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L’IDEALE SPIRITUALE NEL LINGUAGGIO DI MUSSOLINI!

Spirito messaggio mussoliniano - Biblioteca del Covo

«Tutto l’armamentario dello Stato crolla come un vecchio scenario di teatro da operette, quando non ci sia la più intima coscienza di adempire ad un dovere, anzi ad una missione»

(Mussolini, Scritti e Discorsi, Vol. II, p. 320).

L’uomo che crea una Rivoluzione, crea anche una fede. Anzi si crea una Rivoluzione perché s’è già creata una fede. Questa fede deve avere la sua dottrina e il suo credo politico per propagarsi, per potere scendere nella coscienza del popolo e gettarvi quei germi che formano gli eroi e i martiri, poiché di eroi e di martiri ha bisogno qualunque fede per affermarsi, trionfare e durare: fede che divenga coscienza nazionale; dottrina e credo che divengano legge morale, imperativo categorico. Ma perché tutto questo si attui attraverso le mille contingenze favorevoli e contrarie alle quali qualunque moto rivoluzionario è fatalmente legato — tutte le rivoluzioni hanno opposizioni da abbattere, ostacoli da rovesciare d’ogni natura e d’ogni portata, e sia pure santo l’ideale e purissima la fede che le animano, non fosse che per il fatto stesso di essere rivoluzioni, cioè violenza contro tutto un passato — non basta essere giunti al Potere e avere nelle mani le redini del Governo. Non basta adagiarsi su una posizione conquistata, ma bisogna avere continuamente qualche cosa da fare, cioè da « dire » agli uomini, qualcosa che scenda loro nel cuore come una forza e vi divampi come una fiamma. Ma gli uomini, i quali pensano e ragionano, non possono che volgersi dove una possente forza spirituale — quella che ha più presa — istintivamente e irresistibilmente li trae. Se così non fosse, l’animo umano resterebbe chiuso nell’ombra della sola propria persona e avrebbe rinunziato per sempre al tormentoso e pur sublime compito, insito nella sua natura, di guardare più oltre. Ebbene, « il più alto dono di Mussolini all’Italia — scrive Titta Madia — non è l’Impero; è l’aver convinto gli Italiani che lo spirito domini ogni numero della vita e ogni assioma della materia » (1). Mussolini ha, in realtà, contribuito a diffondere nel popolo questo convincimento. Che sia lo spirito suprema leva all’uomo e forza creatrice del destino, è cosa che egli ha propugnato alacremente da decenni. Indubbiamente il primo quarto del nostro secolo ha offerto il clima storico più adatto a questa affermazione; tanto è vero che la Rivoluzione Fascista ha avuto nella concezione dello spirito come attività creatrice il suo fermento più vitale. Mussolini, capo di una rivoluzione e uomo di Stato, emerge insorgendo contro il passato, in quanto elaborazione e prodotto di una concezione positivistica e materialistica mortificatrice della parte più nobile dell’uomo. La sua grande creazione è, anzi, soprattutto spirituale, e spiritualmente, più che materialmente, vuole esplicare la sua funzione. Non è però — si badi bene — uno spiritualismo astratto e quindi inane, ma positivo.

Al terzo punto delle idee fondamentali della Dottrina del Fascismo è detto: « Dunque concezione spiritualistica, sorta anch’essa dalla generale reazione del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell’Ottocento. Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né passivamente ottimistica, come sono in generale le dottrine (tutte negative) che pongono il centro della vita fuori dell’uomo, che con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo ». Spiritualistica è anche la concezione dello Stato, di cui nella stessa Dottrina, al dodicesimo punto, sempre delle idee fondamentali, si legge: « Lo Stato fascista, forma più alta e potente della personalità, è forza, ma spirituale. La quale riassume tutte le forme della vita morale e intellettuale dell’uomo »; e conclude poi al tredicesimo: « Il Fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore di istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale ». Questo nella dottrina. E nella realtà lo spirito si è fatto cosa più viva e attiva di quanto la teoria postulasse, ha dato un tono ad ogni manifestazione di operosità.
 E’ lo spirito il propulsore della nuova vita politica e sociale del popolo italiano. Ma come è divenuto esso fulcro centrale, anima del pensiero e della prassi fascista? Come è divenuto esso quel fremito di vita e quel calore di passione di tutto un popolo, come sopra dicevamo? Lo è divenuto, crediamo, soprattutto col mezzo della parola, della lingua di Benito Mussolini. Perché qui non siamo nel campo delle cose materiali, le quali possono, sì, parlare quanto mai efficacemente agli uomini, ma in fondo le cose di per sé sole possono tutt’al più suscitare consenso e ammirazione, ciò che è proprio di ogni concreta e utile opera. Lo spirito si comunica o si suscita specialmente con il verbo, col calore, con l’accento, con la forza del linguaggio umano, allorché l’anima di chi parla è penetrata dal lume di un’idea e riscaldata dal fuoco di una fede. Fin dai primi dell’anno 1922, in un articolo dal titolo assai significativo: « Da che parte va il mondo? » pubblicato sulla rivista « Gerarchia », Mussolini afferma: « Se è vero che la materia è rimasta per un secolo sugli altari, oggi è lo spirito che ne ha preso il posto. …Quando si dice che Dio ritorna, s’intende affermare che i valori dello spirito ritornano ». (2). E’ la svolta fatale che Mussolini addita, verso la quale si debbono orientare ormai gli animi inquieti del nuovo tempo, per foggiarsi una vita più degna e più vera. E’ il lievito della rigenerazione dell’uomo, che la guerra ha scosso da un lungo sonno ponendolo con la prova del fuoco di fronte a se stesso e al suo destino. Nume verace, il suo posto è l’altare, dove è salito per spodestare quello falso e indegno, il quale essendo materia era divenuto polvere che appannava agli uomini la vista. E Dio era fuggito, poiché dove manca lo spirito manca la Sua luce. Questo è nelle presenti parole. Così Mussolini annunzia i nuovi valori, le nuove forze della storia che sta per sorgere. La vita è una conquista; non soltanto per i singoli ma anche per i popoli. Gli uomini debbono dunque lottare, debbono affrontare la guerra, poiché: « La guerra sta all’uomo come la maternità alla donna » (3). E’ la dura, inobliabile verità. Ma la lotta e la guerra sono oggi cose di vastissime proporzioni, mezzo di vita o di morte per intere nazioni, e perciò si debbono in esse impegnare tutte le forze che sono nella natura umana. Soprattutto quelle dello spirito devono primeggiare e incanalare le altre. Perciò il Duce afferma: « …le mitragliatrici non bastano se non c’è lo spirito che le faccia cantare » (4). Dunque il mezzo materiale ha la sua efficace utilità solo quando è accompagnato e guidato dall’energia spirituale. Ma si va ancora più in là, e questo fattore condiziona addirittura tutti gli altri: « I fucili, i cannoni, gli aeroplani, la chimica, e tutti gli altri ritrovati, non avranno valore se mancherà lo spirito che è la prima forza per qualunque battaglia… » (5). Mai questa forza spirituale era stata evocata da un uomo di Stato con tanto entusiasmo e tanta fede, mai era stata messa in così viva luce e mai le era stato conferito tanto valore nel processo degli avvenimenti. Essa fu infatti travolgente impeto nei momenti in cui l’Italia si trovò al passo supremo. I suoi figli ebbero allora un solo fremito, una sola aspirazione: combattere e vincere. Da notare come questa spiritualità aumenti talvolta di proporzione e di sostanza nel pensiero e nella parola del Duce. Da movente morale che fortifica gli uomini nelle battaglie e li conduce alla vittoria, si fa già essenza e grandezza della Nazione. In quel discorso di Napoli, che non si ricorderà mai abbastanza, trattato ampiamente della irrevocabile decisione che spinge ormai le Camicie Nere a Roma, e prima di passare ai propositi del nuovo Governo, ecco come parla della sua concezione della Nazione: « Per noi la Nazione è soprattutto spirito e non è soltanto territorio. Ci sono Stati che hanno avuto immensi territori e che non lasciarono traccia alcuna nella storia umana. Non è soltanto numero, perché si ebbero nella storia degli Stati piccolissimi, microscopici, che hanno lasciato documenti memorabili, imperituri nell’arte e nella filosofia. La grandezza della Nazione è il complesso di tutte queste virtù, di tutte queste condizioni. Una Nazione è grande quando traduce nella realtà la forza del suo spirito » (6).

Dedica - Biblioteca del Covo

In queste parole, in questa lingua piena di lampi divinatori e sostanziata di quelle verità che s’affacciano nuove sull’orizzonte dei popoli e li spingono a salire, fa presa nell’anima collettiva e si potenzia questo grande principio basato sullo spirito. Il quale principio è stato dal Duce continuamente ribadito alle coscienze. In tutte le occasioni, anche apparentemente estranee all’argomento, egli ha trovato, con felice inventiva, il modo per affermare l’entità dei valori spirituali trasportandoli in ogni campo. Al Congresso dei filosofi, dopo avere accennato al fatto che la vita contemporanea è dominata dalla realtà meccanica, prosegue dicendo: « Non doliamoci eccessivamente di questa realtà meccanica perché anche la meccanica, prima di essere movimento di volanti o di leve è proiezione dello spirito » (7). E dello spirito egli ha fatto veramente proiezione e leva nella vita del popolo italiano. Non solo lo ha suscitato con questo richiamarsi di volta in volta ad esso come a vitalità superiore, ma ne ha creato addirittura una sovranità. Virtù attiva e operante e dominante energia negli avvenimenti difficili della conquista etiopica, esso ha dato tutto quello che poteva dare. Questo era stato da Benito Mussolini preveduto, sentito, e ben a ragione detto nelle dichiarazioni alla Camera contro la politica sanzionista: « Coloro che hanno messo in moto il più esplosivo congegno di guerra che la storia ricordi hanno sbagliato nei loro calcoli. Quando si è esaminato oltre Alpi — a tavolino — la maggiore o minore vulnerabilità dell’economia italiana, si è dimenticato, al di là delle cifre e degli schemi, di tener conto delle riserve materiali di ogni genere che una grande Nazione accumula lentamente e quasi inavvertitamente nel corso dei secoli, e soprattutto non si è tenuto conto dei valori dello spirito dell’Italia fascista, spirito che piegherà a qualunque costo la materia per trarne gli elementi necessari alla resistenza e alla riscossa » (8).

Voi sentite nella sua lingua impetuosa e di ampio respiro tutta la grandezza degli eventi quale realmente si svolsero. Voi sentite una certezza fondata principalmente sulle forze dello spirito, chiamato ad essere fattore supremo per sostenere la più eroica resistenza contro la coalizione mondiale. Dopo la conquista dell’Impero, quando il popolo italiano ha già mostrato al mondo la sua tempra spirituale, il Duce nel famoso discorso « L’ulivo e le baionette » tenuto a Bologna alle Camicie Nere della X Legio, può affermare ormai: « E’ lo spirito che doma e piega la materia… è lo spirito che crea la santità dell’eroismo, che ai popoli che le meritano, come il nostro, dà la vittoria e la gloria » (9). E infine ai Mutilati: « …le forze dello spirito siano sempre profondamente valorizzate, in quanto è lo spirito che esiste e la materia esiste solo per servire lo spirito » (10). Siamo al culmine della concezione. La quale si è tanto affinata e sublimata da trovare nell’espressione la parola ultima che proclama lo spirito la sola esistenza. Tutto il secolare materialismo è andato in frantumi e disperso. La vita ha trovato la sua ragione suprema di essere nell’operare obbedendo ad un impulso più degno. « Può fallire la carne umana, che è sempre fragile, ma non il mio spirito, che è dominato da una verità religiosa, umana: la verità della Patria. Da quando il Fascismo ha alzato i suoi gagliardetti, accese le sue fiamme, cauterizzate le piaghe che infestavano il corpo divino della nostra Patria, noi italiani, che ci sentiamo orgogliosissimi di essere italiani, noi ci comunichiamo in spirito con questa nuova fede » (11). Abbiamo la rivelazione di una specie di lotta interiore tra lo spirito e la carne, che è propria dei grandi iniziati alle supreme verità divine. Egli ha infatti divinizzata la Patria, e come tale la serve e l’adora. Come Cristo, la Patria ha nel suo « corpo divino » le « piaghe » apertele dai farisei politicanti, ma egli le ha amorevolmente « cauterizzate ». E’ un linguaggio mistico soffuso d’infinito amore; ha una penetrazione che arriva nell’anima, permeato com’è da « questa nuova fede » che accomuna e purifica. Ecco che cosa Mussolini ha saputo insegnare al popolo italiano con la sua parola, ecco quale germe di elevazione ha gettato nella sua coscienza e quale forza interiore ha creato nel suo animo. Ciò che era disperso nei libri si è concretato in una nuovissima forza morale; in una nuovissima fede, in una nuovissima coscienza popolare.

(Estratto da: Eugenio Adami, “La lingua di Mussolini”, Modena, 1939)

NOTE

1) T. Madia, Aria dei Colli Fatali, Libreria Ulpiano, Roma, 1937, p. 147

2) Benito Mussolini, Scritti e Discorsi, edizione definitiva, Milano, Hoepli, 1934 -1938, Vol. II, p. 264

3) Op. cit. Vol. IX, p. 98

4) Op. cit. Vol. II, pp. 319-320

5) Op. cit. Vol. VI, p. 12

6) Op. cit. Vol. II, p. 346

7) Op. cit. Vol. VII, p. 124

8) Op. cit. Vol. X, pp. 23-24

9) Idem, p. 185

10) Op. cit. Vol. XI, p. 90

11) Op. cit. Vol. III, p. 173

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