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FACCIAMOLA FINITA CON LA “RAZZA”…PAROLA DI FASCISTI!

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Cari lettori, amici e nemici, chi di voi ha buona memoria, ricorderà che agli albori dell’Associazione “IlCovo”, nacque un dibattito, avviato da Marco Piraino, che lanciò una provocazione: facciamola finita col termine “camerati”! Quella provocazione focalizzava il fatto che il vero “cameratismo fascista”, oggigiorno – dopo l’usurpazione di idee ed attività politiche avvenuta per decenni in modo studiato da parte del neofascismo e del postfascismo, entrambi etero-diretti dalle istituzioni antifasciste (qui), che ha distorto in tal modo l’ideale fascista e storpiato i termini ad esso legati, banalizzandoli – non poteva non procedere, prima, dalla formazione del vero “cittadino fascista”, termine che da Noi venne appositamente scelto in sostituzione dopo il dibattito suddetto. Dunque, non c’è “camerata”, in senso fascista (che poi è l’unico), se prima non c’è il “cittadino fascista” che lo rappresenta. Così, stabilita la priorità ideologica, non sussiste alcun problema nello scegliere i termini più appropriati. Ma mentre quella provocazione aveva un senso preciso, che non si scagliava  contro il concetto ed il valore del termine “camerata” in quanto tale, ma contro il suo utilizzo da parte di tutto un ambiente politico ideologicamente assai carente, nonché diretto da quinte colonne infiltrate dal sistema di potere antifascista, oggidì invece, Noi possiamo, questo sì, proclamare di “farla finita” proprio con il termine “razza“, scagliandoci contro il razzismo, in questo caso rigettando proprio il senso e il contenuto che tali termini hanno stabilmente assunto nel tempo presente. Ovviamente immaginiamo già che tutti i soggetti formati culturalmente da 80 anni di antifascismo di stato, che per la sua opera nefasta di plagio delle menti si è avvalso dell’ausilio della stampella “neofascista” (ricordiamocelo sempre!), innanzi a queste nostre affermazioni, si rapporteranno ad esse per come hanno già fatto gli esecutori della “Legge Scelba”, che già hanno voluto processare le nostre idee e secondo i quali, pur di non negarne il fondamento aprioristico pregiudiziale, la cosa più facile da dire alla luce del dettato contenuto in quel mostro giuridico, è stato semplicemente: “voi non siete razzisti e allora non siete fascisti” (qui)! Invece, sulla base dei fatti storici, Noi fascisti de “IlCovo” abbiamo dimostrato che è vero l’esatto contrario (qui)! Ormai, nel corso degli anni abbiamo sufficientemente indagato ed illustrato i termini precisi e reali della questione (es: qui, qui e qui), ma al riguardo è bene giungere ad una definizione definitiva nonché ad una sintesi netta e chiarificatrice. Il motivo per cui il Fascismo ideologicamente non può, pena la sua sparizione (!), essere definito razzista risiede precisamente in tre elementi basilari che di seguito vogliamo esplicitare.

I. Elemento dottrinario

Il Fascismo nacque come “pensiero imbevuto di dottrina spiritualistica” (cit). L’azione politica Fascista fu improntata, già all’indomani dell’adunata di San Sepolcro, ad un gigantesco dogma anti-razionalista e anti-positivista. La feroce polemica di matrice nazional-sindacalista contro il materialismo ed il positivismo, nel Fascismo assunse tratti peculiari e ancor più precisi, poiché fondati sulla concezione Mistica dell’esistenza. Nella stesura della Dottrina datata 1932, che chiariva definitivamente l’ “Identità Fascista” Benito Mussolini mostrava senza ombra di dubbio, in tutto il documento, la natura ideale del Fascismo, che è fortemente anti-materialista e anti-positivista. In ogni paragrafo della sua trattazione, traspare tale natura che mai fu messa in discussione in tutta la parabola storico-politica del regime fascista e che anzi, in vari momenti, fu rivendicata con forza. In un preciso passaggio, che attiene le “Idee Fondamentali”, vi si afferma:

Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto Stato…il popolo è concepito, come deve essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia, etnicamente, traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola. Non razza, né regione geograficamente individuata, ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da un’idea, che è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità.

A fondamento di tale concezione palesemente anti-razzista, vi è il cardine stesso del pensiero Fascista: ovvero l’Universalismo Romano-Cattolico. Infatti, Mussolini al riguardo poté affermare (citazione messa in Nota ufficiale nella Dottrina):

Oggi io affermo che il Fascismo in quanto idea, dottrina, realizzazione, è universale; italiano nei suoi particolari istituti, esso è universale nello spirito, né potrebbe essere altrimenti. Lo spirito è universale per la sua stessa natura. Si può quindi prevedere una Europa fascista, una Europa che inspiri le sue istituzioni alle dottrine e alla pratica del Fascismo. Una Europa cioè che risolva, in senso fascista, il problema dello Stato moderno, dello Stato del XX secolo, ben diverso dagli Stati che esistevano prima del 1789 o che si formarono dopo. Il Fascismo oggi risponde ad esigenze di carattere universale. Esso risolve infatti il triplice problema dei rapporti fra Stato e individuo, fra Stato e gruppi, fra gruppi e gruppi organizzati. [S. E D.: 1930; vol. VII, pag. 230.]

Ebbene, senza dilungarci oltre nella dimostrazione, ci pare già sufficiente definire questi concetti come impossibili da far risalire al razzismo nel significato assunto oggigiorno stabilmente da tale termine. Risulta degno del massimo rilievo che tali presupposti ideali non furono ufficialmente mai rinnegati in nessun periodo della parabola storica del Partito Fascista.

II. Elemento Politico e Politologico

Dalla concezione Fascista, dunque, discende logicamente l’attuazione di tali idee in termini politici fattane dal P.N.F. nelle forme idonee al momento storico. Ulteriore nota di grande interesse sta nel come il Partito Fascista e la Cultura Fascista ufficiale accreditata, descrivessero i termini della questione. In tal caso vogliamo far riferimento a due citazioni precise, elaborate in due momenti politici differenti, ma che riportano sostanzialmente la stessa concezione relativa al preciso significato attribuito dal Fascismo al termine “Razza“: la prima è presente nella Enciclopedia italiana, pubblicata nel 1935, ossia prima della promulgazione dei “provvedimenti per la difesa della razza italiana“, la seconda è tratta dal Dizionario di politica del Partito Fascista, pubblicato nel 1940, ossia a “leggi per la difesa della razza italiana” vigenti.

Razza (Enciclopedia Italiana, 1935, qui)

È assai comune la confusione fra razzapopolo nazione. Ora, la prima è un’entità antropologica, cioè zoologica, qualcosa della stessa natura del concetto di specie animale o vegetale (salvo l’estensione, il grado di questo raggruppamento, il cosiddetto valore sistematico o tassonomico). Pur sotto il triplice aspetto, anatomico, fisiologico, psichico, la razza è un’entità naturalistica, come è una entità naturalistica la specie “cane” o quella “cavallo” sotto il triplice aspetto dei suoi caratteri di forma, di funzione e di psiche. Popolo è un’entità sociologica, indicando un raggruppamento, la cui formazione è un processo storico-culturale, a base soprattutto linguistica (lingua comune). Uno stesso popolo può esser costituito, anzi, di regola, è costituito da più razze. Nazione è un’entità di natura politica, costituendo essa un raggruppamento, in cui possono entrare come costituenti non soltanto razze diverse, ma popoli diversi, più o meno unificati culturalmente. La base della nazione può essere geografica, un territorio più o meno definito, ma non è necessariamente tale. Necessità di esistenza, o anche di potenza, possono far sì che una nazione riunisca popoli diversi, abitanti territori diversi. Si ricordi, ad esempio, l’Austria-Ungheria di prima della guerra mondiale o la Russia attuale. Non esiste perciò una razza, ma solo un popolo e una nazione italiana. Non esiste una razza né una nazione ebrea, ma un popolo ebreo; non esiste, errore più grave di tutti, una razza ariana (o meglio aria), ma esistono solo una civiltà e lingue ariane (sebbene, anche in questo caso, la parola abbia per i linguisti un significato più ristretto che “indoeuropeo”).

Razza (Dizionario di Politica del Partito Fascista, 1940, qui)

…Il concetto di razza può essere adoperato soltanto nel senso sistematico, cioè come concetto di classificazione antropologica (ad esempio: razza nordica, dinarica, occidentale, orientale, baltica, ecc.), e non già nel senso di razza vitale, col significato di un bene ereditario che si trasmette di generazione in generazione. Non si deve perciò parlare di una « razza tedesca » o di una « razza italiana », ma di un « popolo tedesco» e di un « popolo italiano ». Diciamo dunque che il problema della razza non è, e non può essere, stabilito su elementi di ordine puramente fisiologico o sociologico e che il problema capitale è quello del « popolo », che si realizza nello stato come « nazione ». Il quale è un problema dello spirito, cui si accede soltanto attraverso una interpretazione sintetico-etologica della realtà… il problema che sovrasta al dramma dello spirito e che prorompe nella gara imperiale dei popoli non è quello di una meccanica dominazione di un popolo sugli altri, imposta attraverso « guerre zoologiche »; bensì è quello delle « grandi civiltà », in corrispondenza ai fenomeni delle grandi razze, delle grandi famiglie linguistiche e delle religioni mondiali.”

Alla luce di tali citazioni ufficiali, traspare come la concezione del Fascismo sia nel 1919, che nel 1932, resta la medesima che nel 1935 e soprattutto nel 1940. Essa ufficialmente non rappresenta affatto alcuna idea di Stato razzista secondo quelli che sono i comuni canoni odierni !

III. Centralità dell’Elemento “identitario”

L’elemento “identitario” del Fascismo è quello che emerge chiaramente ed in modo centrale dallo svolgimento dei due brani fondamentali precedentemente osservati. Si giunge così a comprendere l’elemento precisante l’identità fascista, che, questa sì, risulta impossibile da sostituire, in ogni tempo. Sulla base di tali elementi si va ben oltre l’uso dei termini, anzi, ogni termine, per essere idoneo alla descrizione fatta dalla costruzione ideologica del fascismo, deve poter far comprendere chiaramente la natura e gli scopi dello stesso, che né prima, né tantomeno oggigiorno, sono da assommare al razzismo e men che meno alla volontà di giungere meccanicamente a fare “guerre zoologiche per il predominio” di una razza presumibilmente e falsamente superiore. Tale elemento identitario irrinunciabile, emerge proprio nei momenti più significativi della parabola storica del regime fascista, quelli considerati più controversi dalla ristretta mentalità odierna, come ad esempio nella Dichiarazione del Gran Consiglio del 1938 o nelle stesse leggi del Novembre successivo di cui abbiamo già scritto altre volte, così come anche nel documento edito dal Ministro Fascista Acerbo e commentato in modo pertinente dal Padre Messineo, secondo quanto riportato su questo stesso blog (qui, qui).

La Quarta Sponda italiana

Conclusione: perché il Partito Fascista usò il termine “razza” e “razzismo”

A questo punto, sebbene sulle pagine di questo blog abbiamo già ampiamente spiegato in dettaglio svariate volte ciò che retoricamente riferisce il titolo del paragrafo, lo si può ugualmente schematizzare in modo sintetico per averne contezza immediata e diretta:

  1.  E’ innegabile che i termini “razza” e “razzismo” furono usati per motivi politici al fine di affrontare particolari situazioni storiche contingenti seguite al conflitto con l’Abissinia, come la necessità di mantenere inalterato il prestigio del colonizzatore italiano nel contesto imperiale creatosi dopo la conquista dell’Etiopia di fronte all’aristocrazia indigena locale e quella di contrastare l’antifascismo di matrice ebraico-sionista, capace di influenzare la condotta politica delle liberal-democrazie anglo-francesi in funzione anti-italiana.
  2. Vi sono comunque delle prove evidenti che in tutti i casi, qualora l’Italia non fosse entrata nell’Asse, la polemica anti-sionista del Fascismo già in atto dalla seconda metà degli anni 20 (secondo quanto traspare negli stessi articoli pubblicati dallo stesso Mussolini sulle pagine del “Popolo di Roma” nel 1928 ed intitolati “religione o nazione?” del 19 novembre e “replica ai sionisti” del 16 dicembre, in cui lo stesso Duce dibatteva contro l’ambiguità di una parte consistente dell’ebraismo, manifestando dunque come la questione fosse niente affatto derivata da chissà quale inesistente sudditanza politica nei confronti dei tedeschi [potete scaricare il documento digitando QUI]  ) avrebbe proseguito a manifestarsi in forme peculiari, che sono esattamente quelle precedenti il 1937, ma sempre all’insegna della pianificazione di una campagna politica atta comunque ad integrare o respingere chi nella civiltà mediterranea incarnata dall’Italia fascista non si riconosceva né voleva essere inserito. Inoltre, relativamente all’ambito coloniale, non va dimenticato che il regime fascista proprio in quel frangente proseguì anche nei propri domini d’oltremare una politica improntata all’insegna della fascistizzazione ideologica della popolazione, che in Libia stava mostrando una fisionomia ben precisa e che fu proseguita in forme diverse, con la legge per la cittadinanza speciale libica concessa ad alcune categorie degli abitanti indigeni mussulmani a partire dal 1939.
  3. Inoltre, il termine “razza” poté essere agevolmente utilizzato dal Partito Fascista (che razzista in senso proprio non fu mai!), senza per questo cadere in alcuna contraddizione ideologica, proprio per i motivi già espressi chiaramente nella voce “Razza” dell’Enciclopedia italiana nel 1935, in cui si diceva che …“è assai comune la confusione fra razzapopolo nazione. Questo perché negli anni del “regime”, il Positivismo non aveva ancora stabilito il monopolio interpretativo sul senso da attribuire ad alcuni termini, come invece vale per l’oggi. Dunque il termine “Razza”, veniva ampiamente utilizzato con varie accezioni, inclusa quella di “popolazione” e “nazionalità” (motivo per cui il Gran Consiglio varò le leggi per la “difesa della razza-popolazione italiana”). Questo venne notato da una moltitudine di esponenti sia politici che culturali del tempo, in Italia e fuori. E per questo, “ad intra”, l’uso del termine, prima ufficialmente rigettato, proprio perché ambiguo, successivamente al suo utilizzo non destò comunque grande scandalo, potendo in modo scaltro essere utilizzato quale elemento a favore della campagna di avvicinamento politico alla Germania, che invece, a differenza dell’Italia Fascista, usava quel termine in modo univoco e ideologico, nel senso di razza vitale, col significato di un bene ereditario che si trasmette di generazione in generazione. Fu proprio in base a questa concezione della valenza plurima di significati attribuiti al termine “razza” che, in seguito, si sviluppò il maggiore e più stridente contrasto ideale tra il Partito Fascista italiano e quello Nazional-Socialista tedesco, fino alla fine della guerra; a dimostrazione evidente che la categoria storicamente inesistente del cosiddetto “nazifascismo” è solo un mendace artificio retorico partorito dalla malafede dell’antifascismo di stato (qui), checché ne dicano tutte la marionette istituzionali di qualsiasi provenienza che da quasi 80 anni si avvicendano nello squallido panorama politico italy-ota. Questo perché l’Italia Fascista ambiva ad essere ideologicamente autonoma, mostrando di possedere una propria visione del mondo originale, alternativa a quella di tutti gli altri gruppi politici coevi, capace di catalizzare su di sé a livello popolare le simpatie della pubblica opinione, anche all’interno delle nazioni dell’Asse.Immagine

Ecco perché, alla luce di quanto appena esposto, ben volentieri possiamo rigettare i termini Razza e Razzismo, con orgoglio e piena volontà di Fascisti intransigenti! E sfidiamo tutti gli “Scelbini” del mondo a dimostrare il contrario!

IlCovo

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L’ANTIFASCISMO DI STATO SI FONDA SU FALSI STORICI: la Repubblica Sociale Italiana non teorizzò né attuò alcuno sterminio!

Indottrinamento antifascista di Stato - Biblioteca del Covo

Cari lettori, amici ed avversari, negli sviluppi ultra decennali dei nostri studi, abbiamo dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio (qui), che la legittimità politica dell’ente governativo per conto terzi denominato “repubblica antifascista nata dalla resistenza”, si fonda essenzialmente su di una serie ininterrotta di falsi storici o di manipolazioni mendaci degli avvenimenti politici, che distorcono la lettura della Verità e ne mostrano una sua scimmiottatura, ovviamente ad usum delphini. Il primo e più importante segno di debolezza, nonché di volontà oppressiva, è rappresentato proprio dalla stringente necessità di dover mentire che essa manifesta ininterrottamente da quasi 80 anni. Se il falso ideologico si rende necessario per la sopravvivenza politica istituzionale di uno Stato, allora esiste un problema; anzi IL PROBLEMA: quello dell’esistenza stessa di una qualche legittimità delle “istituzioni” dominanti. Andando al fondo della Storia nazionale e delle questioni Politologiche come dalle colonne di questo blog abbiamo fatto negli ultimi 10 anni, si scopre quindi che la narrazione sul “Fascismo male assoluto” costituisce esattamente questo: una narrazione stereotipata falsa, elevata ad archetipo menzognero ed imposta istituzionalmente alla popolazione come religione civile mendace. Il legame con la realtà storica dei fatti, in ultimo, non è nemmeno necessario in questo scenario, poiché conta maggiormente la “potenza” di persuasione della propaganda, che fa leva sul bombardamento mediatico continuato, sull’utilizzo dei “simbolismi” e nelle reiterate (ancorché menzognere!) esecrazioni pubbliche, corredate di gogne mediatiche e sociali scandite su tutti i media ufficiali e grondanti ipocrisia. Tanto basta alla macchina istituzionale della vera oppressione per poter funzionare, senza ovviamente trascurare l’immancabile apporto essenziale fornito dall’aiuto dei soliti noti, ossia i burattini di regime per antonomasia, gli pseudo-fascisti (qui). Ebbene, è risaputo, che uno dei capisaldi fondamentali di codesta macchina del fango storico-politologico, è costituito dall’accusa aberrante di genocidio fatta ricadere sul “fascismo” ed i “fascisti”. La millantata equivalenza dei termini “fascismo-razzismo-sterminio” strombazzata da decenni in campo antifascista come verità assoluta, risulta a livello propagandistico potente come una bomba nucleare. Solo l’artificiosa esecrazione morale costruita a bella posta dall’apparato istituzionale italy-ota permette di ghettizzare da decenni chi si dichiara fascista; senza un tale ignobile espediente non si riuscirebbe in nessun modo, (sottolineiamo: in nessun modo!), ad ostacolare l’affermazione universale della dottrina fascista dello Stato. Precisamente a questo scopo serve la cosiddetta Legge Scelba (es: qui) così come tutto l’impianto mediatico a corollario. Dietro la scusa della “protezione della società contro il male assoluto”, si cela la necessità inderogabile di ostacolare la conoscenza e diffusione del pensiero fascista verace (qui), che se emergesse in modo universale spazzerebbe via definitivamente tutto il menzognero castello politico di carta costituito dal globalismo mondialista. La necessità vitale dell’antifascismo, dunque, è quella di perorare i sillogismi fascismo=nazismo; fascismo=razzismo; fascismo=genocidio. A questo scopo è perennemente mobilitata tutta la cosiddetta “società democratica liberale”, in ogni suo settore, che ovunque impone tali “dogmi”. Ma siccome la confutazione dei pilastri ideali di tale pseudo-religione è stata di già ampiamente realizzata nel corso degli anni dall’Associazione “IlCovo” (es: qui, qui, qui), il tentativo di mantenere comunque vivo lo stereotipo antifascista, viene sempre più spostato verso quello che, in gergo, i pennivendoli del regime italy-ota qualificano come il “biennio repubblichino collaborazionista“, facendo di questo presunto “tragico epilogo”, l’altrettanto teorico  corollario del “precedente regime liberticida“.  Esponenti di punta tra i teorici di tale “vulgata antifascista di stato” sono i membri della comunità ebraica S.L. Sullam e prima di lui M. Sarfatti (di già ampiamente confutati dal Covo, ad es. qui, qui, qui) secondo i quali, il Regime Fascista deve essere rappresentato come un “collaboratore” subordinato del Nazismo, nella persecuzione per lo sterminio delle cosiddette “razze inferiori”, prima fra tutte quella ebraica. Ecco che allora la  Repubblica Sociale Italiana, viene così interpretata come “stato fantoccio” (ma ovviamente, tale non fu: qui) che avrebbe favorito il nazionalsocialismo al fine di poter attuare la “soluzione finale” anche sul suolo Italiano. A questo scopo, il Partito Fascista viene da costoro rappresentato come lo strumento principale che avrebbe garantito la consegna degli ebrei nelle mani dei nazionalsocialisti, per poi eliminarli definitivamente. Tale “impianto accusatorio” propagandistico, risulta totalmente falso proprio alla luce dei documenti che nel corso degli anni abbiamo portato all’attenzione del pubblico tramite scritti ed articoli appositi, arricchiti da ulteriori conferme che ne certificano correttezza e validità, come di seguito riportiamo.

I)  “…In questa guerra sono nemici”

Come abbiamo già detto, l’accusa di genocidio nei confronti dei fascisti repubblicani, ad iniziare da Mussolini ovviamente, deriva dall’articolo 7 del preambolo alla assemblea costituente, detto “Manifesto di Verona”. In tale articolo viene riportato quanto segue: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica.” (qui). A questo articolo segue una ordinanza di polizia, la n.5 (30 novembre 1943), diramata dal Ministero dell’Interno. In seguito, il 16 dicembre dello stesso anno, viene emanato un provvedimento (decreto) di confisca dei beni dei cittadini ebrei. I cittadini precedentemente appartenenti alla comunità ebraica, ma definiti “ariani” per speciali benemerenze nei confronti dello Stato Fascista (ovverosia pienamente “italiani”, secondo la “mens” del legislatore di allora), dovevano essere sottoposti a una speciale sorveglianza. Mentre gli altri, di qualsiasi nazionalità, avrebbero dovuto essere spostati in appositi “campi attrezzati”, con la possibilità di ri-utilizzo di edifici civili, religiosi o di edifici già in uso dalle comunità ebraiche. Il sequestro dei beni era destinato agli indigenti, ai sinistrati, agli sfollati e alle famiglie italiane vittime della guerra. A questo riguardo ci si rifaceva ad una Legge del 1938, che regolava la situazione degli stranieri, definiti nemici durante la guerra. Gli ebrei da avviare al domicilio coatto, o ai campi attrezzati, erano di pertinenza dei Capi delle province, ossia delle autorità italiane. Il Capo della Polizia,  Tamburini, a questo proposito, emanò una norma attuativa della precedente ordinanza n.5, dove specificò che lo spostamento dei cittadini ebrei non sarebbe dovuto avvenire per gli anziani, i malati, i piccoli, i “misti”, per non “frantumare l’unità familiare” (testuale) (1). La domanda dunque risulta spontanea: perché gli ebrei assumono tale status nella R.S.I.? Le risposte sono davvero molte e tutte possono avere la loro validità. Quella più immediata, risiede in due motivi principali: il tradimento della Monarchia e dei circoli militari infiltrati dalla massoneria, che aveva portato prima all’arresto di Mussolini ed alla messa al bando del fascismo e poi al successivo crollo dello Stato verificatosi con la proclamazione ufficiale della resa incondizionata agli Anglo-americani avvenuta l’8 settembre del 1943, tutte mosse politiche attribuite al livoroso complotto antifascista dell’ebraismo internazionale, di casa a Londra e Washinghton; le mutate dinamiche a tutto svantaggio della parte italiana nei rapporti con l’alleato tedesco in Patria, ormai da mesi presente in forze sul territorio nazionale non occupato dagli alleati anglo-americani e con il quale vi erano abbondanti frizioni, una delle più importanti (oltre la crisi per il rientro degli italiani prigionieri in Germania) era stata quella per lo stanziamento dell’esercito tedesco nella “zona di operazioni prealpina”, che, di fatto, si stava traducendo in una vera e propria occupazione. Della storia di quella fascia di territorio si potrebbe scrivere davvero molto, e tanto fu scritto. Proprio l’atteggiamento delle autorità italiane nei confronti degli ebrei, e dei concittadini italiani ivi residenti, fu motivo di grandi scontri tra Governo fascista e Reich germanico. L’identificazione degli Ebrei quali cittadini stranieri e nemici dell’Italia venne poi facilitata, propagandisticamente, dall’avvento del “Reggimento ebraico Palestina”, impiegato in Africa contro l’Asse e formato da volontari Ebrei al seguito di Sua Maestà britannica (1942). Tale reggimento, si trasformò in “Brigata” (con bandiera propria), e sbarcò a Taranto nel 1944, rendendosi protagonista di svariati scontri sul territorio nazionale. Di fatto, la legge della R.S.I., formalizzava, ovviamente pro domo sua, lo status di belligeranti degli ebrei “internazionali” (le truppe erano formate da cittadini di varie nazionalità) quali nemici, una situazione che oggettivamente aveva riscontri nella realtà. Detto questo, occorre comprendere a cosa erano destinati i prigionieri o i domiciliati in modo coatto. La “vulgata antifascista” condanna pretestuosamente la Repubblica Sociale Italiana proprio in base a questa operazione, che, ci viene detto in ogni occasione, “raccoglieva i prigionieri per avviarli allo sterminio, secondo le direttive delle leggi di Norimberga nazionalsocialiste”…ed invece storicamente la situazione stava in termini assai diversi.

II) “…Non devono essere consegnati ai tedeschi”

Il primo e forse il più importante documento, vista la provenienza di comprovata matrice antifascista, che smentisce tale assunto, viene dall’allora teste Carlo Silvestri che depose nel dopoguerra al processo Graziani. Egli, nel momento storico in cui il Reich tedesco veniva accusato di qualsiasi crimine sulla base delle accuse mosse dagli Alleati, dichiarava apertamente: “Identificare ancora oggi, febbraio 1949, in quest’aula di giustizia, nel fascismo italiano il nazismo tedesco, e mettere sulla stessa linea con Hitler e Himmler, Mussolini e Graziani, è fare il giuoco dei nemici del nostro Paese, è lavorare contro gli interessi storici dell’Italia. Nel 1944-45 i campi di sterminio tedeschi e le camere a gas ebbero il loro riscontro italiano nel campo di concentramento di Lumezzane, in provincia di Brescia, consistente in un buon albergo dove non si viveva affatto male: il paradiso rispetto all’inferno” (2). A proposito delle affermazioni di Silvestri, in anni recenti esse hanno trovato ulteriori riscontri, come riportato dallo studioso Lodovico Galli, che a sua volta cita la testimonianza di un internato comunista di un tale tenore: “Il Questore di Brescia mi fece portare al campo di concentramento di Lumezzane. Era un campo particolare. Si trattava di una bella villa con parco: il tutto circondato da filo spinato e guardato da fascisti, ma si dormiva in camere con servizi e si mangiava al ristorante dove si trovava ogni ben di Dio. Rimasi fino alla liberazione” (qui).

Nei nostri precedenti articoli, abbiamo anche riferito della varietà dei luoghi in uso per il concentramento dei prigionieri. Oltre agli alberghi, gli ex edifici di culto, gli stabili religiosi. Nel territorio della Repubblica, infatti, i campi attrezzati non erano molti e il più importante fu quello di Fossoli, di cui abbiamo già detto. Tale campo, non è definibile a rigore come esclusivamente campo di prigionia “strictu sensu”, tanto è vero che alla fine della guerra si trasformò prima in un luogo di missione, Nomadelfia, poi in un villaggio, il Villaggio San Marco, che accolse gli esuli Istriano Dalmati.

Arrivati a questo punto è necessario rispondere ad una domanda: la R.S.I. ha collaborato, organizzato e approvato la persecuzione nazionalsocialista? Ha agito in accordo con il comando tedesco? La storiografia istituzionale antifascista risponde ovviamente che essa non solo ha collaborato, ma ha incentivato la persecuzione. Lo Stato Fascista viene accusato di aver consegnato i prigionieri in mano tedesca, di aver gareggiato in brutalità con gli alleati germanici. Ma tutto questo è profondamente falso! La Repubblica di Mussolini non solo non collaborò alla persecuzione, ma nemmeno la teorizzò, ostacolandola secondo le proprie possibilità. Al riguardo gli ordini di Benito Mussolini, diramati a mezzo del ministero dell’Interno, erano di non consegnare i prigionieri ai tedeschi. Ovverosia: l’esatto contrario di quanto viene propagandato dai megafoni dell’antifascismo di Stato. Esiste la prova documentale:

22.01.1944 – Ministero dell’Interno – Gabinetto – Ufficio telegrafo e della cifra – Capi provincie

1412 442 richiamando precedenti disposizione informasi che ebrei puri italiani e stranieri devono essere inviati campi concentramento. Verranno interessate autorità centrali germaniche per direttive intese assicurare permanenza ebrei campi italiani. Provvedimento è per ora sospeso per famiglie miste. Circa sequestro beni mobili e immobili saranno emanate ad iniziativa Ministero Finanze opportune norme regolamentari. CAPO POLIZIA TAMBURINI In ACS, Mi, Dgps, AGR, A4bis (Stranieri internati) B.6

MINISTERO DELL’INTERNO
DISPACCIO TELEGRAFICO
A tutti i Capi delle Provincie
Et per conoscenza al Vice Capo Polizia ROMA
316 Pregasi prendere accordi con Autorità locali germaniche alle quali vanno spiegate le disposizioni impartite per ordine del DUCE alt.
Conseguentemente fate affluire campo concentramento tutti gli ebrei anche se discriminati alt. Comunicate accordi raggiunti alt.
Tamburini Capo Polizia.
Maderno, 22 gennaio 1944/XXII°

Ebbene si, il 22 gennaio 1944, la R.S.I. aveva raggiunto un accordo con i tedeschi. Le deportazioni effettuate dai tedeschi e avviate nell’ottobre 43, di già diminuite alla nascita dello Stato Fascista repubblicano, diminuiscono ancora di più. Dunque, se esiste da parte italiana, come esiste, un accordo con il comando tedesco, esso è PER NON CONSEGNARE i prigionieri e non per il contrario. Inoltre, i documenti dimostrano come la Repubblica fascista, pur tra mille problemi di ogni genere, non fosse per nulla uno Stato “fantoccio”, “collaborazionista”, o assoggettato, bensì l’esatto opposto. 

Lo storico antifascista Renzo De Felice, con un paragone assai infelice che trae spunto da quanto scritto dalla studiosa ebrea Hannah Arendt, descrive questo accordo come una “sufficiente soluzione finale” per la R.S.I., tale da non esporre lo Stato fascista alla invadenza tedesca. Se non che, alla fine del mese di gennaio, l’equilibrio così faticosamente raggiunto, purtroppo venne rotto. Proprio a causa di uno specifico episodio è da addebitare il cambiamento di atteggiamento del comando tedesco in Italia, che diventò da quel momento di aperto scontro con le autorità italiane fasciste. E così a Marzo, per “esigenze belliche”, verrà occupato manu militari dai nazisti il campo nuovo di Fossoli, dopo che le autorità italiane smobilitano dal vecchio, tutti temi da Noi già affrontati nel corso degli anni in alcuni articoli specifici e consultabili su questo stesso blog!

Articoli Covo questione ebraica

Ma al riguardo è proprio la stessa studiosa ebrea Hannah Arendt a smentire nel suo lavoro più famoso le interpretazioni false e tendenziose dell’antifascismo, riassumendo gli avvenimenti in questione in modo inequivocabilmente chiaro…

Citazione Arendt

III)  ll Caso Preziosi… “Fare giustizia di tutti i filo-semiti”!

Giovanni Preziosi costituisce Il personaggio centrale attorno a cui ruota l’evoluzione in senso negativo dei rapporti tra autorità italiane fasciste e governo militare tedesco sulla questione degli ebrei residenti in Italia. Fu proprio il controverso ex prete, razzista, ai margini del Fascismo (come lo fu Evola) e che negli anni precedenti la guerra occupava un ruolo decisamente irrilevante, a compromettere il delicato equilibrio cui si era faticosamente giunti nella gestione del problema ebraico nel gennaio del 1944. Egli, dopo il 25 Luglio, si accreditò presso Hitler come un fanatico sostenitore delle “leggi di Norimberga”. A fine gennaio scrisse personalmente al Fuhrer (ed a Mussolini!) parole di fuoco sulla condotta delle autorità italiane della R.S.I. La lettera di Preziosi suscitò grande impressione presso il Capo di Stato tedesco. Nelle sue parole trapelano accuse circostanziate contro le istituzioni italiane e persino contro il Duce, definito “troppo buono”. Il nocciolo della requisitoria, ovviamente, è relativo ai rovesci militari patiti dall’Asse in guerra e che erano da addebitare agli ebrei e i loro amici… ovvero, i fascisti. Anche al Duce Preziosi scrive in termini simili, chiedendo di applicare anche nel territorio della R.S.I. le “leggi di Norimberga”, di cui prepara perfino una bozza, che però venne respinta da Mussolini. Dopo queste accuse, nel clima subentrato all’8 settembre, Hitler risultò furibondo, minacciando di fare giustizia di tutti i traditori filosemiti. Da quel momento in poi il comando tedesco al riguardo si scontrò puntualmente con le autorità italiane, quando si presentava per reclamare gli ebrei come propri prigionieri di guerra (3). 

In quel frangente, venne avviata da parte delle autorità della Repubblica fascista, a partire dallo stesso Mussolini, quella strategia testimoniata anche da Carlo Silvestri per contrastare le mire tedesche. Essendo le due parti “separate in casa”, si poteva agire per ostacolare la prassi nazionalsocialista in modo indiretto. Per esempio stabilendo ufficialmente la pertinenza dei prigionieri, o nascondendoli in appositi luoghi sicuri, oppure favorendone in vari modi la fuga.

Un capitolo a parte, anche se correlato, è costituito dal metodo della rappresaglia in uso durante la guerra, e in specifico nel biennio 43-45. Ma ci riserviamo di trattarlo in seguito.

Ad ogni modo tali prove documentarie senza ombra di dubbio smentiscono totalmente lo stereotipo menzognero che vede i fascisti repubblicani qualificati indiscriminatamente come razzisti collaboratori zelanti di qualsivoglia sterminio, proprio a fronte dei documenti che invece ne mostrano la condotta animata da una chiara e precisa volontà di senso opposto. Ulteriore riprova del fatto che l’antifascismo istituzionale ribalta spudoratamente da sempre la realtà degli avvenimenti storici in nome delle proprie tesi politiche mendaci. Ma grazie a Dio la Verità non teme il tempo e prima o poi arriva sempre ad emergere!

IlCovo

NOTE

1). Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, Categoria A5G (II Guerra Mondiale) Busta 151:

A TUTTI I CAPI PROVINCIA
N.5 Comunicasi, per la immediata esecuzione, la seguente ordinanza di polizia che dovrà essere applicata in tutto il territorio di codesta provincia:
“1° tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengono, e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni, mobili ed immobili, debbono essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.
2° Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero, in applicazione delle leggi razziali italiane vigenti, il riconoscimento di appartenenza alla razza ariana, devono essere sottoposti a speciale vigilanza degli organi di polizia.”
Siano intanto concentrati gli ebrei in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati
IL MINISTRO
BUFFARINI – GUIDI

N. 57469/442 punto In applicazione recenti disposizioni, ebrei stranieri debbono essere assegnati tutti at campo concentramento punto Uguale provvedimento deve essere adottato per ebrei italiani esclusi i malati gravi et vecchi oltre anni settanta punto Sono per ora esclusi i misti et le famiglie miste salvo adeguate misure vigilanza
CAPO POLIZIA
TAMBURINI

2). Carlo Silvestri, “MUSSOLINI GRAZIANI E L’ANTIFASCISMO”, Milano, 1949, Longanesi. 

3). Un esempio di questi scontri, presente nella busta dell’Archivio dello Stato da cui abbiamo attinto, è avvenuto a Vicenza. Il comando tedesco si presenta per prelevare prigionieri, al rifiuto del capo della provincia, fa diramare un ordine diretto.

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Buon Natale del Signore Gesù Cristo

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PERSINO LO STATUTO DEL P.N.F. SMENTISCE STORICAMENTE L’ASSUNTO PREGIUDIZIALE E ARBITRARIO DELLA LEGGE SCELBA!

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Cari lettori, amici ed avversari, come abbiamo di già ampiamente documentato nella vicenda politico-giudiziaria che a suo tempo nostro malgrado ci ha visti coinvolti (es: qui), è ormai emerso assai chiaramente l’arbitrio dell’impianto accusatorio su cui si regge la creazione del cosiddetto “reato” di “apologia di fascismo” esposto nella Legge Scelba, che assomma il Fascismo (e per la proprietà transitiva il Partito Nazionale Fascista) ad un crimine contro la collettività. Pertanto, dopo aver qualificato istituzionalmente la suddetta Dottrina Politica quale “intrinsecamente malvagia”, come immanente a violenza, sopraffazione e distruzione della società civile, risulta assolutamente “naturale” che in base a tali assunti apodittici si sia giunti da parte del Sistema antifascista alla volontà di pervenire ad una legge che elevi a crimine anche il solo professare tale ideale. Ovviamente questo particolare tipo di “reato di pensiero” apre una questione giuridica di importanza non secondaria: ovverosia, non potendo il Diritto in linea teorica fare distinzioni ad hoc, allora ne conseguirebbe logicamente che tutte le idee politiche nelle quali è possibile ravvisare i medesimi obiettivi criminali riconosciuti (attenzione!) dalla legge in questione, essi dovrebbero essere ugualmente perseguiti. Invece, già ab origine, la Legge Scelba glissa su tutto ciò, tranne che sul presunto archetipo criminale che essa proclama di riconoscere nel Fascismo per come da essa stessa configurato, andando pure oltre: giacché per evitare l’accusa di parzialità, in modo iniquo accetta di definire come “fascismo” ogni atto violento, inaugurando una sinonimia giuridica assurda e moralmente inammissibile, perché fondata su di un atto antistorico, arbitrario ed autocratico di pura convenienza politica.

Giustizia vuole infatti che ogni legge, per giustificare la propria stessa esistenza ed essere “uguale per tutti”, debba soddisfare l’obbligo di utilizzare criteri equi ed oggettivi. Se invece la Legge smette di usare tali criteri, se viene solo “decisa” ed “applicata” per scopi esclusivamente utilitaristici, quali che siano, allora il Diritto in senso Romano cessa di esistere e si entra così nel campo dell’arbitrio e dell’Assolutismo autocratico. Proprio a mezzo della Legge Scelba, il popolo italiano è stato catapultato in tale ambito. Il perché lo abbiamo già spiegato (qui), ma giova ritornarci, poiché il documento storico che abbiamo testé reperito e messo a disposizione dei nostri lettori, risulta di importanza cruciale, sia in relazione all’autore che lo ha scritto che per il contenuto del documento in sé, al fine di smentire ulteriormente le motivazioni pregiudiziali dell’impianto accusatorio inventato dal Sistema di potere antifascista. 

Ci riferiamo all’ultima stesura dello Statuto del Partito Nazionale Fascista, nel suo ultimo aggiornamento del 21 novembre 1938, cioè prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale ( il documento in oggetto è stato così suddiviso per renderne più agevole la consultazione. Il testo completo comprensivo dello studio: IL PARTITO NAZIONALE FASCISTA – oppure il solo Statuto del 1938 ). La pubblicazione dello Statuto ufficiale, più volte aggiornato dal P.N.F. nel corso degli anni proprio in relazione alle vicende politiche ed agli sviluppi realizzativi dello Stato fascista, veniva regolarmente accompagnata da studi che ne applicassero i principi giuridici al periodo politico in cui avveniva la stesura, spiegandone le relative implicazioni costituzionali. Il fatto che lo Statuto del P.N.F. fosse stato aggiornato più volte, derivava dalla crescente importanza che la figura dello stesso P.N.F. andava acquisendo gradualmente all’interno della Costituzione della Nazione durante gli Anni 20 e 30 del XX secolo, che lo definiva quale “partito” sui generis, in quanto “gruppo politico” totalmente alieno dalla concezione partitica tradizionalmente conosciuta nei sistemi liberali. Questa stesura dello Statuto, espone la figura giuridica assunta dal P.N.F. in quel periodo – dalla trasformazione dello Stato, cui mirava fin dalla sua nascita nel 1921, alla “difesa dello Stato e della Rivoluzione”, con il compito dell’Educazione e della perorazione dei principii dottrinari fascisti che animavano la Costituzione Nazionale – divenuto Istituzione Pubblica della Nazione, avente un proprio Dicastero e designando il Segretario del Partito quale Ministro Segretario di Stato. Tale parabola politico-giuridica mostra in modo inequivocabile quale fosse in senso letterale l’aspetto “strumentale” della forma di cui il gruppo politico fascista – definito “Ordine di Credenti e di Combattenti” e non “partito” in senso comune – decise di avvalersi. Allo stesso tempo, vi si sottolinea in modo inoppugnabile l’esistenza di un “nocciolo politico” dogmaticamente immutabile, costituito dalla Dottrina fascista. Giova fornire alcune note biografiche sull’autore dello studio in questione, perché risultano di massimo rilievo, trattandosi del Giurista e Politologo Prof. Salvatore Carbonaro, dell’Università di Firenze (qui), che proseguì ad esercitare l’insegnamento anche dopo il 1945, essendo autore di vari e pregevoli studi di diritto.

Ulteriore elemento di interesse assolutamente nodale che egli dimostra in modo incontrovertibile e che riecheggia nelle definizioni presenti nel Dizionario di Politica del Partito Nazionale Fascista pubblicato posteriormente, riguarda l’identità politica specifica del P.N.F., messo appositamente a confronto con gli altri “partiti e regimi autoritari” coevi. L’autore dimostra che, al netto delle possibili similitudini superficiali, il Partito Nazionale Fascista non può, per motivi stringenti, essere paragonato a nessun partito o regime politico ad esso contemporaneo. Lo stesso principio totalitario di cui è portatore, non ha eguali. Molto importante l’analisi rispetto alle differenze sia col tipo di Stato e di partito del Comunismo, e sia, soprattutto, col tipo di Stato e di partito del Nazional-Socialismo, il quale viene definito un organismo di “elite” (dove l’elite in questione è rappresentata dalla cosiddetta razza ariana), differente dal tipo di Stato fascista e dal Partito Nazionale Fascista, che  invece è un elemento cardine dello Stato nazionale-popolare; laddove il Partito Nazional-Socialista è di per sé una “oligarchia” di potere che sostituisce lo Stato, similmente a quanto avviene col Partito Comunista. 

Altro particolare di massimo rilievo presente in tale studio, è quello attinente la questione ebraica, proprio perché la stesura è di poco posteriore all’emanazione della “Legge per la difesa della Razza Italiana”. In particolare si deve osservare come in un articolo dello Statuto del P.N.F. si definisce quale condizione per poter aderire al Partito la cittadinanza italiana e la non appartenenza all’ebraismo. Da ciò emerge che il Partito Fascista risultava  interdetto a stranieri ed israeliti. Di massimo rilievo, però, il riferimento diretto alla legge appena pubblicata in quel frangente, di cui l’autore rileva le specificità (riferendosi, ovviamente, anche alla precedente dichiarazione del Gran Consiglio, qui). Egli vi sottolinea che, per poter aderire al P.N.F., occorreva essere sinceramente fascisti e che ciò veniva messo in discussione, secondo l’interpretazione del tempo, dall’appartenenza all’ebraismo. Viene così confermato storicamente quello che anche nel convegno storiografico antifascista di cui vi abbiamo dato notizia (qui) è stato rilevato: ovvero, che la questione della “razza” è in realtà una questione politica, legata a fatti contingenti, poiché il legislatore (al di là della effettiva giusta interpretazione) premetteva che la parte delle leggi che si riferiva all’ebraismo, veniva emanata a causa dell’atteggiamento politico ostile e refrattario di tale categoria, mentre quella relativa alla gestione coloniale, veniva emanata per evitare l’abbassamento del prestigio del colonizzatore sul colonizzato. Sui motivi della scelta per cui il Partito Fascista decise di usare il termine “Razza” piuttosto che quelli più confacenti alle rimostranze da esso addotte e attinenti la “cultura”,  la”religione” e “l’identità politica”, abbiamo già scritto più volte (qui, qui, qui).

Per concludere, possiamo ribadire quello che i fatti si sono già incaricati di dimostrare, ovverosia che il Partito Nazionale Fascista non risulta essere stato, in nessuna fase della sua parabola storica (un discorso a parte andrebbe svolto per la fase in cui il Partito Fascista operò nella R.S.I., ma un parziale chiarimento al riguardo lo abbiamo già fornito qui e qui) una organizzazione criminale che avesse mai posto, nemmeno di fatto, come suo obiettivo quello di sottomettere la società italiana o il mondo intero per mezzo della violenza o della sopraffazione incentrata sul razzismo, come invece affermato nella vigente legislazione persecutoria antifascista. A maggior ragione, proprio in quest’ultimo documento storico da noi riproposto all’attenzione dei lettori, non emerge alcuna teoria della “distruzione sociale”, né alcun suprematismo biologico-razziale, o alcuna teoria della violenza come fine e mezzo immanente a tale gruppo politico, tantomeno traspare alcuna volontà di abolire il diritto in quanto tale. 

Emerge, invece, assai chiaramente un tipo diverso di Stato e di Costituzione finalizzata alla realizzazione di una diversa società rispetto a quella basata sul materialismo individualista delle odierne liberal-democrazie. Ma questo, oggettivamente, NON PUO’ autorizzare nessuno, senza con ciò oltraggiare la logica e il diritto,  a condannare come reato questa diversa impostazione del problema costituzionale e politico. Anzi, da questi elementi, emerge un fatto di gravità massima, in quanto traspare come la Legge PENALE che porta il nome del fu ministro democristiano Mario Scelba, non è una legge basata su criteri oggettivi, ma su di un arbitrio politico attuato per fini utilitaristici e propagandistici, altamente discriminante. Coloro che accusano pretestuosamente ed in malafede la concezione politica del Fascismo di costituire un pericolo per i diritti e la libertà del genere umano, ostentando palesemente o facendo finta di non conoscere lo Statuto, gli Scopi e soprattutto la Dottrina politica del Partito Nazionale Fascista – sempre premessa agli statuti, da quando fu ufficializzata sulla Enciclopedia Italiana – da decenni stanno perseguitando, sic et simpliciter, una porzione della cittadinanza esclusivamente in base ad un infondato pregiudizio ideologico ed in nome del proprio interesse. In proposito, abbiamo già portato all’attenzione dei lettori uno specifico paragone, polemizzando a suo tempo con la tirannia sanitaria attuata dalla repubblica antifascista, che relativamente al periodo della cosiddetta “emergenza sanitaria” ha mostrato il proprio vero volto persecutorio sull’intera popolazione nazionale (qui). Ebbene, volendo limitarci relativamente al caso di quei cittadini che fossero “accusati” di essere fascisti, laddove le “famigerate leggi per la difesa della Razza Italiana” attuate dal Governo fascista nel 1938, pur volendo reagire politicamente a quella che ritenevano essere una minaccia politica all’Unità sociale del Popolo italiano, portata da una specifica compagine, prevedevano tuttavia delle esenzioni e soprattutto la possibilità di proseguire a vivere pacificamente per coloro che ne fossero stati colpiti (così come da noi più volte riportato in merito alla testimonianza rilasciata al processo Eichmann dalla professoressa Hilda Cassuto, qui), possiamo tranquillamente affermare che se quelle Leggi fossero applicate cambiandone il soggetto, ossia contro chi oggigiorno si qualifica o viene arbitrariamente qualificato come fascista, sostituendo così agli ebrei in esse citati a suo tempo, i fascisti suddetti;  tali fascisti avrebbero almeno la possibilità DI NON ESSERE PERSEGUITATI pur potendo pubblicamente professarsi come fascisti, costituendosi in comunità separata, a differenza di quel che, invece, l’odierna “legge della tolleranza democratica” prescrive, sancendo la legittimità della “giusta” persecuzione antifascista, quella cioè che viene arbitrariamente definita in base ad un atto unilaterale autocratico come ammissibile e lecita. Tutto questo non fa che confermare quanto abbiamo sempre sostenuto relativamente alla vera natura anti-italiana della repubblica delle banane italy-ota asservita alla plutocrazia internazionale. Dunque vi auguriamo una “buona lettura” della documentazione che forniamo in allegato e soprattutto buona scoperta della Verità!

IlCovo

 

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