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22 LUGLIO 1943 – 2023 / 80°ANNIVERSARIO dell’eroico sacrificio del tenente Barbadoro a Portella della Paglia e degli scontri per difendere Palermo dagli americani! …il NS. VIDEO!

80 anniv. Portella della Paglia - Biblioteca del Covo

Nella ricorrenza dell’ottantesimo anniversario della “Battaglia di Sicilia” (qui) va doverosamente ricordato che il 22 luglio 2023 sono trascorsi 80 anni anche da quelli che a tutti gli effetti dovrebbero essere conosciuti nei libri di Storia militare come gli “Scontri armati per la conquista di Palermo”, che videro opporsi in più punti del territorio limitrofo al capoluogo siciliano i militari italiani dell’Asse contro gli Alleati anglo-americani! Tuttavia non li troverete descritti ufficialmente da nessuno; né da ricercatori accademici di chiara fama, né da illustri ufficiali militari, né da storici locali rinomati, tantomeno dalle guide della zona anche soltanto in vena di raccontare aneddoti curiosi ai turisti che annualmente affollano l’isola in questa stagione, ma non già perché tali scontri non siano avvenuti affatto o non meritino di essere ricordati o perché magari nessuno ne sia al corrente, come un tale silenzio potrebbe erroneamente lasciare supporre. Al contrario, proprio perché il solo parlarne costituirebbe una implicita ammissione di responsabilità nell’accettazione acritica e passiva della falsa versione di comodo ufficializzata dalla propaganda di guerra anglo-americana, purtroppo fatta propria in modo acritico e pedissequo da coloro che, invece, per amor di verità avrebbero dovuto fare conoscere tali fatti, in primis al popolo italiano e poi al mondo intero. Alludiamo alle istituzioni del cosiddetto “Stato italy-ota”, che invece si sono da sempre chiaramente distinte nel tentativo di cancellare con ogni mezzo persino il ricordo di simili avvenimenti, mostrando ancora una volta che l’unica “memoria” da esse coltivata con ogni mezzo, come di consueto, è quella “a senso unico” di chiara marca antifascista (qui), imposta dai vincitori materiali ( giammai morali! ) di quel conflitto (che tutt’ora occupano la nostra Nazione), risultando pertanto una memoria mendacemente unilaterale e platealmente anti-italiana! Eppure, come abbiamo per primi e più volte riferito già in passato dalle colonne di questo stesso blog – ad esempio nel 2016 (QUI) e poi nel 2021 (QUI) – il 22 luglio del 1943 per Palermo si combatté e si morì, in entrambi gli schieramenti contrapposti, checché falsamente ne racconti la versione pubblicizzata ufficialmente dagli invasori statunitensi (auto-qualificatisi però nell’immaginifico ruolo di “liberatori”, e quel che è peggio, spacciati come tali dalle medesime istituzioni nostrane odierne, che dettano legge sulla nostra popolazione, pur essendo, a loro volta, totalmente assoggettate ai voleri dello “Stato profondo” di Washinghton!). In proposito, per comprendere l’origine storiografica di questa versione falsissima dei fatti ma assurta al rango d’incontrovertibile verità ufficiale, è ragionevole attribuirne la paternità alla memorialistica militare anglo-americana, in particolare al volume curato dal “Centro di studi militari dell’Esercito degli Stati Uniti” che nel 1965  pubblicò a Washington la prima edizione del corposo volume “Sicily and the surrender of Italy”, la cui narrazione al riguardo si è prodotta nella seguente descrizione di comodo, inventata di sana pianta (la traduzione dall’inglese è nostra):

“ In considerazione dello sviluppo degli eventi non ci sarebbe stato alcun assalto concentrato e in forze verso Palermo. Sia la 3a Divisione che la 2a Divisione corazzata entro la sera del 22 luglio erano in grado di lanciare un simile assalto. Ma i difensori della città e la popolazione civile ne avevano avuto abbastanza della guerra ed erano disposti ad arrendersi senza combattere. Infatti, una delegazione di civili arrivò ben presto al posto di comando del 7° Fanteria nel pomeriggio del 22 e si offrì di cedere la città al Brigadier Generale William W. Eagles, assistente comandante della 3a Divisione. Ma l’offerta venne rifiutata; infatti il generale Eagles aveva istruzioni dal generale Truscott affinché fosse il generale Keyes ad accettare la resa della città. Il generale Marciani, comandante delle forze di difesa italiane, cadde prigioniero dell’82° battaglione di ricognizione e così l’atto finale del dramma toccò al generale di brigata Giuseppe Molinero, comandante della difesa porto “N” di Palermo. Nel tardo pomeriggio rientrava una pattuglia del “Combat Command A” con il generale Molinero; la pattuglia si era spinta in città senza incontrare alcuna opposizione, così Molinero si offrì di cedere la città al generale Keyes. Insieme al generale italiano entrarono a Palermo i generali Keyes e Gaffey. A palazzo reale, poco dopo le 19:00 del 22 luglio, gli ufficiali americani accettarono formalmente la resa di Palermo. In considerazione di tali fatti, il generale Patton, che nel frattempo era intento a raggiungere il comando della divisione corazzata, inviò il messaggio affinché fosse occupata la città. Alle 20:00, provenienti da est e da ovest, le due divisioni americane marciarono nella città più grande dell’isola. Il generale Patton, si fece strada a Palermo un’ora dopo con il colonnello Perry, capo di stato maggiore della 2a divisione corazzata, che fungeva da guida. Palermo era sua…”

Garland, H. M. Smith, M. Blumenson, “Sicily and the surrender of Italy”, Center of Military History United States Army, Washinghton, 1993 (prima edizione 1965), p. 254

Tutta questa ridicola storiella (a cominciare dalla presunta “delegazione di civili che avrebbe voluto cedere il comando della città”!!! …con l’autorità di chi? …sarebbe stato lecito domandarlo agli storiografi supponenti nostrani, che si sono sorbiti per buona la versione dei cosiddetti “liberatori”, visto che il comando era stato già assunto in precedenza da un Generale dell’esercito, ossia Molinero!) doveva servire a tessere gli elogi della “mente geniale” che aveva ideato e voluto un tale “riuscitissimo” piano d’attacco, che doveva essere celebrato in pompa magna dalla propaganda degli Alleati, al fine di occultare però un clamoroso dato di fatto, ovverosia, che nell’economia complessiva di quella campagna militare, la manovra ordita dal criminale comandante della Settima Armata Americana, George Patton (qui), per conquistare la principale città dell’isola, non rappresentò altro che un clamoroso ed evidente errore strategico, dettato esclusivamente da vanagloria personale, come avevamo sottolineato già nel 2021. Grazie a quell’errore degli americani, le Divisioni italiane Aosta ed Assietta presenti nell’estremo ovest dell’isola, con una difficilissima e coraggiosa manovra (protette dal Raggruppamento mobile dell’arditissimo generale Ottorino Schreiber, che per assolvere tale compito si sacrificò al completo, contendendo ogni palmo di territorio agli statunitensi), riuscirono ad evitare l’accerchiamento ed a riunirsi con quelle italiane e tedesche presenti nella zona orientale, ed alla fine delle operazioni a tornare nel territorio continentale italiano, impedendo così la vittoria strategica degli Alleati, come svela inoppugnabilmente il Diario del XII° Corpo d’Armata italiano (QUI). Invece, “l’assalto concentrato ed in forze” verso Palermo dello smanioso Patton ci fu eccome! Difatti, la manovra di attacco predisposta dagli americani, che nella prima mattina del 22 luglio partirono e avanzarono alle ore 6:00 verso Palermo su tre colonne principali, prevedeva che il capoluogo isolano venisse attaccato attraverso tre differenti direttrici: la 3a Divisione di fanteria proveniente da Lercara Friddi avrebbe attaccato in modo compatto da sud, scontrandosi col presidio di “Portella di Mare”, nel territorio dei comuni di Misilmeri-Ficarazzi; la 2a Divisione corazzata, a sua volta, proveniente da Alcamo e divisasi invece in due differenti colonne, avrebbe attaccato sia attraverso la strada montana che passava per il presidio di “Portella della Paglia”, a nord del paese di San Giuseppe Jato, che da Nord-Ovest, passando per i paesi di Partinico e Terrasini, superando il presidio di “Portella della Torretta”, vicino il paese omonimo (18); l’appuntamento per il ricongiungimento delle tre colonne attaccanti era fissato per le ore 12:00 del 22 luglio in città!

Luoghi scontri 22 luglio 1943

Le portelle attaccate dagli americani il 22 luglio 1943.

Al riguardo adesso sappiamo con assoluta sicurezza che un certo numero di ufficiali italiani fu catturato con le armi in pugno e non prima di avere combattuto, proprio nei punti in cui erano state predisposte le difese dall’allora Comandante della Piazza militare suddetta, Giuseppe Molinero, sulla cui memoria però, per decenni, da parte italiana è stata ingiustamente fatta pesare l’onta di una resa disonorevole, proprio in ossequio al summenzionato raccontino propagandistico degli americani, al fine di evitare di confutarne la narrazione idilliaca (2). I nomi di tali ufficiali meritano di essere ricordati e sono: i capitani Ugo Calatroni e Giuseppe Squadroni che insieme al tenente Giuseppe Maderni ed al sottotenente Gino Azzini, furono presi prigionieri dopo la caduta del caposaldo di “Portella di Mare”, situato nei pressi del paese di Misilmeri, avvenuta all’incirca alle ore 13:00 del 22 luglio dopo essere stato attaccato alle ore 9:00 e da dove nel pomeriggio poté penetrare in direzione del capoluogo la 3a Divisione di Fanteria Statunitense; a quel punto il Maggiore Arturo Rodanò ed i Capitani Mario Borgioli, Vincenzo Carulli e Marcello Vallese, coi loro reparti contrattaccarono la suddetta Divisione di Fanteria alla periferia di Palermo, ritardandone l’avanzata sino alle ore 18:00; mentre il Capitano Camillo Gatti, il tenente Giovanni Musesti ed il Sottotenente Mauro Cortesi, dal caposaldo di “Portella della Torretta”, si opposero per tutto il giorno alla seconda colonna della 2a Divisione Corazzata americana impedendole di proseguire, venendo catturati soltanto il giorno 23; ed in fine vanno doverosamente ricordati il Maggiore Salvatore Mistretta con i Sottotenenti Enrico Conchin, Nicolò Rizzi e Agenore Schina, che fronteggiarono dalla mattina del 22 luglio sino alla sera, la prima colonna della 2a Divisione Corazzata dal Caposaldo di “Portella della Paglia” (3), li dove il Sottotenente Sergio Barbadoro sacrificò la propria vita, bloccando il nemico col suo pezzo di artiglieria e inchiodandolo per circa nove ore. A lui ed ai suoi Uomini, come associazione “IlCovo”, da oltre 15 anni, non manchiamo di tributare annualmente il nostro doveroso omaggio e quantunque in proposito si siano presentati negli ultimi tempi anche gli immancabili sciacalli partitocratici della venticinquesima ora, solo in vena di squallide speculazioni politiche sul fronte “destro”, che hanno tentato di strumentalizzare l’eroe in questione, anche attraverso giornali della medesima area insulsa, noi da fascisti ce ne freghiamo e tiriamo dritto, ben sapendo che da lassù Sergio di sicuro fa lo stesso! Anzi, quest’anno, abbiamo voluto ricordare gli eroi di Portella della Paglia con un breve video (digitate sull’immagine sottostante per vederlo!) che ne ricordi le gesta! A te Sergio ed ai tuoi valorosi soldati, come sempre dedichiamo anche questa nostra piccola fatica! Vegliate su di Noi da Lassù!

IlCovo

PER GUARDARE IL VEDO DIGITARE SULL’IMMAGINE SOTTOSTANTE.

NOTE

1) L’imbattibile Wikipedia – per faziosità, naturalmente – volendo prendere per “oro colato” la versione americana dei fatti relativi all’occupazione del capoluogo siciliano, per avvalorare tale visione caricaturale, relativamente alla condotta del Generale Molinero, sul profilo dedicatogli riporta le critiche mosse a suo tempo dagli stessi ufficiali italiani dello Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano:

“Critiche per la mancata difesa di Palermo”

Il gen. Guzzoni così scriveva in un suo rapporto della fine di luglio a Superesercito a Roma: “(…) Per quanto in particolare concerneva difesa Porto “N” espressamente ordinavo che fosse fatta ad oltranza agli ordini del gen. Molinero. (…) Giorno 21 corr., seguito ordine codesto Superesercito, ordinavo al XII C.A., Marina Messina et Difesa Porto “N” immediata distruzione porto Palermo.(…) Sono in corso accertamenti responsabilità per inesplicabile mancata difesa città et mancata inutilizzazione porto. Riservomi riferire”; (AUSSME, fondo ” DD. St. 2ª g.m.”, racc. 2124/A/1/1, cart. “Diario storico della 6ª Armata”, foglio: Marconigramma cifrato da “Comando FF.AA. Sicilia” n. 17036/op. di prot., 31 luglio 1943, ore 16.30 ).

La faccenda ha un suo seguito ai primi di agosto, quando lo stesso C.te riferisce nei dettagli allo SMRE i suoi ordini (ineseguiti) per la Difesa Porto “N”. Al punto C, “Responsabilità”, l’alto ufficiale sottolinea che al momento “(…) non si hanno elementi per stabilire eventuali colpe, né si conoscono i particolari dell’occupazione di Palermo. (…)” (AUSSME, Ib., foglio: Marconigramma n. 17189/op. di prot., P.M. 5, 5 agosto 1943.) ;

Nemmeno l’armistizio ferma gli accertamenti in corso volti ad individuare singole responsabilità penali sulla campagna. In un documento inviato al Ministro della Guerra, il cui oggetto è: “Fatti gravi avvenuti durante l’invasione della Sicilia da parte degli alleati anglo-americani”, al punto 1 lettera C, pp. 1–2, inerente “Difesa Porto di Palermo”, si legge “Il generale Molinero fu catturato inopinatamente nella sede del suo comando da una irruzione di camionette americane. Non pare abbia preso qualche disposizione di sicurezza pur sapendo che il nemico era a circa 2 Km. da lui (deposizione maggiore Morelli), come pure il generale Marciani, poco dopo, nel Palazzo Reale di Palermo, colto mentre teneva rapporto. È evidente la mancanza di misure precauzionali, per cui la sorpresa fu possibile o enormemente facilitata per la inconsistenza di ogni nostro deposito reattivo”.

(AUSSME, Ib., cart. Accertamenti n. 9, fascicoli S, foglio: Ministero della Guerra, Commissione per l’interrogatorio degli ufficiali del R.E. reduci di prigionia di guerra, n. 354 prot., P.M. 107 – Maglie, lì 24 marzo 1944.)

Tuttavia gli scribacchini antifascisti wikipediani si dimenticano di dire che, nonostante quello fosse un frangente assai caotico e confuso in virtù della precarietà delle comunicazioni dovuta allo stato di guerra pienamente guerreggiata sul territorio siciliano, proprio gli ordini relativi alla difesa ad oltranza furono puntualmente eseguiti (pur non potendo essere appurato tutto ciò da parte dello Stato Maggiore italiano, impossibilitato, come osserveremo tra breve, a comunicare con Palermo dal 22 luglio) avendo il Molinero utilizzato al riguardo TUTTI i reparti a sua disposizione – ossia quelli che lo stesso Faldella menziona nel suo famoso libro su “Lo sbarco e la difesa della Sicilia” – essendo tali fatti avvalorati proprio dalla cattura in loco, cioè nei vari caposaldi predisposti per tale difesa, degli ufficiali italiani che abbiamo menzionato in questo stesso nostro scritto; invece, riguardo l’ordine relativo alla distruzione del porto, inviato dal Generale Faldella il 21 di luglio, è il preziosissimo “Diario Storico del XII Corpo d’Armata” a gettare pienamente luce sulla questione, laddove esso testualmente riporta (alle pagine 98 – 99 e 102 -103 del testo originale) che alle 9:30 del 22 luglio 1943 Il Comando Forze armate ordinava la distruzione del porto di Palermo, a quel punto il Comando del summenzionato Corpo d’Armata, essendo interrotte le altre comunicazioni, predisponeva ed inviava una di pattuglia motociclisti e di ufficiali su autovettura al fine di trasmettere fisicamente il suddetto ordine al Comando difesa Porto N di Palermo, ma detta pattuglia nel fare ritorno alle ore 21:00, comunicava (senza precisare l’orario dell’incontro) di essere stata fermata a sua volta da una pattuglia tedesca all’altezza di Bagheria, che la informava come il nemico fosse giunto alla periferia di Palermo nella borgata costiera di “Acqua dei corsari”. L’ordine, quindi, semplicemente non poté essere trasmesso.

2) La lista degli ufficiali italiani è presente nel ” Fondo M-9, serie Sicilia, inventario verbali interrogatorio degli ufficiali italiani ” pubblicata dallo Stato Maggiore dell’Esercito italiano – Ufficio storico, nel 2019.

Ottant. Anniv. Portella Paglia - Biblioteca del Covo

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80° ANNIVERSARIO DELLA “BATTAGLIA DI SICILIA”! …la verità sui combattimenti del 527°battaglione bersaglieri a Palma di Montechiaro contro gli americani!

Il XII Corpo d'Armata contrattacca - Biblioteca del Covo

Siamo finalmente giunti all’80° anniversario dell’invasione della Sicilia, che fu storicamente la prima tappa dell’occupazione dell’Italia da parte degli anglo-americani (purtroppo perdurante a tutt’oggi!) e possiamo affermare con legittimo orgoglio che gli anni trascorsi da quando cominciammo come associazione “IlCovo” ad occuparci di ricordare taluni degli episodi relativi al contrasto attuato dai militari italiani relativi a quel tragico evento (nella maggioranza dei casi sconosciuti ai più e preferibilmente taciuti o mistificati dalla cosiddetta “storiografia istituzionale ufficiale”) non sono passati invano, come già scrivemmo nel nostro articolo dello scorso anno dedicato alle “scomode verità” della “Battaglia di Sicilia” (per leggerlo digitare QUI). Di fatto, la percezione della parte più cosciente del popolo italiano relativa a quell’epocale avvenimento storico, assai carico di significati connessi con il presente, è radicalmente mutata. Il prezioso e paziente lavoro attuato nel corso degli anni da tanti ricercatori indipendenti come Noi, svincolati da qualsiasi logica politico-clientelare legata al panorama istituzionale, indirizzato invece tanto alla riscoperta verace della “piccola Storia” – cioè di tutta una serie di minuti episodi bellici sconosciuti avvenuti in quel contesto – quanto al ricollocamento di ciascun avvenimento nel macro-insieme dei fatti in questione  rappresentando idealmente ognuno di essi singole “tessere” di un più vasto “mosaico”, che una volta sistemate tutte al proprio posto e così collegate tra loro, ha restituito una nuova immagine d’insieme, che trasforma concretamente in modo radicale il senso ultimo della rappresentazione complessiva di quei 38 giorni di campagna militare per come essa è stata finora tramandata in modo mendace dalle istituzioni ufficiali; una immagine che adesso possiamo qualificare senza dubbio come storicamente falsa e politicamente tendenziosa. Ebbene, tale comprensione dell’effettiva realtà storica è adesso presente in una non piccola parte della cittadinanza e ciò è ampiamente riscontrabile in base al crescente interesse che quegli avvenimenti suscitano sempre più a livello di pubblica opinione, nonché dalla reazione della stampa e dei media del Sistema antifascista dominante, che tenta di correre ai ripari reiterando ed implementando la dose di bugie al riguardo da propinare alla cittadinanza. Nel nostro piccolo siamo fieri di aver contribuito a tutto ciò, così come siamo lieti che il disinteresse e lo schietto amore per la Verità che ci animano nel compiere un simile sforzo rivolto a conoscere la Verità dei fatti, vengano sempre più distintamente percepiti a livello pubblico da parte di chi legge quanto scriviamo, anche da parte di coloro che pur non condividendo il nostro orientamento politico schiettamente fascista, riconoscono però comunque il valore della nostra opera. E’ il caso del Signor Sabatini, che ci ha contattato per metterci a conoscenza dell’episodio bellico di cui suo padre, il Maggiore dei Bersaglieri Mario Sabatini, comandante del 527° battaglione, in quel frangente fu protagonista e che volentieri qui di seguito riportiamo…

Tornato da una bellissima vacanza in Sicilia con mia moglie Christine, francese ma di origini normanne, che ama quell’isola anche per questo, mi sono messo a guardare la cartina geografica dell’isola. E come se il destino avesse deciso di condurmi per mano, mi sono imbattuto in un nome da me udito quando ero ancora molto piccolo, negli interminabili racconti di guerra tra mio padre Mario e mio fratello Claudio: Palma di Montechiaro. Devo precisare che la seconda guerra mondiale per la nostra famiglia non è stata soltanto un brutto ricordo, ma ha impattato molto violentemente sulle nostre esistenze, infatti un altro fratello, al quale è stata riconosciuta poi la medaglia d’argento al valore, è stato ucciso da un gruppo di partigiani, ladri e assassini. I due fratelli Fabio e Claudio infatti, dopo lo sbarco americano si recarono verso il sud dove si stava ricostituendo l’esercito italiano per combattere con loro. In un primo tempo però furono messi a disposizione dell’OSS, per azioni di spionaggio. In una di queste Fabio riuscendo a fuggire dai tedeschi che lo avevano catturato, si unì alla banda suddetta che più che guerra partigiana faceva, appunto, solo vendette e ladrocini. Ingenuamente li minacciò che avrebbe detto tutto agli americani, e fu la sua fine. Ma torniamo a Palma di Montechiaro. Ricordavo vagamente che mio padre raccontava come il suo battaglione di bersaglieri, di cui era comandante, si era scontrato duramente con gli americani in quel paese, facendoli fuggire. Aiutato solo, diceva, da tre motocarrozzette dotate di tre mitragliatrici. Forse pungolato dalla curiosità o da un certo complesso di colpa per la noia con cui ascoltavo da piccolo questi racconti, decisi di saperne di più. Mi accorsi che non conoscevo neanche il numero del battaglione di cui mio padre era maggiore. Pensai allora di rivolgermi allo “Stato Maggiore dell’Esercito” per avere notizie più precise. C’è da aggiungere che mio padre non doveva essere proprio uno sconosciuto alle forze armate, dato che aveva partecipato già come pilota di aerei alla prima guerra mondiale, era stato richiamato nella seconda e sbattuto in Albania, e quindi poi dopo esser guarito da una ferita avuta in combattimento, inviato a difendere la Sicilia, nonostante fosse solo un ufficiale di complemento. Eppure nessuno mi sapeva dare una traccia. Parlai con un ufficiale dello stato maggiore che mi disse come molti archivi fossero andati distrutti, che loro non potevano darmi alcuna notizia. Ma non era così, e forse c’era una spiegazione anche perché dovevano sapere che tutti gli ufficiali avevano rilasciato una memoria alla fine della guerra. Infatti, dopo una serie di ricerche infinite, dopo aver contattato decine di siti, che parlavano di questi bersaglieri come dei pazzi presi dal furore bellico, capii la verità che si era voluta occultare. Il 527° bersaglieri che aveva combattuto eroicamente a Palma di Montechiaro, perdendo forse l’8o% degli effettivi, e che non si era arreso mai al nemico, non andava bene al mainstream nazionale, dove dobbiamo apparire un popolo di vili e tutti contro il fascismo. Sia chiaro, mio padre non era fascista, ma era un patriota, i suoi figli non erano andati a combattere per i tedeschi, perché l’educazione ricevuta era un’altra. Tuttavia la vera storia non è quella raccontata, ma è molto più complessa. C’è gente nel nostro paese che ha pagato con il sangue il suo essere italiano, poi ci sono i ciarlatani e i sedicenti antifascisti, mentre i veri antifascisti sono purtroppo morti. Forse sarebbe il caso di fare un po’ di chiarezza. Ma torniamo alla vera storia del battaglione “fantasma”, ma che non lo era poi tanto. Il generale Ottorino Schreiber, che comandava la zona oggetto dell’invasione americana, cercò più volte, tra il 10 e 11 luglio del 43 di contrastare l’occupazione di Palma di Montechiaro, snodo cruciale per l’invasione dell’isola, senza riuscirci. Quasi in estremi ordinò al 527° bersaglieri, che aveva base a Masseria Logiudice di attaccare e riconquistare il paese. Nella notte il 527° comandato dal maggiore Sabatini, si avvicinò all’obbiettivo, e all’alba, come si dice in un famoso film, scatenò l’inferno. Gli americani sorpresi fuggirono dal paese, che fu per alcune ore in mano agli italiani. Ma la battaglia fu feroce, come dicono gli stessi resoconti americani: casa per casa. Intanto a dare manforte alle truppe alleate arrivarono gli aerei, i carri armati, altre truppe e soprattutto i cannoni delle loro navi che, mi ricordo ancora i racconti di mio padre, facevano alzare tanta terra quanto un campo di calcio. Nessun rinforzo invece da parte italiana, ed il 527° seppur decimato riuscì a rompere l’accerchiamento, credo nel pomeriggio. Tutto quello che ho raccontato è la pura cronaca degli avvenimenti, tra l’altro supportata dalla relazione dello stesso generale Schreiber, citata da Mino Tramonti nel suo libro dal Mincio al Don, (il 527° come un colpo di vento si abbatté su Palma di Montechiaro) e che invece viene travisata da testi forniti dallo stato maggiore i quali, assurdo, parlano di euforia di combattimento da parte del battaglione. Se così fosse, tutti gli atti eroici, tutti i soldati morti, i nostri caduti, sarebbero stati presi dall’euforia del combattimento. E’ meglio ridere per non piangere di fronte a tanto servilismo e chi legge questa storia sappia che sotto il sole di Sicilia abbiamo combattuto con coraggio e dignità. Solo un’immagine che spesso mio padre ricordava. Lui con la sua Beretta d’ordinanza dietro il suo aiutante di campo, il sottotenente Giordano, che sparava raffiche di mitra, finché fu falciato dal fuoco nemico. Scusate ma concludo con un invito per il turista italiano o straniero che passa davanti a Palma di Montechiaro. Come la lapide per i 300 di Leonida: ricordati viandante del 527° battaglione bersaglieri che qui si immolò per obbedire agli ordini ricevuti e servire la patria. I Greci, dopo più di migliaia di anni, ricordano ancora il valore dei loro eroi spartani. Per noi, invece, i nostri eroi devono morire nell’oblio.

Andrea Sabatini

Fin qui il racconto filiale del signor Sabatini, che abbiamo integralmente riportato perché ci è parso doveroso onorare il ricordo di quegli eroici soldati dell’Italia Fascista, che ad ogni costo fecero di necessità virtù ed il proprio dovere fino in fondo, anche se il signor Sabatini ha giustamente precisato, nel caso di suo padre, che non tutti quei militari erano per forza di cose fascisti. Eppure, riflettendo sulle sue parole, non vi sarebbe stato nulla di strano né di disdicevole in sé, qualora il Battaglione di bersaglieri in questione (il 527° a sua volta inquadrato nel 177° reggimento), constatando che in virtù del proprio impeto battagliero il nemico si dava alla fuga, fosse stato preso da “euforia di combattimento” tentando il più possibile di incalzare il nemico e di travolgerne la resistenza. Che cosa dunque lo Stato Maggiore dell’Esercito italiano (S.M.E) della repubblica antifascista ha da rimproverare concretamente all’azione intrepida di quei soldati, tanto da stigmatizzare la loro “euforia di combattimento”? Per comprenderlo abbiamo consultato quella che a tutti gli effetti è la relazione ufficiale dell’Ufficio Storico dello “Stato Maggiore dell’Esercito” inerente quella campagna militare, ossia il testo del defunto Alberto Santoni, già docente dell’Università di Pisa, che relativamente all’episodio in questione così riporta:

Frattanto, in direzione di Palma di Montechiaro, era iniziata la controffensiva del DXXVII btg. bersaglieri giunto da Favara e mossosi da Masseria Giudice. Questo battaglione era stato rinforzato per l’occasione da un plotone della 1° cp. motomitraglieri ed era appoggiato dalla 2a btr. Da 105/28 del XXII gruppo. Tali reparti si scontrarono durante la mattina e il primo pomeriggio dell’11 con il III/7° gruppo tattico reggimentale americano sia all’interno dell’abitato di Palma di Montechiaro, sia sulle alture circostanti, finché la lotta cessò alle 15:30 con il sopravvento statunitense. A quell’ora infatti il Diario Storico Militare del XII C.A. reca annotato che il DXXVII btg. bersaglieri aveva oltrepassato la stretta ad un chilometro ad ovest di palma ed era penetrato nell’abitato, dove « attardandosi in combattimenti episodici veniva circondato e catturato dall’avversario » (A.U.S.E. , cartella 2011 « Diario Storico Militare del XII Corpo d’Armata », pagg. 16 – 17 : ore 15.30 dell’11 luglio 1943.) La batteria del XXII gruppo art. restava da parte sua quasi totalmente distrutta da attacchi aerei lungo la rotabile costiera 115, mentre il Comando del XII C.A. lamentava che ripetute richieste di protezione dal cielo rivolte nella mattinata non erano state soddisfatte dalla Regia Aeronautica a causa di varie difficoltà operative e burocratiche (A.U.S.E. , cartella 2011 « Diario Storico Militare del XII Corpo d’Armata », pag. 17 e allegato 31).

Alberto Santoni, Le operazioni in Sicilia e Calabria (Luglio – Settembre 1943), Roma, 1989, Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, p. 213)

Ebbene, il lavoro del Santoni (pace all’anima sua!), che pure ricevette l’imprimatur dello S.M.E., ci ha già dimostrato di essere impreciso e tendenzioso, come ad esempio nel caso in cui descrive (alle pagine 317 – 318) l’ingresso delle truppe americane a Palermo come “abbastanza agevole” ed avvenuto “tra il giubilo della popolazione”, fatti questi che abbiamo già ampiamente contestato in un nostro apposito articolo dedicato agli scontri colà avvenuti tra truppe statunitensi e italiane (per leggerlo digitare QUI), che sembrano mostrare come in modo erroneo il docente universitario al riguardo pare aver preso per buone esclusivamente fonti e resoconti di parte Alleata. Ma nella presente occasione specifica, seppure egli non riferisce affatto di “euforia di combattimento” da parte del 527° battaglione bersaglieri, chiarisce comunque implicitamente il perché della critica rivolta a quest’ultimo, giacché rivela come « attardandosi in combattimenti episodici veniva circondato e catturato dall’avversario » citando al riguardo direttamente nientemeno che il Diario Storico del XII Corpo d’Armata compilato nel 1943, nell’ambito del quale agì la predetta unità. Stando così le cose, al fine di appurare i fatti, abbiamo consultato direttamente il documento in questione, che rappresenta al riguardo la fonte documentale primaria per parte italiana e che provvidenzialmente possediamo, avendola a suo tempo messa a disposizione dei lettori della “Biblioteca del Covo” in formato Pdf. (per scaricarlo e leggerlo digitare QUI). A questo punto però le “sorprese” non sono mancate! Ma procediamo gradualmente con la descrizione cronologica dei fatti in questione, mostrando direttamente i relativi estratti del documento.

Reparti Asse contro sbarco Alleato a Licata

In data 10 luglio 1943, a pagina 10 è riportato:

Ordine sera 10 luglio

Qui per la prima volta si nomina il 177° rgt. bersaglieri, in cui è inquadrato il 527°btg. del Maggiore Sabatini, nonché la missione affidatagli. Successivamente, in data 11 luglio 1943 a pagina 16 è scritto: 

prima mattina 11 luglio

Dunque si accenna che la controffensiva italiana per rioccupare anche Palma di Montechiaro è partita all’alba dell’11 luglio, avendo un buon esito ma precario, senza alcuna descrizione particolareggiata dei fatti. Nulla rispetto a quanto citato dal Santoni, né a pagina 16 tantomeno a pagina 17, ma una svista da parte del professore ci può anche stare. Piccoli errori al riguardo capitano anche ai più esperti e puntigliosi ricercatori. Tanto è vero che alle pagine 18 e 19, registrato alle ore 15:30, sempre in data 11 luglio 1943 ecco che compare presente proprio il brano riportato nella relazione S.M.E. firmata dal Santoni: Contrattacco 11 luglio

Ma questo piccolo brano risulta invero assai rivelatore. In primis perché finalmente si accenna all’entusiasmo del 527° battaglione bersaglieri, poi perché vi si specifica che “attardandosi in combattimento episodico viene circondato dall’avversario“, ma non vi è affatto alcun riferimento alla cattura dello stesso da parte dell’avversario, secondo quanto affermato invece dal Santoni. Possibile che il rinomato docente abbia preso una simile cantonata? Proseguendo nella lettura però, vi è un ulteriore elemento che non permette di dubitare più sulla volontarietà di forzare a bella posta l’interpretazione dei fatti da parte del rinomato accademico (pace all’anima sua!). Infatti, la dove egli sostiene testualmente che “La batteria del XXII gruppo art. restava da parte sua quasi totalmente distrutta da attacchi aerei lungo la rotabile costiera 115″, nel testo della relazione del XII Corpo d’Armata si legge invece che la suddetta batteria “era invece fortemente danneggiata“! Insomma, a furia di interpretare liberamente la documentazione, debordando verso la forzatura, di supposizione in supposizione, pare che l’esimio ricercatore sia scivolato nella supponenza! E non già che mancassero elementi nello stesso diario del 1943 atti ad invalidarne le “ardite congetture”, giacché a pagina 30 in data 13 luglio 1943 compare un indizio assai rivelatore sulla sorte del 527° battaglione bersaglieri:

13 luglio, p. 30

Ecco allora come “magicamente” salta fuori “di nuovo in libertà” il battaglione bersaglieri già “ufficialmente catturato” l’11 luglio! Inoltre, il buon Santoni (pace all’anima sua!) forse non sapeva che nel 1944 fu costituita la Commissione per l’interrogatorio degli Ufficiali reduci da prigionia di guerra, il cui fondo –  custodito da decenni proprio presso l’archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore Esercito – nella parte riguardante la Serie Sicilia, comprende 45 buste per un totale complessivo di oltre 6.900 verbali di interrogatorio di altrettanti ufficiali; tra di essi vi sono i nominativi di tre ufficiali: il Tenente Mattucci Tommaso, ufficiale vettovagliamento del 527° btg. bers. catturato in Favara (AG) il 16.07.1943; il Sottotenente Apicella Fernando, comandante 3° plotone mitraglieri, 3a compagnia del 527° btg. bers. catturato in Favara (AG) il 16.07.1943 e il summenzionato Maggiore Sabatini Mario, Comandante del 527° battaglione bersaglieri del 177° reggimento, catturato in Agrigento il 18.07.1943. (Cfr. Andrea Crescenzi, “Fondo M-9, Serie Sicilia, Inventario, a cura dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore Difesa, pp. 67, 199, 249). Ma come si suole dire, a “tagliare la testa al toro” definitivamente ci pensa anche la relazione ufficiale dell’esercito americano firmata dal tenente colonnello Garland, la stessa che cita proprio il medesimo Santoni, come nel caso dell’occupazione di Palermo, ma che, a quanto pare, forse si era dimenticato di leggere relativamente ai fatti di Palma di Montechiaro. Essa infatti afferma testualmente che (la traduzione dall’originale inglese è nostra)…

Il 3° battaglione del 7° fanteria (tenente colonnello John A. Heintges), guidò l’avanzata su Palma di Montechiaro all’inizio dell’11 luglio. Attraversando il ponte sul fiume Palma senza incidenti, il battaglione urtò contro il pesante fuoco delle truppe italiane che occupavano posizioni forti lungo una linea di basse colline appena a sud del paese. Dispiegando le proprie truppe, costruendo una base di fuoco e utilizzando armi di supporto con ottimo vantaggio, Heintges avanzò lentamente e spinse gli italiani dentro il paese. Mentre il battaglione si preparava a entrare a Palma intorno alle 11:00, numerose bandiere bianche apparvero sugli edifici del borgo. Il colonnello Heintges inviò una piccola pattuglia per accettare la resa. Sfortunatamente, ad esporre le bandiere bianche erano stati i civili, non i soldati, così la piccola pattuglia americana finì sotto il fuoco nemico. Due uomini furono uccisi, altri due rimasero feriti. Infuriato, Heintges radunò dieci uomini e li condusse personalmente in campo aperto fino a un edificio che sembrava ospitare il fuoco più intenso. Raggiunsero l’edificio sani e salvi, piantarono cariche di demolizione al piano inferiore, si ritirarono per un breve tratto e fecero detonare gli esplosivi. L’esplosione segnò l’inizio dell’attacco e il battaglione entrò in città dietro il suo comandante. I difensori di Palma erano stati rinforzati da una task force che era scesa dal fiume Naro, e su e giù per la via principale scoppiarono pesanti combattimenti. Per due ore la battaglia infuriò casa per casa. Intorno alle 13:00, avendone avuto abbastanza, gli italiani sopravvissuti iniziarono a ritirarsi verso ovest lungo la strada statale 115. Riorganizzando rapidamente il suo battaglione, Heintges lo accompagnò all’inseguimento, liberò rapidamente le colline sul lato sud della statale, trincerandosi lì in attesa del resto della squadra di combattimento.

Garland, H. M. Smith, M. Blumenson, “Sicily and the surrender of Italy”, Center of Military History United States Army, Washinghton, 1993 (prima edizione 1965), pp. 193 -194.

Ebbene, anche questo brano, seppure succinto e dal “sapore assai cinematografico” di inconfondibile marca U.S.A., ci rivela delle notizie parecchio interessanti, stavolta da parte americana: cioè che essi vi fanno finta di dimenticare che già il 10 luglio erano arrivati sino a Palma di Montechiaro e che all’alba dell’11 ne erano stati scacciati dalla controffensiva italiana; che non si fa alcun accenno ad uno stato di “euforia” o di “entusiasmo” delle truppe italiane, tale da spingerle troppo baldanzosamente in avanti e consentirne così la cattura da parte di forze nemiche soverchianti, dopo essere state circondate da queste ultime; che gli italiani dopo alcune ore di battaglia erano ritornati sulle posizioni dalle quali avevano sferrato l’attacco mentre gli americani, successivamente, si erano trincerati in attesa di ricevere nuovi rinforzi. Insomma, come avete potuto osservare, vi sono modi e modi assai diversi di raccontare la stessa Storia, noi fascisti de “IlCovo” anche quest’oggi abbiamo voluto farvi vedere il Nostro, convinti di essere riusciti a mostrarvi la Verità dei fatti e con ciò a rendere onore nel miglior modo possibile ai valorosi soldati dell’Italia fascista, che 80 anni fa diedero eroicamente e letteralmente TUTTO per quella Italia, dimostrando al riguardo coi fatti e col sangue versato (il proprio e quello dei nemici!), di non dover mai temere il giudizio storico di nessun altro uomo! …e vogliate scusarci se vi pare poco!

IlCovo

 

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INUTILE NEGARE L’EVIDENZA! …il popolarismo-democristiano riesce solo a contraddirsi tentando di ribaltare la realtà!

La democrazia antifascista - Biblioteca del Covo

Cari lettori, abbiamo abbondantemente discusso spesso e volentieri su come lo “spirito democristiano” sia preferito a quello di Nostro Signore dai sedicenti “nuovi cattolici”, di come esso malauguratamente abbia traviato e sia penetrato da molti decenni nelle menti, nei cuori, nelle penne di fin troppi presunti “uomini di cultura” appartenenti a tale schiera. Scrivevamo infatti (qui):

…Il Cattolico Romano, in modo del tutto innaturale e in costante contraddizione con il Magistero Perenne e infallibile della Chiesa di Roma, è divenuto parte integrante, fondamentale, irrinunciabile, del nuovo regime Liberale Democratico, non soltanto nell’ex “bel Paese” ma nell’intero mondo. Si è consumata, dunque, la metamorfosi satanica dal Cattolico al Democristiano. […] …Sicuramente, poi, il Concilio Vaticano II ha rappresentato il “fattore scatenante” della diffusione globale di tale “pestilenza dell’anima”. […] …Seguendo gli sviluppi di tale processo politico, il Cristianesimo demo-liberale è divenuto gradualmente il vero “sacramento di redenzione” al posto della Croce del Nostro Signore Gesù Cristo, perché il democristiano si sente sempre “assolto” dalle “contingenze”, che soltanto lui può cercare di “equilibrare”, dovendo “rispettare e obbedire” a tutte le posizioni presenti nella Società, perché non farlo sarebbe, secondo lui, una “violenza” verso l’individuo. E il suo “dio” non vuole “violenza”, definendo arbitrariamente come tale tutto ciò che il democristiano decide essere tale. Dunque siamo in presenza di due assurdi logici e dottrinari: dove chi si definisce “Cattolico” è invece un democristiano, che risulta essere stato fondamentale per arrivare alla società distopica in cui viviamo; dove i “Cattolici”, in realtà democristiani, attraverso la loro “opera” nefasta hanno di fatto equiparato “Dio a Mammona”.

Tale mortifero “spirito” si ritrova pienamente in un recente articolo elaborato da un personaggio di non comune levatura culturale, dunque maggiormente responsabile rispetto a ciò che egli diffonde tra i propri lettori. L’articolo (qui) in sintesi vorrebbe sottolineare che la continuità con l’insegnamento Tomista, riaffermato nei dovuti modi rispetto ai tempi dall’insigne Papa Pecci, è stato rigettato dalla attuale “chiesa romana”. Lo fa però contraddicendo la realtà dei fatti, perché focalizza il rigetto su di un unico pontificato, ossia quello attuale, quando in realtà il rigetto è stato già preparato e proclamato ben prima, a partire dal Vaticano II. Inoltre va riconosciuto senza mezzi termini come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, da conservatori quali erano, hanno operato in modo da mediare nella transizione dalla “Chiesa dell’ortodossia nella Tradizione” a quella “ecumenica della modernità”, ma non hanno affatto ribadito l’insegnamento tomista né la continuità con esso. Dunque, senza voler entrare specificamente nel merito delle motivazioni, ci limitiamo a constatare che non si può affermare affatto a ragion veduta come il problema in questione ed il rigetto dell’insegnamento tomista siano prerogativa esclusiva dell’attuale pontificato sui generis. Sempre relativamente al pensiero dell’articolista, prendiamo come esempio paradigmatico la seguente citazione:

Leone XIII pensava e insegnava nelle sue encicliche sociali che l’autorità viene da Dio e non dal popolo sovrano. Non negava in modo assoluto la democrazia, ma pensava che un potere sovrano, come è anche quello del popolo e non solo quello dei despoti assoluti, fosse inaccettabile e molto pericoloso. Chi è sovrano non dipende da altri sopra di sé, quindi può fare quello che vuole. E infatti oggi il popolo delle democrazie moderne fa quello che vuole (o si illude di farlo). Agli occhi di Leone XIII, ma anche di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la nostra democrazia attuale ha molti aspetti totalitari. Se l’autorità viene da Dio, allora il potere politico non è indipendente e autosufficiente, ha bisogno di porsi in relazione con la religione vera. Ma oggi questo principio è ampiamente abbandonato.

L’autore al riguardo pare proprio ignorare come il principio di complementarietà tra Religione Vera e Potere Politico sia stato ufficialmente messo in discussione a livello istituzionale da secoli e chiaramente abbandonato in Italia non da oggi, bensì con la fine della Seconda guerra Mondiale. Infatti, proprio su questo blog avevamo già scritto che…

…la “nuova Questione Romana”, a differenza di quella felicemente risolta con il Trattato e il Concordato Lateranense dell’ 11 Febbraio 1929, è stata archiviata al modo liberaldemocratico. Come ebbe a scrivere il giurista fascista e cattolico Carlo Costamagna… “I termini del problema mutarono con l’avvento delle rivoluzioni individualiste. La soluzione negativa che prevalse durante il secolo XIX col «separatismo», secondo la formula «libera Chiesa in libero Stato», implicò l’atteggiamento dell’indifferenza, autorizzato, come si è detto poc’anzi, dalla svalutazione razionalista dell’esperienza religiosa. Significato ostile ebbe invece il metodo del «giurisdizionalismo anticonfessionale», adottato alla fine del secolo scorso da alcuni regimi socialdemocratici (Francia, Portogallo) e diretto contro le manifestazioni di qualunque organizzazione confessionale della religione”… Al giorno d’oggi, seguendo il chiaro ragionamento di Costamagna, siamo al terzo “stadio” dell’aberrazione liberaldemocratica, quello del “giurisdizionalismo anticonfessionale anti-cristico” e ci siamo arrivati “grazie” all’apporto determinante del democristianismo, che eleva la “volontà popolare” non, per dirla con Papa Sarto, a mero strumento contingente che sia a valle della Regalità Sociale del Nostro Signore Gesù Cristo, e quindi della inscindibilità della Legge dello Stato dalla Legge di Dio, che garantisce il “Bene Comune” a credenti e non credenti; ma a “nuovo dio di carta straccia” della Società, assoggettata di fatto alle oligarchie plutocratico massoniche sataniche che manovrano occultamente tutti gli scenari politici economici e sociali!

Tale principio di complementarietà era esclusivamente affermato dal Costituzionalismo Fascista presente nei Patti Lateranensi (dunque, mai fatto proprio né dallo Statuto Albertino, né dall’odierno costituzionalismo antifascista). Inoltre, non si può affermare, sempre nella stessa frase, che Leone XIII insegnava il rigetto della “sovranità popolare democratica”, e allo stesso tempo dire che non “negava in assoluto la democrazia”. Leone XIII la negava eccome! Negava il suo fondamento individualista e materialista. Negava in assoluto la radice della democrazia borghese, perché, giustamente, negava che ci potesse essere una “autorità morale relativa” a regolare la vita della società. In una parola: negava il relativismo. Ma Fontana, dovrebbe avere il coraggio di scrivere che i principii morali esposti da Leone XIII, sono quelli che si trovano, tali e quali, nella concezione morale e politica Fascista, la quale perora esattamente il costituzionalismo presente nei valori fondanti il concordato lateranense. Invece, da buon democristiano, in un articolo che dovrebbe presentarsi come “radicale”, inizia con l’intenzione di “voler suonare” ma finisce venendo suonato. Tanto è vero che se la prende con l’immancabile ed etereo “totalitarismo”, facendo credere che esso sia una “degenerazione della democrazia”, la quale pertanto non “in assoluto”, deve essere condannata; ma solo “relativamente”… perché anche Leone XIII avrebbe confermato ciò! Ed ecco negato quel che invece la realtà certifica! Insomma, come spesso e volentieri abbiamo rilevato (qui), tali esponenti democristiani  non osano mai contestare e denunciare la filosofia e religione a fondamento del sistema politico vigente . Pur non lesinando generiche critiche parziali, non si rinviene mai nei loro ragionamenti una seria ed articolata contestazione integrale, ossia, morale e politica nella sua totalità e nei suoi fondamenti, che denunci e soprattutto rinunci alla filosofia ed alla prassi espressa dalla demo-plutocrazia massonica di matrice illuministica inerente il Sistema dominante. Questo in concreto rappresenta il problema più grave ed il vero vulnus dei “contestatori cattolici”, che indiscutibilmente mette così al “riparo” da una seria delegittimazione ogni struttura dell’attuale potere oligarchico globale. Ecco perché, in base a tali osservazioni, ci pare logico, coerente e realistico che tali “ambiti” si debbano definire come “quinte colonne” del sistema di potere. Tali problematiche, alla luce degli esiti concreti prodotti nel corso dei decenni dai soggetti in questione negli ambiti in cui essi operano, ormai ci appaiono come un dato di fatto oggettivo ed ineludibile. Che lo si voglia onestamente ammettere o meno, una simile constatazione non può non risaltare chiaramente agli occhi di chi vuol vedere. Soprattutto di coloro che, invece, questo sistema satanico rigettano sinceramente in modo completo e radicale! Dunque, ogni ragionamento di costoro, per quanto critico e ben espresso, viene vanificato totalmente dalla “impossibilità” congenita di considerare concretamente le vere alternative politiche e morali al demo-liberalismo. In buona sostanza, anche chi dice di disprezzare solennemente filosofia e prassi della liberal-democrazia, non riesce proprio a fare a meno di “sopportarla” e di supportarla (sic!), perché teoricamente, sempre secondo loro, non sarebbe possibile “vivere” all’insegna di altro ideale politico. Almeno nel breve periodo! Alla fine del suo scritto, il Fontana si domanda:

Che dire allora a 120 anni dalla morte di Leone XIII? Limitiamoci a dire questo: bisognerà insistere col darsi da fare per capire quello che è avvenuto nel frattempo.

Ebbene, al riguardo stia pur tranquillo che quanto è successo “nel frattempo”, resta da capire soltanto a lui ed a quelli come lui che continuano a negare l’evidenza dei fatti storici, poiché a noi fascisti de “IlCovo” risultano chiarissimi! (qui) …persino le marionette del sistema antifascista, sempre supportate a livello istituzionale, proclamano apertamente nelle pubbliche piazze, a gran voce e senza giri di parole, quale è il concetto di “democrazia” (qui) che essi vogliono imporre a livello planetario su mandato dei loro padroni, come illustrano chiaramente le loro continue piazzate invereconde e sacrileghe che la maggioranza dei cittadini è costretta a sorbirsi di continuo “a reti unificate” (ad esempio, l’ultima in ordine di tempo, qui). Per quel che riguarda Noi, ci diamo abbastanza da fare anche nel denunciare il putrescente verbo democristiano e nel diffondere quello invece vivido del Costituzionalismo Fascista, che, volendo parafrasare Arnaldo Mussolini ed il Cardinale Schuster, riconosce la Sovranità nella Santissima Trinità, poiché…“La nostra esistenza deve essere inquadrata in una Marcia solida, che sente la collaborazione della gente generosa ed audace, che obbedisce al comando e tiene gli occhi fissi in alto perché ogni cosa nostra, vicina o lontana, piccola o grande, contingente ed eterna, nasce e finisce in Dio. E non parlo qui del “dio generico”, che si chiama talvolta, per sminuirlo, Infinto, Cosmo o Essenza, ma di Dio, Nostro Signore, Creatore del Cielo e della terra e del Suo Unico Figlio”.

Noi fascisti ben sappiamo che la Croce (simbolo della Redenzione mediante il supplizio!) ed il Littorio (simbolo di Giustizia e Unione mediante l’applicazione severa della Legge Morale) rappresentano simbolicamente l’essenza della Nostra Civiltà millenaria, retaggio imperituro della verace Romanità! Concludiamo con un consiglio spassionato al Fontana ed a tutti i democristiani come lui: si rinfreschino la memoria al riguardo, magari anche guardando i nostri video!

IlCovo

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ATTUAZIONE DELLA DEMOCRAZIA PROTETTA! … la tirannide massonica anticristica e antifascista procede nel tentativo di richiudere il “vaso di Pandora” scoperchiato!

Bavaglio democratico antifa - Biblioteca del Covo

Cari lettori, come abbiamo illustrato in abbondanza, specialmente negli ultimi articoli di attualità presenti su questo blog, il mondo è stato evidentemente precipitato in uno scenario che possiamo definire “distopico”, proprio perché la plutocrazia massonica anticristica attualmente dominante, ha utilizzato questo genere letterario per veicolare le proprie “conoscenze segrete”, seguendo un metodo divulgativo “morbido”, improntato cioè all’assuefazione psicologica collettiva, attuata a mezzo di una penetrazione sociale altamente pervasiva, ma in modo graduale sebbene via via crescente. All’interno di un tale scenario rivoltante, il ruolo svolto da quella che un “fabiano” e massone come George Orwell ha definito in modo pertinente come “neo-lingua”, riveste una parte fondamentale, giacché costituisce l’elemento “trainante” dei “gradini della finestra di Overton” di cui abbiamo scritto proprio di recente (qui). Nella “neo-lingua” (dove il significato dei termini, i contenuti e la comprensione degli stessi sono totalmente relativi e subordinati agli obiettivi della minoranza che occultamente resta al comando delle istituzioni governative), il concetto di “protezione” diventa, infatti, il “veicolo” per diffondere concretamente l’oppressione a danno della popolazione. Come di già abbiamo rilevato, ciò non sarebbe affatto possibile se non vi fosse in atto una gigantesca pressione psico-sociale su scala globale attuata sulle masse, a mezzo di colossali campagne mediatiche, basate sulla diffusione del terrore e di pretestuose emergenze. Dunque è proprio a mezzo della presunta “protezione istituzionale” che la suddetta casta pluto-massonica tenta di addivenire al mondo di schiavi da essa presagito. E’ precisamente questo il contesto in cui va analizzato il divenire storico del percorso politico-sociale, attuato dall’alto, a livello istituzionale e finalizzato alla instaurazione definitiva della cosiddetta “democrazia protetta”, che sul territorio italiano prosegue con ossessiva costanza ma senza soluzione di continuità dal 1945. Di recente, con lo stesso metodo rodato nel corso di decenni (qui), è stato portato avanti pubblicamente un ulteriore attacco, che non deve essere valutato come rivolto specificamente alla associazione pseudo Storica in questione, ma deve essere colto come elemento particolare inquadrato all’interno del più generale piano distopico presentemente in atto e concretizzato a mezzo dell’intimidazione e del ricatto psicologico sulla cittadinanza tutta. Infatti, nulla impedisce che tali associazioni, che spesso rispondono soltanto nominalmente a criteri di “fascismo” (perché, lo ricordiamo, i nemici veri del Sistema di potere vigente sono solo due e tra loro complementari: ossia, Cattolicesimo Romano e Fascismo, qui) risultino benvenute alla nomenklatura antifascista (sorvolando sul gruppo colpito, di cui non conosciamo i risvolti), venendo appositamente usate in modo pretestuoso al fine di implementare ciò che costituisce il vero obiettivo del Sistema dominante: ovverosia, cancellare la conoscenza verace del Fascismo, distruggendo così uno dei due basamenti della Nostra Civiltà Romano-Cattolica, colpendo in tal modo la verace identità tradizionale europeo-mediterranea, ormai da tempo platealmente sotto attacco (qui). In ogni caso, le “accuse” rivolte all’associazione in questione si commentano da sé, giacché si definisce come “reato”, una evidente opinione storico-politica. Nuovamente si palesa in modo chiaro che non è possibile, in nessun modo, chiedere “giustizia” a coloro che per abito mentale costituzionale, di tale negazione fanno un proprio fondamento esistenziale, dove il dire, il pensare, il contestare con argomenti, sono classificati come un reato: lo “psico-reato”! E vi facciamo notare che il rozzo insulto e l’invettiva “di parte”, addebitati a questa associazione che si definisce “Storica”, vengono impugnati dagli accusatori che volutamente li confondono a bella posta con la vera ricerca storica, cioè quella che in modo argomentato, contesta le interpretazioni dominanti imposte dalle istituzioni vigenti e che invece proprio Noi fascisti de “IlCovo” portiamo avanti. Tutto questo serve al potere costituito per implementare la propria cosiddetta “protezione” sulla cittadinanza. Per arrivarci, però, vi abbiamo già descritto quali siano stati tutti i passi compiuti: dall’allestimento di “mali assoluti” inventati (qui) di sana pianta, grazie all’apporto di marionette politiche create direttamente dal potere istituzionale a sua volta “imposto da terzi” (qui), alla diffusione di ricatti, intimidazioni e sperequazioni ad hoc, sempre a danno della popolazione (qui).

Ma come sa bene chi ci legge assiduamente, la nostra esistenza associativa, che è basata su di un elemento assolutamente imprescindibile ed irrinunciabile (qui) che si scontra frontalmente proprio con la sostanza della menzogna di Stato contenuta nelle ormai famose leggi antifasciste (una menzogna senza cui le suddette leggi non hanno ragione di esistere!), ha provocato un grande problema per costoro. Giacché è proprio la definizione di “Cosa è e cosa vuole il fascismo” (qui) alla quale abbiamo dedicato la gran parte delle nostre fatiche, a rappresentare per Noi il “nodo gordiano da tagliare” e “il bandolo della matassa da sciogliere”, ma che il Sistema dominante per un proprio tornaconto di carattere esistenziale, vuole ad ogni costo che restino integri ed intricati. Per questo motivo “IlCovo”, all’insegna della comprensione effettiva di tale “Verità assoluta”, svolge il proprio compito. In ragione di tale attività assistiamo alla manipolazione dei fatti e della Storia attuata a livello “istituzionale”, finalizzata allo scopo di deformare e ribaltare la realtà dei contenuti storico-politologici che invece portiamo all’attenzione generale, con l’obiettivo di silenziarci posteriormente in modo definitivo, noi ed il nostro operato. Proprio in ragione di tale attività e per il fatto che la svolgiamo indefessamente, abbiamo subito l’attacco frontale vibrato nel 2017 secondo specifiche e particolarissime modalità che abbiamo discusso ampiamente, conclusosi, dopo ben tre gradi di giudizio tutti a Noi favorevoli, con la nostra vittoria assoluta (qui). Ma essa non poteva però rimanere priva di conseguenze. Il proverbiale “vaso di Pandora” che era stato scoperchiato, per i facenti funzione della elite plutocratico-massonica antifascista, doveva essere necessariamente richiuso. Infatti, con un tempismo che ha dell’incredibile (nulla avviene per caso!), dal periodo che va dall’emissione dell’ultima sentenza che ci riguarda, ad oggi, si sono inanellate varie altre sentenze, tutte afferenti la stessa tipologia di vicende giudiziarie e tutte tra loro contraddittorie, tali da generare una maggiore confusione ed una crescente intimidazione tra i cittadini, laddove, invece, con tutte le sentenze che ci riguardavano, avevamo di fatto messo fine a qualsiasi genere di incomprensione giuridica nonché posto una seria ipoteca sulla possibilità di generare atti intimidatori arbitrari da parte delle istituzioni. Ebbene, rispetto a tale modalità di procedere da parte istituzionale, Noi già scrivevamo chiaramente che:

Tale modus operandi politico è stato già autorevolmente definito come “democrazia protetta”, proprio nell’ambito culturale dello stesso antifascismo istituzionale che ha preso parte a questa persecuzione. Codesta “democrazia protetta” sarebbe, dunque, il sistema in cui un particolare gruppo politico denominato in un certo modo, assume per legge determinate caratteristiche negative e per il solo fatto di esistere, verrebbe ritenuto pericoloso e necessariamente soppresso, proprio a causa della denominazione assunta o ad esso attribuita legalmente, pur prescindendo dagli eventuali riscontri concreti sia in merito al proprio pensiero ideale che alla relativa condotta politica oggettivamente da esso assunta. Così, in riferimento a quanto esposto dagli accusatori, ogni atto, fatto o documento afferente tale gruppo, identificato univocamente dalla legge come “criminale”, deve essere punito in quanto tale e non in quanto possa aver concretamente costituito un pericolo. Il pericolo, dunque, nella mens della pubblica accusa, dalla manifestazione concreta di un comportamento oggettivo qualificato come reato, passa de plano all’espressione pubblica di un dato pensiero e all’esternazione plateale di determinate opinioni. Agli accusatori democratici, per far scattare la repressione, evidentemente non bastava più constatare l’eventuale pericolo concreto attinente comportamenti “violenti, razzisti e dispotici” da dover impedire a norma di legge, come finora formalmente previsto dalla normativa vigente.

All’interno di un siffatto scenario, portiamo alla vostra attenzione la seguente ulteriore sentenza (tutti questi documenti andrebbero LETTI; purtroppo, per una incredibile fatalità, la Corte ha “sospeso”, fino a data da definirsi, la possibilità di consultarli, e gli articoli che sono stati pubblicati di recente o non sono più reperibili, o sono scarni!), di cui è possibile consultare solo la brevissima citazione contenuta in questo articolo, vistosamente di parte e pubblicato da uno degli organismi a nostro avviso più smaccati della disinformazione sistemica (qui).

Chiaramente la questione pretestuosa sul quando definire “reato” il Saluto fascista, si commenta da sé, come la stessa stampa ufficiale non manca a modo suo di rilevare (qui), la stessa contraddittorietà rispetto ai giudizi è data proprio dal fondamento su cui essi si basano, ovvero sulle “circostanze” (che vengono interpretate in modo relativo), e non mai sull’atto in quanto tale. Più rilevante è chi lo fa tale saluto e quali siano le motivazioni di condanna. Il registro espositivo è sempre lo stesso, citato più sopra, fondato sulla delegittimazione aprioristica e sul ribaltamento del senso dei fatti. A tal proposito facciamo notare che la sconsiderata citazione del “Dizionario di Politica del Partito Fascista” (qui) che viene riportata dall’articolista, è fatta non a caso. Incredibile, se si pensa che tali documenti erano semplicemente spariti da qualsiasi discussione accademica o politica fino al momento in cui è nata la nostra associazione, ma non inaspettata, visto il nostro lavoro di ricerca che proprio tali documenti ha riscoperto e divulgato. Ovviamente la citazione è fatta a sproposito e la definizione non è quella riportata nell’articolo. Difatti, la “ritualità fascista” non ha mai previsto l’esistenza del “rito del presente”, semmai, esclusivamente l’Appello Fascista ai caduti. Questa in proposito la definizione contenuta nel Dizionario suddetto: 

Fra i riti più notevoli instaurati dalla Rivoluzione fascista è l’appello fatto in determinate occasioni (cerimonie funebri, anniversari e simili) di camerati scomparsi. La risposta « presente » è data ad una voce da tutti gli astanti. Questo rito ha come significato simbolico quello di attestare la continuità spirituale oltre la loro vita fisica di coloro che hanno contribuito con la loro opera alla ricostruzione della vita italiana promossa dal Fascismo. La « presenza » di coloro che si sono sacrificati nella lotta, o che vi hanno dato contributo di azione, permane nella realtà conquistata dalla Rivoluzione. Gli scomparsi non sono assenti poiché vivono nel documento delle loro forze migliori. La risposta « presente » gridata ad una voce dai camerati afferma, oltre che il riconoscimento di tale apporto duraturo alla realtà storica della nazione, la vitalità in tutti gli spiriti dei motivi ideali che hanno mosso all’azione e al sacrificio il camerata scomparso. Il rito dell’appello si inserisce in quel riconoscimento delle forze spirituali oltre la vita fisica che nelle religioni si manifesta col culto dei santi e presso i popoli, nelle diverse fasi della civiltà in forme diverse, col culto degli eroi.

Ovviamente, l’articolo del giornale summenzionato si guarda bene dal citare letteralmente la voce del Dizionario a cui pure si riferisce, poiché di già solo leggendola, si comprenderebbe perfettamente che di Appelli Fascisti, da parte dei “radicalisti di destra” – affatto digiuni di Dottrina del Fascismo e di motivazioni ideologiche ad essa inerenti – non ne sono mai stati fatti, non ricorrendo in concreto nessuna delle condizioni essenziali affinché possa essere davvero definito tale il loro “gesto rituale”. Dell’Appello rimane così solo l’involucro esteriore, e naturalmente coloro che lo mimano (e che non rispondono affatto alla definizione di fascisti che si ricava agevolmente dal contenuto della Dottrina del Fascismo), che così facendo risultano elementi fondamentali al solo fine di proseguire la campagna del fango a danno del Fascismo, orchestrata proditoriamente da decenni dalle istituzioni del Sistema antifascista. Ecco come allora appare chiaro che tali sentenze hanno lo scopo precipuo dell’intimidazione, di nascondere e silenziare la realtà Vera dei fatti rispetto al tema in oggetto. Così da impedire non tanto di alzare il braccio in segno di saluto (la qual cosa in quanto valutata come “reato” è talmente ridicola da commentarsi già da sé), ma di conoscere tanto cosa significhi veramente quel gesto quanto chi è titolato a farlo a buon diritto. Il problema principale in questi casi montati ad arte, è che (all’opposto di quel che Noi abbiamo voluto far emergere pubblicamente con la nostra vicenda giudiziaria), in questo come nella maggioranza dei casi analoghi, non si è mai sul terreno dello “scontro” aperto con la giurisprudenza “istituzionale” sul fondamento verace della questione, ma, come avete letto nella brevissima citazione della “difesa”, si resta comunque sul piano dei cavilli legali. Perché trattasi di una tragica messinscena propedeutica esclusivamente al mantenimento dello status quo politico. Per questo motivo, la cosiddetta “democrazia protetta” può così svolgere il suo “compito”, che in effetti viene contrastato in modo concreto e risolutivo esclusivamente proprio dal lavoro che in qualità di associazione portiamo avanti ormai da 17 anni, come i fatti e le stesse vicende giudiziarie dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio! (qui)

Tale modalità di procedere da parte de “IlCovo”, a parer nostro rappresenta l’unica non convenzionale atta efficacemente ad opporsi al Sistema satanico vigente e quindi idonea a non cadere nelle trappole da esso preparate, risultando capace di radicarsi in modo lento ma solido nelle parti sane della società, tutt’ora esistenti, sebbene minoritarie. Per far questo serve un nucleo intransigente non necessariamente ampio sul piano numerico, ma saldo nei princìpi, coeso e determinato, che rappresenta la vera pre-condizione indispensabile per potersi poi espandere, grazie alla capacità di azione e di guida di più ampie fasce di popolazione. Giacché siamo convinti che per radicarsi nel tessuto sociale, servono due “gambe”: una è quella della vera Fede cattolica, con un duro lavoro da svolgersi in interiore homine; l’altra è la conoscenza e l’assunzione politica della dottrina fascista a modello di vita individuale e pubblico. E precisamente due sono gli elementi essenziali in base ai quali abbiamo svolto il nostro operato pedagogico-formativo in questi anni: in primis, a livello ideologico-dottrinario, il meticoloso lavoro teso a far parlare le fonti primarie; in secundis, il chiaro ed inequivocabile riferimento spirituale al Cattolicesimo (qui). Ulteriori variabili, sono del tutto imponderabili e contingenti. Invece il radicamento ideale nella società è essenzialmente questione di lavoro certosino e tenace. In tal senso occorre molto coraggio, perché il solo atto di far conoscere la verace dottrina fascista e promuovere un sano revisionismo storico, procura immancabilmente isolamento sociale ed inevitabili persecuzioni da parte dell’antifascismo di Stato che sta al potere. Inoltre, è opera che richiede impegno intellettuale alto e faticoso. Ma di scorciatoie, come dimostra la sventurata Storia italiana degli ultimi 80 anni, realisticamente non ve ne sono mai state. Attraverso la Pazienza, la Fortezza e la Perseveranza, che sono tutte Virtù Cristiane, Noi fascisti de “IlCovo” chiediamo continuamente all’Altissimo Iddio quel coraggio, quella forza, quella pazienza e perseveranza indispensabili affinché, fino al nostro ultimo alito di Vita, si possa contribuire alla Rinascita del Popolo Italiano, nel nome di Dio e della VERA Italia che è Fascista.

IlCovo

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