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FASCISMO CONTRO MATERIALISMO DI DESTRA E SINISTRA!

Dottrina fascista come concezione antimaterialista.

Il Fascismo si afferma come dottrina profondamente spirituale, poiché astrae da qualsiasi determinismo materialista e non riconosce generatore di storia se non l’uomo e dell’uomo fa il depositario dell’azione e espressione di libertà. L’affermarsi o il decadere di una civiltà è il progredire o il decadere come uomini degli individui che ne sono latori. La vita degli uomini viene concepita nella sua essenza propriamente spirituale, poiché è la natura spirituale quella che distingue gli uomini dalla pura animalità, ed in tale natura è da riconoscere la vera forza motrice della storia e creatrice del progresso. Nel Fascismo l’uomo è considerato non in funzione atomistica, come pura persona fisica, ma in quello che vi è in lui di continuità, in quello cioè che nell’individuo, il quale fa sempre parte di una collettività, costituisce l’elemento che non si esaurisce nella persona fisica, ma diventa un momento duraturo di tutto il complesso: Nazione, Stato.

« Una siffatta concezione della vita — ha detto il Duce — porta il Fascismo ad essere la negazione recisa di quella dottrina che costituì la base del socialismo cosiddetto scientifico o marxiano: la dottrina del materialismo storico, secondo la quale la storia delle civiltà umane si spiegherebbe soltanto con la lotta degli interessi fra i diversi gruppi sociali e col cambiamento dei mezzi e strumenti di produzione. Che le vicende dell’economia, scoperte di materie prime, nuovi metodi di lavoro, invenzioni, abbiano una loro importanza, nessuno nega, ma che esse bastino a spiegare la storia umana escludendone tutti gli altri fattori, è assurdo: il Fascismo crede ancora e sempre nella santità e nell’eroismo, cioè in atti nei quali nessun motivo economico, lontano o vicino, agisce ».

L’uomo del Fascismo è un uomo integrale che non ha nulla a che fare con l’uomo irreale della dottrina marxista, mosso dal solo sentimento economico. A tale falsa visione dell’uomo il Fascismo oppone un uomo verace in cui la patria, la famiglia, la religione, l’umanità, l’arte, la vita morale sono elementi costitutivi essenziali. Il vario manifestarsi di tali sentimenti ha dato origine al vasto e complesso patrimonio della civiltà occidentale. L’uomo del Fascismo si sente al centro di tale civiltà e in sè contiene tutte le forze per dare ad essa sviluppo ed incremento.

Individuo e Stato.

All’esigenza posta dalle masse di una più vera e diretta partecipazione alla vita dello Stato il Fascismo ha risposto dimostrando come nella realtà lo Stato non sia altro se non tutta quanta la nazione in atto di volere e che, pertanto, tutto il popolo, in quanto sia cosciente dei fini a cui la nazione tende, è presente come volontà e potenza nella vita dello Stato. Tale nuova concezione presuppone un rivolgimento completo della concezione demo-liberale dello Stato; poiché non lo pone come un organismo a sè, di fronte a cui gli individui debbono affermare i propri diritti, coalizzandosi, se necessario, in gruppi di interessi, bensì come un’entità che rappresenta l’organizzazione giuridica della volontà in atto della nazione. L’individuo nello Stato fascista non è più un essere isolato il quale obbedisce esclusivamente ai propri istinti, o, se mai, ai propri interessi economici, ma è un uomo il quale partecipa di una solidarietà storica e sociale poiché in lui si riunisce il dato di una tradizione secolare e al tempo stesso il patrimonio attuale della collettività. 
Il più grave errore del liberalismo è stato quello di considerare l’uomo quasi come contrapposto alla collettività, mentre, di fatti, non può esistere una collettività la quale non sia di individui, e ogni individuo porta in sè la norma sociale e storica della collettività a cui appartiene. Considerata in questo senso, la vita individuale non è qualche cosa che si esaurisce nell’ambito ristretto di un’esistenza umana, ma è una forza che si inserisce e viene continuata nel complesso delle generazioni, mediante le opere che essa ha prodotto, mediante l’apporto più o meno grande che essa ha dato alla propria società nazionale e all’umanità. Da questa concezione della vita individuale, vissuta non per sè ma per gli altri, vicini e lontani, presenti e futuri, deriva la posizione dell’individuo nei confronti dello Stato. Questo non è frutto di una convenzione, fatta soltanto allo scopo di rendere possibile ai singoli individui di manifestarsi a loro talento, ma è l’espressione stessa della continuità della vita di una nazione, di tutto il suo patrimonio di cultura, di tutte le sue memorie e di tutte le sue aspirazioni. Lo Stato non si oppone all’individuo, così come l’individuo non si oppone allo Stato. Essi sono i due aspetti diversi di una medesima forza, di una medesima volontà di esse. In conseguenza di questa nuova concezione dello Stato come espressione della vita e della volontà di un complesso nazionale, la funzione direttiva che ad esso è attribuita ha un valore coercitivo soltanto in quanto nell’individuo possano determinarsi fini egoistici, contrari agli interessi della collettività. Ma all’infuori di questo, l’individuo raggiunge nello Stato fascista la sua piena libertà, e la sua attività diretta all’affermazione della sua personalità è considerata dallo Stato fascista come forza sua propria, la quale deve essere tutelata e potenziata nella maniera migliore.
 A coloro i quali danno alla parola libertà il significato illusorio di arbitrio o capriccio individuale, lo Stato fascista oppone il significato più alto e verace di libertà come manifestazione e affermazione della personalità umana in quanto forza duratura della società e fattore di quella stessa potenza a cui lo Stato tende.
 La dottrina fascista ha compiuto il miracolo di salvare la personalità umana minacciata dalla fallace dottrina del comunismo che vuole ridurre gli uomini a formula egualitaria, ponendola al suo giusto posto di sorgente unica ed insostituibile di ogni azione costruttiva e di ogni progresso.

Fascismo vera democrazia.

Il Fascismo ha realizzato in pieno l’ideale dell’uguaglianza più completa degli individui e dei gruppi nella vita dello Stato. Ogni uomo ha nella vita sociale tanto di autorità, quanta è la responsabilità dell’opera che egli si è assunta per il fine comune. Chiunque lavori e operi nell’ambito della volontà dello Stato e per i fini che questo indica come suoi — e non sono soltanto suoi, perché i fini dello Stato sono i fini della collettività che in esso ha trovato l’espressione del suo volere — partecipa in pieno alla vita dello Stato ed ha la possibilità di manifestare attraverso gli organi popolari la sua presenza effettiva e reale nell’opera comune. La volontà politica delle masse si manifesta in pieno nel partito unico che organizza tutti coloro che hanno una volontà politica positiva e costruttiva. Il partito unico aperto a tutti ha dato il mezzo a ciascuno di dimostrare il proprio interesse e la propria volontà politica nell’ambito di quel contenuto che lo Stato fascista ripete dalla nuova concezione del rapporto sociale che è alla sua base. Il formarsi stesso delle gerarchie del partito è un’espressione concreta della volontà politica del popolo, poiché le gerarchie si determinano in base alla volontà e capacità rispettive dimostrate da ciascun iscritto di fronte ai fini etici e politici che la dottrina pone alle attività individuali. La vita economica di tutta la nazione, nella sua effettiva realtà tessuta d’interessi individuali e d’interessi di gruppi, trova la sua manifestazione concreta nell’ordinamento sindacale corporativo, il cui fine supremo è quello di attuare la produzione nella maniera più efficace possibile, realizzando al tempo stesso quella giustizia sociale che è esigenza vitale dello Stato fascista. Attraverso il partito e attraverso i sindacati, tutte le forze politiche e tutte le energie della produzione sono portate nella vita dello Stato; sono da esso disciplinate e dirette, ma rifluiscono in esso come forza costruttiva e potenza. Il popolo, politicamente organizzato, è un tutto unitario, onde non è possibile in esso la formazione di gruppi chiusi che affermino il principio di un loro particolare interesse contro altri gruppi e contro lo Stato. Le organizzazioni sindacali inquadrano sì le varie categorie di lavoratori e di datori di lavoro per la tutela dei rispettivi interessi, ma la loro azione si svolge in un’atmosfera politica in virtù della quale essa, come qualsiasi attività individuale, viene ad essere armonizzata con i fini superiori della nazione come sono in concreto posti dallo Stato. Come si vede, il compito dello Stato è un compito altissimo sia per i fini da raggiungere, sia per l’autorità che richiede. Ma tale Stato non può essere certo quello agnostico demo-liberale o quello massacratore bolscevico mirante ad instaurare la cosiddetta dittatura del proletariato; è bensì lo Stato fascista, cioè lo Stato volitivo che crede nei valori della vita e fa suoi i fini di potenza nazionale e di giustizia sociale. 
Il senso della proprietà, come quello della famiglia come quello della nazione, come quello dell’umanità, è nell’individuo senso di sé; ma non di sé assorbito nella gora dell’io, della singolarità, ma di sé esistente e operante nella famiglia, nella nazione, nell’umanità. Il Fascismo riafferma la proprietà come esigenza dell’individuo, ma ne allarga la sfera, oltre la stretta cerchia della sua singolarità e della famiglia; giacché esso pone l’individuo operante come uomo storico nella nazione e nell’umanità. Attraverso la concezione fascista dell’uomo e dello Stato, la proprietà individuale non meno che il lavoro è funzione di Stato.

La società del fascismo in difesa della Civiltà.

L’affermazione dei valori morali in netto contrasto con il comunismo, il quale fonda la sua società esclusivamente su esigenze e valori materiali, porta il fascismo alla creazione di una società assolutamente nuova in cui i fattori spirituali hanno importanza preminente. Il Fascismo, che è dottrina realistica, riconosce anzitutto che le condizioni materiali di vita hanno un’importanza di prim’ordine nella costituzione della società, poiché solo la liberazione dalle esigenze più immediate ed urgenti dell’esistenza può consentire lo sviluppo delle forze spirituali. Tuttavia, esso ritiene che il dato economico possa assumere nuova luce e contenuto quando sia inserito in una realtà in cui l’impronta è data soprattutto dal porsi dell’uomo come forza spirituale, e non soltanto come forza vegetativa. 
Nella società fascista l’ordine, la gerarchia e la disciplina sono principi dominanti. La gerarchia si muove fra i poli della responsabilità e della disciplina e il risultato di essa è quell’ordine della vita sociale senza il quale non può essere realizzato alcun progresso. L’organizzazione è soprattutto un fatto di ordine spirituale, richiede disciplina interna, partecipazione effettiva e sincera al sistema sociale al quale si è aderito. Così, ridotta, ai suoi termini essenziali, la crisi della società moderna si rivela nella mancanza di volere dello Stato liberale, sempre più in balìa del disordine e della violenza e nell’insufficienza del sistema economico, che lascia sussistere le più gravi sperequazioni e non è in grado di soddisfare il diritto di ogni uomo al lavoro. Alla base della crisi c’è il fallimento della concezione materialista della vita. La crisi è difatti crisi di un periodo storico che ha brutalizzato il mondo ponendo la materia sugli altari. Il Fascismo si annunzia invece come l’unica soluzione possibile, affinché si prepari in Europa un nuovo e più pieno ritorno di una civiltà, che non deve morire. La soluzione che esso propone ed attua è fondata su una nuova chiarificazione e potenziamento del senso del rapporto sociale smarritosi col liberalismo; è la somma delle esperienze di una nazione che ha dietro di sè più di due millenni di sofferenza e di lotta per la civiltà. Il Fascismo non considera l’uomo come operante nelle categorie diverse di vita, o come uomo religioso, o come uomo sociale, o come uomo economico, ma lo considera nella sua inscindibile unità di essere sociale. E’ dunque dottrina politica nel senso più ampio della parola e cioè, concezione totalitaria di vita: vero umanismo. Il Fascismo rivaluta l’individuo non nella disordinata e capricciosa esplicazione della singolarità, ma come essere che partecipa di una solidarietà e di una continuità. Da qui l’ordinamento dello Stato fascista inteso a valorizzare e potenziare l’individuo in tutte le sue forme, poiché esso — e soltanto esso — sotto l’impulso della sua propria volontà morale è la sorgente di ogni azione storica, e tanto più vasta, ricca, redditizia è quest’azione ai fini del progresso umano, quanto più larga base ha il denominatore della volontà comune. Vera democrazia organizzata, il Fascismo porta tutto il popolo nello Stato perché considera la volontà operante nel lavoro produttivo come forza stessa dello Stato e quindi in esso rappresentata dagli stessi organi che ve la fanno confluire. Alla crisi economica e politica che imperversa per il mondo, il Fascismo oppone una saldissima coscienza sociale e la perfezione dei suoi ordinamenti. (Cfr. Antonino Pagliaro, “Il Fascismo contro il Comunismo”, Firenze, 1938, pp. 30 – 52) Potete scaricare il testo integrale del documento digitando QUI.

IlCovo

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SOLO UNA QUESTIONE DI CIVILTA’!

Cari lettori, abbiamo appena manifestato il nostro recente compiacimento in merito alle interpretazioni storiografiche “crollate” sotto i colpi delle Verità da noi tenacemente diffuse negli anni (qui), che già notiamo come anche la nostra critica politica venga ormai ampiamente “acquisita” anche dal punto di vista delle analisi svolte dagli avversari, pur se, naturalmente, con fini opposti ai nostri. Chi ci conosce, già sa che, in qualità di Associazione “ilCovo”, non abbiamo mai mancato di analizzare la realtà che ci circonda (multiforme solo in apparenza!) con spregiudicatezza ma anche con grande attenzione, riuscendone per questo a decifrare con lungimiranza il vero senso, andando al di là della ingannevole superficie. Ad esempio, abbiamo osservato fin dalla nascita dei cosiddetti “movimenti contestatori” come la loro rapida evoluzione in senso intra-sistemico, dovesse già riscontrarsi negli stessi presupposti politici di tali organizzazioni. Infatti, chi volesse davvero analizzare le origini e gli obiettivi reali di tali movimenti, non potrebbe fare a meno di domandarsi su quali fondamenta culturali poggino la propria esistenza e quali valori perorino. Senza essere dei “profeti”, risulta impossibile non notare come l’origine ed i fini delle presunte “contestazioni” maturate parallelamente alle “grandi crisi” artificiosamente inventate nell’ultimo decennio, siano potentemente intra-sistemiche. Ad oggi, il più grande riscontro in merito a questa tesi, si è avuto con la parabola evolutiva del Movimento 5Stelle, la cui genesi ed il cui costrutto avevamo ben identificato già in tempi non sospetti (es: qui), prevedendone facilmente gli esiti odierni. Da quel momento in poi – ma a dire il vero di già con l’esempio della “stagione di tangentopoli”, con quello che essa politicamente ha generato a livello di “reazione popolare indotta” (si ricordi la “scenografia” imbastita all’esterno della Albergo Rafael di Roma, con le monetine lanciate al “capro espiatorio” Craxi) – con precisione cronometrica, si è verificato un fenomeno tanto poco “spontaneo” quanto ben pianificato: la preordinata realizzazione di “valvole di sfogo politico contestatrici”. Il rilievo di queste “valvole“, che si aprono e chiudono secondo comandi ben precisi, varia a seconda della gravità della situazione interna. Più le cosiddette “riforme” ordinate dall’oligarchia finanziaria plutocratico-mondialista ai burattini dei vari “consessi democratici” spingono sull’acceleratore dell’eliminazione dei concetti di Stato e socialità, più i summenzionati fenomeni politici assumono rilievi di grado diverso, via via maggiore. In tempi recenti, a fronte della implementazione dei vincoli economico-sociali europei  e con la “fatale” pandemia in corso, il sistema ha scelto di avvalersi del fenomeno del cosiddetto “sovranismo” (ne abbiamo parlato, ad es., qui).

Quelli che potremmo qualificare come “principi informatori” di tale fenomeno, sono assolutamente sovrapponibili al precedente “storico” del Movimento 5Stelle. Vengono però “integrati” da tematiche “nuove”, che risentono, in alcuni casi eclatanti, di elementi che noi stessi abbiamo posto all’attenzione dei nostri lettori, ben prima di costoro, ma che, puntualmente, vengono deformati a bella posta. Ad esempio, per rimanere nella forma dell’ambiguità voluta e progettata da chi regge i fili del “teatrino delle marionette”, il “sovranismo” si mostra come un grande “contenitore“, con basi politiche Social-Democratiche, che nelle sue “frange” più estreme, va gradualmente sempre più spesso assumendo caratteristiche Socialiste Nazionali. Questo modus operandi, ha permesso, ancor più marcatamente che con il Movimento 5Stelle, di allargare l’ambito di partecipazione della cittadinanza, principalmente stanca della situazione economica resa disastrosa dal medesimo sistema e in peggioramento costante. Nonostante l’immancabile professione di fede antifascista della nebulosa “sovranista” (qui), il mantenimento del “doppio profilo” politico e la partecipazione politicamente trasversale alle varie iniziative, volte ufficialmente a contestare la situazione odierna, di molti uomini contigui a questa “federazione” (così viene definita questa “galassia” dagli organizzatori, che sono personaggi sia intra che extraparlamentari,  molti dei quali “fuoriusciti” da precedenti movimenti di protesta), ha reso l’accusa strumentale di “fascismo” estremamente semplice nei loro riguardi, e pertanto viene facilmente usata. Il clichè intra-sistemico principale viene così mantenuto e le nemesi restano “intatte”.

Va rimarcato, altresì, come il riferimento politico di tali “Sovranisti” resti stabilmente internazionale, poiché il lettore non distratto noterà  certamente come, DA SEMPRE, i movimenti politici europei NASCONO e TORNANO fuori dai confini del continente, in specifico negli Stati Uniti e secondariamente, nella Federazione Russa o nella Cina; emblematici i casi di S. Bannon, e A. Dugin (qui) l’uno statunitense, e l’altro russo. Entrambi, sebbene militino apparentemente su fronti opposti, pare comunque si “incontrino” sulla necessità riconosciuta di “rinsaldare i vincoli” delle Comunità interne alle Nazioni, sulla base di un “socialismo” (in senso letterale) patriottico; meglio: un Nazionalismo di stampo “comunitaristico” e federalistico. Ma a questo punto, la domanda si pone da sé: quali sarebbero le basi generali di tale “idea” politica? Soltanto rispondendo a questo interrogativo (come noi fascisti de “IlCovo” abbiamo già fatto, qui), si può comprendere anche il perché tali “movimenti” rappresentino nient’altro che l’eterno divenire della struttura politico globale affermatasi dalla fine della Seconda guerra mondiale, che si ricicla periodicamente, per poi ri-prendere il cammino a fasi alterne. In breve, è indispensabile prendere coscienza del fatto che il binario morto lungo il quale il Pensiero politico globale è stato forzatamente immesso dal 1945, gira in tondo da quasi ottant’anni, fermandosi sempre e solamente alle stesse stazioni, in sostanza e al netto dei proclami di senso opposto degli attori politici, non si è mai messo in discussione minimamente e seriamente il fondamento individualista e materialista del sistema filosofico e politico  “moderno” (non importa in quale “veste” politica si presenti: destra, centro o sinistra), che pertanto vince sempre a man bassa.

Proprio in questo ambito, si inserisce la nostra critica serrata, che sulla base dell’analisi storica approfondita che portiamo avanti da quindici anni, trova puntualmente confermato il seguente assunto: cioè, che se non viene messo in discussione il sistema filosofico e politico dominante, non è possibile, in nessun modo, garantire alcun vero cambiamento. Così, e unicamente per questo motivo, è facile rilevare come non sia vero che il Movimento 5Stelle, ad esempio, abbia “cambiato casacca”, casomai è avvenuto esattamente il contrario: ovverosia, che il Movimento 5Stelle si è “normalizzato” coerentemente ai suoi presupposti filosofico-politici. Difatti, là dove il sistema non viene minimamente discusso nelle sue basi individualiste e materialiste, risulta affatto inevitabile che l’assorbimento da parte del sistema vigente costituisca l’esito finale, in tutte le circostanze. Ciò rappresenta il motivo per cui, grazie a tali espedienti, la cittadinanza accetta da sempre di essere “traghettata” verso la “normalizzazione“. Tale discorso vale ugualmente per il cosiddetto sovranismo.

Ma di recente è stata introdotta nel dibattito politico dei “media della contestazione” una questione che, more solito, chi ci conosce, sa bene che sta da sempre alla base della nostra critica politica. Il tema attiene alla constatazione che il vero ed unico collante, per rinsaldare la cittadinanza, non risiede affatto in una ricetta politica più o meno estemporanea di destra, centro o sinistra, ma nella ritrovata consapevole rivendicazione di appartenenza comune ad un particolare concetto (sconosciuto ai più!): quello di Civiltà, che proprio noi fascisti de “IlCovo” riteniamo da sempre vada correttamente inteso come …”Complesso delle manifestazioni morali e materiali di un popolo e di un’epoca attestanti il grado di potenza spirituale e di benessere della vita collettiva e, perciò, di quella individuale.” (Cfr. Dizionario di Politica a cura del P.N.F, Antologia, Volume unico, 2014, Lulu.com, p. 80) …e che, proprio in relazione al caso italiano, corrisponde specificamente alla CIVILTA’ per antonomasia, il cui sviluppo armonico in linea con la nostra tradizione storica, rappresenta, non a caso, l’essenza politica stessa dell’ideale fascista (qui). Al riguardo, però, siamo ben lungi dal rallegrarci, poiché, dal nostro punto di vista, la sospetta “riscoperta” in termini appositamente vaghi e generici, proprio nel campo del cosiddetto “sovranismo”, di un tale elemento, denota chiaramente il deliberato proposito strumentale di manipolarne e distorcerne il reale senso, in modo tale che esso possa risultare politicamente “depotenziato”. Ma qual è la ragione di una tale usurpazione? Semplicemente perché, sempre secondo quanto abbiamo argomentato, non è possibile richiamarsi legittimamente ad alcuna Civiltà, specificamente nel caso italiano, senza ri-partire dal vero e solo esempio concreto che da tale concezione prende direttamente le mosse e che essa sviluppa armonicamente e coerentemente con la sua Storia, ossia il Fascismo! A maggior ragione, non è possibile parlare o ipotizzare di rifarsi al concetto di una tale “Civiltà”, senza opporsi radicalmente a tutto ciò che Essa contrasta e nega, ossia i nemici del Fascismo! In breve, tatticamente non è di certo a mezzo della dialettica di Hegel, con la sua “sintesi degli opposti”, che sarà mai possibile una vera ri-partenza politica, casomai tale modalità rappresenta storicamente l’ “assicurazione sulla vita” per il sistema criminale al quale la plutocrazia mondialista ha aggiogato il popolo italiano dal 1945, tornando come ha fatto a quella deleteria divisione fittizia del corpo politico e sociale della Nazione in destra, centro e sinistra, che proprio la concezione totalitaria del Popolo espressa dal regime mussoliniano (qui) aveva ormai abbondantemente superato decenni addietro!

A conferma di quanto scriviamo, possiamo di già intravedere l’ingresso delle immancabili “correnti politiche” in seno ai cosiddetti “sovranisti”, evento di già posto in essere con la “normalizzazione” del precedente Movimento 5Stelle. Giacché ogni movimento “intra-sistemico”, inevitabilmente, sarà sempre “permeato” dalla medesima logica politica costituita, così come, prima o dopo, vedrà immancabilmente sviluppare al proprio interno “correnti politiche” multiformi ma sostanzialmente compatte nel fine, poiché la matrice ideale di tutti codesti soggetti resta comunque individualista e materialista e perciò antitetica alla nostra Civiltà. La “declinazione” del principio informatore, così, assumerà varie facce, ma confermerà in tutti i casi questo assunto di base.

La vicenda indecorosa che vede l’immancabile marionetta del mondialismo (dopo i vari Monti, Letta, Renzi e Conte !), Mario Draghi, essere investito della carica di Presidente del Consiglio in modo plebiscitario da tutti i gruppi del “parlamento sovrano” (perché il “popolo” non lo è affatto!) che cianciano a vanvera ed in modo stomachevolmente ipocrita di responsabilità, di volenterosi e di patriottismo, rappresenta l’ennesima indecente sceneggiata che vede da quasi ottant’anni il popolo italiano  succube di classi politiche tutte indistintamente servili nei confronti di un osceno potere straniero, smaniose di spolpare gli inermi sudditi, il tutto sempre fatto in nome dell’antifascismo oppressivo e persecutorio. Ma già prima dell’ennesima nomina stabilita dalle cosiddette “istituzioni democratiche” in spregio dell’inesistente sovranità popolare, almeno da più di un anno, la “galassia” sovranista ha “ospitato” eventi, economici e politici, che hanno “pastorizzato” l’ambiente, con “innesti” di tipo Keynesiano (torniamo alla matrice Social-Democratica di cui sopra), perorando la causa del “debito buono” (ovvero un debito che non gravi sui cittadini perché generato dallo Stato stesso attraverso una “divisa nazionale”) fatto da “Stati” che non necessariamente avrebbero dovuto respingere la U.E. o denunciarla, ma, al limite, produrre una “moneta a doppia velocità”, interna, che potesse generare tale “debito buono”, appunto, e rimettere in moto l’economia, per poi riuscire a inserirsi nuovamente in quella continentale ed intercontinentale. Dirottando così l’attenzione sempre e soltanto su questioni secondarie e spandendo il solito fumo da gettare negli occhi del popolino, perennemente istupidito da giornali e televisioni, tutti al soldo degli usurai apolidi della finanza mondialista. Con ciò, Draghi è stato ampiamente e coerentemente appoggiato dalle propaggini parlamentari del “sovranismo”. Ma tale appoggio, pur se non indirizzato a lui come persona, è stato preparato diffondendo tali idee di cui ORA, chiaramente in modo strumentale, egli figura come il rappresentante. Gli stessi “sovranisti” che si trovano su posizioni più vicine al “Socialismo Nazionale” e che quindi criticano Draghi per ciò che rappresenta, radicalizzano le idee “Keynesiane” di già professate da questa area politica ed a suo tempo dallo stesso Draghi. Dunque, il siparietto pre-ordinato prevede che, pur criticando ed attaccando il “servitore della Troika”, in realtà si accettino ampiamente le “idee consentite” dallo stesso sistema su cui si fonda l’Unione Europea, cioè quelle messe in giro proprio dalla massoneria-plutocratica globale. Idee che, ben volentieri per chi tira i fili, permettono di “ammortizzare” e render più graduale il risultato ultimo del mondialismo… ossia, il loro dominio planetario assoluto!

Dunque, al di là delle finte contestazioni di chi vuole rimanere saldamente dentro il sistema di potere vigente, per il solo fatto che tali soggetti si siano visti costretti ad aver dovuto accettare di re-immettere il concetto di “Civiltà” nell’analisi politica attuale, possiamo essere ragionevolmente ottimisti che tale elemento potrà costituire uno dei fattori vitali in grado di ritorcersi contro il sistema medesimo, che pensa di potersi avvalere impunemente di una tale categoria del pensiero per i propri scopi nefandi. Poiché, proprio nel caso italiano, tale concetto è inscindibilmente legato alla nostra battaglia (qui) ed ai principi filosofici e politici di cui i fascisti de “IlCovo” sono latori. Del resto, questo è ciò che noi, aderendo all’analisi preveggente del fascista Carlo Alberto Biggini (qui), abbiamo sottolineato in modo continuo. Biggini, nella sua disamina dell’inverno 1945, puntualizzava il fatto che, se non si avesse avuto il coraggio di ri-partire dalla Dottrina Politica Fascista e dai punti-cardine della sua concezione Civile (quindi non si parla del “regime”, dei “treni in orario”, della “socializzazione”, dell’INFPS, delle 40 ore lavorative, ecc.), per il mondo post-bellico (finita la Seconda guerra mondiale) si sarebbe aperto uno scenario di contrasto solo apparente tra i figli dello stesso padre: Liberalismo e Socialismo; dove i veri burattinai della plutocrazia internazionale avrebbero continuato a spadroneggiare con l’appoggio di finti contestatori creati a tavolino dal sistema di potere medesimo, al fine di legittimarlo agli occhi del popolo. Questo, a più di 70 anni dall’analisi di Biggini, è esattamente quello che è sempre avvenuto e che tutt’ora sta avvenendo. Tale stato di cose, come la cronaca politica odierna dimostra, rappresenta esattamente la modalità che ci blocca come Popolo incatenati al palo, senza permettere con ciò che possa rinascere alcuna Civiltà, men che meno la nostra, che rappresenta il faro di luce e l’unica concreta speranza politica di tutte le genti: la Civiltà Italiana Fascista. Il processo di liberazione del popolo italiano ed a seguire dell’Europa e del resto del Mondo, passa in primis attraverso lo scardinamento delle categorie politiche artificiose a mezzo delle quali il sistema antifascista ha imprigionato le nostre menti. Ognuno di noi è chiamato prima di tutto a liberare se stesso dalla prigione mentale nella quale ciascuno è rinchiuso, le cui sbarre sono rappresentate dal materialismo e dall’edonismo individualista e di cui il sistema pluto-massonico, beffardamente, ci ha eletti inconsapevoli carcerieri.

IlCovo

 LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

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LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

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IL POPOLO NEL FASCISMO!

“Il Regime Fascista ha reso possibile la rappre­sentanza reale e continua degli interessi nazionali politici ed economici con il sistema sindacale-corporativo. Ha eliminato la mortifera situazione parlamentaristica col partito unico (il nome di « par­tito » è meramente tradizionale). Il popolo è cosi lo Stato medesimo, in quanto Stato organico.” (Tullio Cianetti, 1938,)

La vita politica del mondo contemporaneo può dirsi rivolta alla ricerca e allo studio di un tipo di Stato che realizzi la democrazia perfetta. C’è chi si ferma sulle posizioni tradizionali illudendosi che l’epoca moderna, derivata per tanta parte dalla Rivoluzione francese, non abbia esaurito il suo compito. C’è chi spinge alle estreme conseguenze i « diritti dell’Uomo » e le teorie filosofiche in cui hanno il loro capostipite Marx e i suoi eredi, nell’illusione che lo Stato di popolo possa finalmente emergere dal caos. Ma c’è, finalmente, chi è partito da nuove, rivoluzionatrici premesse: il Fascismo. Qui troviamo avverata l’istituzione di un vero e proprio regime di popolo. In senso storico, perché basta la più modesta meditazione sulla dichiarazione prima della Carta del Lavoro (“La nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E’ una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello stato fascista”, Ndc.),per riconoscere che tutta l’Italia, senza compartimenti stagni di tempo, di spazio, di classi, è presente nel Regime. In senso giuridico, perché nel concetto fascista il popolo è Stato e lo Stato è popolo: gli strumenti realizzatori di questa identità nello Stato, sono il Partito, il Sindacato, la Corporazione. In senso morale, in quanto i due princìpi su esposti si attuano con le realizzazioni promosse dalle formule mussoliniane della giustizia sociale e del mutamento dell’economia in un fatto spirituale e politico. L’equivalenza del Popolo-Stato consiste nel concetto di Stato totalitario eminentemente politico e che non ha nulla a che fare col concetto di Stato sovrano, essenzialmente giuridico e comune a tutti gli Stati moderni. In tal senso, possiamo parlare di un Regime di popolo. Ma ci fu un tempo, quando l’Italia non aveva in materia di produzione e di lavoro alcuna voce in capitolo, che si discuteva della stessa possibilità di lavorare. Il diritto più elementare dell’uomo veniva messo in dubbio, proprio quando le teorie individualiste che reggevano lo Stato e la Società, avrebbero dovuto rispettare almeno i diritti fondamentali. Ma il discorso delle teorie ci porterebbe troppo lontano. Qui bisogna ricordare soltanto che all’aprirsi dell’epoca moderna, il popolo era qualche cosa di molto astratto e certo lontano dall’organizzazione dello Stato e della Società. Urgeva liberare il popolo dei lavoratori, cioè restituire all’uomo il diritto al lavoro. Mentre si venivano affermando i primi tentativi industriali, la libertà del lavoro apparve come il più nobile degli ideali, e l’infrangere delle catene corporativistiche, la più alta conquista dei poveri artigiani. Il divieto di associazione si ammantò di un « principio » più o meno immortale. Si è vituperato Le Chapelier per un secolo e mezzo; ma egli non ebbe altro torto — comune a tutta la Rivoluzione — che di guardare al passato e di demolirlo, senza preoccuparsi dell’avvenire. L’astrattismo democratico francese fece il resto; assunse come un principio il divieto dell’associazione operaia e gettò i lavoratori in balia degli imprenditori, proprio quando la vecchia modesta economia artigiana e industriale si stava mutando nel grande industrialismo del secolo XIX. Da questo momento si può dire nato il proletariato moderno, ingrossato anche dalla piccola antica borghesia rurale, dove espropriata, dove decaduta. Ma non nasce ancora il « popolo » come l’intendiamo noi, inserito e immedesimato nello Stato. Si assiste da allora ad una lotta disperata del proletariato per diventare popolo, cioè attore della sua storia. La lotta si svolge soprattutto nella riconquista del diritto di associazione, incautamente soppresso dalla Rivoluzione Francese. Questa lotta ha un nome: sindacalismo; e attraverso il fenomeno sindacale si può agevolmente osservare il rapporto fra Stato e popolo.

La lotta di cui or ora abbiamo accennato caratterizzò il progressivo avanzare delle masse verso lo Stato, finché in Italia, col Regime Fascista, si verificherà un capovolgimento completo della situazione. Non più lo Stato che cede lentamente dinanzi ad un avversario, non mancando di sferrare ritorni offensivi o di tendere trappole nascoste da blandizie; ma lo Stato che si mette dalla parte del popolo, cioè al suo vero posto, sentendosi popolo esso medesimo. Il socialismo che, insieme col capitalismo industriale, è il fatto saliente del XIX secolo, imperniato quasi sempre sulla lotta di classe, contribuiva a tener lontano il popolo dallo Stato. Ma quale Stato? Lo Stato che si disinteressava sostanzialmente del problema sociale, non era che un fenomeno di sottomissione al più forte. La sua neutralità era il prezzo pagato alla borghesia che gli garantiva il potere. Il capitalismo bandiva quattro superbi principii: l’interesse personale, la concorrenza, la responsabilità individuale e, naturalmente, la libertà. Superbi e bellissimi principii, presi in se stessi, ma che distruggevano l’elemento sociale, nazionale, e perfino solidale della vita. Data la debolezza dell’umana natura, essi conducevano dritto all’egoismo e alla prepotenza. Esaltavano l’individuo, cioè la forza bruta del denaro, della potenza, dell’intelligenza. La « Nazione » che presuppone un’idealità comune, uno scopo comune, un senso quasi istintivo di essere parti di un tutto che vive e si perpetua non solo nel presente, ma nel passato e nell’avvenire, non poteva avere nulla in comune con le teorie individualistiche per l’evidente contradizione dei termini. Il Fascismo intese l’avvento del popolo nello Stato soprattutto come un fatto sociale. Lo Stato fascista ha una funzione sovrana e di rappresentanza dell’interesse generale, anzi trascendente la stessa vita umana; ne discende che esso deve praticamente tutelare i singoli e potenziare la collettività. Non preoccuparsi della questione sociale significa abdicare alle elementari funzioni dello Stato, compromettere la sovranità sotto i colpi incomposti delle classi decise ad ottenere giustizia, trasformare il proprio agnosticismo in un compito da gendarmi. Sono proprio gli Stati più liberali, cioè più condiscendenti a permettere che ognuno se la cavi da sé, quelli che più fanno uso di mezzi di polizia. Bene lo sanno le piazze insanguinate della vecchia Italia democratica. Il trionfo della borghesia non poteva che essere il trionfo dell’individualismo, un individualismo reso potente dal capitale, monopolio di una classe. Il popolo fu respinto indietro, non come tale (anzi fu coperto di complimenti), ma come insieme d’individui più deboli. Lo strano è che neppure il socialismo, definitivamente chiamato da Marx sulla scena d’Europa, seppe guidare le masse verso la redenzione. Nemmeno da esso poteva sorgere il « popolo ». Il suo punto di partenza era inficiato dallo stesso vizio del liberalismo borghese: la sua premessa era individualistica; il diritto della società di fronte all’individuo era negato, mentre la meta utopistica era l’affrancazione integrale dell’individuo di fronte alla società. Socialismo e liberalismo procedettero su vie parallele; se l’individualismo rappresentava l’importanza di questo, doveva rappresentarlo necessariamente anche di quello. La lotta fra capitale e lavoro, dilagata ben presto anche nel campo politico, può definirsi la lotta fra due giganti bendati. Nella confusione delle scuole straniere che tentano invano di risolvere la questione sociale attraverso il rapporto Stato-Individuo, il valore dell’elemento intermedio, presente ma negato, il gruppo, il popolo è affermato da Giuseppe Mazzini e da Georges Sorel. Mazzini nega ogni virtù iniziatrice alla Rivoluzione Francese e vuole restituita ad una nuova funzione l’associazione, cellula della vita e dell’organismo nazionale. Sorel, più modernamente, interpreta l’associazione in sindacato, fascio di energie economiche e soprattutto politiche. La chiave di volta della costituzione sociale è trovata; non è l’individuo, ma è il gruppo, la categoria, la solidarietà fra i singoli, fino al popolo, fino alla nazione. Spetterà al Fascismo il compito immane di tradurre i libri in fatti, il pensiero in azione, la teoria in realtà tangibili e creare, finalmente, il popolo italiano. Il « popolo » è la nuova forma sociale e giuridica della società nazionale italiana, ma il popolo italiano aveva già una vita e una storia, la più lunga e illustre d’Europa, che è un altro dei presupposti del Fascismo e che chiarisce il posto di questo nella storia dello spirito umano. Perché nel momento supremo della sua storia, il popolo italiano ritrova la sua idea, la sua unità, la sua ragione d’essere in Roma.

Così, nessun Regime più del fascista ha posto e risolto il problema della massa. Esso ne ha fatto « popolo » cioè elemento dello Stato e consapevole strumento dei fini della Nazione. Ma con ciò stesso s’immagina una gerarchia di funzioni e di valori che rispecchia la stessa armonia della vita e della natura. Esaltare il popolo e farne il centro e la base dell’azione politica, non significa un nuovo esperimento di quell’ugualitarismo che, proclamato dalla Rivoluzione francese, non fu in realtà mai applicato. A che servirebbero l’uguaglianza e la libertà se l’uomo dovesse trasformarsi in un automa, in un numero, in un autentico schiavo come accadde in Russia, e accadde per forza di principii, al di sopra della volontà stessa dei capi? La libertà individuale è sacra, a patto che sia limitata dal diritto dei nostri simili; proclamata astrattamente non ha che un valore negativo. Il suo valore positivo che la Rivoluzione francese, matrice delle democrazie e dei socialismi continentali, non poté vedere perché assorta nella visione dei singoli individui, è la socialità. La socialità nega l’individuo o meglio lo circoscrive in se stessa, e crea il popolo. È questo il grande principio che il Fascismo oppone all’individualismo liberale, democratico, socialista. La socialità fascista è il rovesciamento del concetto individuale. La socialità è un diritto nuovo (non la somma dei diritti singoli), che nasce dai diritti contrastanti (e il Fascismo non nega il contrasto) degli individui. Ne sorge una fede comune, fede soprattutto nel concetto missionario della vita che annulla le pretese e gli egoismi dei singoli. Ne sorge un’idea, un intelletto collettivo, una chiarezza nel fine comune che spiegano i due concetti cosi strettamente compenetrati di popolo e nazione. L’individuo in seno alla socialità non si annienta, ma si potenzia; egli comincia a ubbidire alla più difficile delle leggi, quella del dovere. In quanto al Fascismo, l’originalità assurge alle altezze di una fondazione di civiltà, perché il dovere è una legge tradotta in realtà concrete e tangibili, trasformatrici del costume; e l’associazione ha ricevuto un’interpretazione psicologico-storica che ne fa la cellula del popolo consapevole della sua personalità, dei suoi doveri-diritti, del suo destino trascendente la carriera mortale dei singoli. Da migliaia d’anni si diceva che l’uomo è un animale socievole; ma solo nell’Era fascista s’è definito il carattere della socialità e se n’è fatto il supremo principio col quale si realizzano i fini della Nazione e si determinano le possibilità che permettono la vita del popolo. Tutti i filosofi e i sistemi positivisti (al centro vi è Karl Marx) immaginano la società umana sotto l’influenza fatale e inevitabile dell’ambiente esterno, delle leggi fisiche, dell’interesse personale, dell’utilitarismo. Il Fascismo, che è realtà e azione, si guarda bene dal negare il valore di questi elementi; ma non ne rimane accecato come codesti filosofi e sistemi. La dottrina fascista lascia all’individuo la responsabilità e perciò al popolo l’obbligo di educarsi, di migliorarsi, di progredire. In questo senso è più che mai esatta la formula della « rivoluzione continua ». La dottrina fascista ordina al popolo (e agli individui che lo formano organicamente), di trasformare l’elemento in cui vive; in altri termini di opporre l’intelletto, la mente, lo spirito alle forze materiali. In questo modo l’organizzazione sociale penetra e forma la vita intima dell’individuo, cosi come l’ordinamento sociale del mondo esterno non è che la proiezione del mondo interno di ciascuno di noi. Di qui la necessità e il dovere di plasmare, educare, rifare gli individui; l’educazione si pone alla base di ognuno e di tutti, come la grande e forse l’unica artefice del popolo fascista. È chiaro, quindi, come la socialità fascista si avvalga degli individui e li sottometta alle sue esigenze; ma non solo non li annulli, bensì li esalti nella loro personalità e responsabilità. L’« io » è un’attività spinta a modificare l’ambiente e quanto più la modificazione sarà profonda tanto più salirà in alto nel perfezionamento morale. Nessuna dottrina, dunque, dà il giusto posto all’individuo quanto il Fascismo, perché basando la società sul dovere, presuppone i due maggiori attributi dell’individualismo: la personalità e la responsabilità. L’irresponsabile diventa nella dottrina fascista un peso morto, un valore negativo, una nullità morale, facile preda delle più ignobili passioni, come dimostrano i vari esperimenti bolscevichi del mondo che, partendo dall’individualismo, hanno soppresso individualità e personalità. Non è esagerato dire che sono riusciti ad uccidere l’anima. La dottrina fascista è una dottrina morale e non esita nell’ordinamento della società a interpretare le stesse ragioni della vita umana. Ai materialisti che anche nel campo politico sembrano far propria la definizione celebre del Bichat : « La vita è l’insieme dei fenomeni che resistono alla morte », il Fascismo raccogliendo l’esperienza religiosa del Popolo e il pensiero dei sommi, oppone: “la vita è missione!” (Estratto da Tullio Cianetti, “Il Popolo nel Fascismo”, Milano, 1938, Anno XVI).

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IlCovo

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ILCOVO ARTEFICE DI UNA SVOLTA STORIOGRAFICA EPOCALE!

 

“… 1938, quando il fascismo si apprestava a dare vita a una nuova civiltà nella quale gli ebrei  non avrebbero avuto il diritto di esistere. Alessandra Tarquini, “Storia della cultura fascista”, Bologna, edizione 2011, pp. 192-193.

“… 1938, quando il fascismo si apprestava a dare vita a una nuova civiltà nella quale gli ebrei non avrebbero avuto il diritto di fare parte.” Alessandra Tarquini, “Storia della cultura fascista”, Bologna, nuova edizione 2016, p. 200.

Carissimi lettori, sapevamo, per averne avuto prove dirette e tangibili, che come Associazione “IlCovo” abbiamo compiuto atti di enorme rilievo nell’ambito che ci è proprio, quello dello studio Storico-Politologico. Senza falsa modestia, possiamo dire con cognizione di causa di aver letteralmente sgretolato a suon di documenti, l’intera narrativa antifascista ufficiale, ossia la cosiddetta “vulgata pregiudiziale” di memoria Defeliciana, fondamento culturale e politico dell’intero apparato che dirige la vita del popolo italiano dal 1945. Abbiamo di già documentato (ad es. qui, qui e sopratutto qui), quali siano i presidi di tale ordine costituito, che noi riteniamo esser falsi ed oppressivi. Ma il Sistema imperante ne fa largamente uso, per evitare che la Verità (quella con la “V” maiuscola!) possa finalmente costituire il fondamento della Società italiana contemporanea, mostrando così direttamente ed a nostro avviso senza ombra di dubbio, come il suo vero scopo sia la soppressione del Pensiero pensante e con esso della Giustizia, checché ne dicano le roboanti dichiarazioni ufficiali di senso contrario. Ma, se ce ne fosse ancora bisogno, una ulteriore e clamorosa conferma rispetto a quanto scriviamo da anni, ci viene direttamente  da un Convegno antifascista, tenutosi in una data davvero non sospetta: il 28 gennaio del 2019, anniversario dell’ufficiale  “giorno della memoria”. Di tale particolare convegno non eravamo a conoscenza, anche perché, sappiamo già che di solito in occasione di tali “date solennemente comandate”, se ne tengono un numero inverosimile, tutti sotto l’alto patrocinio dell’antifascismo ufficiale, tutti all’insegna della medesima “linea politica autorizzata” monocorde, ovvero quella dogmatica della “memoria selettiva ed a senso unico”, priva di dibattiti e contraddittori autentici e seri (qui). Ma noi vogliamo analizzare, a livello storiografico e politologico, gli Atti di tale particolare convegno, poiché essi rivestono concretamente una importanza decisiva, in quanto vi si ritrova la prova della ricezione ufficiale di quei temi che per primi e unicamente noi fascisti de “IlCovo” (sfidiamo chiunque a mostrarci il contrario!) abbiamo sviscerato e dimostrato, documenti alla mano. In più, proprio dalla lettura di questa nostra analisi, che sommariamente assume così la forma di una critica storiografica delle relazioni di quel convegno, ne mostreremo le parti salienti, che a nostro avviso palesano delle evidenti contraddizioni espresse dai ricercatori partecipanti. Allo stesso tempo, rileveremo come l’obiettivo aprioristico del suddetto convegno sia stato meramente politico (e di già presente nelle sue conclusioni finali …addirittura fin dalle “Note Introduttive”!) ovverosia mostrare, sempre e comunque, ancorché indagando molteplici aspetti, concetti e fatti prima sconosciuti (sarebbe il caso di dire “occultati” volutamente per decenni, ma oggigiorno ormai non più negabili, poiché portati alla ribalta nei NOSTRI scritti!), che il “Fascismo” si deve considerare e confermare necessariamente quale “male assoluto”, poiché senza tale assunto dogmatico (quantunque logicamente indimostrabile, come abbiamo ampiamente provato, qui), tutto l’edifico su cui è imperniato l’intero sistema di potere vigente, crollerebbe rovinosamente! Ad ogni modo alleghiamo al presente articolo il volume che raccoglie integralmente gli atti del convegno summenzionato ed invitiamo i nostri lettori a leggerlo con attenzione (qui). Procediamo, dunque, cercando di focalizzare gradualmente l’attenzione su alcuni brani (da noi di già evidenziati direttamente nel documento ufficiale), che riteniamo siano dirimenti rispetto all’interpretazione storiografica che abbiamo fornito a suo tempo come Associazione “IlCovo” (qui) e che risultano essere stati evidentemente elaborati in relazione ad essa, nel palese (ma vano) tentativo di “manipolare i fatti”, affinché il “muro di falsità storiche” costruito in decenni di asfissiante propaganda unidirezionale, non venga giù tutto in una volta.

I. Gli “Aspetti Universali del Fascismo” e le differenze col NazionalSocialismo.

Uno degli aspetti peculiari di tale Convegno, risulta essere l’ostentato tentativo di non riconoscere  chiaramente e fino in fondo la “specifica identità” del Fascismo Mussoliniano, che lo rende inequivocabilmente altro  rispetto al nazionalsocialismo hitleriano, pur non potendo più negare la vistosa presenza di elementi che certificano  tale dato di fatto. Impossibile non notare fin da questo primo particolare una evidente rispondenza tematica in rapporto diretto coi nostri studi originali (sebbene orientata in senso opposto!), poiché già a partire dal 2006, tale è esattamente l’ambito cui ci siamo dedicati, dimostrando incontrovertibilmente l’esistenza di quella peculiare ed inconfondibile “Identità Fascista” che rappresenta il cuore stesso delle ricerche portate avanti dalla nostra Associazione. La posizione ufficiale della storiografia antifascista, però, finora si era sempre fondata sulla negazione aprioristica dell’esistenza di una tale specifica identità. Nelle “scuole” storiografiche antifasciste, in specifico quella Liberale, si era arrivati al “massimo” a riconoscere la differenza esistente, all’atto pratico, tra i vari “regimi totalitari”, giammai però a riconoscere l’esistenza di una dottrina politica chiara ed originale nel pensiero fascista. Lo storico E. Gentile, ad esempio, è giunto a considerare il fascismo come “ideologia della prassi”, o addirittura a definirlo, generando una contraddizione in essere, “ideologia anti-ideologica”. La storiografia ufficiale, dunque, di fatto si è limitata a riconoscere alcune peculiarità proprie nella “attuazione del male assoluto” fascista, differenziandosi rispetto all’enfatizzazione di questo o quell’aspetto, oppure ridimensionandone uno, per ingigantirne un altro (è il caso della scuola defeliciana, che ridimensiona la vulgata marxista del “male assoluto sterminatore”, generando quella del “male assoluto liberticida”). In ogni caso, si è creato in un ambito scientifico quale è la storiografia, un unicum logicamente insostenibile: l’elevazione del criterio etico-soggettivo-moralista, antifascista, in relazione ad una specifica dottrina e prassi politica, ossia il Fascismo, quale unico ed assoluto parametro “oggettivo” di valutazione storica. Invece, la speculazione storiografica seria, al riguardo dovrebbe avere un unico criterio: l’analisi spassionata dei fatti. Ma dal momento in cui è stato introdotto dalla storiografia antifascista il concetto morale di “male assoluto” e il criterio etico-soggettivo per l’interpretazione dei fatti storici, si  è così inficiata la possibilità tanto di comprendere che di ricercare la verità. In ossequio alla logica di una condanna morale aprioristica, frutto di scelte politiche interessate, si è persino arrivati a creare a tavolino categorie storicamente inesistenti, quali ad esempio il cosiddetto “nazi-fascismo”, oppure la categoria onnicomprensiva dei “totalitarismi“, assegnando a questi termini significati tanto molteplici quanto arbitrari ed oggettivamente privi di riscontri storici, frutto esclusivamente di calcoli politici opportunisti. Il nostro lavoro, fin dagli esordi (cioè a partire dall’edizione del 2007 del nostro libro, “L’Identità Fascista”), ha invece mostrato, tornando all’asciutta documentazione dei fatti, da cui imprescindibilmente devono dipendere le interpretazioni (contrariamente a quanto fatto dalla storiografia antifascista, che ha ribaltato l’ordine logico del metodo, partendo da interpretazioni precostituite per arrivare a manipolare convenientemente i fatti storici), che il Fascismo mussoliniano ha una precisa ed originale identità ideologica, la cui peculiarità non è riscontrabile nè assimilabile  a nessun altro movimento politico precedente, coevo e successivo, ivi incluso il nazional-socialismo tedesco; ebbene, abbiamo constatato che nel convegno che prendiamo in esame, tali elementi vengono ormai clamorosamente recepiti, sebbene solo per essere attaccati nel tentativo infruttuoso di inficiarne il valore! Inseriamo di seguito alcune citazioni al riguardo:

“…la Nuova Italia, come ebbe a scrivere un benevolo osservatore britannico, avrebbe indicato la strada verso un mondo nuovo. Non un’Europa democratica, dominata dai conflitti sociali e laica – come la volevano i federalisti alla Aristide Briand o i «paneuropei» alla Coudenhove-Kalergi –, bensì, gerarchizzata, corporativa, cristiana…La Roma di Mussolini, avrebbe quindi ricoperto il ruolo di faro di civiltà al quale tutte le altre Nazioni europee – deluse dal capitalismo abbandonate dalla socialdemocrazia, tradite o minacciate dal bolscevismo – «avrebbero presto o tardi voltato lo sguardo» (cfr. pag 138)…. L’azione era impellente, e doveva essere intrapresa prima che giungesse qualcun altro a ricoprire il ruolo di “locomotiva” della nuova Europa…Si trattava di contrastare con ogni mezzo l’ascesa di un pericoloso concorrente interno alla famiglia fascista. In Germania, Adolf Hitler si era trasformato da oscuro agitatore regionale in un leader politico di primo piano. I suoi seguaci non erano più ridicoli «buffoni», come li aveva apostrofati Mussolini all’indomani del fallito putsch di Monaco (cfr. Pag. 145)…Preoccupato, Mussolini reagì da principio sostenendo i movimenti politici tedeschi che riteneva essere concorrenti ai nazionalsocialisti e più orientati verso il fascismo italiano: il Partito tedesco-nazionale (Dnvp) di Hugenberg, gli ex combattenti dello Stahlhelm, alcune associazioni di ex membri dei Freikorps, piccoli movimenti che si dichiaravano fascisti…Era necessario distinguere fascismo e nazismo, dare al fascismo non solo il privilegio di primogenitura del vasto movimento nazional-rivoluzionario europeo, ma anche strumenti identificativi e discriminanti che lo potevano distinguere dal nazionalsocialismo…All’impero carolingio, centralizzato e dominatore evocato dai leader nazisti, Mussolini e i suoi universalisti avrebbero contrapposto la Roma imperiale, civilizzatrice di popoli, i quali sarebbero stati arricchiti e non annullati dalla dominazione latina…Una comunità imperiale romana contro un impero integrale e germanizzato sarebbe stata la formula di questa sorta di «Brennero ideologico», spartiacque tra l’Italia fascista e il Terzo Reich (cfr. Pag.146)…  Il 15 luglio 1933, contestualmente alla firma del Patto a Quattro (riproduzione del concerto europeo che avrebbe dovuto gravitare attorno all’Italia mussoliniana), nascevano i «Comitati d’azione per l’universalità di Roma» (cfr. Pag. 151).”

(Cfr. relazione Marco Cuzzi, Il “quarto tempo” del fascismo: universalismo e velleità internazionaliste)

Il lettore attento non mancherà di scorgere nel brano in questione le “contraddizioni in essere” ivi presenti rispetto alla teoria del cosiddetto “nazi-fascismo”, che, sebbene sporadicamente rilevate nel corso degli anni in alcuni rari casi, da qualche tempo la stessa storiografia antifascista sembra ormai tendere maggiormente a mettere in risalto; contraddizioni alle quali i relatori sono “costretti” a causa della costante etica del “male assoluto” cui le loro ricerche sono ideologicamente vincolate, un fattore assolutamente irrinunciabile per il fine politico precostituito degli “storici” ufficiali del sistema di potere vigente. Infatti, all’inizio di tale relazione (che risulterebbe altrimenti molto interessante!), non a caso, si ritrova la seguente premessa, dove viene evidenziato un particolare che riteniamo sia stato sottolineato alla luce dei temi che abbiamo di continuo portato universalmente all’attenzione dei lettori nei nostri scritti: “La storia delle suggestioni europeiste del fascismo italiano dovrebbe essere fatta risalire a quella corrente di pensiero, l’«Universalismo fascista», che Renzo De Felice ha considerato […] forse l’unico discorso ideologico culturale che per un certo tempo riuscì ad attivizzare un vasto settore della gioventù fascista e ad offrire ad essa la speranza che la ‘rivoluzione fascista’ potesse riprendere il suo cammino e proiettarsi, come una sorta di ‘rivoluzione permanente’ verso obiettivi sempre più avanzati e universali” (cfr. Pag. 138). Una introduzione preconcetta del genere, vorrebbe così far pensare che l’ “universalismo Fascista” sia stata una mera prassi contingente (ritorna la scuola defeliciano-gentiliana, come del resto anticipato dall’estensore), legata ad un breve momento storico, non avendo così nessuna attinenza a livello ideologico-dottrinario e nessuna radice politica profonda. Ma, sostenere ancora una teoria del genere nel 2019, cozza con la stessa disamina documentale presentata all’interno della relazione, che riferisce di basi ideologiche mostrate dallo stesso Duce del Fascismo (ma anche in questo caso si ricorre all’espediente della categoria morale del “trasformismo” di Mussolini, che noi invece abbiamo correttamente identificato con la “gradualità” dell’applicazione del modello fascista, sempre proclamata dagli ideologi ufficiali del Regime) nonché dai suoi collaboratori, e quindi di una sostanziale “radice identitaria” dell’Universalismo fascista, presente sino alla fine del “regime in camicia nera”, sebbene non manifestatasi pienamente fin dal principio (del resto la stessa citazione dei “tempi” di attuazione del Fascismo, riportata dal  relatore, fatta correttamente risalire ad Arnaldo Mussolini, conferma la nostra tesi). Nella stessa citazione di cui sopra, il relatore dovrebbe però spiegare come si può allora conciliare la corretta definizione di “Brennero ideologico” instaurato dal Fascismo nei confronti del nazionalsocialismo, con il contemporaneo utilizzo della categoria di appartenente alla cosiddetta “famiglia fascista” in relazione al partito di Hitler. Infatti, a rigor di logica, o si tratta di un movimento inserito all’interno di tale “famiglia”, dunque di una dottrina assimilabile nei suoi elementi cardine al Fascismo Italiano (la qual cosa fu sempre negata in campo ideologico fascista ufficiale, motivo per cui politici e storiografi antifascisti hanno negato per decenni qualsiasi valore teorico al Fascismo, fedeli all’adagio che se la teoria non corrisponde alla realtà, tanto peggio per la realtà!) oppure si tratta di un movimento con differenze sostanziali con il Fascismo, per cui la costruzione di una diga ideologica, talmente grande da poter essere qualificata come un “Brennero” (addirittura!), risulta perfettamente coerente. Dunque, la definizione di “concorrente interno al Fascismo“, stante tale situazione, sembra palesemente cozzare con la volontà già manifestata a suo tempo proprio dal fascista Benito Mussolini, ossia di contrapporre (= porre contro) al nazionalsocialismo di Hitler, il PRORIO modello di Impero fascista, di estrazione Romano-Cattolica, che rispetto al Reich Tedesco, risultava inconciliabile. Ordunque, o i due modelli ideali possono armonizzarsi, o non possono. Tertium non datur!

La conclusione della relazione, che andiamo subito a citare, mostra così, ancora una volta, tutta la fallacia interpretativa della teoria politica antifascista, che riconduce pervicacemente tutto il discorso verso la categoria etica del “male assoluto”, avvalendosi nuovamente di tale pregiudiziale ideologica (quindi, continuando ad utilizzare una categoria moralistica e politica quale base indiscutibile di quella che dovrebbe, invece, essere una interpretazione storiografica, cioè scientificamente ancorata solo ai fatti, analizzati in modo complessivo ed esaustivo, risultando pertanto scevra, se non da giudizi, quantomeno da pre-giudizi), e così si arriva ad affermare quanto segue: “La «scuola dei dittatori» della Roma mussoliniana, fulcro di un continente illuminato dagli ideali universali del fascismo italiano, si sarebbe trasformata nel mero apprendistato dei servitori di un’altra Europa, quella di Adolf Hitler” (cfr. Pag. 152). Dunque l’Universalismo del Fascismo, le differenze ideologiche tra Fascismo e Nazismo, le differenze finanche degli obiettivi politici tra i due movimenti, pur venendo rilevate, vengono però tutte derubricate a mera tattica temporanea, che, nel gioco delle egemonie, sarebbe stata “sostituita” volutamente dalla subordinazione all’egemonia tedesca, sia ideologica che politica, entrambe accettate dal “trasformista Mussolini”, proprio perché tale attitudine, stando alla pregiudiziale antifascista, “doveva necessariamente” essere “insita” nella categoria dei movimenti presenti nella cosiddetta “famiglia fascista”. Così si sceglie di ricondurre ugualmente al “tatticismo”, sempre in ossequio alle categorie etico-politiche esplicitate dall’antifascismo, persino tutti i fatti relativi alla stessa II Guerra Mondiale (che non è stata scatenata dall’Italia Fascista; un conflitto al quale detta Nazione partecipò solo dopo un congruo periodo in cui cercò di condurre ancora una volta la propria politica europea “conciliativa”, volendo differenziarsi ancora, sia ideologicamente che politicamente, con l’inaugurazione della “Guerra Parallela” nel momento in cui decise di intervenire, proprio per non subordinarsi agli obiettivi del Reich germanico), così come i continui tentavi volti a rimarcare da parte del Partito Fascista le differenze con il nazional-socialismo (gioverà in proposito la lettura del capitolo del nostro libro, nella nuova edizione ampliata del decennale, che tratta in specifico proprio delle riconosciute differenze ideologiche, proprio da parte dei teorici fascisti ufficiali, fra i movimenti di Mussolini ed Hitler, qui), presenti in tutti gli anni di guerra, in tutta la pubblicistica fascistadurante tutto il periodo dell’alleanza con la Germania, tentativi da noi puntualmente documentati (la ovvia differenza rispetto al periodo precedente, sta nella sospensione della polemica sull’insuperabilità delle difformità). In breve, risulta evidente che, piuttosto che far parlare i fatti storici, si continua a manipolarli in ossequio a precise pregiudiziali politiche, anche se ormai non è più possibile occultare certi elementi, portati prepotentemente all’attenzione di un pubblico sempre maggiore proprio dalla caparbia azione culturale intrapresa negli ultimi quindici anni da noi fascisti de “IlCovo”.

II. Le “radici” delle “Leggi per la difesa della Razza Italiana” e le contraddizioni di Michele Sarfatti.

Ma la parte più clamorosa del suddetto convegno, è sicuramente quella relativa al capitolo attinente le “radici” delle “Leggi per la difesa della Razza italiana”, in riferimento sia alla dimensione “coloniale” di tale legislazione che al rilievo dato dal Partito Fascista al “problema ebraico quale risvolto metropolitano” della “difesa della razza”. Proprio in questo ambito, viene svolta un’analisi incredibilmente “nuova”, se messa in relazione alla “parte politica” da cui proviene. Certamente sappiamo già che altri ricercatori antifascisti si erano soffermati su tale aspetto inerente lo studio della “particolarità unica” della legislazione fascista, ma dando ad esso comunque un risalto secondario, “spiegato” immancabilmente alla luce del solito “opportunismo di Mussolini” (sempre in ossequio alla volontà tutta politica di utilizzare delle categorie morali soggettive che devono assurgere a “fonte oggettiva” di interpretazione dei fatti storici!), come nel caso dello stesso Renzo De Felice, ma anche, più di recente, in quello della professoressa Bonucci (qui). Soltanto noi fascisti del Covo, però, avevamo evidenziato, partendo proprio dalla pubblicistica ufficiale del Partito Fascista e dalla posizione espressa in materia da parte degli stessi Ebrei Fascisti (qui), la “fonte” nonché l’inquadramento politico-ideologico coerente della legislazione fascista per la “difesa della razza italiana”, insieme ai motivi complessi per cui essa fu emanata. Naturalmente, non bisogna mai perdere di vista l’obiettivo finale del convegno, che è stato stabilito fin dalle “Note Introduttive” degli Atti. Dunque, anche l’indagine intrapresa di “nuovi aspetti e fatti”, viene ricondotta necessariamente all’interno di quello che è l’obiettivo politico primario che sta a fondamento di tutto l’evento: ossia la corrispondenza del teorema “fascismo come male assoluto, razzista e sterminatore”. Ed infatti, il ricercatore ebreo Michele Sarfatti, che da sempre è letteralmente un “fervente apostolo” di tale interpretazione (sebbene contestata persino da alcuni studiosi suoi correligionari, come Hannah Arendt, Zeev Sternhell, Meir Michaelis, che si rifiutavano di equiparare Fascismo e nazionalsocialismo, come già rilevammo fin dalla prima edizione del nostro lavoro sull’identità fascista!) durante tutta la sua carriera, non ha fatto altro che ribadirla potentemente in tutti i modi possibili ed in tutte le sedi, non ultima quella del suddetto convegno. Ma constatiamo al riguardo che, ancora una volta, vi sono delle importanti ed evidenti contraddizioni, clamorose, scaturite dall’impossibilità di negare alcuni fatti come quelli resi di pubblico dominio in virtù dei nostri scritti e che andiamo subito a citare. Scrive infatti il Sarfatti:

“…Va precisato che nel periodo 1938-1943 – così come nel successivo periodo 1943-1945 – il governo fascista scelse di non disporre la revoca formale della cittadinanza italiana alla generalità degli ebrei (cfr. Pag 157)… Tuttavia, sulla base delle vicende del ventennio precedente, io ritengo che il fascismo italiano decise di intraprendere la persecuzione generalizzata degli ebrei perché essi costituivano un gruppo il cui comportamento era ormai giudicato (dal regime e rispetto alle sue finalità) pericoloso, antagonistico, alternativo, incoerente o anche inutile. All’interno dell’ebraismo infatti si era sviluppato a metà degli anni Trenta un contrasto tra fascisti e antifascisti, al termine del quale gli ebrei fascisti si erano dimessi dagli incarichi di rappresentanza (e ciò mentre tutta la popolazione della penisola veniva chiamata a festeggiare unita la conquista d’Etiopia e a combattere unita le sanzioni economiche deliberate dalla Società delle Nazioni)… Tutto questo rendeva ancora più difficile la loro presenza differente nella nazione sempre più caratterizzata come cattolicista, nella dittatura sempre più impegnata a revocare e calpestare i diritti, nello Stato totalitario in costruzione. In buona sostanza, a mio parere Mussolini decise di perseguitare gli ebrei proprio allo scopo di perseguitare gli ebrei (cfr. Pag 158)…Relativamente alla tipologia del razzismo fascista, possiamo osservare che nella stampa si espressero sia le concezioni razzistiche cosiddette “spirituali” o “nazionali”, connesse tra l’altro alla nuova esaltazione della “idea” di Roma e della “razza” latina, sia quelle di carattere “razzistico biologico” (cfr. Pag. 160)… (cfr. Le leggi antiebraiche: la prospettiva storica – Michele Sarfatti):

Sebbene risultino evidenti le tare dell’analisi interpretativa di Sarfatti, che si occupa di esaminare esclusivamente alcuni elementi della questione, senza considerare il quadro politico generale e complessivo delle vicende storiche in oggetto, appare ugualmente dirompente il suo riconoscimento sempre nei passaggi succitati di determinate peculiarità, che lo portano ad avvalorare l’uso di categorie specifiche. Ad esempio, egli suddivide quella che definisce comunque come “persecuzione”, in due “momenti”: prima la “persecuzione dei diritti”, dal 1938 al 1943, che certificherebbe per gli ebrei lo stesso status equiparabile a quello degli indigeni coloniali dell’impero, ovvero una “cittadinanza dimidiata” (ma la cittadinanza “speciale” coloniale, arrivò DOPO un periodo di “acculturazione” giudicato sufficiente dal Regime, che, per esempio in Libia, trasformò lo status degli indigeni da sudditi non-cittadini, in “cittadini speciali”, secondo modalità peculiari del colonialismo fascista. Dunque, detto esempio, doveva essere visto come una “fase” nel processo di graduale inclusione nel seno della cittadinanza, e soprattutto nulla impediva, se non fosse stato bruscamente interrotto dalla caduta del Regime nel 1943, che avrebbe potuto essere esteso in futuro alle altre colonie italiane); poi, quella che qualifica come la “persecuzione delle vite”, che attiene al periodo 1943-45. Ma, per questo periodo c’è una ulteriore affermazione di Sarfatti ancor più dirompente. Egli si chiede …”Quale relazione legò la legislazione del 1938 alla consegna degli ebrei a killers specializzati stranieri nel 1943-1945?“. La sua risposta, correttamente, ma mai contemplata nella sua interpretazione storiografica ufficiale, è: “Non vi fu alcun automatismo”. Di seguito, Sarfatti si affretta a considerare comunque tutto ciò come causa, anche se indiretta, della deportazione, poiché precedentemente gli Ebrei erano stati appositamente censiti dallo Stato fascista e di tali censimenti i tedeschi, dopo l’8 settembre del 1943, si erano appropriati (sic!). Inoltre, egli aggiunge una ulteriore considerazione, che però genera indirettamente l’ennesima contraddizione. Egli dice, infatti, che comunque gli ebrei erano considerati dalla autorità fascista come “perseguitandi“. Ora, se gli ebrei erano “perseguitandi“, significa che non erano “perseguitati“. Tra l’altro, Sarfatti rileva correttamente che gli assassini erano “stranieri”, ma poi conferma che la R.S.I. (Repubblica Sociale Italiana) fu responsabile di tali deportazioni. I conti non tornano: o i responsabili erano stranieri, oppure era responsabile la R.S.I., Tertium non datur! Perché egli parla di responsabilità, e non, al limite, di corresponsabilità. In ogni caso, Sarfatti ammette la realtà di fatto di una polemica, addirittura condivisa dagli Ebrei Fascisti (!), rispetto all’accusa di “antifascismo” manifestato negli atti compiuti nel corso degli Anni 20 e 30 dall’ebraismo “internazionale”, emersa platealmente durante la campagna etiopica e sottolineata dal Partito Fascista. Sarfatti ammette così, indirettamente, che la vera polemica mossa dal Fascismo era con la posizione culturale e politica assunta da una parte consistente dell’ebraismo italiano, che non aveva scelto di dissociarsi irrevocabilmente dall’ebraismo mondiale in lotta col Fascismo e che tale polemica era pure condivisa dagli stessi ebrei vicini al fascismo o fascisti strictu sensu. Inoltre, Sarfatti esprime una importante considerazione sui “tipi” di “razzismo” presenti nella pubblicistica fascista, non rappresentati unicamente dalla concezione “biologista”. Le tare pregiudiziali interpretative di Sarfatti, che gli consentono così di non abiurare alla sua teoria e di mantenere la “barra a dritta” rispetto al “fascismo male assoluto sterminatore”, permangono però tutte e vertono sulla parzialità arbitraria della sua disamina, che ignora volutamente la peculiarità sostanziale della legislazione Fascista, che è essa stessa, come annunciato dalla Dichiarazione del Gran Consiglio del Fascismo dell’ottobre 1938, non razzista-biologista (con ciò rifacendosi esattamente a quell’universalismo più sopra citato nella precedente relazione di Marco Cuzzi) ma di tipo culturale e politico; per questo in essa vi erano inserite apposite distinzioni rispetto agli Ebrei Fascisti e non solo loro (nelle leggi si esentavano anche i semplici “benemeriti”), o addirittura la possibilità di “arianizzare” determinati soggetti o gruppi di soggetti, ovverosia, nell’ottica delle suddette leggi, di “italianizzare” anche Ebrei precedentemente riconosciuti come tali dalla legge. Ma tale impostazione non razzista in senso biologista della discriminazione Fascista, così come l’inserimento della stessa normativa nel quadro politico-ideologico della “civilizzazione imperiale” concepita dal Fascismo, costituisce la materia principale trattata nel successivo capitolo del Convegno, quello su “Le radici delle leggi razziali”, di Valerio Onida:

“…Ciò che si vuole prima di tutto non è tanto un processo di allontanamento o di esclusione degli appartenenti a una “razza” che si reputa diversa, ma scongiurare la “contaminazione”… Tutto ciò risulta più chiaro se si porta l’attenzione sull’altro documento di base del razzismo fascista: la “Dichiarazione sulla razza” votata dal Gran Consiglio del Fascismo il 6 ottobre 1938 . Questo è un documento senza pretese scientifiche, ma schiettamente politico (cfr. Pag. 193)…Un razzismo, quello fascista, che in realtà è una forma esasperata di nazionalismo, che pretende di difendere una “identità nazionale” cui si “prestano” pretesi caratteri “fisici e psicologici” riferiti alla presunta “razza italiana”. Sono davvero tanto diverse certe forme di razzismo odierno, pur certo assai più blande, quando si sostiene l’esigenza di salvaguardare l’identità degli “italiani” dal “pericolo” di invasioni di stranieri? Anche la dichiarazione del Gran Consiglio, naturalmente, arriva al “problema ebraico”: ed è molto significativo il taglio con cui l’affronta. Il problema vero non è la differenza di “razza” degli ebrei, ma quello che viene considerato il ruolo politico dell’ “ebraismo mondiale”. Questo, afferma la “Dichiarazione”, « – specie dopo l’abolizione della massoneria [dunque si introduce un elemento cultural-politico del tutto estraneo al “problema” razziale] – è stato l’animatore dell’antifascismo»; «l’ebraismo estero o italiano fuoriuscito» è stato in certi periodi (si ricorda la guerra etiopica) «unanimamente ostile al Fascismo»; l’immigrazione di stranieri «ha peggiorato lo stato d’animo degli ebrei italiani nei confronti del Regime, non accettato sinceramente, poiché antitetico a quella che è la psicologia, la politica e l’internazionalismo d’Israele»; «tutte le forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei». Come si vede, la questione “razziale” cede apertamente il campo alla questione politica (cfr. Pag. 194)”

A fronte di queste citazioni, viene spontaneo domandarsi come esse possano a rigor di logica conciliarsi con  tutte le altre di opposto tenore, pur presenti nello stesso convegno, che rimarcano a loro volta in modo ossessivo l’interpretazione del “razzismo fascista” quale elemento fondante sia la deportazione che lo sterminio degli ebrei italiani. Lo stesso Onida, ricorda che, oltre a evidenziare inoppugnabilmente l’aspetto politico della discriminazione presente nelle leggi, sia per gli indigeni coloniali che per “l’ebraismo”, esistevano esenzioni, in presenza di provata fede fascista o semplice benemerenza (tali che così la “cittadinanza dimidiata” non era più applicata). Tale “discriminazione nella discriminazione”, la quale precedeva il secondo provvedimento, quello di “arianizzazione”, è un fatto che NESSUNO DEI RELATORI in quel convegno si è soffermato ad analizzare con dovizia o spiegare. Eppure, tale particolare, proprio nell’economia delle analisi riportate, riveste una importanza fondamentale. Se si vuole studiare seriamente la “questione razziale” fascista, non si possono obliare volutamente elementi essenziali della stessa. Così facendo, si manifesta soltanto l’etero-direzione pregiudiziale dei lavori, che dovevano obbligatoriamente portare a conclusioni preconcette di natura politica.

Inoltre, NESSUN RICERCATORE nel convegno si è soffermato a studiare la valenza della legislazione economica della R.S.I., in merito alla confisca dei beni degli ebrei non esentati dalle “leggi per la difesa della razza italiana”. Nessuno ha riportato il documento, pure citato da Renzo De Felice, che riferisce dell’ordine del Ministero degli Interni di NON CONSEGNARE alle autorità tedesche gli ebrei italiani che avevano subito il provvedimento di confisca, ed erano stati per questo spostati in appositi “centri” (qui). Nessuno, inoltre, ha ovviamente anche solo accennato al Salvataggio delle vite”  attuato dallo Stato fascista, pur riferendosi precedentemente alla “persecuzione” delle stesse. Salvataggio attuato in tutto il periodo bellico, dal 1940 al 1945 (compreso il periodo della R.S.I.). Salvataggio che non si concilia con la “persecuzione”. Tali omissioni gravissime, che attengono alla correttezza dell’analisi dei veri termini in cui storicamente si concretizzò tale questione, sono inspiegabili poiché i fatti omessi sono di rilievo massimo. Si spiegano, invece, se si sostituisce all’analisi storica, la propaganda politica.

III. Cui prodest? Il Fascismo, dopo l’opera culturale svolta da “IlCovo”, diviene “male assoluto” in quanto “idea della difesa dell’Identità Nazionale”. La manovra politica per equiparare il Fascismo al cosiddetto “Sovranismo”, quale nemesi eterna.

Giunti al termine di questa disamina, un interrogativo si pone prepotentemente: cosa si può dedurre in merito ai fini concreti di tale convegno? Anzitutto, come abbiamo anticipato, risulta inoppugnabile la discussione da parte dei relatori di alcuni temi particolari, già portati all’attenzione del pubblico non accademico proprio dalla nostra associazione; ciò si evince chiaramente mettendo in rapporto tra loro e confrontando i nostri scritti pubblicati precedentemente al 2019 con le relazioni presentate al convegno. Proseguendo, possiamo rilevare la “trasformazione” di alcuni temi dell’antifascismo di stato, che pare si sia adattato alla “nuova” situazione politica odierna, manipolando tali tematiche in modo da creare nuovi “tipi” politici da colpire, ampliando il “ventaglio” di “nemici” da accusare di rappresentare in forme mutate l’eterno “fascismo, male assoluto”.

Certamente si va progressivamente ammettendo, in modo corretto, che il termine “razza“, usato dal Fascismo in un dato periodo, non aveva lo stesso significato che aveva per il partito nazionalsocialista tedesco e nemmeno per la Liberale Inghilterra (troppo spesso ci si “dimentica” che le teorie eugenetiche e razzistiche diffuse in Europa in quegli anni, hanno il loro fondamento nella “cultura” anglosassone!), risultando differente persino in relazione all’odierno significato della parola. Così come, questo specifico fatto, palesa evidentemente l’ennesima contraddizione rispetto alle teorie della vulgata antifascista. Ma, invece di svolgere il normale compito dello Storico, ovvero studiare e risolvere in generale le antinomie delle interpretazioni storiografiche, che nel caso specifico, in maniera sempre più crescente, si pongono proprio in relazione alla tenuta dei teoremi politici elaborati nei decenni dall’antifascismo di Stato; in ambito antifascista tali contraddizioni non solo non vengono studiate né risolte, ma per di più vengono deliberatamente ignorate restando irrisolte, in ossequio a precise direttive di ordine politico. In tal modo, pur ammettendo ora l’esistenza di talune peculiarità che mal si conciliano col dogma del cosiddetto “nazifascismo”, le si manipola e le si riconduce nell’alveo dell’interpretazione preconcetta dogmatica ufficiale. Dunque, il termine “razza”, che usato nel “modo inteso dai fascisti” generava ovviamente confusione (come correttamente evidenziato da Onida, esso era sinonimo del concetto di “identità nazionale“), ormai risulta abbastanza chiaro che sia stato volutamente utilizzato così dal regime mussoliniano, proprio per generare tale ambiguità. L’ambito storico in cui tale operazione di propaganda politica venne avviata nel 1938, fu la costituenda alleanza con la Germania e fu realizzata da parte delle autorità fasciste in tal senso proprio per mantenere due diversi e complementari obiettivi: l’acquisizione di “prestigio” in relazione all’interlocutore tedesco e la conservazione inderogabile della propria autonoma e specifica identità politica di matrice universalista (altro che aspetto contingente!), assai diversa da quella dell’interlocutore e alleato germanico. A tale scopo, venne sfruttata dal regime mussoliniano la controversia con l’ebraismo sionista internazionale, facendo allo stesso tempo leva sul “problema coloniale”, subentrato alla conquista dell’Etiopia. Così, mentre questa interpretazione, risolve, sulla base dei fatti storici, la contraddizione precedentemente evidenziata sul concetto di razza concepito in senso spirituale quale sinonimo di nazione italiana, pone però un problema enorme in merito alla narrativa ufficiale, che continua ad identificare il Fascismo quale prassi politica anti-ideologica che “Intrinsecamente” si proponeva di “sterminare in tutto o in parte” qualsivoglia categoria sociale, opportunisticamente identificata, volta a volta, in ragione di esigenze contingenti. Se si vuole (come in ambito antifascista abbiamo testé dimostrato si vuole ad ogni costo!), mantenere lo stereotipo del “fascismo come male assoluto”, insistendo sul fatto che esso avrebbe avuto come obiettivo il “razzismo sterminatore”, arguendo con ciò che proprio per tale motivo fosse “inevitabile” che venissero varate le “leggi per la difesa della razza italiana” nel 1938, pur non prevedendo esse in nessun caso la “persecuzione e l’uccisione” di chicchessia, ma essendo tale aspetto considerato comunque una “tappa obbligata” verso quell’obiettivo, ritenuto contro ogni logica e fatto storico quale elemento centrale nella concezione politica fascista; allora, in nessun modo sarà mai possibile prendere seriamente in considerazione in modo integrale i fatti che smentiscono tutta l’impostazione pregiudiziale suddetta, mentre risulterà sempre essenziale, in omaggio a tale impostazione preconcetta, elevare a “prova storica” quella che è solo una interpretazione aprioristica di parte, a conferma che per costoro non si deve affatto ricercare la Verità, ma orientare la pubblica opinione verso una dogma preventivamente stabilito in funzione di interessi politici settari.

Solo così, il senso profondo di tale presidio culturale si rivela in modo chiaro, risultando quanto mai necessario al disegno politico cui sottende, e tutto ciò appare in modo manifesto se si va a leggere proprio il capitolo conclusivo del convegno di cui sopra, che, guarda caso, verte proprio sulla critica alla “parziale” e non “radicale” applicazione della XII Norma della Costituzione antifascista. Siccome tale norma, che è applicata in base all’ormai famosa Legge Scelba del 1952 e successivi inasprimenti, si basa proprio sulla definizione del “fascismo quale concezione intrinsecamente razzista e sterminatrice, volta al male assoluto”, come potrebbe mai essere accettato di ricercare la Verità, qualsiasi essa sia, se essa rischia di mettere addirittura in crisi i fondamenti dell’intero ordinamento politico vigente? Come potrebbe mai essere accettato di ammettere, sia in ambito Politologico, che Storico, che la Dottrina Fascista esiste, e non può essere affatto annoverata nella categoria morale del “male assoluto”? Soprattutto, sempre alla luce dei fatti storici veri, come potrebbe mai essere accettato di confermarne la non “unicità” all’insegna della malvagità sia nella teoria che nella prassi, degli errori del Regime Fascista, ad esempio, in una prospettiva comparativa, in relazione ai regimi democratici odierni?

A questo punto, per dirla con Michele Sarfatti, in relazione alla XII Norma Costituzionale ed alla successiva Legge Scelba del 1952 (che potremmo definire, parafrasando Onida, “razzismo politico allo stato puro”, a differenza della discriminazione attuata dalle leggi fasciste, che, come abbiamo visto, prevedeva delle distinzioni e non prevedeva persecuzioni!) dovremmo tranquillamente affermare con cognizione e ragione che esse attengono all’ambito proprio della “Persecuzione del Pensiero”, il quale riassume in sé sia la “Persecuzione dei diritti” che la “Persecuzione delle vite”. Dunque, per rimanere nello stesso “piano morale” usato dall’antifascismo di Stato, dovremmo quindi ritenere che la “Persecuzione” sia qualificabile come “giusta” se chi la applica rappresenta la parte politica “vincente”? Perché, noi fascisti, moralmente riteniamo essere inaccettabile l’applicazione di differenti ed opposti metri di giudizio, variabili in ragione di convenienze politiche contingenti! Così come non è possibile ammettere che la “difesa dell’identità nazionale ” (tale la definizione che riteniamo corretta, avallando lo studio di Onida sopra riportato), se perorata dallo  Stato fascista italiano sia da considerare universalmente e di per sé “un male assoluto”, mentre quella perorata oggigiorno dallo Stato sionista israeliano (Cfr. ISRAELE. Knesset approva legge Stato-nazione ebraica. La discriminazione ora è ufficiale, 19 luglio, 2018.), ad esempio, ( elaborata in forma opposta a quanto teorizzato dallo stesso Fascismo, che non ne faceva affatto una questione “di sangue”), sia un “bene assoluto”! Oppure dovremmo ammettere che viviamo, a differenza di quello che vorrebbero farci credere gli auto-elettisi “moralmente elevati”, in un regime dispotico, intollerante e razzista, che copre sotto il velo di una “moralità ipocrita” ciò che normalmente sarebbe definito come un indegno sopruso? Noi fascisti de “IlCovo” siamo pronti da sempre al confronto storico su tutti questi temi, con chiunque abbia il coraggio e gli argomenti per farlo… da anni aspettiamo che anche gli altri lo siano!

IlCovo

 LA NOSTRA IDENTITA’FASCISTA!

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