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LA CONCILIAZIONE! …Ora di Luce e Atto di Potenza!

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Nella ricorrenza dell’anniversario della firma dei Patti Lateranensi tra lo Stato Italiano Fascista e la Santa Sede, stipulati ufficialmente l’11 febbraio 1929, la “Biblioteca del Covo” propone la lettura di alcuni degli articoli di Arnaldo Mussolini pubblicati su “Il Popolo d’Italia” per l’occasione e dedicati proprio alla “Conciliazione”, tratti dall’edizione definitiva dei suoi scritti… buona lettura!

IlCovo

…”Nell’avvenimento odierno, che esalta i cattolici di tutto il mondo, c’è una parte intima che illumina il nostro spirito e che non si confonde con i riflessi nazionali ed internazionali che il nuovo Concordato porta alla ribalta della storia. Come italiani, cattolici nati e cresciuti secondo la legge cristiana, battezzati nelle nostre chiese, raccolte e piene di tanti ricordi della nostra vita di popolo, la fine del dissidio che ci mortificava è motivo di altissimo gaudio. L’anima è liberata nella credenza del suo Dio e del suo Vicario terreno. Finalmente il nostro spirito è placato; finalmente l’armonia delle nostre virtù civili trova un suggello, una indicazione, un ausilio nella concordia dei poteri. Prima di ieri il tricolore in chiesa richiamava nei fanatici un ricordo ingrato, come nei figli devoti di questa terra prediletta da Dio l’ossequio semplicemente formale alla Chiesa e alle sue leggi era motivo di amarezza, poiché il dovere e la vita spirituale apparivano incompiuti e non per colpa nostra. Ecco finalmente sanato il dissidio; ecco un Concordato che fissa le attribuzioni civili e religiose ; ecco l’armonia intera del popolo italiano che si ritrova nella sua unità etnica e nella fusione spirituale di tutte le sue energie, di tutta la sua bontà e capacità, delle sue leggi e dei suoi reggimenti liberi, nella gloria e nel corso dei secoli. Questa intima gioia, che emoziona anche la vita degli scettici, ha carattere soggettivo, ma è comune a tutto il popolo italiano. I bronzi sacri della Chiesa e i bronzi storici dei liberi Comuni, possono annunciare ai cittadini di ogni età, di ogni classe, la grande novella. Prima che la notizia diventi universale e sia selezionata nei suoi innumeri aspetti, è il popolo italiano che la prende, la fa sua per la propria gioia e per la grandezza del suo divenire. Finiscono gli equivoci: i settarismi diventano inutili e le esasperazioni, che molte volte sono i riflessi eccelsi della vita e dell’amore, sono finalmente dominate.
Questa festa della fede, che si inquadra nell’amor patrio, è tipicamente nostra. Nessuna considerazione dialettica può offuscarla e le stesse polemiche internazionali non possono incrinarla. L’Italia è compiuta nel quadro della sua profonda armonia. Sia gloria a Dio e agli uomini che hanno obbedito alle sue sante ispirazioni. I fogli stranieri, nei giorni scorsi, ciascuno dal suo punto di vista, hanno giudicato l’avvenimento come un prodotto del nuovo clima storico dell’Italia fascista e della volontà precisa di Benito Mussolini e di Pio XI. Molti hanno sintetizzato il giudizio affermando che il dissidio sorto nel 1870 è finito oggi con un compromesso, stilato e firmato dai Poteri responsabili. No. L’avvenimento supera la breve parentesi di sessanta anni. Dall’Editto di Costantino, promulgato a Milano dopo 300 anni dell’era volgare, al 1870, vi sono state infinite vicende drammatiche nella storia d’Italia e in quella vaticana dei Papi. Basta citare la calata dei barbari, le vicende di Ravenna, l’incoronazione di Carlo Magno, le lotte per le investiture, Napoleone, il Risorgimento italiano, per dire con sicura coscienza ed obiettività storica, che l’accordo odierno fra la Santa Sede millenaria e divina nella sua potenza, e lo Stato italiano, inquadrato nella sua forza all’indomani della sua gloria militare e del suo assetto civile, supera e vince gli antichi dissidi storici. E, prima di superarli, li compendia e li riassume in una delimitazione di attività fra la Chiesa e il potere civile, sì da considerare vinte le antiche contese di dominio e di autorità. Se nei secoli lontani i barbari furono illuminati dalla Chiesa di Roma, dopo più d’un altro millennio la stessa Chiesa di Roma può essere luce di saggezza ai popoli fatti civili, ma ancora egoisti e smarriti nel loro orgoglio incontenuto di sopraffazione, di forza e di violenza. Libera la Chiesa in Roma, città eletta da Dio per la sua sede terrena, può liberamente parlare al mondo il linguaggio delle sue verità eterne, senza il compartimento stagno dell’indifferenza, dell’ostilità presunta, della zona grigia della vecchia classe politica italiana. Noi, come ogni Nazione cattolica del mondo, avremo il Concordato su ogni dettaglio della vita spirituale. È a questa finalità che tesero invano i migliori uomini del Risorgimento. La storia, la filosofia, i raffronti, le massime evangeliche, fanno del cristianesimo la verità vivente nei secoli. Anche l’Italia, unita nel suo Regno, entro i suoi confini, godrà di questo presidio spirituale. La luce alla mente e l’ordine civile saranno rafforzati dalla nuova convenzione. E Roma, come già molte volte nei secoli, apparirà la città eterna che segue le grandi verità, le grandi leggi, i codici per l’insegnamento, per la struttura civile dei popoli che nel mondo hanno dei doveri e dei compiti da assolvere ed un’aspirazione ultraterrena da perpetuare. L’evento si compie mentre la Nazione concorde segue un suo costume, una sua legge, una morale fascista che la riscatta dagli antichi errori e dalle colpevoli debolezze e sudditanze. La storia ha le sue esigenze, degli squilibri, degli insegnamenti e dei correttivi. Il popolo italiano è profondamente religioso. Le campagne anticlericali più sfrenate, hanno potuto incrinare, nel passato, qualche provincia, ma poi il buon senso successivo ha saputo redimerle e sanarle. Il pensiero italiano si illumina, nel suo complesso, dalla grandezza della fede. Un filosofo e un politico come Oriani, dopo aver battagliato una intera esistenza, volle riconciliarsi, al tramonto della vita, con il Vicario di Cristo. In Italia rimaneva da chiarire, la questione politica. Bisognava far giustizia della piccola fazione massonica che obbediva ai criteri e agli interessi delle scuole straniere. Benito Mussolini, con il suo grande prestigio di condottiero, di politico e di animatore, ha chiarita la situazione spirituale e politica italiana; ha vinta la retorica; ha obbedito all’istinto; ha intuito la grandezza di una conciliazione. Spirito inquieto, che la giovinezza esuberante aveva portato al di là delle piccole concezioni filosofiche, nella pienezza della vita, dell’ingegno e dell’esperienza, egli ha saputo ricondursi alle grandi verità divine che resistono all’urto dei secoli. Una mente chiara, umanistica, poderosa di cultura e obbediente ai richiami della storia, compresa dei doveri di grande Re del secolo ventesimo, ha accolto il lato nuovo e profondo del problema romano ed ha sanzionato l’accordo. Vittorio Emanuele II vide la legge delle guarentigie respinta, i suoi ministri tra l’insufficienza e l’anatema, e la gloria di Roma offuscata. Vittorio Emanuele III vede la Chiesa di Roma che si cinge nella sua extra territorialità ed accede al criterio della coesistenza. E Roma risplende sotto questo duplice aspetto di vita immortale laica e religiosa. Infine, la mente poderosa di un Papa insigne. Pio XI sente lo spirito nuovo di questa unità millenaria che si chiama Italia, ne apprezza il risorgere e va verso i suoi figli cattolici — i quali non desiderano che di servire i due Poteri nella loro giurisdizione specifica — e, conscio della sua forza, con la sua volontà illuminata, li calma nelle loro inquietudini di cattolici e di italiani. Comprendiamo la emozione di questi giorni. Fissare in un articolo di giornale quale è il tumulto delle impressioni dentro e fuori dei confini d’Italia, è impresa ardua ed impossibile. È un capitolo grandioso che si inserisce nella Storia. A noi non resta che coglierne i riflessi, vivere, operare e credere in armonia alla grande ora che passa, per la gloria d’Italia e di Roma.

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Basta leggere i diffusi resoconti dei giornali, esaminare i telegrammi che giungono dall’estero, indagare lo spirito del popolo, per comprendere che l’accordo firmato in Roma fra Stato e Vaticano può considerarsi evento memorabile. Il dissidio fra i due Poteri in Roma era motivo di profonda amarezza fra cattolici. La politica internazionale giocava su questo equivoco e lo Stato italiano tra i suoi diritti storici e le pressioni partigiane aveva confinato nei motivi di cronaca settembrina una vicenda che interessava non meno di cinquecento milioni di cattolici. Un atto di comprensione, di forza, di dominio, non era nella possibilità dei Governi dal 1870 ad oggi. Bisognava togliere gli equivoci, illuminare le menti, prospettare un problema nella luce dei secoli, non sulle vicende parlamentari. Chi parla oggi di debolezza o, peggio, di abdicazione non pensa e non constata che mai il Potere italiano è stato più forte, più vigile, più geloso della sua Potestà come in questo periodo del Fascismo totalitario. E proprio nella Convenzione stipulata a Roma, nella sua parte conclusiva, è l’omaggio ai Poteri definiti dalla loro formazione spirituale, etnica e storica. Il Regime — che è poi Benito Mussolini — segna questa sua vittoria consapevole come un successo politico che non si aggancia a una situazione parlamentare e ad un semplice rafforzamento del Governo. Le vicende parlamentari passano, sono parentesi che non incidono nel corso degli eventi; mentre da un accordo tra i due Poteri, concluso con illuminato criterio di diritti storici e diritti supremi di spiritualità, esce rafforzata l’Italia nel quadro delle sue possibilità di vita nazionale e internazionale. Il Vaticano è già grande nel concetto universale e la sua reale, visibile indipendenza ne accresce il prestigio e la possibilità di espansione nel mondo. Roma, la città prescelta da Dio, che ha trionfato volta a volta per le armi imperiali e papali, trionfa questa volta per un accordo che esalta gli italiani e illumina nei suoi riflessi di autonomia e di imperio spirituale i cattolici di tutta la terra. Nella vita dei popoli, quello che ha inciso la storia di avvenimenti più o meno gloriosi è stato il gioco della supremazia. In un mondo di squilibri, di egoismi, di insincerità, di pacifisti armati fino ai denti, di popoli sazi e di popoli stremati, si trovano due Poteri che mettono fine lealmente ad una contesa storica. È un esempio e un ammonimento! La nostra gioia è inconfondibile. L’avvenire dirà maggiormente quali benefìci incalcolabili abbiano ottenuto la Chiesa e l’Italia da un accordo che elimina l’ombra grigia, la cortina di inimicizie, di equivoci che divideva i due Poteri, civile e religioso. Le città italiane, con a capo Podestà, Prefetti, Segretari federali e Capitoli metropolitani, hanno esultato alla notizia dell’accordo romano. Nelle città vivono gli anticipatori, i cultori della storia e del diritto che di ciascun avvenimento misurano l’ampiezza, la portata ed i riflessi storici. Ma le dimostrazioni spontanee, calorose, popolari, sulle piazze, sui sagrati di ogni paese o villaggio della Penisola, sono più suggestive e ammonitrici delle dimostrazioni ufficiali o di qualsiasi articolo di giornale. Le campane hanno raccolto su semplici piazze, nelle umili chiese del contado tutto il popolo che è accorso consapevole, istintivamente illuminato, a festeggiare l’evento. È gloria della Chiesa che raccoglie senza limitazioni di carattere contingente i figli d’Italia tanto degni della dottrina fondamentale del Vangelo; è gloria del Fascismo e particolarmente di Benito Mussolini che nella vita spirituale italiana ha saputo togliere i sedimenti dei vecchi rancori, le incomprensioni settarie e le piccole visioni, sì da rendere possibile un accordo che di fronte agli italiani ed al mondo innalza di mille cubiti la statura morale dell’Italia sempre giovane e millenaria nei suoi primati. Francesco Crispi, nelle sue vicende politiche memorabili, tra l’ardore della sua visione patriottica lungimirante e le miserie dei tempi, lasciò scritto che “il più grande italiano sarà colui che riuscirà a risolvere la questione romana”. Dopo di lui si fecero tra i due Poteri dei vaghi approcci senza convinzione. La Chiesa — dal suo punto di vista — che aveva atteso trecento anni l’Editto di Costantino, poteva attendere anche dei secoli la soluzione della vicenda romana. Solo l’uomo nuovo e di grande prestigio poteva determinare le condizioni di libertà, di garanzia per un accordo storico e definitivo. Quelle condizioni si sono determinate nel corso di un decennio per opera di Benito Mussolini ed hanno confluito a questa vittoria i reduci di mille battaglie, il Fascismo consapevole, la scuola liberata dal materialismo del primo Novecento, i giovani, infine, che dopo la guerra hanno misurato le vicende interne e straniere con uno spirito più vasto, più completo, in armonia ai sacrifici compiuti ed in omaggio ai doveri nazionali e ai diritti internazionali.
 La Chiesa non si è irrigidita nelle posizioni del 1870 e consapevole e materna è andata incontro allo spirito nuovo delle generazioni italiane. E l’avvenire, nei secoli, dirà la potenza, i riflessi, i benefìci del Concordato di ieri.”…

(Potete scaricare il Pdf. del volume integrale degli Scritti di Arnaldo Mussolini digitando QUI!)

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TORNARE AD ESSERE NOI STESSI!

Essere noi stessi - Biblioteca del Covo

Cari lettori, le problematiche che denunciamo da anni, attengono a questioni essenziali della vita umana che non nascono affatto nel presente e che potete tranquillamente ritrovare espresse integralmente, col medesimo linguaggio attualissimo, negli scritti di giornali e riviste politiche italiane degli Anni 30, oggigiorno dimenticate da tutti, come ad esempio “Il nuovo Stato”. E cosa mai si evidenziava in quegli scritti a suo tempo, che anche da parte nostra si continua a rimarcare tutt’ora? Che noi fascisti vediamo alcune nazioni, alcuni gruppi di uomini, alcuni uomini, seppur costituenti una vera minoranza, detenere furbescamente la maggior parte dei beni della natura e coprirli e difenderli con la muraglia di una artificiosa materialistica “civiltà” facente capo alla ricchezza del dollaro e della sterlina… E’ giunto il tempo di puntare il dito sugli illustri campioni della filantropia per inchiodarli moralmente tutti sull’immensa facciata dell’illusione, della mistificazione, della disonestà, sulla facciata ossia di quel palazzo al cospetto del quale anche il Sole s’adombra. Si tratti di conservatori o di socialisti o di massoni, di comunisti o di anarchici, più o meno disseminati sopra il globo terracqueo, sempre si tratta di forze che ostacolano il progresso della civilizzazione in seno all’umanità. Noi vediamo, la grande massa degli ignari e degli illusi i quali, pure intuendo la mostruosità della ricchezza accentrata che governa realmente il mondo e pur sentendo talora il bisogno di ribellarsi ad essa, finiscono per accettarne supinamente e forzatamente l’influsso, per sperarne e bramarne l’aureo splendore anche soltanto degli infimi avanzi, per crederne e volerne l’assoluta immutabilità. L’uomo scaturito da tale compromesso è un aborto morale costretto a vivacchiare nell’instabile e nel contraddittorio: egli magari si dice nemico della ricchezza, eppure lo udrete esclamare che nella vita il danaro è tutto, magari è indifferente o contro la sua patria, o addirittura per l’internazionale, ma non mancherà di esaltare la grandezza e l’incrollabilità di questa o di quell’altra nazione; egli magari vanta l’onore suo e dei suoi familiari, ma troverà normale… raddrizzare le sue sorti pericolanti offrendo la giovane figlia ad un ricco degenerato mercante; egli piange magari sulla sorte dei poveri, ma troverà comodo esaltare la “civiltà” del dollaro e della sterlina…
 Tra la minoranza che corrompe dominando a suon di moneta e la gran massa che vi si assoggetta beatamente o passivamente, si pone ad intralcio la Dottrina del Fascismo. Ebbene si, ecco la parola che scandalizza le speranze malcelate dell’antifascismo, le paure dei neutri ed i dubbi degli pseudo-fascisti, che si riassumono sempre nel medesimo interrogativo: esiste una dottrina del Fascismo dopo Mussolini? Rispondiamo loro che l’ideale meritorio di un padre può essere difeso e continuato dai suoi figli non degeneri, quando il padre abbia ferreamente creato in mezzo a loro le condizioni morali, spirituali, materiali per la continuazione! Ed è Dottrina che per aver sommato e fuso in sé lo spirito del cristianesimo con quello della romanità, ha rimesso l’uomo di fronte a sé medesimo: il serpente dorato non sa e non può più nascondere la sua velenosa furbizia, mentre la colomba smarrita sa e può ritrovare il suo senso di orientamento.

Il nuovo Stato

Dopo venti secoli, durante i quali la via dello smarrimento è stata percorsa sino in fondo, lo spirito del male si ritrova di fronte, nettamente ed inesorabilmente, lo spirito del bene. Non a caso si è citato il serpente, poiché nell’ardua lotta noi fascisti saremo, pur senza veleno, furbi e prudenti com’esso e non a caso si è citata la colomba, perché senza la sua semplicità non avremo Vittoria. « Furbi come il serpente, semplici come la colomba » ci ha insegnato Cristo. E l’ideale politico del fascismo di Mussolini ne ha raccolto l’insegnamento e lo ha fatto proprio, con genialità e coraggio che ci parlano dell’influsso divino in seno alla civiltà italiana, per la salvezza del Mondo. Nella sua invisibile azione trasformatrice, che come brace cova da anni sotto la cenere, ciò non può scorgersi ancora nitidamente, perché appunto la difficoltà dell’opera è grande come lo smarrimento umano e l’accortezza nell’operare deve essere suprema, come la posta in gioco. Le forze del male, però, da quelle religiose a quelle politiche a quelle finanziarie, reagiscono tutte indistintamente e qui è il segnale più sicuro che l’ideale fascista avanza inesorabile sulla via maestra. Noi fascisti veri e sinceri, in quanto tali avversiamo e combattiamo tutte le forze disgregatrici, dal comunismo alla democrazia; respingendo altresì il luogo comune, più o meno scientifico o filosofico, di una immutabilità politica o economica e finanziaria. Siamo sempre più convinti che il valore vivo e profondo di ogni uomo deve e può dominare qualunque artificioso immorale valore monetario ed ideale materiale.
 Per noi fascisti, quindi, il primo comandamento è quello di sfuggire ad ogni seduzione del denaro e soprattutto del suo spirito, di liberarci a poco a poco dal suo dominio, di pervenire, al di sopra ed oltre ogni possibile ingrandimento materiale della nostra Patria, ad essere sufficientemente sani e forti spiritualmente per liberare e rinnovare l’Umanità. Ma per quanto si indaghi e si cerchi di dare una spiegazione, una giustificazione al caos che in questi tempi l’Europa e il mondo stanno attraversando, tanto nell’ordine sociale, spirituale e morale, ci si dimentica troppo spesso quello che nella crisi odierna è senz’altro il fattore determinante: il disprezzo o l’assenza di ogni principio religioso. Si polemizza e si farnetica sulle nuove sorti del capitale e del lavoro, si mobilitano interi continenti ed assemblee internazionali in vista di un nuovo assetto sociale, si preparano assalti… bene aggiustati alla proprietà ed all’ordine costituito, tutto nell’assenza o nel disprezzo più assoluto di ogni principio religioso, mentre si prega e si invoca e si fanno voti nel tempio del nuovo dio, posto sull’altare del più tronfio materialismo.
 La tragedia che il mondo vive attualmente è tutta qui; nella sfera politica, la vita dell’uomo più o meno responsabile non è incentrata nel creare le condizioni spirituali adatte a garantire, a guidare, a frenare le migliori o migliorate condizioni del corpo fisico ed a pazientare se il necessario miglioramento non potrà non ritardare, bensì è affidata all’arido e freddo calcolo, incentrato sull’individualismo edonista più sfrenato ed il materialismo più esasperato. Il quale troverà sempre però nelle rivalse inesorabili dello spirito la più secca smentita alle sue facili previsioni. Sotto il minimo comune denominatore della lealtà, del coraggio, dello spirito di sacrificio, tutti i popoli devono avanzare inflessibilmente all’ombra della Croce e del Littorio per il loro bene, che è poi il bene di tutta l’Umanità.

Fascismo Dottrina Universale Latina

Per questo, ogni motivo sentimentale ed umanitario cade e cede il posto ad un superiore motivo morale e spirituale che preliminarmente comanda, per una vera solida ricostruzione, la sconfitta del male più completa e senza alcuna pietà. A questo grande fine si devono subordinare e per esso si devono dare una disciplina, in primis, i popoli latini cresciuti all’ombra della Civiltà dell’Urbe, poiché ancora una volta e per fortuna degli uomini, si tratta di seguire nell’ineluttabile salvatrice Legge di Roma, la suprema volontà di Dio. Dunque è necessario “Essere sè stessi”: cosi ha inteso dire Mussolini agli italiani quando, imperiosamente, li ridestò alla fierezza di predestinati figli di Roma e riportò alla loro superiore missione di civilizzatori. Essere sè stessi: così Mussolini volle e costrinse giorno per giorno, inesorabilmente, tutti i nemici di Roma. Giù la maschera! Non vi è più tempo per sorrisi, parole, promesse, giacche gli uomini non ammettono più mistificazioni o dilazioni alla soluzione del loro problema di Vita! L’insegnamento tramandato da Mussolini è quello del Maestro che ha capito tutta l’insufficienza e la pericolosità della medicina e tutta la benevola efficacia invece del taglio chirurgico sul corpo sociale corroso dalla cancrena. Un tale Maestro sa bene che la scuola medica d’un tempo amava le piante in natura, mentre l’odierna farmacologia chimica ama troppo i veleni, sia pure a piccole dosi e non disdegna il commercio, che è speculazione… Più che inventare il nuovo rimedio, una volta che un male sia sorto e si sia propagato, bisognerebbe evitare il sorgere e il propagarsi di quel male, poiché in ciò è già il migliore dei rimedi. Ma, a propagazione avvenuta, la migliore terapia è quella di isolare e tagliare il bubbone canceroso. Isolare, tagliare, dunque! Questo paventano i nemici di Roma! Ecco perché non pochi di essi cercano e credono di poter nascondere il loro consueto viso beffardo, quando Roma li costringe a mostrarlo in tutta la sua velenosità. Basta che si accenni ad affondare il suo bisturi infallibile, perché li vediate reagire ed agitarsi convulsamente tutti, i nemici di Roma. La reazione e l’agitazione è diversa, a seconda che si tratti di nemici palesi o di nemici occulti: dall’insulto e dal fracasso potrete così arrivare, gradualmente, all’invocazione più carezzevole e misericordiosa. Eppure si tratta, in sostanza, d’un’identica unica bestia che ha, sì, molteplici capi, nei cui cervelli, però, vibra l’identico spirito unico. Ed è lo spirito del Male! Certo potrebbe darsi il caso che una volta isolato il bubbone maligno, potrà bastare il calore fecondo di Roma per farlo automaticamente cadere. Ma se l’esempio umanamente costruttivo della Civiltà di Roma non dovesse bastare, non resterà che affidare al ferro ed al fuoco della dottrina mussoliniana il compito della cauterizzazione. Vi è in ciò il segno di Dio!

IlCovo

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PERSEGUITARE, OPPRIMERE E ZITTIRE …IN ARRIVO IL TERZO PROCESSO!

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Cari lettori, amici o avversari che siate, vi abbiamo già abbondantemente informato nel corso degli anni in merito alla pantomima giudiziaria persecutoria, totalmente strumentale, inerente il gruppuscolo dei cosiddetti “Fasci Italiani del Lavoro”, che è stata da noi descritta per quel che realmente rappresenta in tre appositi articoli, ovverosia, il pretesto politico per colpirci in modo diretto ed inserire pienamente ed ufficialmente anche di “diritto” il “reato di opinione” tra quelli contemplati nell’ordinamento giuridico vigente, tentando così di impedire la stessa diffusione della Dottrina del Fascismo, anche solo dal punto di vista della formazione culturale (leggere qui, qui, qui). A tal proposito, di recente ci è giunta comunicazione dalla Suprema Corte di Cassazione di Roma, che è stata fissata per il prossimo mese di marzo 2022 l’udienza sul ricorso presentato dagli “accusatori democratici”, ai quali non stanno bene le due precedenti sentenze di assoluzione con formula piena (“perché il fatto non sussiste”!), rispettivamente emanate tanto dal Giudice monocratico di Mantova, quanto dalla Corte di Appello di Brescia. Tale ricorso, lo ricordiamo in sintesi, richiede non tanto di stabilire il “reato” di “ricostituzione del disciolto partito fascista” per il gruppuscolo in questione, cosa che anche l’ “accusa” riconosce, nello stesso ricorso di cui sopra, essere poco credibile e di fatto per nulla dimostrabile. NO! Per i mandanti “democratici” di tali processi – tutti soggetti politici protetti dall’impunità che deriva loro dall’avere occupato nel 2017 (all’epoca in cui hanno dato il via a tale caccia al fascista!) altissimi ruoli istituzionali nella “repubblica” italiana ed essere tutt’ora parte integrante dei partiti della maggioranza dell’attuale governo italy-ota – che manifestano una evidente e gravissima volontà finalizzata verso la persecuzione politica ad hoc (in ciò aiutati per l’occasione, a suo tempo, dagli organi della carta stampata di regime), si tratta nientemeno che di impedire la possibilità da parte di un qualsiasi individuo o soggetto politico definito come tale, sotto qualsiasi insegna, di poter, letteralmente anche solo appellarsi a “principi ideali fascisti”. Proprio così, in ballo non vi è la liceità di fare piazzate carnascialesche, sbraitando per strada slogan idioti e sventolando bandiere con le croci celtiche, No! Al sistema antifascista gli pseudo-fascisti radical-destrorsi vanno perfettamente a genio, proprio per avallare le fandonie democratiche di regime sulla interpretazione istituzionale del fascismo che si sono inventati (leggere qui). Ciò che si vuole impedire, invece, è il diffondersi della conoscenza del pensiero politico fascista autentico, cosa che nessun soggetto politico della variegata galassia neofascista ha mai messo in atto e solo NOI fascisti sinceri de “IlCovo” abbiamo concretamente attuato negli ultimi sedici anni! (leggere qui) La condotta dei nostri persecutori “democratici” va, dunque, assolutamente oltre lo stretto dettato costituzionale, peraltro di già “superato” dalle leggi penali elaborate a suo tempo dai solerti ministri democristiani Scelba e Mancino, in tal senso superando e negando anche i pronunciamenti emessi al riguardo dalla stessa Cassazione (ribadiamo: Cass., sent. n. 8108 del 14.12.2017, dep. 20.2.2018). Come avevamo di già ipotizzato nel nostro articolo del 19 dicembre 2020 (e come i fatti adesso ci stanno dimostrando in modo sempre più evidente), il potere politico istituzionale ha manifestato apertamente ed in modo vieppiù compiaciuto, in primis la volontà ed ormai anche la capacità, di essere pervenuto gradualmente ad un regime tirannico di quella che, eufemisticamente, possiamo ormai qualificare “democrazia protetta”, anzi blindata, per l’apparato istituzionale di governo. In proposito così concludevamo quell’articolo:

“…giunti a questo punto, alla luce di un accanimento persecutorio altrimenti inspiegabile in relazione alla marginalità politica del gruppo inquisito, ci pare lecito porre il seguente interrogativo a tutti coloro che stanno leggendo questo scritto: forse che la “querelle” in questione, può non essere altro che un modo pretestuoso per legittimare definitivamente il passaggio ad un diverso “regime di democrazia protetta” (peraltro di già invocato da taluni esponenti della cultura antifascista!) che sia in grado di “tutelare” l’umanità dal “male assoluto fascista” anche a costo di sacrificare la libertà del popolo? Forse si vuole così approdare alla conclusiva instaurazione di un nuovo regime liberal-poliziesco?” … (leggere qui)

Ebbene, a distanza di poco più di un’anno, quella ipotesi interrogativa si è semplicemente inverata davanti agli occhi di noi tutti, che viviamo ormai di fatto ed a tutti gli effetti prigionieri in uno Stato di Polizia (leggere qui e qui). Stato di Polizia politica, in cui si segregano e si perseguitano “legalmente” una o più categorie di persone. Del resto, questa linea di condotta è perfettamente rilevabile ormai da chiunque nell’attuale “emergenza pandemica”, che ha messo in atto esattamente questa logica di “governo”, imperniata sulla intimidazione e la persecuzione di tutti i cittadini che non risultano allineati col pensiero dominante. Di certo la vicenda che ci vede ingiustificatamente protagonisti antesignani di tale persecuzione, è stata l’apripista che ha mostrato in anticipo il vero volto e le reali intenzioni degli apparati istituzionali governativi, ben prima che cominciasse la cosiddetta e pretestuosa “emergenza pandemica”. Rilevarne oggi, 27 gennaio, l’ironia macabra rispetto alla propaganda istituzionale ufficiale di questo giorno, che con ridicola ipocrisia farisaica afferma di voler celebrare il “ricordo” e la “memoria”, con due apposite “giornate”, dedicate alle “vittime delle persecuzioni politiche novecentesche” (in verità, una “memoria a senso unico” che con le nostre ricerche storiografiche abbiamo contribuito clamorosamente ed autorevolmente a sbugiardare, leggere qui) in un contesto politico come quello attuale, attribuisce per di più a tutto lo scenario summenzionato un che di farsesco e tragicomico.

Facciamo notare ai nostri lettori, che i precedenti due gradi di giudizio, hanno finora ribadito la volontà giudiziaria di attenersi alla forma della persecuzione “moderata”, circoscrivendo in genere gli eventuali possibili “reati” alla ristretta “ricostituzione del disciolto partito fascista” o alla “diffusione di idee razziste e violente” che dovrebbero paventarne la eventuale ricostituzione (seguendo in ciò il falso pregiudizio che equipara il fascismo al “male assoluto”). Stante tale interpretazione, logicamente è risultata inevitabile l’assoluzione degli imputati nei primi due processi, proprio perché al riguardo, a norma di legge vigente, “il fatto non sussiste”. Difatti, su tali fondamenti, lo stesso ricorso in Cassazione da parte degli accusatori “democratici”, sarebbe semplicemente inammissibile, proprio perché è stato giudicato che …”il fatto non sussiste”. Non “sussistendo”, il ricorrente non ha possibilità di …”rilevarlo” al supremo giudice di Cassazione! Il quale, potrebbe accogliere il ricorso solo davanti a una evidenza contraria. Così, siccome tutti precedenti gradi di giudizio hanno stabilito che le cose stanno in questo modo, ovverosia, che “il fatto non sussiste”, l’accusa tenta il colpo di coda, facendo un passo innanzi e ponendo la questione del “pericolo sostanziale” in merito agli stessi “principii fascisti”, per il solo fatto di essere definiti come tali, indipendentemente dai concetti che essi esplicitano o dagli obiettivi a cui affermano di mirare… la parola inquisita ed impronunciabile, dunque, è il termine “FASCISMO”… che in quanto tale, per gli accusatori democratici non rappresenta né un’idea, né una dottrina ideologica, tantomeno una filosofia politica, semplicemente (adottando acriticamente la chiave ideologico-interpretativa progressista post-sessantottina) un crimine in sé e per sé, che va estirpato in tutti i casi e, qualora chiamato in causa da qualcuno, sempre punito in ogni circostanza a priori.

Nel caso di specie, se la Cassazione accetterà la linea ideologica proposta nel ricorso degli accusatori “democratici”, noi riteniamo che il giudizio non potrà essere emesso senza un pronunciamento che coinvolga la Corte Costituzionale. In un caso come quello contemplato, difatti, – anche se appare del tutto evidente che questo è un processo politico, quindi slegato da ogni reale principio di diritto, poiché tale pantomima non avrebbe dovuto nemmeno iniziare, stando al Diritto – potenzialmente non sarebbe possibile una sentenza di eventuale condanna, volendo rimanere comunque nell’ambito della giurisprudenza ufficiale conclamata.

Ecco che, allora, va riconosciuto come il “sistema antifascista nato dalla resistenza” ci stia abituando, gradualmente, all’instaurazione di un vero stato di polizia, persecutore ed oppressore, ma attuato nella pressoché generale inconsapevolezza dei cittadini, resi in massima parte abulici e passivi a mezzo del condizionamento terroristico mediatico, dopo 80 anni di rincitrullimento materialista ed edonista (leggere qui). Dunque, stiamo assistendo alla stessa abolizione del Diritto, nel senso romano del termine; un processo degenerativo costante, avviato dalla fine del secondo conflitto mondiale e che oggigiorno sta giungendo al suo culmine. Da subito, nel vigente ordinamento democratico, fu introdotto il concetto di “pericolo”, ovviamente stabilito in modo arbitrario da chi detiene il potere, cosa che ha permesso di sospendere i “diritti fondamentali” di un cittadino a discrezione del potere istituzionale. Tutto ciò ha dimostrato inequivocabilmente come i proclami di “inviolabilità della persona”, di sacralità delle opinioni, di libertà di espressione, coi quali sono state cresciute generazioni di cittadini, erano e sono semplicemente un clamoroso espediente politico grondante ipocrisia, il cui fondamento non sta nel solo caso italiano, ma proprio nella filosofia relativistica e nella “dittatura del numero” instaurata dopo la sconfitta del Fascismo. O meglio: ormai è chiaro che in regime liberal-democratico è possibile esprimere la propria opinione, ma solo se essa è consentita dal potere politico! E’ possibile che la persona sia inviolabile, ma solo se essa è ben accetta al potere vigente! E così di seguito!

In tale modo si prosegue speditamente sulla via dello “Stato di Polizia politica”, sfruttando il “concetto di pericolo” per il potere costituito, che ci viene dato ad intendere, equivarrebbe ad un pericolo per la cittadinanza stessa in quanto tale; un perverso sillogismo utile come grimaldello per giustificare ogni tipo di persecuzione e di oppressione. Ciascuno può vedere da sé come vi sia stretta attinenza fra questo concetto e l’uso che attualmente ne viene fatto dalle istituzioni governative, così come in questo stesso “pandemonio” venga ugualmente utilizzata la chiave politica interpretativa “antifascista”, con la solerte partecipazione del “radicalismo di destra” al soldo della “repubblica nata dalla resistenza” per avallare lo status quo (leggere qui). Come abbiamo detto più volte, fa tutto parte di un unico progetto satanico, perseguito gradualmente a tappe negli ultimi 80 anni, di cui quella attuale è solo la fase finale.

Mussolini si rivelò ancora una volta buon profeta quando, con largo anticipo sui tempi, verso la fine della sua parabola politica ed umana ebbe a dire: 

Fra qualche tempo, il Fascismo tornerà a brillare all’orizzonte. Primo, in conseguenza delle persecuzioni di cui i “liberali” lo faranno oggetto, dimostrando che la libertà è quella che ognuno riserva per sé e nega agli altri; secondo, per una “nostalgia dei tempi felici” che a poco a poco tornerà a rodere l’animo degli italiani. (Benito Mussolini, “Storia di un anno”, in Opera Omnia, Firenze-Roma, 1961, La Fenice, Vol. XXXIV, p. 391)

Noi fascisti de “IlCovo”, come è nostro costume, a Dio piacendo, siamo e resteremo IN PIEDI a lottare in nome della Verità e della Giustizia! …NON PRAEVALEBUNT!

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EDUCAZIONE E POLITICA NEL FASCISMO!

Educazione e Politica nel Fascismo - Biblioteca del Covo

EDUCAZIONE E POLITICA

Il compito dell’educazione è lo sviluppo dell’individuo secondo determinate finalità in modo che egli, giunto in possesso della pienezza della sua personalità, dia alla sua libertà un contenuto di pensiero e di azione rispondente a quei fini. Com’è ovvio, tali fini debbono essere particolarmente atti ad attrarre le forze spirituali dell’uomo e ad assecondarne lo sviluppo, poiché se, all’opposto, essi non fossero rispondenti alla sua spiritualità e parlassero ai suoi istinti inferiori, non educazione si avrebbe, ma corruzione e danneggiamento della natura umana. Analogamente l’educazione fisica mira allo sviluppo della struttura e delle forze fisiche e pone all’esercizio e allo sforzo mete nel cui raggiungimento si potenzia il sistema muscolare e si rinsalda il corpo nel suo complesso; né si pongono come fine di essa virtuosismi contrari alle naturali attitudini, il cui esercizio porterebbe a deformazioni permanenti. L’ideale, pertanto, che presiede all’educazione è quello di un miglioramento spirituale, un ideale di cultura da realizzare nella persona altrui, e presuppone l’esistenza in chi educa di un mondo culturale in senso vasto che esige di essere in quel modo continuato. L’educazione è, quindi, un aspetto di quella tendenza innata nell’uomo che lo porta a non volere esaurita nei limiti della propria vita fisica la propria vita spirituale, ma a continuare oltre di quella come azione e pensiero. Da quest’esigenza sorge il bisogno per ogni società di assicurare la propria continuazione nelle generazioni che vengono, rendendole partecipi del proprio patrimonio di sentimenti e di idee e mettendole in condizione di rafforzarlo e di arricchirlo. L’intensità di questo bisogno è strettamente collegata con la coscienza più o meno viva che ogni società o ogni generazione ha di rappresentare un momento importante nella storia umana, con riferimento a un determinato ideale di vita. L’educazione viene ad esplicarsi appunto in funzione di questo stesso ideale e, quanto più grande è la fede in esso, tanto più viva è l’esigenza educativa in una generazione o in una società. Poiché l’ideale di vita che presiede a una società è fondamentalmente una concezione di rapporti umani, ne deriva che il principio e l’essenza dell’educazione sono di natura propriamente politica. Ogni concezione politica che voglia tradursi in realtà duratura non ha altro mezzo se non quello di fissarsi nell’abito di vita dei membri di una comunità e in particolare delle nuove generazioni, la cui coscienza è più facilmente plasmabile. Per questo ogni dottrina politica ha presente a sé un tipo umano e i suoi maggiori sforzi concentra nella formazione di tale tipo, allo scopo ultimo di conseguire nel tempo la realizzazione della società a cui aspira.

I VALORI DELLA POLITICA

[…] Il lento processo di integrazione per cui una comunità riesce a possedere una propria volontà e ad esprimerla è un processo di integrazione che deve poter superare le resistenze delle differenziazioni locali e regionali, delle diverse attitudini e aspirazioni dei vari gruppi sociali, per creare una unità che li trascenda, senza distruggerli. E’ ovvio che è una volontà politica quella che riesce a dare la vera figura alla nazione, cioè l’aspirazione a uno stato. […] la nazione non si compie, non si realizza integralmente se una volontà cosciente non si integri in tutto il popolo, in tutta la comunità ed è solo la volontà politica, in quanto eserciti una potestà di imperio, che possa accelerare e portare a termine questo processo di integrazione. La nazione pertanto è un concetto qualitativo nei confronti del popolo, poiché non tutto il popolo riesce ad essere nazione, alla stessa maniera con cui non tutta la nazione riesce ad essere stato. Lo stato invece come volontà politica vuole essere tutta la nazione, e dal suo volere e dal suo agire può venire quella compiutezza di nazione che sarà al tempo stesso compiutezza e potenza di stato. La nazione si presenta, quindi, come il più alto valore su cui operi ed a cui miri la volontà politica. Pensare la nazione come un blocco unitario che esaurisca in sé il suo concetto, è un errore, poiché tale nazione è irrealtà; essa è articolata in una innumerevole serie di volontà individuali più e meno vigorose, più e meno coscienti del fine cui tendere. Il fattore politico che agisce sull’individuo per potenziarlo, vi agisce in funzione della socialità, della razza, della nazione; vuole che l’individuo sappia uscire dalla sua singolarità per riconoscersi nella società, nell’unità genetica del popolo, nella unità spirituale della nazione… […] la prima condizione per essere, per avviarsi ad essere reale nazione, nazione compiuta, è indubbiamente quella di potere comunque esprimere da sé una volontà la quale, anche se di ordine culturale e civile non può essere perfettamente compresa e secondata se non da un potere politico congeniale a quella volontà. […] Epperò l’integrazione interna, cioè il formarsi di una coscienza totalitaria nazionale, è un aspetto altrettanto attivo ed essenziale della nazione. Sia all’interno, sia all’esterno, questo principio assume valore soltanto quando sia portato innanzi e fatto valere da una forte volontà politica. Quando questa volontà politica emerga su tutta la nazione divenuta blocco unitario di spiriti, si ha lo stato totalitario, stato idealmente perfetto. Il concetto di nazione è nozione storica, al cui possesso si arriva cioè attraverso la coscienza della propria storicità. Una comunità la cui vita si esaurisca nell’impegno della vita presente, sia pure complessa e sapientemente organizzata, o metta come a suo cemento la comunità del sangue e dei costumi, non è ancora nazione. La nazione si ha invece quando nella sua coscienza è presente, oltre a tutto ciò, la visione diciamo così attiva della propria storia, la propria determinazione, la propria vocazione, come appare fissata nel complesso delle creazioni, apporto bene individuato agli universali concreti in cui si traduce lo spirito umano. […] Una nozione siffatta si acquista solo da chi sia presente, per dir così, a se stesso in tutta la sua storia; ed è per questo che tutte le società progredite danno grande importanza all’educazione che deve dare all’uomo il modo di riconoscersi per quello che è, sia di fronte al passato sia di fronte alla natura; e nell’educazione danno grande importanza alla storia che da il modo di ripercorrere il processo per cui si è divenuti quello che si è. La storiografia accompagna la vita dei popoli destinati ad essere nazione; è assente in quei popoli i quali sono privi del senso umano dell’azione storica e la cui vita non vuole durare oltre il limite fisico; popoli, quindi, senza passato, né avvenire. Ciò che costituisce dunque la nazione è una coscienza di essere e una volontà di volere essere.

Virtù fasciste - Biblioteca del Covo

L’EDUCAZIONE FASCISTA

[…] Fondamento essenziale della dottrina educativa fascista è il riconoscimento che l’individuo è tanto in sé, quanto vive fuori e oltre di sé come energia creatrice. Ogni concezione filosofico—politica è ricerca di un assoluto nel relativo, di un universale nell’individuale. […] I traviamenti dell’età positivista sono dovuti al fatto che la natura umana è considerata solo nelle sue esigenze fisiche e se ne ignora il contenuto. Considerato l’uomo nel suo individualismo fisico, esso non appare più nemmeno educabile, per il fatto stesso che si nega il permanere oltre la caducità di ciascuno di un patrimonio da tra- smettere o da integrare. La rivendicazione di un’autonomia individuale, senza che un intimo legame connettivo faccia di tutti un complesso partecipe di una medesima vita spirituale da un lato e, dall’altro, l’attribuzione allo stato di tutto ciò che è socialità e continuità per affermare contro di esso ciò che è individualità e caducità, portano inevitabilmente alla negazione della funzione educativa, non soltanto in quanto esercitata dallo stato, ma nella sua stessa necessità. Il Fascismo è ritornato all’uomo reale, all’uomo come essere spirituale, quindi non individuo singolo e transeunte, ma forza partecipe di una solidarietà duratura. Dal riconoscimento poi che la natura spirituale dell’uomo si svela nella continuità dell’opera umana, in quel tanto che dell’ individuo vive in istituzioni e realtà che oltrepassano la vita del singolo per costituire un’aggiunta perennemente rinnovata allo sviluppo delle società umane, discende che l’educazione fascista si muove tra i due poli della natura e della storia; da un lato considera, cioè, l’individuo come energia spirituale che ha in sé le leggi del suo crearsi, ma, dall’altro, feconda ed incanala tale creazione verso quella solidarietà che trova espressione concreta nella nazione, nello stato non meno che nell’umanità considerata non come valore astratto, ma realtà concreta, complesso di stirpi e nazioni, al tempo stesso identiche e diverse. In ciò consiste l’originalità della dottrina fascista dell’educazione nei confronti dell’educazione liberale, ferma almeno teoricamente ad una natura dell’uomo che, per esaurirsi nell’individuo, non è nemmeno spirituale. […] Date queste premesse, l’educazione fascista non parte da un individuo astratto, cioè da un individuo identico in tutti i tempi e in tutti i luoghi, ma da un uomo determinato, dall’italiano di oggi con le sue caratteristiche, le sue virtù ed i suoi difetti, come si è venuto rivelando e formando attraverso la sua storia bimillenaria.

L’EDUCAZIONE COME PROPEDEUTICA ALL’AZIONE

[…] L’ideale educativo, che con la Rivoluzione fascista assume netta determinazione e consistenza, parte dal dato positivo di questa tendenza all’azione che è caratteristica dell’italiano come individuo e da esso ricava la materia per la creazione del tipo ideale che vuole raggiungere. […] Nell’azione lo spirito italiano ritrova i segni di un’eternità che vendica la caducità della persona fisica. In essa c’è la proiezione della volontà individuale che ha bisogno di trovare un’assolutezza e difatti essa la trova pur che tenda a quei valori duraturi che sviluppano e realizzano l’uomo nella concretezza della storia. L’ansia di permanere in valori duraturi costituisce il fondo profondamente umano da cui è scaturita la rivoluzione fascista e su cui la rivoluzione, divenendo sempre più conscia dei suoi ideali, opera incessantemente. Dalla Dottrina del Fascismo discende la necessità che ogni tendenza individualistica all’azione, non sia soltanto il soddisfacimento di una esigenza individuale, ma rappresenti invece un momento veramente creativo . E poiché l’uomo non si esaurisce in sé stesso come individuo, ma è tanto in sé per quanto opera e crea, è evidente che nella dottrina fascista l’azione che viene considerata veramente come tale, non è l’azione per l’azione, e non è nemmeno l’azione che miri al puro soddisfacimento di un’esigenza capricciosa o edonistica, ma è l’azione che si aggiunga come apporto costruttivo a quelle forme continue di essere, in cui si traduce il complesso delle vite individuali. L’educazione fascista è precisamente diretta a creare nelle nuove generazioni la coscienza di questa solidarietà ideale, nell’ambito della quale soltanto l’azione può chiamarsi azione e nel cui seno trova piena e completa giustificazione l’affermazione delle forze individuali. La prassi educativa è diretta precisamente a questo fine, eliminando dalla vita sociale quelle forme individualistiche che furono care alla società liberale, e riducendo alle loro giuste proporzioni quelle solidarietà che, come le economiche, tendono a venire in contrasto con le più alte solidarietà della nazione e dello stato. In concreto, l’educazione fascista insegna alle giovani generazioni che l’uomo è nella sua opera e questa vale solo in quanto si aggiunge come costruzione al patrimonio sempre crescente dei beni, materiali e spirituali della nazione. […] Tale fine viene conseguito subordinando tutta l’opera educativa a quelle esigenze largamente politiche ed essenzialmente morali che costituiscono l’impulso e il contenuto dello stato fascista. L’educazione fascista è l’opposto della liberale che si interessa il meno possibile dei valori etici e tutto ciò che è etico, ciò che tocchi la religione, la morale, la vita sociale, non entra nelle aule e, quando vi entra, è sentito superfluo. Tutto ciò è frutto di quel presuntuoso razionalismo internazionale, da cui dovevano uscire i sapientoni della massoneria e della democrazia.

Dizionario di Politica

LO STATO EDUCATORE

[…] L’ingresso del singolo nella vita culturale con la pienezza dei suoi mezzi spirituali affinché collabori con tutte le sue risorse all’ incremento di essa, è il fine ultimo di ogni attività educativa. Cultura e educazione sono due termini correlativi nel senso che l’una è condizione dell’altra. Dove la cultura è arretrata, l’educazione si manifesta in forme inerti e poco coscienti. Ma quando una società è in possesso di una chiara nozione della sua vita e dei suoi fini, l’educazione costituisce l’espressione permanente della sua volontà di essere, e, man mano che si avanza verso la conquista della spiritualità, più urgente e viva diviene l’aspirazione a creare un tipo umano rispondente a un sempre più alto ideale. Questa stessa volontà è alla base dello stato come noi lo concepiamo, ed è in ciò che esso si rivela pienamente con i suoi attributi di stato etico. […] Nell’età nostra la volontà di essere di ogni nazione prende corpo nello stato che ne costituisce l’organizzazione giuridica. E poiché questo stato ha una volontà, determinata dalla concezione politica e umana che è alla sua base ed è perciò stato etico, ad esso incombe il compito precipuo e esclusivo dell’educazione. Esso non respinge naturalmente la cooperazione degli ambienti in cui si svolge la vita dell’individuo; anzi l’educazione non può aversi se non attraverso tali ambienti; ma è appunto necessario che essi si armonizzino pienamente nella loro funzione educativa con le linee fondamentali dell’indirizzo segnato dalla volontà etica dello stato. Allo stato va riconosciuto pieno il diritto di intervenire per eliminare eventuali tendenze discordanti, ma, salvo questo, esso lascia quella libertà che è necessaria perché nella diversità dei metodi seguiti ogni temperamento o vocazione individuale possa conseguire la sua piena soddisfazione. Lo stato, difatti, non vuole creare masse in cui ad una impossibile uniformità di livello sia sacrificato il libero e pieno sviluppo delle singole personalità, ma vuole che l’inevitabile varietà delle capacità e attitudini dei singoli prenda sostanza e fisionomia da un fondo comune. Questa intima e profonda comunione è costituita dalla coscienza che ognuno ha, e deve avere, della propria storicità, cioè, in altre parole, dalla propria partecipazione ad una nazione che ha caratteri e compiti suoi nello sviluppo complessivo dell’umanità. Lo stato è, pertanto, l’educatore per eccellenza, perché esso solo, come espressione della nazione in atto di volere, è in grado di rispondere all’esigenza, più o meno vigorosa, di continuità che in questa si esprime. […] Ma lo Stato riconosce il valore del sentimento religioso e ritrova alcuni tratti essenziali della storicità della nazione nella dottrina di cui la Chiesa è custode e nelle sue istituzioni, non può – dunque – avere motivo alcuno di opposizione alle misure, anche educative, che la Chiesa esige per assicurare la sua secolare continuità; e, d’altra parte, garantita tale continuità, non vi può essere da parte della Chiesa opposizione alcuna a che lo Stato rivendichi a sé pienamente il diritto e il dovere dell’educazione totalitaria delle nuove generazioni. È errato affermare che il contrasto sia inevitabile per il carattere universale della Chiesa, mentre lo Stato è schiettamente nazionale. In realtà la Chiesa è universale nella sua dottrina divina, ma nelle sue istituzioni riflette un mondo ben determinato. D’altra parte, lo stato, pur tendendo a rafforzare i tratti della fisionomia nazionale, ha nel suo contenuto fondamentale una concezione di vita ed è perciò dominato da un’aspirazione di universalità che lo spinge a irradiarsi come forza viva, umana e terrestre, oltre i confini del proprio territorio. Forza umana e terrestre: in ciò consiste precisamente la vera delimitazione dei compiti dello stato nei confronti della religione. Si tratta di due piani diversi.

(testo liberamente tratto dal “Dizionario di Politica a cura del Partito Nazionale Fascista – Antologia, Volume unico”, a cura di Marco Piraino e Stefano Fiorito, Lulu.com, 2014, voci: Educazione e Politica, pp. 196 / 451)

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