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LA VERITA’ CANCELLATA… ma non del tutto!

Carissimi lettori, sono tempi cupi quelli in cui viviamo, dove l’ipocrisia e la menzogna regnano sovrani e nei quali, oggi più che mai, la battaglia culturale per la Verità risulta vitale. Constatiamo come il sistema pluto-massonico antifascista al potere “soffi” con tutti i propri mezzi di comunicazione sul “fuoco della discordia”, alimentando in modo artificioso il clima di odio e guerra civile grazie alle proprie centrali di “distrazione di massa”, attraverso la consueta colossale campagna di intimidazione mediatica pre-elettorale. Denunciare la falsità di questa guerra ideologica è un dovere morale. Va ribadito a gran voce che non esiste alcun pericolo fascista; che non ci sono fascisti in nessun gruppo politico della repubblica Italy-ota nata dalla resistenza e asservita al padrone anglo-americano, poiché da destra a sinistra – passando per il centro –  tutte le forze politiche ufficiali e legalmente riconosciute dalla repubblica, sono al servizio dei “padroni a stelle e strisce” e della finanza speculatrice del Fondo Monetario Internazionale con sede a Washington!  …i Fascisti veri siamo noi e quei pochi che, come noi, per volontà propria, restano fuori dai giochi elettorali, non costituendo affatto per il popolo un pericolo ma, casomai, una risorsa culturale per comprendere meglio la realtà politica odierna. Abbiamo già osservato come, sul versante “sinistro”, la campagna mediatica dell’odio, che procede a livello istituzionale, sia incentrata sulla presunta superiorità morale dell’antifascismo che si alimenta del mito della cosiddetta “guerra di liberazione dal fascismo”, ma che in realtà costituisce una messinscena nata e orchestrata dagli occupanti anglo-americani e dalle forze politiche loro asservite (dai monarchici badogliani ai democristiani fino ai socialisti ed ai comunisti!), incentrata su un mito fasullo, su di una indicibile verità, poiché si trattò di una guerra civile ordita a danno del popolo italiano e ordinata agli italiani dagli occupanti anglo-americani; una lotta a scapito della Repubblica Sociale Italiana guidata da Mussolini, fatta di attentati, agguati ed imboscate (qui), che costarono la vita a migliaia di cittadini e funzionari dello Stato e successivamente al famoso 25 aprile 1945, costellata di massacri indiscriminati (qui); ecco i reali motivi  in virtù dei quali ancora oggi viene alimentata la propaganda di odio contro il Fascismo, senza alcuna seria e concreta giustificazione politica e senza alcuna vera legittimità morale da parte dei democratici mestatori di odio, sempre al “guinzaglio” del padrone a U.S.A. !

Ma il ruolo assolto dal “versante destro” dell’emiciclo politico della repubblica Italy-ota, storicamente non fu meno importante nei piani strategici del padrone-occupante “atlantico” per mantenere diviso il popolo italiano ed imporre la propria volontà su di esso. Se, infatti, sul piano della memoria storica gli Stati Uniti hanno alimentato il mito antifascista della resistenza, su quello della politica hanno fomentato e realizzato la cosiddetta “strategia della tensione”. Testimone d’eccezione di quella tragica stagione è il militante “neofascista” Vincenzo Vinciguerra, che fu carnefice e vittima ad un tempo; l’unico tra i tanti colpevoli di quella stagione che ha avuto il coraggio di denunciare la vera realtà politica degli “Anni di piombo”, chiamando in causa i responsabili effettivi di tanti fatti di sangue che con quegli atti criminosi hanno mostrato il volto più vero delle istituzioni della repubblica antifascista! Egli oggi rappresenta la “memoria” di quei tragici avvenimenti che hanno insanguinato per decenni la nostra storia e contribuito, non a caso, a mantenere il solco che ci divide come popolo; il testimone essenziale per chiarire non solo gli scopi della sanguinaria strategia americana, ma anche per conoscerne in dettaglio mandanti ed esecutori. Certamente, abbiamo già evidenziato a suo tempo, in un apposito articolo, quelli che riteniamo siano i limiti delle valutazioni ideologiche espresse da Vincenzo Vinciguerra sull’essenza politica del Fascismo. Ciononostante, resta indubbio il valore della sua analisi sulla cosiddetta “strategia della tensione”, in qualità di testimone chiave, anzi essenziale, per l’esatta comprensione di quelle vicende, tanto quanto resta ugualmente valida la sua denuncia nei confronti del cosiddetto “neofascismo” quale negazione del totalitarismo fascista mussoliniano, nonché “cane da guardia” del sistema antifascista instaurato dalla “repubblica antifascista” asservita agli Stati Uniti.

In tal senso occupava un ruolo di primo piano il sito “Archivio Guerra Politica”, che raccoglieva una gran quantità di documenti e testimonianze sulla vita politica italiana degli Anni 60, 70 e 80 del Novecento, prima fra tutte la numerosa corrispondenza dal carcere di Vinciguerra, che per anni ha scritto dei fatti di cui fu testimone e protagonista. Ebbene, quell’archivio non c’é più! Digitando http://www.archivioguerrapolitica.org il sito è scomparso. Il sistema antifascista, che tanto blatera di rispetto per la “memoria”, ci ha voluto privare di un supporto culturale fondamentale, dando prova ancora una volta di quanto esso sia da sempre davvero criminale nel perseguire con tutti i mezzi la propria volontà di dominare popoli e nazioni… ma, anche in questo caso, NOI de “IlCovo”, la fastidiosa “formica fascista”, veniamo a punzecchiarlo e ad infastidirlo! Infatti, abbiamo raccolto in un unico documento poche ma significative lettere di Vincenzo Vinciguerra che avevamo riportato a suo tempo sul nostro forum. Solamente un frammento, rispetto all’enorme mole di scritti che erano presenti sul sito ormai cancellato, ma un frammento di Verità capace comunque di restituire in modo chiaro l’esatta immagine di una parte dei crimini di cui la “repubblica antifascista nata dalla resistenza” si è macchiata, tramando alle spalle del popolo italiano e spargendone volutamente il sangue, per obbedire agli ordini di una nazione straniera della quale ci ha resi e ci rende tutt’ora schiavi e complici, da più di settanta anni! …BUONA LETTURA e MEDITATE! (scaricate il testo QUI )

IlCovo

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PROPAGANDA ANTICRISTIANA! – un indegno documentario di volgare propaganda sionista nei giorni della Pasqua di Cristo

Cari lettori e simpatizzanti. Come abbiamo già scritto (qui) e come vi abbiamo fatto notare, quest’anno la Santa Pasqua di Gesù Cristo è caduta in un giorno particolare denso di molti significati; tutti legati alla storia della nostra Civiltà Romana e Cattolica. La Santa Pasqua è caduta nello stesso giorno del Natale di Roma (21 aprile 753 a.C.) e nel giorno del varo del documento cardine della Nuova Costituzione dello Stato Fascista, la Carta del Lavoro (pubblicata il 21 Aprile del 1927). Un giorno, il 21 Aprile, scelto dal regime mussoliniano in virtù di tale valore evocativo, come Festa del Lavoro dello Stato Fascista. Proprio per  i motivi suddetti non poteva non essere un anno particolare. La carica di questo giorno di Pasqua travalica la sola ragione religiosa Cattolico-Romana e attraversa il mondo fin nei suoi aspetti più strettamente politici. Ebbene, il canale History Channel, che corrisponde, all’incirca, per il mondo anglofono al nostro canale documentaristico Focus, ha trasmesso in pompa magna, proprio il giorno di Pasqua, un documentario anglo-americano dal titolo “GESÙ: SEI GIORNI AL CALVARIO”.

Tale “documentario”, si vanta di portare “nuove” interpretazioni in merito alla Storia del Cristianesimo, in particolare all’analisi dei sei giorni che hanno preceduto il processo e la condanna di Gesù di Nazareth, colui che è stato proclamato dai cristiani il “Cristo” (l’Unto del Signore!). Un documentario non eccessivamente lungo, né scevro di un “allestimento” scenografico sapiente e intelligente, ancorché millanti di “rivelare” il “reale” scenario politico-religioso che cela l’evento pasquale cristiano e che evidentemente, per chi ha realizzato tale discutibilissimo prodotto, proprio i cristiani negli ultimi duemila anni non avevano ben compreso, o peggio, avevano omesso appositamente di far comprendere! Dunque, il tema del documentario sono i “sei giorni precedenti la morte” di Cristo. Analizzando questi giorni cruciali, che vanno  dalla Domenica delle Palme al Calvario, cosa si propone di “dimostrare” ? Una “verità nascosta”, come detto. Ma andiamo per ordine. Il documentario ha un antefatto: si premura di identificare i luoghi, il periodo e l’identità dei personaggi protagonisti del dramma epocale in cui si svolsero i fatti narrati. In base ad alcuni ritrovamenti storico-archeologici, viene identificato nettamente sia il nome del procuratore romano Pilato, che lo scenario politico in cui operava. Detto questo, si va a mostrare l’urna contenete presumibilmente le spoglie del Sommo Sacerdote Caifa, Capo religioso, al tempo dei fatti, dell’ebraismo. Si spazia tra i ritrovamenti che corroborano le testimonianze dei testi storici coevi e successivi alla data della esecuzione capitale di Gesù di Nazareth. Dunque, secondo il documentario, Cristo, Pilato, Erode e tutto ciò che è inerente la storia raccontata da più fonti convergenti, non possono essere messi in discussione. Sono esistiti, ed hanno operato in quel tempo. Ciò che viene però messo in discussione, in un modo che definire scandaloso, vergognoso, ed indegno risulta un eufemismo, sono le fondamenta morali della Religone Cattolico-Romana. Non si tragga in inganno il lettore. Non vogliamo entrare nel merito di dispute teologiche o religiose, poiché non rientrano nel nostro ambito di ricerca. Il problema vero è che il documentario NON CONTESTA IL CATTOLICESIMO DAL PUNTO DI VISTA RELIGIOSO, MA LO CONTESTA E LO ATTACCA DAL PUNTO DI VISTA MORALE, POLITICO E CIVICO, VOLENDO ATTACCARE UNA INTERA CIVILTA’. In questa aggressione frontale, viene presa di mira quella stessa Civiltà che il Cattolicesimo ha sviluppato: ossia, quella Romana. Dunque, con il pretesto dell’analisi storica della Pasqua, il documentario, esempio perfetto di “Cavallo di Troia” culturale, porta un clamoroso attacco diretto e svolto in modo indegno, contro quasi duemila anni di Civiltà Mediterranea! Ciò che indigna profondamente è il metodo usato per vituperare una intera Civiltà, attraverso una strumentazione politica e ideologica gretta che sostiene una ben precisa filosofia politica mondialista e messianista! Sollecitiamo i lettori a procurarsi ed a vedere per intero il documentario, onde verificare quanto stiamo esaminando. Un programma che si definisce “storico”, si trasforma in crescendo in un vero e proprio documento di propaganda politica, senza lesinare dichiarazioni incredibili, davvero ingiuriose per tutti coloro che si riconoscono nella Civiltà Romano-Mediteranea. Chiariamo di che dichiarazioni si tratta. Dopo aver mostrato la “storicità” degli eventi relativi alla figura di Cristo, il conduttore del programma che si è proposto di “provare la nuova verità”, passa velocemente a ribaltare la realtà di quegli stessi eventi, relativizzando i medesimi testi che utilizza quali documenti di riferimento: primi fra tutti i Vangeli. Non solo !  Attraverso la mediazione di un ROMANZO (sic!) dello scrittore israeliano Amos Oz, dal titolo eloquente, “GIUDA” (qui), si arriva a definire chiaramente quali siano la tesi precostituite a motivo delle quali sta la realizzazione del suddetto “documentario” e la ragione in base alla quale si procede a formulare determinate affermazioni la cui enormità illustreremo tra breve. Il documento di propaganda, prende le mosse, dunque, dal libro citato. Cosa scrive Oz nel suo “romanzo” e come è possibile che assurga a “documento probante di una nuova verità storica”, se si tratta solo di un racconto di fantasia? In pratica, Oz si inserisce in un filone già conosciuto rispetto alle teorie qui portate all’attenzione degli spettatori. Tali teorie, riferiscono di un “Cristo” osservante Ebreo, la cui predicazione è semplicemente inscritta in quella del movimento Zelota, di cui Giuda Iscariota era storicamente componente. Il “Cristo”, ovvero il “Messia-Gesù”, non differiva, nella sostanza, dai tanti presunti “Messia” e dai predicatori “osservanti” di cui la storia della Palestina Romana è ricolma. Dunque, secondo tale chiave di lettura, Gesù di Nazareth, avrebbe perorato una sovversione POLITICA, a causa ed a scapito, principalmente, della dominazione romana sulla regione. La condotta di Giuda Iscariota, lo zelota, lungi dal compiere quello che, secondo i Vangeli, è passato alla storia come un “tradimento”; secondo Oz, invece, deve essere ridefinita come “atto politico”. Giuda, avrebbe “consegnato” (secondo una traduzione più letterale del Vangelo, che permette di “interpretare” diversamente l’atto in sé) Gesù il “perturbatore”, per evitare un attacco romano durante la Festa della Pasqua ebraica! Ciò perché il Procuratore romano Pilato, sarebbe stato un riconosciuto  sterminatore di minoranze, dunque l’Iscariota, avrebbe previsto la possibilità di ottenere da Gesù una posticipazione di ciò che da bravo zelota aveva in animo: ovvero, rovesciare la dominazione romana. Solo la testardaggine di Gesù di Nazareth, avrebbe fatto precipitare gli eventi, ed avrebbe così costretto il “buon” sommo sacerdote Caifa (che proprio non voleva processare il “testardo” nazareno) a tradurlo davanti al “cattivo” Procuratore Ponzio Pilato. Il quale, innanzi alla possibilità di una sedizione capeggiata dallo Zelota Gesù di Nazareth, avrebbe senza tentennamenti posto fine alla sommossa in pectore, condannando il ribelle alla crocifissione. Così, proprio a causa di Gesù di Nazareth e senza il minimo apporto da parte delle “buone” e “candide” autorità ebraiche, che anzi avrebbero voluto risparmiare il “testardo” “Messia-Zelota”, Ponzio Pilato il “sanguinario”, senza pensarci su due volte, condanna alla pena capitale il “testardo sovversivo” nonché “Re dei giudei”, Gesù !

Già innanzi a questa ricostruzione favolistica, “confermata” però da cotanti “studiosi interdisciplinari” e “teologi cattolici” (sic!), intervistati dal “conduttore-ricercatore” in questione (un attore!), il lettore potrebbe sobbalzare. Ma le enormità non finiscono qui ed in definitiva tale discettazione attiene più alla disciplina della teologia che della Storia! Infatti, uno stesso osservatore distratto, potrebbe obiettare che quella riportata nello pseudo-documentario storico è una interpretazione forzata e fantasiosa (per l’appunto!) dei Vangeli, ma anche delle testimonianze incrociate coeve e successive, sia storiche che archeologiche. Tale problema evidentemente è noto al “conduttore-ricercatore”, che però lo “supera agevolmente” con una teoria che definire disgustosa e indegna è dire poco. E veniamo così al punto nodale, ovvero che i Vangeli, testi portanti della nuova Religione cristiana, ma postumi rispetto alla cronaca della vicenda in essa narrata, si sarebbero INVENTATI di sana pianta un nuovo credo (quello cristiano, appunto), a causa della contiguità dei seguaci di Gesù di Nazareth all’Impero di Roma! A corroborare, presumibilmente, questa versione, ci sarebbe la datazione dei testi Sinottici. Tutti datati alla fine del primo secolo, o addirittura dopo, secondo il documentario. Si tratterebbe quindi di rielaborazioni postume inerenti eventi riletti alla luce delle necessità politiche coeve dei cristiani (cioè, secondo i documentaristi, quella di ingraziarsi i romani per poterli convertire al nuovo credo!). Ma, c’è un piccolo particolare che non sfugge agli osservatori attenti. Se si sta indagando una nuova teoria, per giungere ad una tesi probante, NON SI POSSONO IGNORARE TUTTI I DOCUMETI INERENTI LA RICERCA. Vi sono elementi di importanza vitale, in merito alla datazione dei Vangeli, ed in specifico proprio di quello rivolto agli ebrei, scritto da San Matteo – Levi. I documentaristi non sanno, o preferiscono omettere, che uno studio di Papirologia, riportato dallo specialista C. P. Thiede (qui p. 206) applicato ai ritrovamenti Archeologico-Papirologici di Qumran, inerenti i papiri di San Matteo, DATA IL VANGELO CIRCA AL 40 DOPO CRISTO! COME MAI UNA SCOPERTA DI QUESTO TIPO E DI TALE PORTATA PUO’ ESSERE “SFUGGITA” A COTANTI RICERCATORI? Ma, saltando a piedi pari i dati scientifici testé citati, la ricostruzione portata all’attenzione da questo documentario, preferisce concentrare l’attenzione degli spettatori su di una lotta politico-ideologica intestina tra due sette, quella “eretica” dei “Cristiani” (che secondo questa narrazione, sarebbero stati usurpatori del messaggio di Gesù-Zelota), e quella “ufficiale” ortodossa del giudaismo Farisaico; una lotta che sarebbe all’origine della nascita del Cristianesimo. Così, sebbene i Vangeli riportino dei fatti riconosciuti come reali, questi però, secondo i documentaristi, sarebbero stati ampiamente distorti e manipolati dai loro autori. Inoltre, alla base della espansione del cristianesimo fra i romani, ovvero tra coloro che non si erano piegati militarmente, vi sarebbe stato un diverso modo di intendere il Messianismo politico dell’ “Israele eterno”; ovvero attraverso la “conversione” dei non ebrei! Ecco così che quel che non riuscì agli zeloti con la violenza, in pratica, stava riuscendo ai cristiani, i quali, però, risultarono degli “indegni traditori” innanzi ai “puri” Farisei, veri e soli portatori della verità religiosa israelita! Ma non è tutto, poiché arriviamo all’affermazione finale attorno a cui ruota il senso vero ed ultimo del lavoro in questione, in merito alla quale questo presunto documentario va classificato come un indegno e disgustoso atto di bassa propaganda politica. Ovverosia, che la ipotetica “dimostrazione” fin qui riportata dai documentaristi, fa concludere gli stessi autori che i Vangeli dei Cristiani sono (PAROLE TESTUALI) “un testo volutamente antisemita, all’origine del quale sono tutte le persecuzioni alle vittime ebree, fino ad arrivare alla shoah”!

Una affermazione infamante di questa portata, fatta in modo del tutto arbitrario, in un documentario che si definisce “storico”, è di una gravità senza precedenti. Queste teorie non sono nuove, lo ripetiamo. Ma che vengano portate all’attenzione del pubblico senza che nessuno batta ciglio né le contesti, spacciando tutto ciò come verità storica, è semplicemente e scandalosamente vergognoso! Tale affermazione diffamatoria e discriminatoria, attua un RAZZISMO DISGUSTOSO, che viene rivolto non solo contro i cristiani, ma anche verso tutti coloro che nella Civiltà Euro-Mediterranea hanno il loro riferimento! La portata e la gravità di queste affermazioni diffamanti si commentano da sé, ed il fatto che abbiano una evidente matrice di tipo sionistico risulterebbe lampante anche a dei ciechi!

Come ripetiamo, non ci soffermiamo a discutere degli aspetti religiosi, che pure sono gravissimi, in questo contesto. Ci limitiamo a constatare che, il Talmud ebraico, cioè il vero testo sacro di riferimento dell’ebraismo odierno, contiene in modo inoppugnabile passi che definiscono come “goyim”, cioè animali, tutti i non ebrei (termine che può assumere forme dispregiative di vario genere), mentre  specificamente contiene maledizioni nei confronti dei cristiani. Che nell’entità Sionista, di recente è stata approvata una legge razzistica, che classifica tale Stato come ESCLUSIVA NAZIONE DEGLI EBREI (qui). Che gli atti provocatori del sionismo internazionale, sono già di per sé fonte di tragedie in molteplici scenari del mondo (non ultima la Siria!), venendo equiparati ad atti indiscutibili dai governi loro complici: pena l’accusa del reato di razzismo o negazionismo della Shoah. Qui però si tocca davvero il fondo e rimaniamo indignati e disgustati davanti a questo presunto “documentario”, che in realtà costituisce un volgare ed indecente filmato di propaganda politica, ma soprattutto innanzi al silenzio complice di chi diffonde e difende su scala planetaria tali nefandezze.

Vogliamo far non sommessamente notare che, mentre nel cosiddetto occidente libero e democratico scatta con incredibile facilità la semplice accusa inerente un possibile “reato” di opinione – quale è il “negazionismo della Shoah”, oppure il presunto “razzismo” in merito a chi critica il Sionismo (interpretazione estensiva del “negazionismo”), o la “diffamazione internazionale” in merito a chi contesta l’operato dello Stato israeliano, tutti atti per i quali l’ebraismo mondiale ha costituito un apposito organo privato specifico e sovranazionale, sovragiuridico (sic!), ovvero la cosiddetta Anti-Defamation League (ADL , qui ) – ebbene, nessun tutore del libero pensiero, nè alcun organo di vigilanza culturale e politica contro la discriminazione di questo o quel gruppo, si è preso la briga di contestare ed accusare per diffamazione i contenuti altamente lesivi del succitato documentario. In sostanza se la “lega” di cui sopra, non importa se a ragione o a torto, ravvisa una possibile “diffamazione” nei confronti di chi essa ritiene a suo insindacabile giudizio come “diffamato”, senza nessun mandato e senza nessun potere riconosciuto, essa può colpire chicchessia! Ma potrebbe mai essere trasmesso pubblicamente su uno dei media generalisti un “documentario storico” che dovesse affermare indistintamente, secondo autoproclamati “studi probanti”, l’appartenenza della religione ebraica e del popolo ebraico alla “categoria degli usarai”? Potrebbe mai un documentario affermare liberamente, ad esempio, che il Talmud è un “libro della violenza”? Potrebbe mai un programma pubblico di intrattenimento scientifico definire platealmente il sionismo un movimento degenerato e criminale? Tali domande, ovviamente, hanno una SOLA RISPOSTA: NO! Una cosa del genere non potrebbe mai accadere, prima ancora che per il contenuto delle teorie presumibilmente esposte, per il semplice motivo che tali teorie sarebbero comunque CENSURATE e PERSEGUITE A PRIORI e tutti coloro che ne fossero sostenitori sarebbero inquisiti penalmente e presumibilmente incarcerati! NON COSI’ AVVIENE PER UN DOCUMENTARIO DIFFAMANTE, COME QUELLO DI CUI TRATTIAMO, CHE HA DEFINITO UNA INTERA RELIGIONE E IL MILIARDO DI SUOI SEGUACI, NIENTE MENO CHE CAUSA PRIMA DELLO STERMINIO DI UNA INTERA CATEGORIA DI UOMINI, PER IL SOLO FATTO CHE TALE RELIGIONE ESISTE!

Dunque, cari lettori, una volta di più si palesano intenti e modalità della manovra politico-culturale da noi denunciata ripetutamente che viene portata alle sue estreme conseguenze, come abbiamo già mostrato (qui). Non è un caso, che questo documentario infamante, preceda un convegno, previsto per il prossimo maggio, patrocinato dal Pontificio Istituto Biblico, fondato dal Papa santo, Pio X, un tempo tra i baluardi dell’ortodossia cattolica e dello studio delle scritture. Tale Convegno, non a caso, ha in oggetto il seguente tema: Gesù e i Farisei. Un riesame interdisciplinare” (qui, qui, qui ). Il convegno si perita di cercare una lettura differente (rispetto a quella tramandata dai Vangeli e dalla plurisecolare Tradizione Cattolica) dell’identità dell’ebraismo, in specifico della figura dei Farisei del tempo di Cristo. Leggete le premesse, affiancatele a ciò che viene espresso nel “documentario” e scoprirete che sono solo due i modi, uno “intellettualistico”, l’altro politico, per arrivare allo stesso fine. Ed in questo convegno, potete di già ravvisare il paradigma dell’infiltrazione del Cattolicesimo romano da parte delle sue antitesi. Grazie, infatti, alla filosofia demo-cristiana, alla massiccia infiltrazione nei posti di comando di elementi modernistico-massonici, si è arrivati a ribaltare il senso stesso della fede e della identità della Chiesa Cattolica di Roma, favorendone la “auto-distruzione”, come più volte denunciato da vari gerarchi e fedeli Cattolici “riottosi” alla forzosa rieducazione postconciliare subentrata al “Vaticano secondo”. E DUNQUE, TUTTI I NODI VENGONO AL PETTINE: L’AZIONE PORTATA INNANZI, E’ RIVOLTA ALLA DISINTEGRAZIONE NON SOLTANTO DI UNA RELIGIONE, MA DI UNA INTERA CIVILTA’, E DI TUTTO CIO’ CHE DA TALE CIVILTA’ PRENDE VITA E LINFA! ECCO PERCHE’ RAPPRESENTA UN ATTACCO SENZA PRECEDENTI, GLOBALE E TOTALITARIO, ALLA CIVILTA’ ROMANO-CATTOLICA E DUNQUE ALLA CIVILTA’ FASCISTA! PER QUESTO E’ UN DOVERE MORALE, IMPRESCINDIBILE, OPPORSI CON FIEREZZA A TALE ATTACCO! LO RICHIEDE LA NOSTRA DIGNITA’ DI UOMINI E LA NOSTRA IDENTITA’ DI ITALIANI EREDI DI ROMA! 

RomaInvictaAeterna

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IL 25 APRILE DI BENITO MUSSOLINI! …la verità contro i reali seminatori di odio dell’antifascismo di Stato!

Inutile girarci intorno. Il 25 aprile, innegabilmente, è una data che da più di 70 anni divide gli italiani. Al di là degli artifici retorici di cui si è voluta ammantare tale ricorrenza, resta il fatto che il carattere spiccatamente politico, ovvero di senso dichiaratamente anti-fascista che essa riveste, nella nazione che, ricordiamolo per inciso agli smemorati, ha dato vita al Fascismo, non può che perpetuare lo scontro e la separazione di un popolo la cui memoria collettiva è stata ed è tutt’ora oggetto di una gigantesca opera di manipolazione politica, finanziata e gestita direttamente dalle pubbliche istituzioni di una “repubblica” che si qualifica ufficialmente essa stessa come “antifascista” e che così, di fatto, legalmente discrimina senza battere ciglio da più di mezzo secolo decine di migliaia di cittadini ! Si scrive tanto ed a sproposito, da parte di giornali e televisioni contigui al cosiddetto sistema liberal-democratico, dell’ “odio” che verrebbe diffuso a livello mediatico dai contestatori del potere vigente. Tutto ciò quando, sempre da parte di costoro, si grida ossessivamente da decenni al pericolo fascista, stranamente in mancanza un vero soggetto politico oggettivamente qualificabile come fascista a lume di quella che è la Dottrina del Fascismo (inutile in questa sede ritornare sulla questione del ruolo politico dei cosiddetti “neofascisti”, di cui abbiamo più volte già discusso, ad esempio QUI). Si alimenta in tal modo concretamente da parte di quelle che sono delle vere e proprie centrali ufficiali di disinformazione storico-politica, l’odio verso un ideale volutamente distorto e frainteso, perpetuando la menzogna del mito di una “resistenza popolare” contro il “mostro fascista”, disumanizzato e reso artificialmente qualcosa di profondamente estraneo all’Italia ed al popolo italiano. Senza dimenticare poi, che nei testi scolastici ufficiali, gli scolari vengono indottrinati all’odio contro il fascismo ed i fascisti fin dalla più tenera età; che nelle scuole, pagati dalle istituzioni, girano i sempiterni testimoni della “barbarie fascista” che impressionano bambini e ragazzi con  immancabili storie strappalacrime, giovani che nulla sanno della propria storia di italiani ed ai quali viene contrabbandata una versione dei fatti tendenziosa e falsata ad uso del sistema di potere vigente. Che dire poi dello spettacolo patetico dell’associazione reducista dei cosiddetti partigiani, che a causa dell’assottigliarsi delle proprie fila (in verità esigue da sempre!) per cause naturali, tessera addirittura i giovani pur di non rinunciare a spandere e tramandare il veleno dell’odio antifascista! Stante tale desolante situazione, non è improprio definire  tale ricorrenza, come ha fatto qualcuno di recente, una “sagra di paese” oppure un “derby calcistico”, se non fosse che la controporte fascista è assente, non essendo rappresentata ufficialmente da nessuno nelle istituzioni, né nei dibattiti nelle scuole, né sui giornali o nelle televisioni del sistema dominante. Da decenni siamo in presenza esclusivamente di un eterno monologo dei gruppi politici di potere e dei loro organi di disinformazione prezzolati, che se la suonano e se la cantano da soli su quanto terribili sarebbero stati i fascisti e di contro quanto eccellenti sarebbero da sempre l’antifascismo e le istituzioni ad esso legate! Ma, se per costoro alimentare l’odio contro la stessa memoria degli italiani fascisti rappresenta lo sport nazionale, noi fascisti de “IlCovo” preferiamo attingere alla Storia vera, quella con la S maiuscola, che tramite i documenti mostra in modo oggettivo il divario esistente tra la fola sulla cosiddetta “liberazione” che ci raccontano ufficialmente da 74 anni e la tragica realtà che rappresentò per tutto il popolo italiano la guerra civile degli anni 1943-1945 voluta dagli occupanti anglo-americani. E partiamo dai numeri!

La repubblica antifascista, per ragioni di basso opportunismo politico, vuole vengano ricordate solo le vittime degli eccidi tedeschi o come essa suole definirli, eccidi “nazi-fascisti”. Ma al riguardo, esemplare risulta l’ammissione dello storico militare britannico Eric Morris, che in riferimento al conteggio delle vittime civili, parla di 10.000 uccisioni perpetrate dai tedeschi sul territorio italiano, in parte per rappresaglia, e di altre 9000 vittime (tra le quali circa 7000 ebrei) deportate e morte in Germania; (E. Morris, La guerra inutile, Milano, 1995, p. 492), quantunque la “palma di vincitore” del triste primato di chi ha cagionato più danni e vittime sul territorio italiano resti sempre saldamente in mano agli Alleati anglo-americani, poiché il conteggio complessivo delle vittime civili dei loro bombardamenti va portato ragionevolmente a circa 100.000 morti (Cfr. Marco Gioannini, Giulio Massobrio, Bombardate l’Italia – storia della guerra di distruzione aerea, 1940-1945, Milano, 2007, pp. 491- 493); da tale cifra sono però esclusi i morti cagionati dalle formazioni partigiane del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, C.L.N.A.I., che a guerra terminata, sempre secondo il Morris, fra uomini, donne e bambini anche solo sospettati di essere fascisti, uccisero  altre 100.000 persone (Cfr. E. Morris, op. cit. p. 15). Ugualmente escluse da tale conteggio le centinaia (forse migliaia!) di vittime cagionate dalle azioni di rappresaglia dell’esercito degli Alleati anglo-americani a danno di militari dell’Asse e dei civili italiani, di cui solamente in anni recenti si è cominciato a scrivere (Cfr. G. Bartolone, Le altre stragi – le stragi alleate e tedesche nella Sicilia del 1943-1944, Bagheria, 2005); così come le vittime di quelle che ufficialmente sono state erroneamente qualificate per decenni come stragi di civili commesse dai tedeschi, salvo poi scoprire che i colpevoli erano stati proprio gli Alleati, emblematico il caso della strage di San Miniato in Toscana, solo per citarne una. Un segreto di pulcinella questo, poiché già subito a ridosso della fine del conflitto mondiale vi era stato chi, coraggiosamente, nello stesso campo antifascista, aveva denunciato tale terrificante realtà, squarciando il velo ufficiale di ipocrisia e di connivenze criminali che avevano portato allo sterminio premeditato dell’intera classe politica e culturale fascista! (QUI) Alludiamo naturalmente alla nobile figura del giornalista Carlo Silvestri, che sino alla fine dei suoi giorni cercò in tutti i modi di spezzare la spirale di odio fratricida, ben sapendo e testimoniando che tale sentimento era stato instillato pervicacemente dai nemici dell’Italia, ossia dalle potenze Alleate, cioè dai Governi di Washington, Londra e Mosca. Ricorda infatti il Silvestri che…

La guerra civile voluta da Londra, da Washington e da Mosca, e ordinata, agli italiani che ubbidirono, attraverso le parole e i programmi del maresciallo Badoglio, del gen. Alexander, di Fiorello La Guardia e di Palmiro Togliatti, fu soprattutto stimolata per mezzo delle trasmissioni radio. In queste pagine si sono riuniti i testi autentici di un grup­petto di radiotrasmissioni eseguite da Radio Milano-libertà (che trasmetteva, non certo da Milano, per conto di Mo­sca), da Radio Londra, da Radio Bari, da Radio New York. L’11 febbraio Radio Milano libertà ordinava: « I gruppi di azione devono prendere le misure necessarie ed oppor­tune affinché l’agitazione e la lotta vengano continuate in tutti i campi in modo da rendere la vita impossibile ai tede­schi e ai loro agenti ». Lo stesso giorno Radio Londra indirizzava un monito alla Guardia nazionale repubblicana e alle Guardie di finanza, il cui succo era questo: « O vi arrendete o sarete tutti uccisi ». Il 2 marzo 1944, Radio Milano libertà esortava i partigiani ad agire sull’esempio dei novaresi che avevano attaccato i fascisti i quali avevano avuto più di 10 tra morti e feriti, mentre le perdite dei patrioti ammontavano soltanto a due morti e ad un ferito. Il 3 marzo 1944, Radio Londra si proponeva di impressio­nare i fascisti con l’avvertenza che un Tribunale speciale, nel territorio posto sotto la giurisdizione della Repubblica Sociale, avrebbe giudicato i meritevoli di punizione. Il 4 marzo 1944, Radio Bari dava notizia di una intensi­ficata attività dei partigiani sul fronte della resistenza ed elogiava le uccisioni di due segretari federali fascisti repub­blicani. Lo stesso giorno, ancora Radio Bari, dava istruzioni per il sabotaggio delle linee ferroviarie ai cantonieri italiani che operavano nel territorio della Repubblica Sociale Italiana. Il 6 marzo 1944 Radio Bari esaltava le « liquidazioni » di molti fascisti repubblicani. Il 12 marzo Radio New York affermava che il tentativo del maresciallo Graziani di organizzare l’esercito era comple­tamente fallito ed aggiungeva che « le varie formazioni mi­litari fasciste si sono disciolte come neve al sole alla prima occasione ». (Cfr. Carlo Silvestri, Mussolini, Graziani e l’antifascismo, Milano, 1949, p. 430).

Silvestri, descrive con dovizie di particolari la guerra spietata condotta a mezzo di agguati ed attentati (preferibilmente contro gli uomini della Repubblica Sociale Italiana piuttosto che contro i tedeschi) da parte delle bande partigiane, una guerriglia che cagionò migliaia e migliaia di morti nello Stato fascista, non solo tra i militari delle forze armate ed i membri del Partito fascista ma anche tra le fila delle forze dell’ordine, agenti e funzionari pubblici di ogni ordine e grado, senza alcun riguardo per niente e nessuno, certificando con oltre un centinaio di documenti che la deprecata violenza dei fascisti fu solo una risposta alle violenze indiscriminate commesse dai gruppi partigiani su istigazione del comando Alleato presieduto dal generale britannico Alexander. Ma il Silvestri, nei numerosi processi postbellici a carico di autorità fasciste nei quali comparve in veste di testimone, aggiunse sempre che tali violenze furono ampiamente superate proprio a partire dal 25 aprile 1945  e nei mesi successivi, così egli infatti disse durante il processo a carico del Maresciallo Rodolfo Graziani…

“BADI, SIGNOR PRESIDENTE, che tutti questi dati, tranne alcune citazioni preludio di una imponente documentazio­ne, sono anteriori al 25 aprile 1945. Essi valgono per rendere inconfutabile la mia affermazione testimoniale se­condo la quale se i soldati della R.S.I. e se i fascisti re­pubblicani uccisero degli italiani essi furono costretti a farlo in condizioni di legittima difesa. Quanto agli altri oltre centomila fascisti repubblicani e soldati della Repubblica sociale massacrati dopo il 25 aprile, io sono qui pronto a documentare (dopo aver for­nito gli esempi che la Corte ha sentito) anche quest’altra affermazione testimoniale: non si ha più il diritto di ele­varsi a « parte civile ideale » come si è proclamato Ferruc­cio Parri contro il maresciallo Graziani quando grava sul­la coscienza di questo « ideale » accusatore la responsabi­lità di non aver fatto nulla per impedire il massacro di decine di migliaia di giovani ed innocenti soldati, del tutto estranei alle passioni della politica e che avevano ubbidito all’appello del maresciallo Graziani convinti che nella sua voce si esprimesse quella stessa della Patria. Rifletta la Corte sulla terribilità di questi dati irrefu­tabili e inoppugnabili. Centinaia di giovani ed innocenti ausiliarie sono state seviziate, violentate ed assassinate; centinaia di giovinetti tra i 18 e i 20 anni cadetti della G.N.R. sono stati « fatti fuori », molte volte col preambolo di atroci torture, dopo che si erano arresi previa garanzia che sarebbero stati considerati prigionieri di guerra; centinaia di ufficiali di ogni grado sono stati « liquidati » solo perchè ufficiali dell’esercito. Signor Presidente, il rag. Luigi Gobbi abitante a Mi­lano, padre di una di queste innocenti vittime, mi ha co­municato copia di una lettera che i parenti dei 24 ufficiali, delle cinque ausiliarie e delle due consorti di ufficiali, trucidati a Graglia nel Vercellese il 2 maggio 1945 han­no inviato a Corrado Bonfantini. Delle due donne qualificate in questa lettera « consorti di ufficiali », una era la ventenne signora Carla Paolucci, moglie del tenente Giuseppe Della Nave di Spinalunga (Siena). Invano essa aveva supplicato: « Io porto una creatura in me. Per lei non voglio morire ». Sottratti i bagagli, spogliati avanti l’esecuzione delle scarpe e di ogni altro documento ed oggetto personale atti al riconoscimento, strappate le medaglie ai polsi con i dati personali di ciascuno, le 29 salme vennero malamente sepolte alla rinfusa in cinque fosse. Ferruccio Parri ha ricordato la morte del capo parti­giano Filippo Beltrami. Ma Filippo Beltrami, che si gloriava di essere stato tra i primi a prendere l’iniziativa della guerriglia contro i fascisti repubblicani e le forze armate della Repubblica sociale, cadde in combattimento. La Medaglia d’Oro te­nente Carlo Borsani fu « giustiziato » secondo la formula usata in quei giorni da esecutori di ordini che non furono trattenuti neppure dalla cecità di guerra dell’eroe-fan­ciullo. E Ferruccio Parri, come del resto Palmiro Togliatti, come del resto Enrico Mattei, al contrario di Alcide De Gasperi, di Ivanoe Bonomi, di Riccardo Lombardi, di Cor­rado Bonfantini, di Pietro Nenni non ha pronunciato una sola parola che significasse esplicita sconfessione di que­sti assassini. É nè Ferruccio Parri, nè Giancarlo Pajetta, nè, purtroppo, il gen. Raffaele Cadorna hanno saputo esprimere una sola parola per deplorare, per sconfessare i responsabili dell’assassinio di uno dei nostri migliori pi­loti, l’asso dell’aviazione da caccia, il maggiore Adriano Vi­sconti, « liquidato » con il colpo classico alla nuca il 29 aprile 1945 dopo che si era arreso perchè a lui, ed ai suoi soldati del campo di volo della Malpensa, era stato conces­so l’onore delle armi. E Adriano Visconti nulla sapeva di politica; la sua sola responsabilità si concretava nel fatto di aver creduto, da quel puro militare che era, alla pa­rola del maresciallo Graziani”.(Cfr. Carlo Silvestri, Mussolini, Graziani e l’antifascismo, Milano, 1949, pp. 223/226)

Questo è il reale quadro storico politico nel quale andrebbe realisticamente inquadrato l’anniversario del 25 aprile, questa la tragica realtà di cui da oltre 70 anni le istituzioni della cosiddetta repubblica italiana antifascista tace in malafede, preferendo la menzogna alla verità, mantenendo volutamente divisa la memoria del popolo italiano per frammentare sempre e comunque il corpo politico-sociale della Nazione. Evidentemente a qualcuno fa molto comodo che gli italiani restino eternamente in conflitto tra loro, seguendo il classico metodo del “divide et impera”! Ma a chi giova tutto ciò? Ebbene, proprio i documenti della Storia possono forse rispondere chiaramente a questo interrogativo. Un documento in particolare, fornito sempre dal Silvestri nel suo testo sopracitato, che è una pietra miliare irrinunciabile per comprendere la verità sui tragici avvenimenti nel periodo della guerra civile in Italia del 1943 – 1945, ci può fornire lumi al riguardo. Così egli scrive…

Il testo che segue è uno delle centinaia e centinaia di ar­ticoli di Mussolini pubblicati anonimamente. Egli lo scrisse dopo un lungo colloquio col testimone (Carlo Silvestri, Ndc.) il quale era andato da lui per pregarlo di evitare che certa stampa fascista in­transigente tenesse un linguaggio enfatico e minaccioso nei riguardi degli sbandati militari e civili, degli appartenenti a bande armate, degli espatriati, dei renitenti di qualsiasi ca­tegoria, insomma verso tutti coloro che erano nella condi­zione di essere esentati completamente da ogni pena secondo il decreto 25 aprile 1944. Mussolini aderì subito alla pre­ghiera e diramò delle direttive in conformità. Poi scrisse l’articolo e lo fece pubblicare sul giornale che riteneva il più adatto allo scopo, essendo diretto da una Medaglia d’oro e cieco di guerra (Carlo Borsani, Ndc.). Il direttore del giornale glielo firmò con lo pseudonimo: onore e sacrificio. Il testo mussoliniano è un documento di prova a conforto dell’asserzione testimo­niale secondo la quale il Capo della Repubblica Sociale non aveva più niente in comune con il dittatore ante-25 luglio. Egli era tornato alla semplice umanità di un uomo che spe­rava e voleva (in quel tempo egli credeva ancora alla vit­toria della Germania) la riconciliazione tra tutti quegli ita­liani che il giorno della vittoria tedesca si sarebbero mostrati disposti a unirsi, allo scopo di far fronte alle pretese ege­moniche della Germania, sovra quel programma di cinque parole ricordato per la prima volta dal testimone al rinno­vato processo Matteotti (9 febbraio 1947) « Andare avanti non tornare indietro ».Per capire tutto questo importante articolo di Mussolini occorre sapere che il Capo della Repubblica Sociale non escludeva ancora, nel maggio 1944, la possibilità di trattative di pace separata della Germania con l’U.R.S.S.

(Cfr. Carlo Silvestri, Mussolini, Graziani e l’antifascismo, Milano, 1949, pp. 547/551)

« RITORNATE ! »

« L’ultimo appello.

« Più la propaganda nemica in questa vigilia si ingaglioffa nel­la disperata campagna mirante ad impedire che gli sbandati mili­tari e civili, gli appartenenti a bande armate, gli espatriati, i renitenti di qualsiasi categoria si regolino secondo il decreto 25 aprile che stabilisce la completa esenzione dalla pena per tutti coloro che si costituiranno prima delle ore 24 del 25 maggio, e più ci confermiamo nella convinzione che il decreto in parola non è stato soltanto un atto di sostanziale patriottismo, di com­prensione umana e politica, ma altresì un’intelligente, tempestiva ed efficace azione di guerra. « Per questa ragione opiniamo che il Duce sia rimasto indif­ferente a tutti i commenti e a tutte le interpretazioni, gli uni più arbitrari delle altre, circa le origini, il significato e le inten­zioni della decisione che ha portato al parossismo la esaspera­zione dei nemici. « Solo i fatti contano, e questi fatti si compendiano nel com­pleto perdono a tutti coloro i quali si presenteranno, entro il termine stabilito, in quella qualsiasi località che reputeranno più conveniente, alle autorità del governo della Repubblica Sociale. Si dica pure che il decreto 25 aprile sia stato una manifestazione di debolezza: la prova del contrario l’avranno coloro i quali dopo la mezzanotte del 25 maggio saranno inesorabilmente trattati alla stregua di traditori come complici e agenti del nemico.

« Ascoltateci prima che sia troppo tardi.

« Non più tardi di domenica 14 maggio Fiorello La Guardia, il rinnegato italiano sindaco di Nuova York, che si è specializzato nei discorsi ai cosiddetti ribelli (che noi ci ostiniamo a chiamare più blandamente “sbandati”) fece risuonare al microfono una en­nesima esortazione a restare alla macchia — ora che, a suo dire, proprio in Italia, ha avuto inizio il primo atto della grande offensiva finale, “per impedire i movimenti, distruggere i mate­riali dei nazisti ovunque possibile e uccidere proditoriamente quanti più fascisti e soldati repubblicani nonché militari germa­nici sarà fattibile”. « A questi sbandati intendiamo anche noi rivolgerci, oggi, con un ultimo discorso in presa diretta e con ben altra autorità. « Ascoltateci, prima che sia troppo tardi, prima che non ci sia più il tempo di pentirvi per aver dato ascolto agli oratori e agli agenti delle Centrali nemiche, con i quali collaborano servilmente quei dirigenti del sedicente Comitato di liberazione nazionale e dei sei partiti antifascisti che osano assumersi la tremenda respon­sabilità — essi che non rischiano nulla — delle pressioni, delle minacce e dei ricatti che voi subite così ad opera dei Comandi dei distaccamenti e delle cosiddette Brigate d’assalto intitolate a Garibaldi (eredi e continuatrici delle formazioni bolsceviche di­ventate tristamente famose nella guerra civile spagnola) come per iniziativa di ufficiali provenienti dal disciolto esercito regio e che, ancora, derivano la loro autorità da Vittorio Savoia e da Badoglio. « Specialmente voi, giovani italiani, non potete non sentire quanto ci sia di vile nelle direttive che vi impartiscono dai loro comodi studi i vari Fiorello La Guardia. Essi vi ingiuriano e vi offendono con un linguaggio che può essere apprezzato nei trivi di Nuova York, ma che non può non suscitare la ribellione in cuori italiani. « Anche un semplice coltello da cucina – così si è ripetutamente espresso Fiorello La Guardia — ‘ può diventare un’arma per fare la guerra contro i tedeschi. Una buona coltellata nella pancia di un qualsiasi soldato germanico isolato o di un fascista repubblicano, sarà sempre un’azione meritoria. Colpite, colpite — usa raccomandare il cuoco di Nuova York — senza pietà e senza discriminazione. « Se le parole di Fiorello La Guardia precisano il grado cui può giungere il disprezzo nemico verso di noi pur nel blandirvi, come potreste essere così ingenui da ritenere che, venuto il mo­mento di stabilire le condizioni della pace, gli alleati vittoriosi potessero trattarci sovra un piano di parità morale, civile, politica, economica? « No, la mentalità del padrone che si vale dell’opera del servo, la mentalità dello schiavista che si giova della fatica dello schia­vo, del delinquente di alto bordo che manda allo sbaraglio il disgraziato che non ha più la forza nè l’ardire per ribellarsi, questa mentalità determina un distacco incolmabile tra anglosassoni ed italiani: essi, se vincitori, sarebbero sempre in alto, noi sempre in basso: essi ordinerebbero, noi dovremmo ubbidire; essi continuerebbero a consumare i cinque pasti, noi avremmo appena da sfamarci con le briciole del loro banchetto; americani e inglesi tornerebbero a visitare l’Italia e noi dovremmo adattarci a lustrare le scarpe ai distruttori delle nostre città, delle nostre bellezze artistiche, agli assassini dei nostri fratelli, ai responsabili della no­stra miserabile condizione.

« Se l’Asse fosse sconfitto dovreste combattere contro il Giappone».

« Oh, minoranza di uomini smarriti che credete di servire in armi la causa della futura rivoluzione italiana, voi, se ascoltate ancora gli ordini delle Centrali nemiche, una sola causa servirete in realtà, quella dell’Internazionale capitalistica coerente nel ten­tativo di raggiungere, attraverso tutti i mezzi e tutti i maschera­menti, il fine che per essa sovrasta ad ogni altro, il fine del per­petuarsi del regime di ingiustizia sociale ed economica che ha permesso ai finanzieri di Londra e di Nuova York di dividersi finora il dominio del mondo. « Se si avverasse il programma di Badoglio, del Savoia e dei partiti antifascisti, il programma del tradimento contro l’alleato, e le forze germaniche dovessero realmente venire espulse dall’Ita­lia, il Governo costituito a beneplacito delle cosiddette « Potenze Unite », presieduto ancora da Badoglio oppure da chiunque altro gli fosse allora preferito, non mancherebbe di imporre in tutta l’Italia quella mobilitazione generale che è già in via di realiz­zazione nelle provincie occupate dal nemico. E allora, non avendo voluto combattere per riscattare l’onore dell’Italia i giovani reni­tenti agli imperativi del Dovere avrebbero l’umiliazione di venire irreggimentati nuovamente nelle Divisioni dell’Esercito italiano – diventato un esercito dì mercenari, di soldati carne da cannone per andare a combattere nel settore dell’Oceano Pacifico, alle frontiere dell’India, nei mari della Cina la guerra dell’imperialismo americano ed inglese contro il Giappone e, chissà?, contro la Russia.

« Sappiate ragionare con il vostro cervello.

« Oh, inesperti, delusi, illusi, disillusi, deviati, traviati, esaspe­rati, sappiate essere intelligenti, non diventate gli strumenti pas­sivi di una propaganda e di direttive che si trastullano con voi come il gatto fa col topo. Sappiate ragionare con il vostro cervello, vedere con i vostri occhi. Se nel nome d’Italia sarete capaci di disintossicare le vostre anime, voi non potrete non vedere negli anglo-americani il vero, il principale nemico della Patria. Ed allora comprenderete che ogni ordine a voi dato, ogni direttiva a voi segnata, sono sempre impartiti nell’interesse di un supremo ed unico comando, quello del nemico che ha voluto l’avvilimento del­l’Italia, che ha compiuto la sua rovina materiale e morale per vendicarsi non solo di Mussolini, non solo di un regime, ma dell’Italia tutta che aveva osato ribellarsi alla Gran Bretagna. « Oh giovani, oh lavoratori, quella ribellione fu compiuta in nome del proletariato italiano dei campi e delle officine con nes­sun’altra preoccupazione che quella del suo avvenire, del suo diritto al lavoro, del suo diritto ad una vita migliore, la stessa preoccupazione che ha oggi il Governo repubblicano quando pro­clama che il combattere è necessario per risalire dalle profondità di abbiezione e di rovina materiale e morale in cui fummo preci­pitati. « Si dice ora alla maggior parte di voi — quelli non appar­tenenti alle formazioni tuttora badogliane — che non combatte­rete più per Vittorio Savoia e Badoglio, ma per l’Italia libera, per un’Italia che sarà repubblicana e socialista (o comunista). Vi si inganna, voi combatterete — se i piani di Churchill e Roose­velt saranno realizzati — per un’Italia che sarà libera soltanto di ubbidire alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti.

« Il richiamo della Patria.

« La repubblica c’è già in Italia; l’ha fondata Mussolini depo­nendo la monarchia traditrice della Patria; essa sarà la repubblica dei lavoratori italiani e ha già impostato la decisa realizzazione di tutti quei postulati che, durante quarant’anni, furono inscritti sulle bandiere dei movimenti socialisti. Oramai il dado è tratto, ed indietro non si può tornare. Il lavoro diventerà il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato. I ceti parassitari dovranno essere annientati, la plutocrazia resa innocua. I profittatori e i traditori dell’Idea, alleati delle plutocrazie, dovranno essere inesorabilmente eliminati. Col ritorno di Mussolini al Go­verno — non ne dubitiamo, altrimenti non staremmo a questo posto — la rivoluzione sociale si è messa in cammino ed è ben decisa a travolgere tutti gli ostacoli frapposti dalle idee retrive e dagli interessi offesi, i quali invocano come paladine le armate delle plutocrazie anglo-sassoni, le sole capaci di imporre nuova­mente all’Italia il mantenimento del vecchio ordine dell’ingiustizia sociale ed economica. « La rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette: le baionette sono quelle dell’Esercito repubblicano italiano, che sta per affiancarsi all’Esercito rivoluzionario della Grande Germania. « Per la repubblica, per la rivoluzione italiana, per il nuovo Stato nazionale dei lavoratori, dei contadini e degli impiegati, è necessario combattere e lavorare sotto le bandiere del Governo repubblicano di Mussolini. Rialzate la testa, giovani delusi, illusi, sorgete in piedi giurate fedeltà alla causa della Rivoluzione Ita­liana. « Alle armi, al lavoro! « L’Italia, la gran madre, vi chiama al combattimento ed alle opere per la sua salvezza. Essa vi si mostra indulgente per le colpe di cui non siete i soli colpevoli. Essa apre le braccia ai figli fuggiaschi che ritornino a lei. C’è bisogno di tutti in famiglia, c’è bisogno di unità, di concordia per lo sforzo immane che ci attende. « Però chi non ascolterà questo appello non potrà più ottenere indulgenza, chi persisterà nella ribellione e nei propositi della violenza contro i poteri costituiti e contro l’alleato germanico, dimostrerà un’intenzione matricida alla quale non potranno con­cedersi attenuanti. Chi vuole uccidere la madre merita la puni­zione estrema. E chi non si svincola dalle male compagnie dei congiurati del matricidio, chi accetta o subisce il comando o l’in­flusso di uomini che se non fanno il gioco di Londra e di Wa­shington fanno quello di Mosca, non merita altra sorte, e altra sorte non avrà. « Sappiamo — e possiamo rendercene garanti — che a nessuno si chiede delle abiure, dei rinnegamenti ideologici, delle genufles­sioni, dei gesti di viltà. Gli sbandati di tutte le categorie sono invitati a sottomettersi alla maestà della Patria in armi.

« MUSSOLINI »

(Da La Repubblica fascista del 24 maggio 1944)

Ecco, anche noi fascisti de “IlCovo” rinnoviamo a tutti i nostri lettori l’invito a saper ragionare con la propria testa, come scrisse un tempo Mussolini; a capire quanto di quel che egli disse in quell’articolo, per certi versi profetico, oggi trova amaramente corrispondenza nei fatti e nella vita tormentata del popolo italiano. Soprattutto vi invitiamo a notare l’antitesi esistente tra l’atteggiamento delle cosiddette autorità ufficiali della repubblica antifascista, che oggi nella ricorrenza del 25 aprile invitano, di fatto, a festeggiare lo sterminio dei fascisti, e le parole di Mussolini scritte nel precedente articolo, che proprio il 25 aprile del 1944 aveva decretato una amnistia generale per coloro che si erano dati alla macchia, prestando fede ai proclami dei comandi anglo-americani che incitavano il popolo italiano alla guerra civile! …meditate!

IlCovo

 

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21 APRILE 2019 – PASQUA DI CRISTO, NATALE DI ROMA E FESTA DEL LAVORO FASCISTA!

Risultati immagini per resurrexitIl 21 aprile 2019 rappresenta una data evocativa fondamentale per tutta la Civiltà. Nello stesso giorno, infatti, si celebrano tre ricorrenze spartiacque della Storia umana, poiché si festeggia la Pasqua di resurrezione di Gesù Cristo, redentore dell’umanità; il Natale di Roma, città simbolo dello spirito e perno assoluto della Civiltà in senso lato; la Festa del Lavoro Fascista, poiché, non a caso, il Regime proprio in quella data simbolica, promulgò la Carta del Lavoro, documento cardine della concezione politico-sociale del Fascismo insieme alla Dottrina. Sono giorni difficili quelli in cui viviamo, scanditi dall’attacco senza quartiere e senza alcun limite che il sistema demo-pluto-massonico porta alla Civiltà, minando il futuro dell’intero genere umano per i propri loschi interessi. Sono questi i momenti, più che mai, in cui è davvero vitale sapere chi siamo e da dove veniamo, per ritrovare motivazioni ed energie che ci spronino alla lotta per la vita che è nostro dovere portare avanti contro i nemici del genere umano, che alla fine si riducono ad un solo “gran nemico”!

Auguriamo di cuore a voi tutti che leggete queste nostre pagine, BUONA PASQUA nel segno di CRISTO RISORTO! …per non dimenticare mai che la speranza di vita eterna che EGLI incarna ci obbliga moralmente a non disperare in nessun caso e per nessun motivo! 

BUON NATALE DI ROMA! …per non scordare mai quale é il nostro retaggio imperituro di CIVILTA’ che ha dato al mondo l’unico vero modello di convivenza civile tra popoli e nazioni del mondo!

Risultati immagini per carta del lavoro natale di romaBUONA FESTA DEL LAVORO FASCISTA! …affinché teniamo sempre a mente che è possibile realizzare un mondo nuovo, diverso e migliore di quello attuale, avendo presente l’esempio positivo e davvero grandioso che lo Stato fascista ci ha lasciato in eredità, che proprio nella Carta del Lavoro, atto fondamentale della costituzione fascista dello stato italiano, ebbe il documento concreto di una nuova interpretazione della vita, di una nuova civiltà, per cui la tradizione di Roma si inseriva nella trama di una grande rivoluzione sociale, con la piena e integrale concezione di un popolo che si identificava con lo stato.

 

LA CARTA DEL LAVORO

 – Nella seduta del 7 gen­naio 1927 il Gran Consiglio del Fascismo, organo ancora extra legale e rivoluzionario, deliberava di porre allo studio una « Carta del lavoro » nella quale fossero fissati alcuni punti di massima da concretare in regole generali, cui avrebbero dovuto sottostare i rapporti fra le classi nelle diverse categorie delle attività produttrici. Infatti, la legge 3 aprile 1926, n. 563, che a ragione si può considerare la base dell’ordinamento sindacale–corporativo fascista, altro non aveva fatto se non stabilire norme strumentali, cioè di organizzazione. Essa si era astenuta dal disporre in merito al regolamento sostanziale dei rapporti fra i sin­goli, che attribuiva alla competenza delle nuove istituzioni, preposte alla disciplina dei rapporti di lavoro. L’iniziativa così presa avrebbe potuto condurre a un semplice « capitolato generale », nel quadro di un sinda­calismo esteso a tutta la società italiana, se il DUCE non le avesse impresso il valore di un vero e proprio atto costituzionale, dichiarativo dei principi morali e politici del «nuovo ordine nazionale ». La elaborazione della Carta venne preordinata mediante istruzioni dettate dal DUCE stesso per le varie associazioni e organizzazioni e mediante invito a collaborare alla redazione di essa rivolto a emi­nenti personalità. Fu così che la sera del 21 aprile 1927, annuale del Natale di Roma e festa del lavoro, la « Carta », stesa in trenta paragrafi, riveduti in più punti, in sede di ultima discussione, dal Gran Consiglio, poté essere emanata; non quale testo di una convenzione stipulata fra le organizzazioni rappresentate nel Gran Consiglio, ma come un’alta affermazione politica da parte dell’organo supremo della rivoluzione. Nel testo della deliberazione il Gran Consiglio espri­meva poi il voto che « i principi oggi affermati in via di svolgimento della legislazione fascista sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro e sulla organiz­zazione corporativa dello stato fossero promulgati legisla­tivamente », e il proposito che fosse fatto presente come « il regime fascista, al di fuori al di sopra e in antitesi alle assurde e criminose demagogie socialistiche, oramai dovunque fallite, screditate, impotenti, tende ad elevare il livello morale e materiale delle classi più numerose della società nazionale, consapevolmente entrate di diritto e di fatto nell’orbita dello stato fascista ». Successivamente, con legge 13 dicembre 1928, n. 2832, il « governo del re » veniva autorizzato ad emanare le necessarie disposizioni legislative per la completa attua­zione della Carta e la relazione che accompagnava il dise­gno di legge affermava solennemente che s’ intendeva con quell’atto legislativo, « ricevere a tutti gli effetti la Carta del lavoro nell’ordinamento giuridico dello stato ». Col delegare al governo le potestà occorrenti all’attua­zione della Carta, la legge 13 dicembre 1928 assumeva come presupposto della delegazione stessa che la Carta fosse già entrata a far parte dell’ordinamento giuridico dello stato. Infatti, la materia contenuta nella Carta è una materia essenzialmente costituzionale, e, poiché in materia costituzionale non si può ammettere che la potestà costitutiva possa essere delegata, per quanto ampio concetto si voglia professare dell’ istituto della delegazione, bisogna dedurre che, indipendentemente dalla legge 13 dicembre 1928, la Carta avesse già di per se stessa piena efficacia giuridica. Né alcun argomento si può trarre dalla pretesa « anti­normatività » delle dichiarazioni contenute nella Carta, fatta eccezione soltanto per quelle che espongono un sem­plice programma legislativo, come ad es. in materia di previdenza e di assistenza. E, invero, è concetto inesatto che la giuridicità della norma si possa riconoscere sol­tanto nella eventualità che dalla norma stessa derivi la definizione di un diritto soggettivo dell’ individuo, giusta la tesi a lungo sostenuta dalla dottrina individualista. E concetto inesatto è che le « dichiarazioni dei principi » non abbiano valore positivo e necessario in un sistema di diritto costituzionale. Senza di esse, una costituzione si risolve­rebbe in nulla: da un lato si ridurrebbe, infatti, a mere formule letterarie, più o meno sensate; dall’altro a una quantità di disposizioni senza nesso logico. Sono invece proprio le dichiarazioni di principio che assicurano l’unità dell’ordinamento giuridico, con lo stabilire i principi generali del diritto e col determinare l’abrogazione, per incompatibilità, delle norme anteriori ad esse contraddit­torie. Esse hanno valore positivo a questo effetto e all’ef­fetto delle interpretazioni delle leggi, sicché vere leggi costituzionali sono appunto le leggi di principio. La Carta del lavoro, sotto un certo profilo, concreta quella tale aspirazione al « cartismo sociale », che, di fronte al « cartismo costituzionale » le agitazioni delle masse ope­raie avevano espresso, in modo più o meno consapevole, durante il secolo XIX. A partire dal movimento inglese che si appellò col nome stesso di «cartismo » (v.) (1831-32), fino alla cosiddetta « Carta di Amiens » del 1924, vi è nella storia della civiltà occidentale una serie di rivendicazioni alle quali pretese di dare definitiva consacrazione la «Dichia­razione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato», premessa alla prima costituzione sovietica del 10 luglio 1918. In sostanza era il mondo del lavoro che insorgeva contro lo «stato di diritto» escogitato dalla borghesia del secolo scorso, a guarentigia principalmente del diritto di proprietà. Il Fascismo, scaturito da una delle più gravi crisi che la storia annoveri nell’anima di un popolo, e inteso a rico­struire lo stato nella sua pienezza sociale, non poteva non assumere l’ iniziativa di una carta destinata a segnare, come segna infatti, la più formale e solenne consacrazione della uguaglianza dei gruppi sociali di fronte allo stato nuovo. Ma l’assunzione del proletariato alla vita del diritto non poteva essere concepita dal Fascismo come una sem­plice estensione ad esso dei principi dell’ordine individua­listico, quali la socialdemocrazia si era illusa di consacrare col sistema della libertà sindacale. Occorreva immettere organicamente la massa nello stato. Occorreva ritornare alla concezione romana che soltanto entro lo stato e per lo stato l’individuo può affermarsi e svolgersi come « persona ». MUSSOLINI aveva commentato la legge del 3 aprile 1926 sulla disciplina giuridica dei rapporti del lavoro con la affermazione categorica: «Noi viviamo nello stato fascista; abbiamo sepolto il vecchio stato democratico liberale. Noi siamo uno stato che controlla tutte le forze che operano nel seno della nazione; noi controlliamo le forze politiche, le forze morali, le forze economiche ». Erano dunque principi del tutto nuovi, derivanti da una nuova concezione dello stato, e destinati ad essere realizzati unicamente attraverso il diritto dello stato, i principi che giustificavano la compiuta riforma. Per tal modo, la Carta del lavoro ebbe, per primo proposito, quello di fissare in modo definitivo un nuovo principio di legalità, una nuova regola di politica legislativa, un nuovo canone di interpretazione delle leggi e, soprattutto, nuovi principi di condotta civile. Il concetto dell’uguaglianza dei gruppi sociali doveva essere integrato e condizionato dal concetto della dipen­denza di tutti i gruppi e di tutte le categorie sociali dallo stato. Il che giuridicamente imponeva che le formazioni organizzative dei gruppi e delle categorie dovessero tra­sformarsi in pubbliche istituzioni; cioè in istrumenti del­l’azione dello stato. In ispecie la Carta ebbe il compito di rilevare a coerenza della concezione fascista, la quale si era già manifestata nella formula premessa al primo sta­tuto del Partito fascista il 7 novembre 1921: « La nazione non è la semplice somma degli individui viventi, né lo strumento dei partiti per i propri fini, ma un organismo comprendente la serie delle generazioni, di cui i singoli non sono che elementi transeunti, e la sintesi suprema di tutti i valori materiali e immateriali della stirpe ». Esattamente tale coerenza concettuale del Fascismo mise in rilievo il primo commentatore francese della Carta (Dupeyroux, La charte du travail en Italie, in Revue du droit public, 1928), il quale, ammettendo «l’ardimento, la logica, il realismo » della Carta, constatava che « tutto dal punto di vista logico è ammirabilmente dedotto in questa riforma ». Infatti, la Carta del lavoro è un documento eccezionale di pensiero politico che investe non pure l’assetto dei rapporti economici e sociali nell’interno della comunità nazionale, ma il tipo stesso dello stato, dalla definizione reale del quale essa deriva e desume la regola generale per tutto il sistema delle istituzioni pubbliche e in parti­colare dell’ordinamento sindacale corporativo. In questo senso la Carta del lavoro raggiunge il più alto grado di valore costituzionale, come quella che viene a identifi­care lo stesso principio costituzionale dell’ordine nuovo. Esattamente Rocco (La trasformazione dello stato, 1927, p. 412), aveva scritto a proposito della legge 3 aprile 1926: « Altri sviluppi ancora avrà il sistema che il Fascismo ha creato. Prevederli tutti non è possibile; ma è possibile fin d’ora affermare che da essi non solo lo stato ma tutta la società italiana usciranno rinnovati profondamente ». Il principio costituzionale del nuovo ordine è dichiarato nella prima parte della Carta, che tratta dello stato e delle istituzioni corporative, nel principio della « subordina­zione » dell’ individuo allo stato. Le altre parti dell’atto riflettono invece l’applicazione del principio così dichiarato al regime del rapporto di lavoro subordinato; oppure riguar­dano le funzioni dell’assistenza e della previdenza, nonché i servizi del collocamento della mano d’opera. Vi è forse sproporzione di concetto tra la prima parte e le altre. Ma l’inconveniente appare lieve quando si rifletta che l’avve­nire della civiltà appunto dipende dalla possibilità d’inse­rire nell’ordine superiore dello stato la vita delle masse e i problemi della produzione, per risolvere quel con­flitto tra lo stato e la società in cui si era smarrito il pensiero costituzionale del secolo scorso. Piuttosto è opportuno aggiungere che dalle diverse dichia­razioni contenute nella prima parte della Carta emergono non soltanto le caratteristiche dello stato nuovo del Fasci­smo, quelle di un’unità morale, politica ed economica; ma altresì le regole direttive del nuovo diritto privato, vale a dire i principi della concezione « sociale » del Fascismo. Non è quindi possibile rifiutare alla Carta del lavoro il valore di atto fondamentale della costituzione fascista dello stato italiano, e nemmeno quello di documento di una nuova interpretazione della vita, di una nuova civiltà, per cui la tradizione di Roma si inserisce nella trama di una grande rivoluzione sociale, con la piena e integrale concezione di un popolo che si identifica con lo stato.

Carlo Costamagna – 1940

(In Dizionario di politica a cura del P.N.F. – Antologia, Volume unico, a cura di Marco Piraino e Stefano Fiorito, 2014, Lulu.com, pp. 58/59, qui)

Il Testo ufficiale definitivo

La sera del 21 aprile 1927, sotto la presidenza del­l’Ecc. il Capo del Governo e Duce del Fascismo, si è riu­nito a Palazzo Chigi il Gran Consiglio Fascista. Erano presenti, oltre a tutti i membri del Gran Consiglio, anche i presidenti delle Confederazioni fasciste dei datori di lavoro e dei lavoratori. Il Gran Consiglio ha adottato il seguente

ORDINE DEL GIORNO

Il Gran Consiglio, approvando il seguente testo della “Carta del La­voro”

esprime il voto

che il Governo, per iniziativa del suo Capo, Ministro per le corporazioni, di concerto con gli altri Ministri interessati, predisponga i provvedimenti di legge necessari a promulgare i principi oggi affermati in via di svolgimento dalla legislazione fascista sulla disciplina giuridica dei rapporti col­lettivi del lavoro e sulla organizzazione corporativa dello Stato e

delibera

che entro il corrente anno 1927 vengano conclusi, rinnovati o modificati i contratti collettivi di lavoro, in base alle clausole contenute nella presente Carta v, e che la durata dei contratti debba essere tale da consentire alle imprese la possibilità di un ampio margine di tempo necessario per ade­guarsi alla nuova situazione finanziaria e alle difficoltà della concorrenza internazionale. Nel momento poi di promulgare questa Carta, che è un documento fondamentale della Rivoluzione fascista, in quanto stabilisce i doveri e i diritti di tutte le forze della produzione

ritiene

opportuno di richiamare su di essa l’attenzione di tutto il popolo italiano e di quanti nel mondo si occupano dei problemi sociali contemporanei

poiché

con questo suo atto di volontà e di fede il Regime delle Camicie Nere di­mostra che le forze della produzione sono conciliabili fra di loro e che solo a questa condizione esse sono feconde. Il Regime fascista dimostra inoltre, che esso, al di fuori, al di sopra e in antitesi alle rovinose e assurde demagogie socialistiche oramai dovun­que fallite, screditate e impotenti, tende ad elevare il livello morale e ma­teriale delle classi piú numerose della società nazionale, consapevolmente entrate di diritto e di fatto nell’orbita dello Stato fascista.

LE DICHIARAZIONI

Dello stato corporativo e della sua organizzazione.  –

I. La nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E’ una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello stato fascista.

II. Il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed ese­cutive, intellettuali, tecniche, manuali è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo stato. Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale; i suoi obiettivi sono unitari e si riassu­mono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale.

III. L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello stato ha il diritto di rappresentare legal­mente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori, per cui è costituito: di tutelarne, di fronte allo stato e alle altre associazioni professionali, gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appar­tenenti alla categoria, di imporre loro contributi e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate di interesse pubblico.

IV. Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espres­sione concreta la solidarietà tra i vari fattori della produ­zione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione.

V. La magistratura del lavoro è l’organo con cui lo stato interviene a regolare le controversie del lavoro, sia che vertano sull’osservanza dei patti e delle altre norme esistenti, sia che vertano sulla determinazione di nuove condizioni del lavoro.

VI. Le associazioni professionali legalmente ricono­sciute assicurano l’uguaglianza giuridica tra i datori di lavoro e i lavoratori, mantengono la disciplina della pro­duzione e del lavoro e ne promuovono il perfezionamento. Le corporazioni costituiscono l’organizzazione unitaria delle forze della produzione e ne rappresentano integral­mente gli interessi. In virtù di questa integrale rappresentanza, essendo gli interessi della produzione interessi nazionali, le corpo­razioni sono dalla legge riconosciute come organi di stato. Quali rappresentanti degli interessi unitari della pro­duzione, le corporazioni possono dettar norme obbligatorie sulla disciplina dei rapporti di lavoro e anche sul coordinamento della produzione tutte le volte che ne abbiano avuto i necessari poteri dalle associazioni collegate.

VII. Lo stato corporativo considera l’iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell’interesse della nazione. L’organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale l’organizzatore dell’ impresa è responsabile dell’indirizzo della produzione di fronte allo stato. Dalla collaborazione delle forze produttive deriva fra esse reciprocità di diritti e di doveri. Il prestatore d’opera, tecnico, impiegato od operaio, è un collaboratore attivo dell’ impresa economica, la direzione della quale spetta al datore di lavoro che ne ha la responsabilità.

VIII. Le associazioni professionali di datori di lavoro hanno l’obbligo di promuovere in tutti i modi l’aumento, il perfezionamento della produzione e la riduzione dei costi. Le rappresentanze di coloro che esercitano una libera professione o un’arte e le associazioni di pub­blici dipendenti concorrono alla tutela degli interessi del­l’arte, della scienza e delle lettere, al perfezionamento della produzione e al conseguimento dei fini morali dell’ordinamento corporativo.

IX. L’intervento dello stato nella produzione econo­mica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi politici dello stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta.

X. Nelle controversie collettive del lavoro l’azione giudiziaria non può essere intentata se l’organo corpora­tivo non ha prima esperito il tentativo di conciliazione. Nelle controversie individuali concernenti l’interpretazione e l’applicazione dei contratti collettivi di lavoro, le associazioni professionali hanno facoltà di interporre i loro uffici per la conciliazione. La competenza per tali controversie è devoluta alla magistratura ordinaria, con l’aggiunta di assessori designati dalle associazioni professionali interessate.

Del contratto collettivo di lavoro e delle garanzie del lavoro.

XI. Le associazioni professionali hanno l’obbligo di regolare, mediante contratti collettivi, i rapporti di lavoro fra le categorie di datori di lavoro e di lavoratori, che rappresentano. Il contratto collettivo di lavoro si stipula fra associa­zioni di primo grado, sotto la guida e il controllo delle organizzazioni centrali, salva la facoltà di sostituzione da parte dell’associazione di grado superiore, nei casi previsti dalla legge e dagli statuti. Ogni contratto collettivo di lavoro, sotto pena di nullità, deve contenere norme precise sui rapporti disciplinari, sul periodo di prova, sulla misura e sul pagamento della retribuzione, sull’orario di lavoro.

XII. L’azione del sindacato, l’opera conciliativa degli organi corporativi e la sentenza della Magistratura del lavoro garantiscono la corrispondenza del salario alle esi­genze normali di vita, alle possibilità della produzione e al rendimento del lavoro. La determinazione del salario è sottratta a qualsiasi norma generale e affidata all’accordo delle parti nei contratti collettivi.

XIII. I dati rilevati dalle pubbliche amministrazioni, dall’Istituto centrale di statistica e dalle associazioni pro­fessionali legalmente riconosciute, circa le condizioni della produzione e dei lavoro e la situazione del mercato mone­tario, e le variazioni del tenore di vita dei prestatori d’opera, coordinati ed elaborati dal Ministero delle corpo­razioni, daranno il criterio per contemperare gli interessi delle varie categorie e delle classi fra di loro e di queste coll’interesse superiore della produzione.

 XIV. La retribuzione deve essere corrisposta nella forma più consentanea alle esigenze del lavoratore e dell’ impresa. Quando la retribuzione sia stabilita a cottimo, e la liqui­dazione dei cottimi sia fatta a periodi superiori alla quindi­cina, sono dovuti adeguati acconti quindicinali o settimanali. Il lavoro notturno, non compreso in regolari turni periodici, viene retribuito con una percentuale in più, rispetto al lavoro diurno. Quando il lavoro sia retribuito a cottimo, le tariffe di cottimo debbono essere determinate in modo che all’operaio laborioso, di normale capacità lavorativa, sia consentito di conseguire un guadagno minimo oltre la paga base.

XV. Il prestatore di lavoro ha diritto al riposo setti­manale in coincidenza con le domeniche. I contratti collettivi applicheranno il principio tenendo conto delle norme di legge esistenti, delle esigenze tecni­che delle imprese, e nei limiti di tali esigenze procureranno altresì che siano rispettate le festività civili e religiose secon­do le tradizioni locali. L’orario di lavoro dovrà essere scrupo­losamente e intensamente osservato dal prestatore d’opera.

XVI. Dopo un anno di ininterrotto servizio il presta­tore d’opera, nelle imprese a lavoro continuo, ha diritto ad un periodo annuo di riposo feriale retribuito.

XVII. Nelle imprese a lavoro continuo il lavoratore ha diritto, in caso di cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza sua colpa, ad una indennità propor­zionata agli anni di servizio. Tale indennità è dovuta anche in caso di morte del lavoratore.

XVIII. Nelle imprese a lavoro continuo, il trapasso della azienda non risolve il contratto di lavoro, e il per­sonale ad essa addetto conserva i suoi diritti nei confronti del nuovo titolare. Egualmente la malattia del lavoratore, che non ecceda una determinata durata, non risolve il contratto di lavoro. Il richiamo alle armi o in servizio della M. V. S. N. non è causa di licenziamento.

XIX. Le infrazioni alla disciplina e gli atti che perturbino il normale andamento dell’azienda, commessi dai prendi­tori di lavoro, sono puniti, secondo la gravità della man­canza, con la multa, con la sospensione dal lavoro, e, per i casi più gravi, col licenziamento immediato senza indennità. Saranno specificati i casi in cui l’imprenditore può infliggere la multa o la sospensione o il licenziamento immediato senza indennità.

XX. Il prestatore di opera di nuova assunzione è soggetto ad un periodo di prova, durante il quale è reciproco il diritto alla risoluzione del contratto, col solo pagamento della retribuzione per il tempo in cui il lavoro è stato effettivamente prestato.

XXI. Il contratto collettivo di lavoro estende i suoi benefici e la sua disciplina anche ai lavoratori a domicilio. Speciali norme saranno dettate dallo stato per assicurare la polizia e l’ igiene del lavoro a domicilio.

Degli uffici di collocamento.

XXII. Lo stato accerta e controlla il fenomeno della occupazione e della disoccu­pazione dei lavoratori, indice complessivo delle condizioni della produzione e del lavoro.

XXIII. Gli uffici di collocamento sono costituiti a base paritetica sotto il controllo degli organi corporativi dello stato. I datori di lavoro hanno l’obbligo di assumere i prestatori d’opera pel tramite di detti uffici. Ad essi è data facoltà di scelta nell’àmbito degli iscritti negli elenchi con preferenza a coloro che appartengono al Partito e ai Sindacati fascisti, secondo l’anzianità di iscrizione.

XXIV. Le associazioni professionali di lavoratori hanno l’obbligo di esercitare un’azione selettiva fra i lavoratori, diretta ad elevarne sempre di più la capacità tecnica e il valore morale.

XXV. Gli organi corporativi sorvegliano perché siano osservate le leggi sulla prevenzione degli infortuni e sulla polizia del lavoro da parte dei singoli soggetti alle -associazioni collegate.

Della previdenza, dell’assistenza, dell’educazione e del­l’istruzione.

XXVI. La previdenza è un’alta mani­festazione del principio di collaborazione. Il datore di lavoro e il prestatore d’opera devono concorrere pro­porzionalmente agli oneri di essa. Lo stato, mediante gli organi corporativi e le associazioni professionali, pro curerà di coordinare e di unificare, quanto è più possibile, il sistema e gli istituti della previdenza.

XXVII. Lo stato fascista si propone: 1° il perfeziona­mento dell’assicurazione infortuni; 2° il miglioramento e l’estensione dell’assicurazione maternità; 3° l’assicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi come avvia mento all’assicurazione generale contro tutte le malattie; 4° il perfezionamento dell’assicurazione contro la disoc­cupazione involontaria; 5° l’adozione di forme speciali assicurative dotalizie pei giovani lavoratori.

XXVIII. E’ compito delle associazioni di lavoratori la tutela dei loro rappresentati nelle pratiche amministra­tive e giudiziarie, relative all’assicurazione infortuni e alle assicurazioni sociali. Nei contratti collettivi di lavoro sarà stabilita, quando sia tecnicamente possibile, la costituzione di casse mutue per malattia col contributo dei datori di lavoro e dei pre­statori di opera, da amministrarsi da rappresentanti degli uni e degli altri sotto la vigilanza degli organi corporativi.

XXIX. L’assistenza ai propri rappresentati, soci e non soci, è un diritto e un dovere delle associazioni pro­fessionali. Queste debbono esercitare direttamente le loro funzioni di assistenza, né possono delegarle ad altri enti od istituti, se non per obiettivi d’ indole generale, eccedenti gli interessi delle singole categorie.

XXX. L’educazione e l’istruzione, specie l’istruzione professionale, dei loro rappresentati, soci e non soci, è uno dei principali doveri delle associazioni professionali. Esse devono affiancare l’azione delle opere nazionali rela­tive al dopolavoro e alle altre iniziative di educazione.

Il presente testo è stato firmato dal Capo del Go­verno, dai Ministri e Sottosegretari di Stato intervenuti, dai membri della Direzione del Partito, dagli altri mem­bri del Gran Consiglio e dai presidenti delle Confedera­zioni professionali dei datori di lavoro e dei lavoratori. [G. U. del 30 aprile 1927 – N. 100.]

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Con decisione del Consiglio dei Ministri del 30 no­vembre 1940 la Carta del Lavoro viene dichiarata legge costituzionale dello Stato e diventa la premessa dei libri del Codice Civile sulla proprietà e sulla tutela dei diritti.

(In La Dottrina del Fascismo, terza edizione riveduta – 1942, Ristampa a cura di Marco Piraino e Stefano Fiorito, 2014, Lulu.com, pp. 105 / 113, qui)