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EDUCAZIONE E POLITICA NEL FASCISMO!

Educazione e Politica nel Fascismo - Biblioteca del Covo

EDUCAZIONE E POLITICA

Il compito dell’educazione è lo sviluppo dell’individuo secondo determinate finalità in modo che egli, giunto in possesso della pienezza della sua personalità, dia alla sua libertà un contenuto di pensiero e di azione rispondente a quei fini. Com’è ovvio, tali fini debbono essere particolarmente atti ad attrarre le forze spirituali dell’uomo e ad assecondarne lo sviluppo, poiché se, all’opposto, essi non fossero rispondenti alla sua spiritualità e parlassero ai suoi istinti inferiori, non educazione si avrebbe, ma corruzione e danneggiamento della natura umana. Analogamente l’educazione fisica mira allo sviluppo della struttura e delle forze fisiche e pone all’esercizio e allo sforzo mete nel cui raggiungimento si potenzia il sistema muscolare e si rinsalda il corpo nel suo complesso; né si pongono come fine di essa virtuosismi contrari alle naturali attitudini, il cui esercizio porterebbe a deformazioni permanenti. L’ideale, pertanto, che presiede all’educazione è quello di un miglioramento spirituale, un ideale di cultura da realizzare nella persona altrui, e presuppone l’esistenza in chi educa di un mondo culturale in senso vasto che esige di essere in quel modo continuato. L’educazione è, quindi, un aspetto di quella tendenza innata nell’uomo che lo porta a non volere esaurita nei limiti della propria vita fisica la propria vita spirituale, ma a continuare oltre di quella come azione e pensiero. Da quest’esigenza sorge il bisogno per ogni società di assicurare la propria continuazione nelle generazioni che vengono, rendendole partecipi del proprio patrimonio di sentimenti e di idee e mettendole in condizione di rafforzarlo e di arricchirlo. L’intensità di questo bisogno è strettamente collegata con la coscienza più o meno viva che ogni società o ogni generazione ha di rappresentare un momento importante nella storia umana, con riferimento a un determinato ideale di vita. L’educazione viene ad esplicarsi appunto in funzione di questo stesso ideale e, quanto più grande è la fede in esso, tanto più viva è l’esigenza educativa in una generazione o in una società. Poiché l’ideale di vita che presiede a una società è fondamentalmente una concezione di rapporti umani, ne deriva che il principio e l’essenza dell’educazione sono di natura propriamente politica. Ogni concezione politica che voglia tradursi in realtà duratura non ha altro mezzo se non quello di fissarsi nell’abito di vita dei membri di una comunità e in particolare delle nuove generazioni, la cui coscienza è più facilmente plasmabile. Per questo ogni dottrina politica ha presente a sé un tipo umano e i suoi maggiori sforzi concentra nella formazione di tale tipo, allo scopo ultimo di conseguire nel tempo la realizzazione della società a cui aspira.

I VALORI DELLA POLITICA

[…] Il lento processo di integrazione per cui una comunità riesce a possedere una propria volontà e ad esprimerla è un processo di integrazione che deve poter superare le resistenze delle differenziazioni locali e regionali, delle diverse attitudini e aspirazioni dei vari gruppi sociali, per creare una unità che li trascenda, senza distruggerli. E’ ovvio che è una volontà politica quella che riesce a dare la vera figura alla nazione, cioè l’aspirazione a uno stato. […] la nazione non si compie, non si realizza integralmente se una volontà cosciente non si integri in tutto il popolo, in tutta la comunità ed è solo la volontà politica, in quanto eserciti una potestà di imperio, che possa accelerare e portare a termine questo processo di integrazione. La nazione pertanto è un concetto qualitativo nei confronti del popolo, poiché non tutto il popolo riesce ad essere nazione, alla stessa maniera con cui non tutta la nazione riesce ad essere stato. Lo stato invece come volontà politica vuole essere tutta la nazione, e dal suo volere e dal suo agire può venire quella compiutezza di nazione che sarà al tempo stesso compiutezza e potenza di stato. La nazione si presenta, quindi, come il più alto valore su cui operi ed a cui miri la volontà politica. Pensare la nazione come un blocco unitario che esaurisca in sé il suo concetto, è un errore, poiché tale nazione è irrealtà; essa è articolata in una innumerevole serie di volontà individuali più e meno vigorose, più e meno coscienti del fine cui tendere. Il fattore politico che agisce sull’individuo per potenziarlo, vi agisce in funzione della socialità, della razza, della nazione; vuole che l’individuo sappia uscire dalla sua singolarità per riconoscersi nella società, nell’unità genetica del popolo, nella unità spirituale della nazione… […] la prima condizione per essere, per avviarsi ad essere reale nazione, nazione compiuta, è indubbiamente quella di potere comunque esprimere da sé una volontà la quale, anche se di ordine culturale e civile non può essere perfettamente compresa e secondata se non da un potere politico congeniale a quella volontà. […] Epperò l’integrazione interna, cioè il formarsi di una coscienza totalitaria nazionale, è un aspetto altrettanto attivo ed essenziale della nazione. Sia all’interno, sia all’esterno, questo principio assume valore soltanto quando sia portato innanzi e fatto valere da una forte volontà politica. Quando questa volontà politica emerga su tutta la nazione divenuta blocco unitario di spiriti, si ha lo stato totalitario, stato idealmente perfetto. Il concetto di nazione è nozione storica, al cui possesso si arriva cioè attraverso la coscienza della propria storicità. Una comunità la cui vita si esaurisca nell’impegno della vita presente, sia pure complessa e sapientemente organizzata, o metta come a suo cemento la comunità del sangue e dei costumi, non è ancora nazione. La nazione si ha invece quando nella sua coscienza è presente, oltre a tutto ciò, la visione diciamo così attiva della propria storia, la propria determinazione, la propria vocazione, come appare fissata nel complesso delle creazioni, apporto bene individuato agli universali concreti in cui si traduce lo spirito umano. […] Una nozione siffatta si acquista solo da chi sia presente, per dir così, a se stesso in tutta la sua storia; ed è per questo che tutte le società progredite danno grande importanza all’educazione che deve dare all’uomo il modo di riconoscersi per quello che è, sia di fronte al passato sia di fronte alla natura; e nell’educazione danno grande importanza alla storia che da il modo di ripercorrere il processo per cui si è divenuti quello che si è. La storiografia accompagna la vita dei popoli destinati ad essere nazione; è assente in quei popoli i quali sono privi del senso umano dell’azione storica e la cui vita non vuole durare oltre il limite fisico; popoli, quindi, senza passato, né avvenire. Ciò che costituisce dunque la nazione è una coscienza di essere e una volontà di volere essere.

Virtù fasciste - Biblioteca del Covo

L’EDUCAZIONE FASCISTA

[…] Fondamento essenziale della dottrina educativa fascista è il riconoscimento che l’individuo è tanto in sé, quanto vive fuori e oltre di sé come energia creatrice. Ogni concezione filosofico—politica è ricerca di un assoluto nel relativo, di un universale nell’individuale. […] I traviamenti dell’età positivista sono dovuti al fatto che la natura umana è considerata solo nelle sue esigenze fisiche e se ne ignora il contenuto. Considerato l’uomo nel suo individualismo fisico, esso non appare più nemmeno educabile, per il fatto stesso che si nega il permanere oltre la caducità di ciascuno di un patrimonio da tra- smettere o da integrare. La rivendicazione di un’autonomia individuale, senza che un intimo legame connettivo faccia di tutti un complesso partecipe di una medesima vita spirituale da un lato e, dall’altro, l’attribuzione allo stato di tutto ciò che è socialità e continuità per affermare contro di esso ciò che è individualità e caducità, portano inevitabilmente alla negazione della funzione educativa, non soltanto in quanto esercitata dallo stato, ma nella sua stessa necessità. Il Fascismo è ritornato all’uomo reale, all’uomo come essere spirituale, quindi non individuo singolo e transeunte, ma forza partecipe di una solidarietà duratura. Dal riconoscimento poi che la natura spirituale dell’uomo si svela nella continuità dell’opera umana, in quel tanto che dell’ individuo vive in istituzioni e realtà che oltrepassano la vita del singolo per costituire un’aggiunta perennemente rinnovata allo sviluppo delle società umane, discende che l’educazione fascista si muove tra i due poli della natura e della storia; da un lato considera, cioè, l’individuo come energia spirituale che ha in sé le leggi del suo crearsi, ma, dall’altro, feconda ed incanala tale creazione verso quella solidarietà che trova espressione concreta nella nazione, nello stato non meno che nell’umanità considerata non come valore astratto, ma realtà concreta, complesso di stirpi e nazioni, al tempo stesso identiche e diverse. In ciò consiste l’originalità della dottrina fascista dell’educazione nei confronti dell’educazione liberale, ferma almeno teoricamente ad una natura dell’uomo che, per esaurirsi nell’individuo, non è nemmeno spirituale. […] Date queste premesse, l’educazione fascista non parte da un individuo astratto, cioè da un individuo identico in tutti i tempi e in tutti i luoghi, ma da un uomo determinato, dall’italiano di oggi con le sue caratteristiche, le sue virtù ed i suoi difetti, come si è venuto rivelando e formando attraverso la sua storia bimillenaria.

L’EDUCAZIONE COME PROPEDEUTICA ALL’AZIONE

[…] L’ideale educativo, che con la Rivoluzione fascista assume netta determinazione e consistenza, parte dal dato positivo di questa tendenza all’azione che è caratteristica dell’italiano come individuo e da esso ricava la materia per la creazione del tipo ideale che vuole raggiungere. […] Nell’azione lo spirito italiano ritrova i segni di un’eternità che vendica la caducità della persona fisica. In essa c’è la proiezione della volontà individuale che ha bisogno di trovare un’assolutezza e difatti essa la trova pur che tenda a quei valori duraturi che sviluppano e realizzano l’uomo nella concretezza della storia. L’ansia di permanere in valori duraturi costituisce il fondo profondamente umano da cui è scaturita la rivoluzione fascista e su cui la rivoluzione, divenendo sempre più conscia dei suoi ideali, opera incessantemente. Dalla Dottrina del Fascismo discende la necessità che ogni tendenza individualistica all’azione, non sia soltanto il soddisfacimento di una esigenza individuale, ma rappresenti invece un momento veramente creativo . E poiché l’uomo non si esaurisce in sé stesso come individuo, ma è tanto in sé per quanto opera e crea, è evidente che nella dottrina fascista l’azione che viene considerata veramente come tale, non è l’azione per l’azione, e non è nemmeno l’azione che miri al puro soddisfacimento di un’esigenza capricciosa o edonistica, ma è l’azione che si aggiunga come apporto costruttivo a quelle forme continue di essere, in cui si traduce il complesso delle vite individuali. L’educazione fascista è precisamente diretta a creare nelle nuove generazioni la coscienza di questa solidarietà ideale, nell’ambito della quale soltanto l’azione può chiamarsi azione e nel cui seno trova piena e completa giustificazione l’affermazione delle forze individuali. La prassi educativa è diretta precisamente a questo fine, eliminando dalla vita sociale quelle forme individualistiche che furono care alla società liberale, e riducendo alle loro giuste proporzioni quelle solidarietà che, come le economiche, tendono a venire in contrasto con le più alte solidarietà della nazione e dello stato. In concreto, l’educazione fascista insegna alle giovani generazioni che l’uomo è nella sua opera e questa vale solo in quanto si aggiunge come costruzione al patrimonio sempre crescente dei beni, materiali e spirituali della nazione. […] Tale fine viene conseguito subordinando tutta l’opera educativa a quelle esigenze largamente politiche ed essenzialmente morali che costituiscono l’impulso e il contenuto dello stato fascista. L’educazione fascista è l’opposto della liberale che si interessa il meno possibile dei valori etici e tutto ciò che è etico, ciò che tocchi la religione, la morale, la vita sociale, non entra nelle aule e, quando vi entra, è sentito superfluo. Tutto ciò è frutto di quel presuntuoso razionalismo internazionale, da cui dovevano uscire i sapientoni della massoneria e della democrazia.

Dizionario di Politica

LO STATO EDUCATORE

[…] L’ingresso del singolo nella vita culturale con la pienezza dei suoi mezzi spirituali affinché collabori con tutte le sue risorse all’ incremento di essa, è il fine ultimo di ogni attività educativa. Cultura e educazione sono due termini correlativi nel senso che l’una è condizione dell’altra. Dove la cultura è arretrata, l’educazione si manifesta in forme inerti e poco coscienti. Ma quando una società è in possesso di una chiara nozione della sua vita e dei suoi fini, l’educazione costituisce l’espressione permanente della sua volontà di essere, e, man mano che si avanza verso la conquista della spiritualità, più urgente e viva diviene l’aspirazione a creare un tipo umano rispondente a un sempre più alto ideale. Questa stessa volontà è alla base dello stato come noi lo concepiamo, ed è in ciò che esso si rivela pienamente con i suoi attributi di stato etico. […] Nell’età nostra la volontà di essere di ogni nazione prende corpo nello stato che ne costituisce l’organizzazione giuridica. E poiché questo stato ha una volontà, determinata dalla concezione politica e umana che è alla sua base ed è perciò stato etico, ad esso incombe il compito precipuo e esclusivo dell’educazione. Esso non respinge naturalmente la cooperazione degli ambienti in cui si svolge la vita dell’individuo; anzi l’educazione non può aversi se non attraverso tali ambienti; ma è appunto necessario che essi si armonizzino pienamente nella loro funzione educativa con le linee fondamentali dell’indirizzo segnato dalla volontà etica dello stato. Allo stato va riconosciuto pieno il diritto di intervenire per eliminare eventuali tendenze discordanti, ma, salvo questo, esso lascia quella libertà che è necessaria perché nella diversità dei metodi seguiti ogni temperamento o vocazione individuale possa conseguire la sua piena soddisfazione. Lo stato, difatti, non vuole creare masse in cui ad una impossibile uniformità di livello sia sacrificato il libero e pieno sviluppo delle singole personalità, ma vuole che l’inevitabile varietà delle capacità e attitudini dei singoli prenda sostanza e fisionomia da un fondo comune. Questa intima e profonda comunione è costituita dalla coscienza che ognuno ha, e deve avere, della propria storicità, cioè, in altre parole, dalla propria partecipazione ad una nazione che ha caratteri e compiti suoi nello sviluppo complessivo dell’umanità. Lo stato è, pertanto, l’educatore per eccellenza, perché esso solo, come espressione della nazione in atto di volere, è in grado di rispondere all’esigenza, più o meno vigorosa, di continuità che in questa si esprime. […] Ma lo Stato riconosce il valore del sentimento religioso e ritrova alcuni tratti essenziali della storicità della nazione nella dottrina di cui la Chiesa è custode e nelle sue istituzioni, non può – dunque – avere motivo alcuno di opposizione alle misure, anche educative, che la Chiesa esige per assicurare la sua secolare continuità; e, d’altra parte, garantita tale continuità, non vi può essere da parte della Chiesa opposizione alcuna a che lo Stato rivendichi a sé pienamente il diritto e il dovere dell’educazione totalitaria delle nuove generazioni. È errato affermare che il contrasto sia inevitabile per il carattere universale della Chiesa, mentre lo Stato è schiettamente nazionale. In realtà la Chiesa è universale nella sua dottrina divina, ma nelle sue istituzioni riflette un mondo ben determinato. D’altra parte, lo stato, pur tendendo a rafforzare i tratti della fisionomia nazionale, ha nel suo contenuto fondamentale una concezione di vita ed è perciò dominato da un’aspirazione di universalità che lo spinge a irradiarsi come forza viva, umana e terrestre, oltre i confini del proprio territorio. Forza umana e terrestre: in ciò consiste precisamente la vera delimitazione dei compiti dello stato nei confronti della religione. Si tratta di due piani diversi.

(testo liberamente tratto dal “Dizionario di Politica a cura del Partito Nazionale Fascista – Antologia, Volume unico”, a cura di Marco Piraino e Stefano Fiorito, Lulu.com, 2014, voci: Educazione e Politica, pp. 196 / 451)

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