo

Riflettendo a mo’ di conclusione su quanto letto si può dire con tutta certezza, e senza paura di essere tacciati quali nazisti o antisemiti, ciò che segue: 1°) Coloro i quali parlano di “pulizia etnica” fatta dagli Israeliani nei confronti dei Palestinesi sono uno storico ebreo vivente attualmente in Israele, Ilan Pappe, che ha scritto un libro intitolato precisamente “La pulizia etnica dei Palestinesi” e uno storico gesuita professore alla Pontificia Università Gregoriana, padre Giovanni Sale, che ne ha scritto su La Civiltà Cattolica, la quale è l’organo ufficiale della S. Sede e le cui bozze vengono lette e corrette dalla Segreteria di Stato vaticana prima di essere pubblicate. Quindi gli autori citati sono storici seri e professionalmente qualificati, non sono estremisti antisemiti di destra o di sinistra, ma hanno raccolto fatti, documenti e testimonianze per scrivere e provare quanto sopra. 2°) Inoltre in un certo qual modo la S. Sede ha finalmente ritenuto opportuno pubblicare la verità, anche se “politicamente scorretta”, del genocidio subìto dai Palestinesi da parte del neonato Stato di Israele. 3°) La parola “pulizia etnica” o “genocidio” può sorprendere se non è applicata al popolo ebraico come vittima ma come Stato carnefice, che ha pianificato assieme all’Esercito israeliano l’espulsione di un popolo e l’uccisione di molti suoi membri per impossessarsi della sua terra. Tuttavia Ilan Pappe ne fornisce tutte le prove. 4°) La cifra di questo genocidio subìto dai Palestinesi è liberamente discussa e ricercata scientificamente, senza dover cadere per questo sotto la mannaia di leggi liberticide e “storicide”, come invece succede per la shoah degli ebrei. Infatti, gli autori palestinesi parlano di 1 milione e mezzo di vittime tra morti e sfollati; invece, gli storici “politicamente corretti”, sia ebrei che non-ebrei, parlano di 500 mila vittime, ossia un terzo di quelle date dai Palestinesi; mentre, gli storici attuali, anche israeliani, che cercano la verità dei fatti e non la “correttezza politica”, parlano di circa 800 mila vittime. Perché, allora, ci si domanda, non è lecito fare la stessa cosa riguardo alla cosiddetta “shoah”? Fare storia e non “politicismo-corretto” è un reato, un peccato? Purtroppo sì! Infatti, si finisce in prigione. 5°) Infine il nodo che resta e che se, non viene sciolto porterà, molto probabilmente, alla guerra nucleare – dal Medio Oriente al Mondo intero – è come mettere d’accordo Palestinesi e Israeliani. È giusto che Israele possieda l’80% della Palestina e che i Palestinesi siano confinati in Cisgiordania e nel deserto di Gaza (dalla quale stanno per essere definitivamente espulsi), che è un vero e proprio “campo di concentramento”? Si può invocare la ‘shoah’ per giustificare la ‘nakba’? Cosa c’entrano i Palestinesi con i Tedeschi?

Don Curzio Nitoglia

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2024/02/03/il-sionismo-e-il-genocidio-dei-palestinesi-1948-2023/

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FACCIAMOLA FINITA CON LA “RAZZA”…PAROLA DI FASCISTI!

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Cari lettori, amici e nemici, chi di voi ha buona memoria, ricorderà che agli albori dell’Associazione “IlCovo”, nacque un dibattito, avviato da Marco Piraino, che lanciò una provocazione: facciamola finita col termine “camerati”! Quella provocazione focalizzava il fatto che il vero “cameratismo fascista”, oggigiorno – dopo l’usurpazione di idee ed attività politiche avvenuta per decenni in modo studiato da parte del neofascismo e del postfascismo, entrambi etero-diretti dalle istituzioni antifasciste (qui), che ha distorto in tal modo l’ideale fascista e storpiato i termini ad esso legati, banalizzandoli – non poteva non procedere, prima, dalla formazione del vero “cittadino fascista”, termine che da Noi venne appositamente scelto in sostituzione dopo il dibattito suddetto. Dunque, non c’è “camerata”, in senso fascista (che poi è l’unico), se prima non c’è il “cittadino fascista” che lo rappresenta. Così, stabilita la priorità ideologica, non sussiste alcun problema nello scegliere i termini più appropriati. Ma mentre quella provocazione aveva un senso preciso, che non si scagliava  contro il concetto ed il valore del termine “camerata” in quanto tale, ma contro il suo utilizzo da parte di tutto un ambiente politico ideologicamente assai carente, nonché diretto da quinte colonne infiltrate dal sistema di potere antifascista, oggidì invece, Noi possiamo, questo sì, proclamare di “farla finita” proprio con il termine “razza“, scagliandoci contro il razzismo, in questo caso rigettando proprio il senso e il contenuto che tali termini hanno stabilmente assunto nel tempo presente. Ovviamente immaginiamo già che tutti i soggetti formati culturalmente da 80 anni di antifascismo di stato, che per la sua opera nefasta di plagio delle menti si è avvalso dell’ausilio della stampella “neofascista” (ricordiamocelo sempre!), innanzi a queste nostre affermazioni, si rapporteranno ad esse per come hanno già fatto gli esecutori della “Legge Scelba”, che già hanno voluto processare le nostre idee e secondo i quali, pur di non negarne il fondamento aprioristico pregiudiziale, la cosa più facile da dire alla luce del dettato contenuto in quel mostro giuridico, è stato semplicemente: “voi non siete razzisti e allora non siete fascisti” (qui)! Invece, sulla base dei fatti storici, Noi fascisti de “IlCovo” abbiamo dimostrato che è vero l’esatto contrario (qui)! Ormai, nel corso degli anni abbiamo sufficientemente indagato ed illustrato i termini precisi e reali della questione (es: qui, qui e qui), ma al riguardo è bene giungere ad una definizione definitiva nonché ad una sintesi netta e chiarificatrice. Il motivo per cui il Fascismo ideologicamente non può, pena la sua sparizione (!), essere definito razzista risiede precisamente in tre elementi basilari che di seguito vogliamo esplicitare.

I. Elemento dottrinario

Il Fascismo nacque come “pensiero imbevuto di dottrina spiritualistica” (cit). L’azione politica Fascista fu improntata, già all’indomani dell’adunata di San Sepolcro, ad un gigantesco dogma anti-razionalista e anti-positivista. La feroce polemica di matrice nazional-sindacalista contro il materialismo ed il positivismo, nel Fascismo assunse tratti peculiari e ancor più precisi, poiché fondati sulla concezione Mistica dell’esistenza. Nella stesura della Dottrina datata 1932, che chiariva definitivamente l’ “Identità Fascista” Benito Mussolini mostrava senza ombra di dubbio, in tutto il documento, la natura ideale del Fascismo, che è fortemente anti-materialista e anti-positivista. In ogni paragrafo della sua trattazione, traspare tale natura che mai fu messa in discussione in tutta la parabola storico-politica del regime fascista e che anzi, in vari momenti, fu rivendicata con forza. In un preciso passaggio, che attiene le “Idee Fondamentali”, vi si afferma:

Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto Stato…il popolo è concepito, come deve essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia, etnicamente, traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola. Non razza, né regione geograficamente individuata, ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da un’idea, che è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità.

A fondamento di tale concezione palesemente anti-razzista, vi è il cardine stesso del pensiero Fascista: ovvero l’Universalismo Romano-Cattolico. Infatti, Mussolini al riguardo poté affermare (citazione messa in Nota ufficiale nella Dottrina):

Oggi io affermo che il Fascismo in quanto idea, dottrina, realizzazione, è universale; italiano nei suoi particolari istituti, esso è universale nello spirito, né potrebbe essere altrimenti. Lo spirito è universale per la sua stessa natura. Si può quindi prevedere una Europa fascista, una Europa che inspiri le sue istituzioni alle dottrine e alla pratica del Fascismo. Una Europa cioè che risolva, in senso fascista, il problema dello Stato moderno, dello Stato del XX secolo, ben diverso dagli Stati che esistevano prima del 1789 o che si formarono dopo. Il Fascismo oggi risponde ad esigenze di carattere universale. Esso risolve infatti il triplice problema dei rapporti fra Stato e individuo, fra Stato e gruppi, fra gruppi e gruppi organizzati. [S. E D.: 1930; vol. VII, pag. 230.]

Ebbene, senza dilungarci oltre nella dimostrazione, ci pare già sufficiente definire questi concetti come impossibili da far risalire al razzismo nel significato assunto oggigiorno stabilmente da tale termine. Risulta degno del massimo rilievo che tali presupposti ideali non furono ufficialmente mai rinnegati in nessun periodo della parabola storica del Partito Fascista.

II. Elemento Politico e Politologico

Dalla concezione Fascista, dunque, discende logicamente l’attuazione di tali idee in termini politici fattane dal P.N.F. nelle forme idonee al momento storico. Ulteriore nota di grande interesse sta nel come il Partito Fascista e la Cultura Fascista ufficiale accreditata, descrivessero i termini della questione. In tal caso vogliamo far riferimento a due citazioni precise, elaborate in due momenti politici differenti, ma che riportano sostanzialmente la stessa concezione relativa al preciso significato attribuito dal Fascismo al termine “Razza“: la prima è presente nella Enciclopedia italiana, pubblicata nel 1935, ossia prima della promulgazione dei “provvedimenti per la difesa della razza italiana“, la seconda è tratta dal Dizionario di politica del Partito Fascista, pubblicato nel 1940, ossia a “leggi per la difesa della razza italiana” vigenti.

Razza (Enciclopedia Italiana, 1935, qui)

È assai comune la confusione fra razzapopolo nazione. Ora, la prima è un’entità antropologica, cioè zoologica, qualcosa della stessa natura del concetto di specie animale o vegetale (salvo l’estensione, il grado di questo raggruppamento, il cosiddetto valore sistematico o tassonomico). Pur sotto il triplice aspetto, anatomico, fisiologico, psichico, la razza è un’entità naturalistica, come è una entità naturalistica la specie “cane” o quella “cavallo” sotto il triplice aspetto dei suoi caratteri di forma, di funzione e di psiche. Popolo è un’entità sociologica, indicando un raggruppamento, la cui formazione è un processo storico-culturale, a base soprattutto linguistica (lingua comune). Uno stesso popolo può esser costituito, anzi, di regola, è costituito da più razze. Nazione è un’entità di natura politica, costituendo essa un raggruppamento, in cui possono entrare come costituenti non soltanto razze diverse, ma popoli diversi, più o meno unificati culturalmente. La base della nazione può essere geografica, un territorio più o meno definito, ma non è necessariamente tale. Necessità di esistenza, o anche di potenza, possono far sì che una nazione riunisca popoli diversi, abitanti territori diversi. Si ricordi, ad esempio, l’Austria-Ungheria di prima della guerra mondiale o la Russia attuale. Non esiste perciò una razza, ma solo un popolo e una nazione italiana. Non esiste una razza né una nazione ebrea, ma un popolo ebreo; non esiste, errore più grave di tutti, una razza ariana (o meglio aria), ma esistono solo una civiltà e lingue ariane (sebbene, anche in questo caso, la parola abbia per i linguisti un significato più ristretto che “indoeuropeo”).

Razza (Dizionario di Politica del Partito Fascista, 1940, qui)

…Il concetto di razza può essere adoperato soltanto nel senso sistematico, cioè come concetto di classificazione antropologica (ad esempio: razza nordica, dinarica, occidentale, orientale, baltica, ecc.), e non già nel senso di razza vitale, col significato di un bene ereditario che si trasmette di generazione in generazione. Non si deve perciò parlare di una « razza tedesca » o di una « razza italiana », ma di un « popolo tedesco» e di un « popolo italiano ». Diciamo dunque che il problema della razza non è, e non può essere, stabilito su elementi di ordine puramente fisiologico o sociologico e che il problema capitale è quello del « popolo », che si realizza nello stato come « nazione ». Il quale è un problema dello spirito, cui si accede soltanto attraverso una interpretazione sintetico-etologica della realtà… il problema che sovrasta al dramma dello spirito e che prorompe nella gara imperiale dei popoli non è quello di una meccanica dominazione di un popolo sugli altri, imposta attraverso « guerre zoologiche »; bensì è quello delle « grandi civiltà », in corrispondenza ai fenomeni delle grandi razze, delle grandi famiglie linguistiche e delle religioni mondiali.”

Alla luce di tali citazioni ufficiali, traspare come la concezione del Fascismo sia nel 1919, che nel 1932, resta la medesima che nel 1935 e soprattutto nel 1940. Essa ufficialmente non rappresenta affatto alcuna idea di Stato razzista secondo quelli che sono i comuni canoni odierni !

III. Centralità dell’Elemento “identitario”

L’elemento “identitario” del Fascismo è quello che emerge chiaramente ed in modo centrale dallo svolgimento dei due brani fondamentali precedentemente osservati. Si giunge così a comprendere l’elemento precisante l’identità fascista, che, questa sì, risulta impossibile da sostituire, in ogni tempo. Sulla base di tali elementi si va ben oltre l’uso dei termini, anzi, ogni termine, per essere idoneo alla descrizione fatta dalla costruzione ideologica del fascismo, deve poter far comprendere chiaramente la natura e gli scopi dello stesso, che né prima, né tantomeno oggigiorno, sono da assommare al razzismo e men che meno alla volontà di giungere meccanicamente a fare “guerre zoologiche per il predominio” di una razza presumibilmente e falsamente superiore. Tale elemento identitario irrinunciabile, emerge proprio nei momenti più significativi della parabola storica del regime fascista, quelli considerati più controversi dalla ristretta mentalità odierna, come ad esempio nella Dichiarazione del Gran Consiglio del 1938 o nelle stesse leggi del Novembre successivo di cui abbiamo già scritto altre volte, così come anche nel documento edito dal Ministro Fascista Acerbo e commentato in modo pertinente dal Padre Messineo, secondo quanto riportato su questo stesso blog (qui, qui).

La Quarta Sponda italiana

Conclusione: perché il Partito Fascista usò il termine “razza” e “razzismo”

A questo punto, sebbene sulle pagine di questo blog abbiamo già ampiamente spiegato in dettaglio svariate volte ciò che retoricamente riferisce il titolo del paragrafo, lo si può ugualmente schematizzare in modo sintetico per averne contezza immediata e diretta:

  1.  E’ innegabile che i termini “razza” e “razzismo” furono usati per motivi politici al fine di affrontare particolari situazioni storiche contingenti seguite al conflitto con l’Abissinia, come la necessità di mantenere inalterato il prestigio del colonizzatore italiano nel contesto imperiale creatosi dopo la conquista dell’Etiopia di fronte all’aristocrazia indigena locale e quella di contrastare l’antifascismo di matrice ebraico-sionista, capace di influenzare la condotta politica delle liberal-democrazie anglo-francesi in funzione anti-italiana.
  2. Vi sono comunque delle prove evidenti che in tutti i casi, qualora l’Italia non fosse entrata nell’Asse, la polemica anti-sionista del Fascismo già in atto dalla seconda metà degli anni 20 (secondo quanto traspare negli stessi articoli pubblicati dallo stesso Mussolini sulle pagine del “Popolo di Roma” nel 1928 ed intitolati “religione o nazione?” del 19 novembre e “replica ai sionisti” del 16 dicembre, in cui lo stesso Duce dibatteva contro l’ambiguità di una parte consistente dell’ebraismo, manifestando dunque come la questione fosse niente affatto derivata da chissà quale inesistente sudditanza politica nei confronti dei tedeschi [potete scaricare il documento digitando QUI]  ) avrebbe proseguito a manifestarsi in forme peculiari, che sono esattamente quelle precedenti il 1937, ma sempre all’insegna della pianificazione di una campagna politica atta comunque ad integrare o respingere chi nella civiltà mediterranea incarnata dall’Italia fascista non si riconosceva né voleva essere inserito. Inoltre, relativamente all’ambito coloniale, non va dimenticato che il regime fascista proprio in quel frangente proseguì anche nei propri domini d’oltremare una politica improntata all’insegna della fascistizzazione ideologica della popolazione, che in Libia stava mostrando una fisionomia ben precisa e che fu proseguita in forme diverse, con la legge per la cittadinanza speciale libica concessa ad alcune categorie degli abitanti indigeni mussulmani a partire dal 1939.
  3. Inoltre, il termine “razza” poté essere agevolmente utilizzato dal Partito Fascista (che razzista in senso proprio non fu mai!), senza per questo cadere in alcuna contraddizione ideologica, proprio per i motivi già espressi chiaramente nella voce “Razza” dell’Enciclopedia italiana nel 1935, in cui si diceva che …“è assai comune la confusione fra razzapopolo nazione. Questo perché negli anni del “regime”, il Positivismo non aveva ancora stabilito il monopolio interpretativo sul senso da attribuire ad alcuni termini, come invece vale per l’oggi. Dunque il termine “Razza”, veniva ampiamente utilizzato con varie accezioni, inclusa quella di “popolazione” e “nazionalità” (motivo per cui il Gran Consiglio varò le leggi per la “difesa della razza-popolazione italiana”). Questo venne notato da una moltitudine di esponenti sia politici che culturali del tempo, in Italia e fuori. E per questo, “ad intra”, l’uso del termine, prima ufficialmente rigettato, proprio perché ambiguo, successivamente al suo utilizzo non destò comunque grande scandalo, potendo in modo scaltro essere utilizzato quale elemento a favore della campagna di avvicinamento politico alla Germania, che invece, a differenza dell’Italia Fascista, usava quel termine in modo univoco e ideologico, nel senso di razza vitale, col significato di un bene ereditario che si trasmette di generazione in generazione. Fu proprio in base a questa concezione della valenza plurima di significati attribuiti al termine “razza” che, in seguito, si sviluppò il maggiore e più stridente contrasto ideale tra il Partito Fascista italiano e quello Nazional-Socialista tedesco, fino alla fine della guerra; a dimostrazione evidente che la categoria storicamente inesistente del cosiddetto “nazifascismo” è solo un mendace artificio retorico partorito dalla malafede dell’antifascismo di stato (qui), checché ne dicano tutte la marionette istituzionali di qualsiasi provenienza che da quasi 80 anni si avvicendano nello squallido panorama politico italy-ota. Questo perché l’Italia Fascista ambiva ad essere ideologicamente autonoma, mostrando di possedere una propria visione del mondo originale, alternativa a quella di tutti gli altri gruppi politici coevi, capace di catalizzare su di sé a livello popolare le simpatie della pubblica opinione, anche all’interno delle nazioni dell’Asse.Immagine

Ecco perché, alla luce di quanto appena esposto, ben volentieri possiamo rigettare i termini Razza e Razzismo, con orgoglio e piena volontà di Fascisti intransigenti! E sfidiamo tutti gli “Scelbini” del mondo a dimostrare il contrario!

IlCovo

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L’ANTIFASCISMO DI STATO SI FONDA SU FALSI STORICI: la Repubblica Sociale Italiana non teorizzò né attuò alcuno sterminio!

Indottrinamento antifascista di Stato - Biblioteca del Covo

Cari lettori, amici ed avversari, negli sviluppi ultra decennali dei nostri studi, abbiamo dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio (qui), che la legittimità politica dell’ente governativo per conto terzi denominato “repubblica antifascista nata dalla resistenza”, si fonda essenzialmente su di una serie ininterrotta di falsi storici o di manipolazioni mendaci degli avvenimenti politici, che distorcono la lettura della Verità e ne mostrano una sua scimmiottatura, ovviamente ad usum delphini. Il primo e più importante segno di debolezza, nonché di volontà oppressiva, è rappresentato proprio dalla stringente necessità di dover mentire che essa manifesta ininterrottamente da quasi 80 anni. Se il falso ideologico si rende necessario per la sopravvivenza politica istituzionale di uno Stato, allora esiste un problema; anzi IL PROBLEMA: quello dell’esistenza stessa di una qualche legittimità delle “istituzioni” dominanti. Andando al fondo della Storia nazionale e delle questioni Politologiche come dalle colonne di questo blog abbiamo fatto negli ultimi 10 anni, si scopre quindi che la narrazione sul “Fascismo male assoluto” costituisce esattamente questo: una narrazione stereotipata falsa, elevata ad archetipo menzognero ed imposta istituzionalmente alla popolazione come religione civile mendace. Il legame con la realtà storica dei fatti, in ultimo, non è nemmeno necessario in questo scenario, poiché conta maggiormente la “potenza” di persuasione della propaganda, che fa leva sul bombardamento mediatico continuato, sull’utilizzo dei “simbolismi” e nelle reiterate (ancorché menzognere!) esecrazioni pubbliche, corredate di gogne mediatiche e sociali scandite su tutti i media ufficiali e grondanti ipocrisia. Tanto basta alla macchina istituzionale della vera oppressione per poter funzionare, senza ovviamente trascurare l’immancabile apporto essenziale fornito dall’aiuto dei soliti noti, ossia i burattini di regime per antonomasia, gli pseudo-fascisti (qui). Ebbene, è risaputo, che uno dei capisaldi fondamentali di codesta macchina del fango storico-politologico, è costituito dall’accusa aberrante di genocidio fatta ricadere sul “fascismo” ed i “fascisti”. La millantata equivalenza dei termini “fascismo-razzismo-sterminio” strombazzata da decenni in campo antifascista come verità assoluta, risulta a livello propagandistico potente come una bomba nucleare. Solo l’artificiosa esecrazione morale costruita a bella posta dall’apparato istituzionale italy-ota permette di ghettizzare da decenni chi si dichiara fascista; senza un tale ignobile espediente non si riuscirebbe in nessun modo, (sottolineiamo: in nessun modo!), ad ostacolare l’affermazione universale della dottrina fascista dello Stato. Precisamente a questo scopo serve la cosiddetta Legge Scelba (es: qui) così come tutto l’impianto mediatico a corollario. Dietro la scusa della “protezione della società contro il male assoluto”, si cela la necessità inderogabile di ostacolare la conoscenza e diffusione del pensiero fascista verace (qui), che se emergesse in modo universale spazzerebbe via definitivamente tutto il menzognero castello politico di carta costituito dal globalismo mondialista. La necessità vitale dell’antifascismo, dunque, è quella di perorare i sillogismi fascismo=nazismo; fascismo=razzismo; fascismo=genocidio. A questo scopo è perennemente mobilitata tutta la cosiddetta “società democratica liberale”, in ogni suo settore, che ovunque impone tali “dogmi”. Ma siccome la confutazione dei pilastri ideali di tale pseudo-religione è stata di già ampiamente realizzata nel corso degli anni dall’Associazione “IlCovo” (es: qui, qui, qui), il tentativo di mantenere comunque vivo lo stereotipo antifascista, viene sempre più spostato verso quello che, in gergo, i pennivendoli del regime italy-ota qualificano come il “biennio repubblichino collaborazionista“, facendo di questo presunto “tragico epilogo”, l’altrettanto teorico  corollario del “precedente regime liberticida“.  Esponenti di punta tra i teorici di tale “vulgata antifascista di stato” sono i membri della comunità ebraica S.L. Sullam e prima di lui M. Sarfatti (di già ampiamente confutati dal Covo, ad es. qui, qui, qui) secondo i quali, il Regime Fascista deve essere rappresentato come un “collaboratore” subordinato del Nazismo, nella persecuzione per lo sterminio delle cosiddette “razze inferiori”, prima fra tutte quella ebraica. Ecco che allora la  Repubblica Sociale Italiana, viene così interpretata come “stato fantoccio” (ma ovviamente, tale non fu: qui) che avrebbe favorito il nazionalsocialismo al fine di poter attuare la “soluzione finale” anche sul suolo Italiano. A questo scopo, il Partito Fascista viene da costoro rappresentato come lo strumento principale che avrebbe garantito la consegna degli ebrei nelle mani dei nazionalsocialisti, per poi eliminarli definitivamente. Tale “impianto accusatorio” propagandistico, risulta totalmente falso proprio alla luce dei documenti che nel corso degli anni abbiamo portato all’attenzione del pubblico tramite scritti ed articoli appositi, arricchiti da ulteriori conferme che ne certificano correttezza e validità, come di seguito riportiamo.

I)  “…In questa guerra sono nemici”

Come abbiamo già detto, l’accusa di genocidio nei confronti dei fascisti repubblicani, ad iniziare da Mussolini ovviamente, deriva dall’articolo 7 del preambolo alla assemblea costituente, detto “Manifesto di Verona”. In tale articolo viene riportato quanto segue: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica.” (qui). A questo articolo segue una ordinanza di polizia, la n.5 (30 novembre 1943), diramata dal Ministero dell’Interno. In seguito, il 16 dicembre dello stesso anno, viene emanato un provvedimento (decreto) di confisca dei beni dei cittadini ebrei. I cittadini precedentemente appartenenti alla comunità ebraica, ma definiti “ariani” per speciali benemerenze nei confronti dello Stato Fascista (ovverosia pienamente “italiani”, secondo la “mens” del legislatore di allora), dovevano essere sottoposti a una speciale sorveglianza. Mentre gli altri, di qualsiasi nazionalità, avrebbero dovuto essere spostati in appositi “campi attrezzati”, con la possibilità di ri-utilizzo di edifici civili, religiosi o di edifici già in uso dalle comunità ebraiche. Il sequestro dei beni era destinato agli indigenti, ai sinistrati, agli sfollati e alle famiglie italiane vittime della guerra. A questo riguardo ci si rifaceva ad una Legge del 1938, che regolava la situazione degli stranieri, definiti nemici durante la guerra. Gli ebrei da avviare al domicilio coatto, o ai campi attrezzati, erano di pertinenza dei Capi delle province, ossia delle autorità italiane. Il Capo della Polizia,  Tamburini, a questo proposito, emanò una norma attuativa della precedente ordinanza n.5, dove specificò che lo spostamento dei cittadini ebrei non sarebbe dovuto avvenire per gli anziani, i malati, i piccoli, i “misti”, per non “frantumare l’unità familiare” (testuale) (1). La domanda dunque risulta spontanea: perché gli ebrei assumono tale status nella R.S.I.? Le risposte sono davvero molte e tutte possono avere la loro validità. Quella più immediata, risiede in due motivi principali: il tradimento della Monarchia e dei circoli militari infiltrati dalla massoneria, che aveva portato prima all’arresto di Mussolini ed alla messa al bando del fascismo e poi al successivo crollo dello Stato verificatosi con la proclamazione ufficiale della resa incondizionata agli Anglo-americani avvenuta l’8 settembre del 1943, tutte mosse politiche attribuite al livoroso complotto antifascista dell’ebraismo internazionale, di casa a Londra e Washinghton; le mutate dinamiche a tutto svantaggio della parte italiana nei rapporti con l’alleato tedesco in Patria, ormai da mesi presente in forze sul territorio nazionale non occupato dagli alleati anglo-americani e con il quale vi erano abbondanti frizioni, una delle più importanti (oltre la crisi per il rientro degli italiani prigionieri in Germania) era stata quella per lo stanziamento dell’esercito tedesco nella “zona di operazioni prealpina”, che, di fatto, si stava traducendo in una vera e propria occupazione. Della storia di quella fascia di territorio si potrebbe scrivere davvero molto, e tanto fu scritto. Proprio l’atteggiamento delle autorità italiane nei confronti degli ebrei, e dei concittadini italiani ivi residenti, fu motivo di grandi scontri tra Governo fascista e Reich germanico. L’identificazione degli Ebrei quali cittadini stranieri e nemici dell’Italia venne poi facilitata, propagandisticamente, dall’avvento del “Reggimento ebraico Palestina”, impiegato in Africa contro l’Asse e formato da volontari Ebrei al seguito di Sua Maestà britannica (1942). Tale reggimento, si trasformò in “Brigata” (con bandiera propria), e sbarcò a Taranto nel 1944, rendendosi protagonista di svariati scontri sul territorio nazionale. Di fatto, la legge della R.S.I., formalizzava, ovviamente pro domo sua, lo status di belligeranti degli ebrei “internazionali” (le truppe erano formate da cittadini di varie nazionalità) quali nemici, una situazione che oggettivamente aveva riscontri nella realtà. Detto questo, occorre comprendere a cosa erano destinati i prigionieri o i domiciliati in modo coatto. La “vulgata antifascista” condanna pretestuosamente la Repubblica Sociale Italiana proprio in base a questa operazione, che, ci viene detto in ogni occasione, “raccoglieva i prigionieri per avviarli allo sterminio, secondo le direttive delle leggi di Norimberga nazionalsocialiste”…ed invece storicamente la situazione stava in termini assai diversi.

II) “…Non devono essere consegnati ai tedeschi”

Il primo e forse il più importante documento, vista la provenienza di comprovata matrice antifascista, che smentisce tale assunto, viene dall’allora teste Carlo Silvestri che depose nel dopoguerra al processo Graziani. Egli, nel momento storico in cui il Reich tedesco veniva accusato di qualsiasi crimine sulla base delle accuse mosse dagli Alleati, dichiarava apertamente: “Identificare ancora oggi, febbraio 1949, in quest’aula di giustizia, nel fascismo italiano il nazismo tedesco, e mettere sulla stessa linea con Hitler e Himmler, Mussolini e Graziani, è fare il giuoco dei nemici del nostro Paese, è lavorare contro gli interessi storici dell’Italia. Nel 1944-45 i campi di sterminio tedeschi e le camere a gas ebbero il loro riscontro italiano nel campo di concentramento di Lumezzane, in provincia di Brescia, consistente in un buon albergo dove non si viveva affatto male: il paradiso rispetto all’inferno” (2). A proposito delle affermazioni di Silvestri, in anni recenti esse hanno trovato ulteriori riscontri, come riportato dallo studioso Lodovico Galli, che a sua volta cita la testimonianza di un internato comunista di un tale tenore: “Il Questore di Brescia mi fece portare al campo di concentramento di Lumezzane. Era un campo particolare. Si trattava di una bella villa con parco: il tutto circondato da filo spinato e guardato da fascisti, ma si dormiva in camere con servizi e si mangiava al ristorante dove si trovava ogni ben di Dio. Rimasi fino alla liberazione” (qui).

Nei nostri precedenti articoli, abbiamo anche riferito della varietà dei luoghi in uso per il concentramento dei prigionieri. Oltre agli alberghi, gli ex edifici di culto, gli stabili religiosi. Nel territorio della Repubblica, infatti, i campi attrezzati non erano molti e il più importante fu quello di Fossoli, di cui abbiamo già detto. Tale campo, non è definibile a rigore come esclusivamente campo di prigionia “strictu sensu”, tanto è vero che alla fine della guerra si trasformò prima in un luogo di missione, Nomadelfia, poi in un villaggio, il Villaggio San Marco, che accolse gli esuli Istriano Dalmati.

Arrivati a questo punto è necessario rispondere ad una domanda: la R.S.I. ha collaborato, organizzato e approvato la persecuzione nazionalsocialista? Ha agito in accordo con il comando tedesco? La storiografia istituzionale antifascista risponde ovviamente che essa non solo ha collaborato, ma ha incentivato la persecuzione. Lo Stato Fascista viene accusato di aver consegnato i prigionieri in mano tedesca, di aver gareggiato in brutalità con gli alleati germanici. Ma tutto questo è profondamente falso! La Repubblica di Mussolini non solo non collaborò alla persecuzione, ma nemmeno la teorizzò, ostacolandola secondo le proprie possibilità. Al riguardo gli ordini di Benito Mussolini, diramati a mezzo del ministero dell’Interno, erano di non consegnare i prigionieri ai tedeschi. Ovverosia: l’esatto contrario di quanto viene propagandato dai megafoni dell’antifascismo di Stato. Esiste la prova documentale:

22.01.1944 – Ministero dell’Interno – Gabinetto – Ufficio telegrafo e della cifra – Capi provincie

1412 442 richiamando precedenti disposizione informasi che ebrei puri italiani e stranieri devono essere inviati campi concentramento. Verranno interessate autorità centrali germaniche per direttive intese assicurare permanenza ebrei campi italiani. Provvedimento è per ora sospeso per famiglie miste. Circa sequestro beni mobili e immobili saranno emanate ad iniziativa Ministero Finanze opportune norme regolamentari. CAPO POLIZIA TAMBURINI In ACS, Mi, Dgps, AGR, A4bis (Stranieri internati) B.6

MINISTERO DELL’INTERNO
DISPACCIO TELEGRAFICO
A tutti i Capi delle Provincie
Et per conoscenza al Vice Capo Polizia ROMA
316 Pregasi prendere accordi con Autorità locali germaniche alle quali vanno spiegate le disposizioni impartite per ordine del DUCE alt.
Conseguentemente fate affluire campo concentramento tutti gli ebrei anche se discriminati alt. Comunicate accordi raggiunti alt.
Tamburini Capo Polizia.
Maderno, 22 gennaio 1944/XXII°

Ebbene si, il 22 gennaio 1944, la R.S.I. aveva raggiunto un accordo con i tedeschi. Le deportazioni effettuate dai tedeschi e avviate nell’ottobre 43, di già diminuite alla nascita dello Stato Fascista repubblicano, diminuiscono ancora di più. Dunque, se esiste da parte italiana, come esiste, un accordo con il comando tedesco, esso è PER NON CONSEGNARE i prigionieri e non per il contrario. Inoltre, i documenti dimostrano come la Repubblica fascista, pur tra mille problemi di ogni genere, non fosse per nulla uno Stato “fantoccio”, “collaborazionista”, o assoggettato, bensì l’esatto opposto. 

Lo storico antifascista Renzo De Felice, con un paragone assai infelice che trae spunto da quanto scritto dalla studiosa ebrea Hannah Arendt, descrive questo accordo come una “sufficiente soluzione finale” per la R.S.I., tale da non esporre lo Stato fascista alla invadenza tedesca. Se non che, alla fine del mese di gennaio, l’equilibrio così faticosamente raggiunto, purtroppo venne rotto. Proprio a causa di uno specifico episodio è da addebitare il cambiamento di atteggiamento del comando tedesco in Italia, che diventò da quel momento di aperto scontro con le autorità italiane fasciste. E così a Marzo, per “esigenze belliche”, verrà occupato manu militari dai nazisti il campo nuovo di Fossoli, dopo che le autorità italiane smobilitano dal vecchio, tutti temi da Noi già affrontati nel corso degli anni in alcuni articoli specifici e consultabili su questo stesso blog!

Articoli Covo questione ebraica

Ma al riguardo è proprio la stessa studiosa ebrea Hannah Arendt a smentire nel suo lavoro più famoso le interpretazioni false e tendenziose dell’antifascismo, riassumendo gli avvenimenti in questione in modo inequivocabilmente chiaro…

Citazione Arendt

III)  ll Caso Preziosi… “Fare giustizia di tutti i filo-semiti”!

Giovanni Preziosi costituisce Il personaggio centrale attorno a cui ruota l’evoluzione in senso negativo dei rapporti tra autorità italiane fasciste e governo militare tedesco sulla questione degli ebrei residenti in Italia. Fu proprio il controverso ex prete, razzista, ai margini del Fascismo (come lo fu Evola) e che negli anni precedenti la guerra occupava un ruolo decisamente irrilevante, a compromettere il delicato equilibrio cui si era faticosamente giunti nella gestione del problema ebraico nel gennaio del 1944. Egli, dopo il 25 Luglio, si accreditò presso Hitler come un fanatico sostenitore delle “leggi di Norimberga”. A fine gennaio scrisse personalmente al Fuhrer (ed a Mussolini!) parole di fuoco sulla condotta delle autorità italiane della R.S.I. La lettera di Preziosi suscitò grande impressione presso il Capo di Stato tedesco. Nelle sue parole trapelano accuse circostanziate contro le istituzioni italiane e persino contro il Duce, definito “troppo buono”. Il nocciolo della requisitoria, ovviamente, è relativo ai rovesci militari patiti dall’Asse in guerra e che erano da addebitare agli ebrei e i loro amici… ovvero, i fascisti. Anche al Duce Preziosi scrive in termini simili, chiedendo di applicare anche nel territorio della R.S.I. le “leggi di Norimberga”, di cui prepara perfino una bozza, che però venne respinta da Mussolini. Dopo queste accuse, nel clima subentrato all’8 settembre, Hitler risultò furibondo, minacciando di fare giustizia di tutti i traditori filosemiti. Da quel momento in poi il comando tedesco al riguardo si scontrò puntualmente con le autorità italiane, quando si presentava per reclamare gli ebrei come propri prigionieri di guerra (3). 

In quel frangente, venne avviata da parte delle autorità della Repubblica fascista, a partire dallo stesso Mussolini, quella strategia testimoniata anche da Carlo Silvestri per contrastare le mire tedesche. Essendo le due parti “separate in casa”, si poteva agire per ostacolare la prassi nazionalsocialista in modo indiretto. Per esempio stabilendo ufficialmente la pertinenza dei prigionieri, o nascondendoli in appositi luoghi sicuri, oppure favorendone in vari modi la fuga.

Un capitolo a parte, anche se correlato, è costituito dal metodo della rappresaglia in uso durante la guerra, e in specifico nel biennio 43-45. Ma ci riserviamo di trattarlo in seguito.

Ad ogni modo tali prove documentarie senza ombra di dubbio smentiscono totalmente lo stereotipo menzognero che vede i fascisti repubblicani qualificati indiscriminatamente come razzisti collaboratori zelanti di qualsivoglia sterminio, proprio a fronte dei documenti che invece ne mostrano la condotta animata da una chiara e precisa volontà di senso opposto. Ulteriore riprova del fatto che l’antifascismo istituzionale ribalta spudoratamente da sempre la realtà degli avvenimenti storici in nome delle proprie tesi politiche mendaci. Ma grazie a Dio la Verità non teme il tempo e prima o poi arriva sempre ad emergere!

IlCovo

NOTE

1). Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, Categoria A5G (II Guerra Mondiale) Busta 151:

A TUTTI I CAPI PROVINCIA
N.5 Comunicasi, per la immediata esecuzione, la seguente ordinanza di polizia che dovrà essere applicata in tutto il territorio di codesta provincia:
“1° tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengono, e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni, mobili ed immobili, debbono essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.
2° Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero, in applicazione delle leggi razziali italiane vigenti, il riconoscimento di appartenenza alla razza ariana, devono essere sottoposti a speciale vigilanza degli organi di polizia.”
Siano intanto concentrati gli ebrei in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati
IL MINISTRO
BUFFARINI – GUIDI

N. 57469/442 punto In applicazione recenti disposizioni, ebrei stranieri debbono essere assegnati tutti at campo concentramento punto Uguale provvedimento deve essere adottato per ebrei italiani esclusi i malati gravi et vecchi oltre anni settanta punto Sono per ora esclusi i misti et le famiglie miste salvo adeguate misure vigilanza
CAPO POLIZIA
TAMBURINI

2). Carlo Silvestri, “MUSSOLINI GRAZIANI E L’ANTIFASCISMO”, Milano, 1949, Longanesi. 

3). Un esempio di questi scontri, presente nella busta dell’Archivio dello Stato da cui abbiamo attinto, è avvenuto a Vicenza. Il comando tedesco si presenta per prelevare prigionieri, al rifiuto del capo della provincia, fa diramare un ordine diretto.

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Buon Natale del Signore Gesù Cristo

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