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IL POPOLO NEL FASCISMO!

“Il Regime Fascista ha reso possibile la rappre­sentanza reale e continua degli interessi nazionali politici ed economici con il sistema sindacale-corporativo. Ha eliminato la mortifera situazione parlamentaristica col partito unico (il nome di « par­tito » è meramente tradizionale). Il popolo è cosi lo Stato medesimo, in quanto Stato organico.” (Tullio Cianetti, 1938,)

La vita politica del mondo contemporaneo può dirsi rivolta alla ricerca e allo studio di un tipo di Stato che realizzi la democrazia perfetta. C’è chi si ferma sulle posizioni tradizionali illudendosi che l’epoca moderna, derivata per tanta parte dalla Rivoluzione francese, non abbia esaurito il suo compito. C’è chi spinge alle estreme conseguenze i « diritti dell’Uomo » e le teorie filosofiche in cui hanno il loro capostipite Marx e i suoi eredi, nell’illusione che lo Stato di popolo possa finalmente emergere dal caos. Ma c’è, finalmente, chi è partito da nuove, rivoluzionatrici premesse: il Fascismo. Qui troviamo avverata l’istituzione di un vero e proprio regime di popolo. In senso storico, perché basta la più modesta meditazione sulla dichiarazione prima della Carta del Lavoro (“La nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E’ una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello stato fascista”, Ndc.),per riconoscere che tutta l’Italia, senza compartimenti stagni di tempo, di spazio, di classi, è presente nel Regime. In senso giuridico, perché nel concetto fascista il popolo è Stato e lo Stato è popolo: gli strumenti realizzatori di questa identità nello Stato, sono il Partito, il Sindacato, la Corporazione. In senso morale, in quanto i due princìpi su esposti si attuano con le realizzazioni promosse dalle formule mussoliniane della giustizia sociale e del mutamento dell’economia in un fatto spirituale e politico. L’equivalenza del Popolo-Stato consiste nel concetto di Stato totalitario eminentemente politico e che non ha nulla a che fare col concetto di Stato sovrano, essenzialmente giuridico e comune a tutti gli Stati moderni. In tal senso, possiamo parlare di un Regime di popolo. Ma ci fu un tempo, quando l’Italia non aveva in materia di produzione e di lavoro alcuna voce in capitolo, che si discuteva della stessa possibilità di lavorare. Il diritto più elementare dell’uomo veniva messo in dubbio, proprio quando le teorie individualiste che reggevano lo Stato e la Società, avrebbero dovuto rispettare almeno i diritti fondamentali. Ma il discorso delle teorie ci porterebbe troppo lontano. Qui bisogna ricordare soltanto che all’aprirsi dell’epoca moderna, il popolo era qualche cosa di molto astratto e certo lontano dall’organizzazione dello Stato e della Società. Urgeva liberare il popolo dei lavoratori, cioè restituire all’uomo il diritto al lavoro. Mentre si venivano affermando i primi tentativi industriali, la libertà del lavoro apparve come il più nobile degli ideali, e l’infrangere delle catene corporativistiche, la più alta conquista dei poveri artigiani. Il divieto di associazione si ammantò di un « principio » più o meno immortale. Si è vituperato Le Chapelier per un secolo e mezzo; ma egli non ebbe altro torto — comune a tutta la Rivoluzione — che di guardare al passato e di demolirlo, senza preoccuparsi dell’avvenire. L’astrattismo democratico francese fece il resto; assunse come un principio il divieto dell’associazione operaia e gettò i lavoratori in balia degli imprenditori, proprio quando la vecchia modesta economia artigiana e industriale si stava mutando nel grande industrialismo del secolo XIX. Da questo momento si può dire nato il proletariato moderno, ingrossato anche dalla piccola antica borghesia rurale, dove espropriata, dove decaduta. Ma non nasce ancora il « popolo » come l’intendiamo noi, inserito e immedesimato nello Stato. Si assiste da allora ad una lotta disperata del proletariato per diventare popolo, cioè attore della sua storia. La lotta si svolge soprattutto nella riconquista del diritto di associazione, incautamente soppresso dalla Rivoluzione Francese. Questa lotta ha un nome: sindacalismo; e attraverso il fenomeno sindacale si può agevolmente osservare il rapporto fra Stato e popolo.

La lotta di cui or ora abbiamo accennato caratterizzò il progressivo avanzare delle masse verso lo Stato, finché in Italia, col Regime Fascista, si verificherà un capovolgimento completo della situazione. Non più lo Stato che cede lentamente dinanzi ad un avversario, non mancando di sferrare ritorni offensivi o di tendere trappole nascoste da blandizie; ma lo Stato che si mette dalla parte del popolo, cioè al suo vero posto, sentendosi popolo esso medesimo. Il socialismo che, insieme col capitalismo industriale, è il fatto saliente del XIX secolo, imperniato quasi sempre sulla lotta di classe, contribuiva a tener lontano il popolo dallo Stato. Ma quale Stato? Lo Stato che si disinteressava sostanzialmente del problema sociale, non era che un fenomeno di sottomissione al più forte. La sua neutralità era il prezzo pagato alla borghesia che gli garantiva il potere. Il capitalismo bandiva quattro superbi principii: l’interesse personale, la concorrenza, la responsabilità individuale e, naturalmente, la libertà. Superbi e bellissimi principii, presi in se stessi, ma che distruggevano l’elemento sociale, nazionale, e perfino solidale della vita. Data la debolezza dell’umana natura, essi conducevano dritto all’egoismo e alla prepotenza. Esaltavano l’individuo, cioè la forza bruta del denaro, della potenza, dell’intelligenza. La « Nazione » che presuppone un’idealità comune, uno scopo comune, un senso quasi istintivo di essere parti di un tutto che vive e si perpetua non solo nel presente, ma nel passato e nell’avvenire, non poteva avere nulla in comune con le teorie individualistiche per l’evidente contradizione dei termini. Il Fascismo intese l’avvento del popolo nello Stato soprattutto come un fatto sociale. Lo Stato fascista ha una funzione sovrana e di rappresentanza dell’interesse generale, anzi trascendente la stessa vita umana; ne discende che esso deve praticamente tutelare i singoli e potenziare la collettività. Non preoccuparsi della questione sociale significa abdicare alle elementari funzioni dello Stato, compromettere la sovranità sotto i colpi incomposti delle classi decise ad ottenere giustizia, trasformare il proprio agnosticismo in un compito da gendarmi. Sono proprio gli Stati più liberali, cioè più condiscendenti a permettere che ognuno se la cavi da sé, quelli che più fanno uso di mezzi di polizia. Bene lo sanno le piazze insanguinate della vecchia Italia democratica. Il trionfo della borghesia non poteva che essere il trionfo dell’individualismo, un individualismo reso potente dal capitale, monopolio di una classe. Il popolo fu respinto indietro, non come tale (anzi fu coperto di complimenti), ma come insieme d’individui più deboli. Lo strano è che neppure il socialismo, definitivamente chiamato da Marx sulla scena d’Europa, seppe guidare le masse verso la redenzione. Nemmeno da esso poteva sorgere il « popolo ». Il suo punto di partenza era inficiato dallo stesso vizio del liberalismo borghese: la sua premessa era individualistica; il diritto della società di fronte all’individuo era negato, mentre la meta utopistica era l’affrancazione integrale dell’individuo di fronte alla società. Socialismo e liberalismo procedettero su vie parallele; se l’individualismo rappresentava l’importanza di questo, doveva rappresentarlo necessariamente anche di quello. La lotta fra capitale e lavoro, dilagata ben presto anche nel campo politico, può definirsi la lotta fra due giganti bendati. Nella confusione delle scuole straniere che tentano invano di risolvere la questione sociale attraverso il rapporto Stato-Individuo, il valore dell’elemento intermedio, presente ma negato, il gruppo, il popolo è affermato da Giuseppe Mazzini e da Georges Sorel. Mazzini nega ogni virtù iniziatrice alla Rivoluzione Francese e vuole restituita ad una nuova funzione l’associazione, cellula della vita e dell’organismo nazionale. Sorel, più modernamente, interpreta l’associazione in sindacato, fascio di energie economiche e soprattutto politiche. La chiave di volta della costituzione sociale è trovata; non è l’individuo, ma è il gruppo, la categoria, la solidarietà fra i singoli, fino al popolo, fino alla nazione. Spetterà al Fascismo il compito immane di tradurre i libri in fatti, il pensiero in azione, la teoria in realtà tangibili e creare, finalmente, il popolo italiano. Il « popolo » è la nuova forma sociale e giuridica della società nazionale italiana, ma il popolo italiano aveva già una vita e una storia, la più lunga e illustre d’Europa, che è un altro dei presupposti del Fascismo e che chiarisce il posto di questo nella storia dello spirito umano. Perché nel momento supremo della sua storia, il popolo italiano ritrova la sua idea, la sua unità, la sua ragione d’essere in Roma.

Così, nessun Regime più del fascista ha posto e risolto il problema della massa. Esso ne ha fatto « popolo » cioè elemento dello Stato e consapevole strumento dei fini della Nazione. Ma con ciò stesso s’immagina una gerarchia di funzioni e di valori che rispecchia la stessa armonia della vita e della natura. Esaltare il popolo e farne il centro e la base dell’azione politica, non significa un nuovo esperimento di quell’ugualitarismo che, proclamato dalla Rivoluzione francese, non fu in realtà mai applicato. A che servirebbero l’uguaglianza e la libertà se l’uomo dovesse trasformarsi in un automa, in un numero, in un autentico schiavo come accadde in Russia, e accadde per forza di principii, al di sopra della volontà stessa dei capi? La libertà individuale è sacra, a patto che sia limitata dal diritto dei nostri simili; proclamata astrattamente non ha che un valore negativo. Il suo valore positivo che la Rivoluzione francese, matrice delle democrazie e dei socialismi continentali, non poté vedere perché assorta nella visione dei singoli individui, è la socialità. La socialità nega l’individuo o meglio lo circoscrive in se stessa, e crea il popolo. È questo il grande principio che il Fascismo oppone all’individualismo liberale, democratico, socialista. La socialità fascista è il rovesciamento del concetto individuale. La socialità è un diritto nuovo (non la somma dei diritti singoli), che nasce dai diritti contrastanti (e il Fascismo non nega il contrasto) degli individui. Ne sorge una fede comune, fede soprattutto nel concetto missionario della vita che annulla le pretese e gli egoismi dei singoli. Ne sorge un’idea, un intelletto collettivo, una chiarezza nel fine comune che spiegano i due concetti cosi strettamente compenetrati di popolo e nazione. L’individuo in seno alla socialità non si annienta, ma si potenzia; egli comincia a ubbidire alla più difficile delle leggi, quella del dovere. In quanto al Fascismo, l’originalità assurge alle altezze di una fondazione di civiltà, perché il dovere è una legge tradotta in realtà concrete e tangibili, trasformatrici del costume; e l’associazione ha ricevuto un’interpretazione psicologico-storica che ne fa la cellula del popolo consapevole della sua personalità, dei suoi doveri-diritti, del suo destino trascendente la carriera mortale dei singoli. Da migliaia d’anni si diceva che l’uomo è un animale socievole; ma solo nell’Era fascista s’è definito il carattere della socialità e se n’è fatto il supremo principio col quale si realizzano i fini della Nazione e si determinano le possibilità che permettono la vita del popolo. Tutti i filosofi e i sistemi positivisti (al centro vi è Karl Marx) immaginano la società umana sotto l’influenza fatale e inevitabile dell’ambiente esterno, delle leggi fisiche, dell’interesse personale, dell’utilitarismo. Il Fascismo, che è realtà e azione, si guarda bene dal negare il valore di questi elementi; ma non ne rimane accecato come codesti filosofi e sistemi. La dottrina fascista lascia all’individuo la responsabilità e perciò al popolo l’obbligo di educarsi, di migliorarsi, di progredire. In questo senso è più che mai esatta la formula della « rivoluzione continua ». La dottrina fascista ordina al popolo (e agli individui che lo formano organicamente), di trasformare l’elemento in cui vive; in altri termini di opporre l’intelletto, la mente, lo spirito alle forze materiali. In questo modo l’organizzazione sociale penetra e forma la vita intima dell’individuo, cosi come l’ordinamento sociale del mondo esterno non è che la proiezione del mondo interno di ciascuno di noi. Di qui la necessità e il dovere di plasmare, educare, rifare gli individui; l’educazione si pone alla base di ognuno e di tutti, come la grande e forse l’unica artefice del popolo fascista. È chiaro, quindi, come la socialità fascista si avvalga degli individui e li sottometta alle sue esigenze; ma non solo non li annulli, bensì li esalti nella loro personalità e responsabilità. L’« io » è un’attività spinta a modificare l’ambiente e quanto più la modificazione sarà profonda tanto più salirà in alto nel perfezionamento morale. Nessuna dottrina, dunque, dà il giusto posto all’individuo quanto il Fascismo, perché basando la società sul dovere, presuppone i due maggiori attributi dell’individualismo: la personalità e la responsabilità. L’irresponsabile diventa nella dottrina fascista un peso morto, un valore negativo, una nullità morale, facile preda delle più ignobili passioni, come dimostrano i vari esperimenti bolscevichi del mondo che, partendo dall’individualismo, hanno soppresso individualità e personalità. Non è esagerato dire che sono riusciti ad uccidere l’anima. La dottrina fascista è una dottrina morale e non esita nell’ordinamento della società a interpretare le stesse ragioni della vita umana. Ai materialisti che anche nel campo politico sembrano far propria la definizione celebre del Bichat : « La vita è l’insieme dei fenomeni che resistono alla morte », il Fascismo raccogliendo l’esperienza religiosa del Popolo e il pensiero dei sommi, oppone: “la vita è missione!” (Estratto da Tullio Cianetti, “Il Popolo nel Fascismo”, Milano, 1938, Anno XVI).

Potete scaricare gratuitamente il testo integrale del libro in Pdf. digitando QUI!

IlCovo

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