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La Civiltà fascista italiana quale fondamento della Cittadinanza

La Civiltà fascista italiana quale fondamento della Cittadinanza 

L’originalità della Dottrina Fascista risiede nel suo essere peculiare Modello di Civiltà. Il Fascismo non costituisce, infatti, una “semplice” Dottrina politica tra le tante, sia pur originale, bensì un modello peculiare di Civiltà, Italiana e universale ad un tempo, che funge da discrimine nello stabilire il fondamento stesso dell’ “appartenenza” alla Comunità Nazionale. A tale proposito, recentemente è tornata alla ribalta delle cronache la questione della Cittadinanza”, indissolubilmente legata al problema dell’immigrazione e conseguentemente della coesione politica del corpo sociale. Nell’attuale cornice politica della repubblica antifascista, tale problema non poteva che assumere contorni disgustosamente strumentali e funzionali al gioco dei gruppi partitocratici che detengono (almeno nominalmente) il potere politico, ed infatti non è stato difficile far scivolare la questione all’interno della consueta retorica resistenziale di quart’ordine, dove a fungere da contraltare agli ipotetici “paladini del bene” della maggioranza di governo (ed a legittimare di conseguenza tale pantomima) ritroviamo i vari Calderoli di turno e l’immancabile demagogia razzistica dei gruppi della cosiddetta destra. Anche perché il Governicchio asservito alla plutocrazia bancaria, rappresentato dallo scendiletto di “rigor montis”, ha pensato bene di “includere” figure quali la “ministra” Kyenge, di origini africane, che ha sollevato prontamente, pro domo sua, la questione del cosiddetto IUS SOLI, al fine di far ottenere la cittadinanza “italiana” in modo più ampio e semplice agli immigrati di varia nazionalità. Naturalmente tale pretesa ha scatenato subito l’inutile cagnara delle altre “fazioni” partitocratiche, tutte egualmente divise su pretestuosi concetti quali il “multirazzialismo” (la pseudo-sinistra) o la “xenofobia” con varie sfumature (la pseudo-destra). Fatto sta che, come per tutti i problemi che attanagliano la vita dei cittadini della repubblica delle banane, il vero fulcro rimane nell’ombra e non viene mai discusso, accontentandosi sempre di escogitare inutili finte soluzioni di facciata. Nel caso della cittadinanza, infatti, la questione viene posta esclusivamente dal punto di vista giuridico, anche se all’interno del dibattito alcune voci non hanno mancato di evidenziare che il problema non può essere impostato e, dunque, risolto, esclusivamente in tale ambito. Il Fascismo, ancora una volta, ci viene incontro e dimostra anche in questo campo la sua originale grandezza e lungimiranza. Si può affermare, infatti, che il concetto di Cittadinanza costituisca un elemento essenziale nel quadro della concezione fascista dello Stato etico, poiché è precisamente il cittadino fascista a godere di tutti i diritti sanciti per legge dallo Stato. La Dottrina Fascista, difatti, potremmo dire che essenzialmente si occupa della determinazione di una specifica forma di Cittadinanza, basata sulla peculiare Civiltà che le sta a fondamento. Da parte di taluni soggetti politici, purtroppo, si è tentato di strumentalizzare il Diritto Romano per attribuirvi la presunta origine Latina della teoria moderna multirazziale, basata sulla preminenza dello IUS SOLI. La realtà rispetto a tale pretesa risulta però diversa, poiché…“..la qualità di civis si acquistava originariamente attraverso la nascita da padre cittadino, o, se non vi fossero state giuste nozze, attraverso la nascita da madre cittadina (nativitas, origo), o attraverso un imparentamento artificiale che assoggettasse alla patria potestas del cittadino (adoptio), o per volontà collettiva di chi già avesse la cittadinanza (decretum civium, ovvero decurionum)”.  (Cfr., Enciclopedia Italiana, http://www.treccani.it/enciclopedia/cittadinanza_(Enciclopedia-Italiana)/ )

Già Roma prevedeva la possibilità dell’acquisto della cittadinanza da parte di chi non era nato sul suolo Romano o all’interno dei confini di Roma. Tanto è vero che l’ottenimento della cittadinanza Romana era possibile per le città legate a Roma da patti specifici, purché rinunciassero alla propria cittadinanza di origine (ibidem). Inoltre durante l’Impero, il cittadino Romano poteva essere decretato per la “sottomissione” a Roma, indipendentemente dalla sua origine. Anche se questo non lo equiparava, nei suoi diritti, al cittadino Romano “strictu sensu”. Il Fascismo ha “sviluppato” ulteriormente il concetto Romano di Cittadinanza, maturando un nuovo modello, che pone comunque le sue basi nella Storia Italiana. Nella Dottrina del Fascismo, si osserva l’introduzione del concetto di STATO quale elemento fondante la concezione Totale-Unitaria del corpo politico e sociale della Cittadinanza, ma non di uno Stato qualsiasi si tratta, bensì dello Stato Etico Corporativo Fascista.  (vedi: Fascismo, Enciclopedia Italiana, http://www.treccani.it/enciclopedia/fascismo_(Enciclopedia-Italiana)/ ) Tale concezione, trova graduale compimento nelle Leggi attuate dal Regime, in ciò perfetto continuatore della Tradizione Romana dello “IUS”. Già nel 1926, veniva introdotta la perdita della cittadinanza per “Indegnità”, (Cfr.http://www.treccani.it/enciclopedia/cittadinanza_(Enciclopedia-Italiana)/ ) a significare che il concetto di Cittadinanza non si legava solamente ad elementi giuridici quali la nascita sul suolo italico, ma anche ad un elemento MORALE peculiare. Nel 1927 veniva introdotta la Cittadinanza Metropolitana delle Colonie Libiche (Vedi http://www.treccani.it/enciclopedia/libia_res-6cf169ec-8b74-11dc-8e9d-0016357eee51_(Enciclopedia-Italiana)/#acquistodellacittadinanza-1 ), e questo proprio per indicare che…“il nesso tra l’individuo e lo stato si precisa, nella nuova coscienza, su un fondamento morale, non già antropologico. Accenni in questo senso si trovano nel codice penale fascista del 1930. Da esso emergono i tratti di una nuova figura etico–politica della cittadinanza” (cfr. C. Costamagna in “Dizionario di Politica del Partito Fascista – antologia – Vol. 1°, A-G”, Editore Lulu Press, 2013). Il Fascismo, dunque, inaugura un nuovo concetto di Cittadinanza legato non tanto al “sangue e al suolo”, quanto alla Civiltà di cui esso è alfiere, che è quella Fascista Italiana. In questo è da riscontrare la valenza plurima della Civiltà fascista, quale modello Italiano ed Universale allo stesso tempo: “ … è sintomatico come l’origine etimologica della parola « civiltà » presso gli antichi Romani risenta dell’ideale del cittadino statuale; e cioè come civiltà (da civis) serva ad indicare piuttosto una relazione con lo Stato, con l’organizzazione politica, giuridica e sociale di un popolo… …Civiltà significava un determinato aspetto della vita politica, esprimeva un’esigenza particolare dello spirito politico sino a coincidere quasi con il concetto di cittadinanza: nascere in civiltà romana, per esempio, si diceva per indicare il particolare stato non solo giuridico, ma morale, e politico di coloro che erano cittadini di Roma… Col Cristianesimo il concetto si allarga. Abbattute tutte le barriere che dividevano il mondo antico, il Cristianesimo proclama la esigenza di un modo di vita, unico per tutti i paesi”… Si arriverà poi al concetto di Civiltà post-moderno, che, lungi dal proseguire nel solco tracciato dalla Storia, si formerà nella cultura Borghese Illuminista, cosmopolita e indifferentista a cui faceva da contraltare la Kultur tedesca dell’egemonia, mentre in Italia l’ideale di Civiltà era connesso inscindibilmente a quello della Cultura Italiana in divenire. Così…” si potrebbe ancora oggi dire … che intorno a queste due concezioni antitetiche [borghese ed egemonica] si polarizzi un contrasto colossale, se non s’appalesasse viva una concezione nuova, reale, umana che potrà essere veramente risolutiva. Contro, infatti, le concezioni borghesi di una civiltà quantitativa che, per dirla con un economista dei nostri giorni, viene considerata alla stregua ed in rapporto « alla diminuzione dei pericoli che minacciano la vita e la prosperità » ; contro le concezioni particolaristiche che intendono per civiltà solo una data civiltà; contro una concezione razionalista, universaleggiante, cosmopolita, che tenta trovare nei sociologi i suoi sacerdoti, perchè ne teorizzino le leggi, gli indici misuratori, i massimi, i minimi; contro una concezione irrazionalista, antiborghese, esteticheggiante, un’altra ne sorge: quella italiana, fascista. Come per tutti i grandi problemi che si riferiscono alla valutazione del mondo, della vita sociale, politica, etica, così il Fascismo ha un suo concetto di civiltà: di civiltà, s’intende, non in quanto al contenuto, ai modi di espressione, alle forme di manifestazione, ma in quanto al contenuto stesso dell’idea, al valore intrinseco del concetto. Civiltà, per il Fascismo, non è nè quel senso razionalista universaleggiante, che è caratteristico nella dottrina francese; nè quel senso troppo nazionalistico della dottrina tedesca; ma un senso nuovo, che non è esclusivamente meccanico, nè esclusivamente estetico, nè soltanto teologizzante nè soltanto immanentista. Per il Fascismo civiltà significa insieme la conquista che un popolo compie dei valori supremi dello spirito e che trovano pertanto forma di espressione nella sua vita politica, civile, giuridica, morale, sociale; e, perciò, il modo di vivere, di operare, di pensare, di creare; il modo suo, particolare, intrinseco di esistenza; come, contemporaneamente, significa possibilità di espansione, volontà di dare al mondo il frutto delle conquiste raggiunte. L’universalismo e il particolarismo vengono superati, in questa concezione, da un’interpretazione unitaria del concetto stesso di civiltà, intesa come processo creatore, che, adeguando il particolare all’universale, e viceversa, pone il popolo, il quale grazie al lavoro della mente e del braccio s’è conquistato un modo originale, geniale, di vita, sul terreno dell’umanità… Si fonde così quella che era la tradizione romana, per cui l’idea di civiltà supponeva una conquista da parte dello Stato e da parte dell’uomo, con la tradizione cattolica, che interpreta la civiltà come una teologia della storia del mondo.” (Cfr. R. Pandolfo, Gerarchia, “Valore Universale della Civiltà Fascista, anno 1942, http://ilcovo.mastertopforum.net/articoli-tratti-dal-mensile-gerarchia-molto-interessanti-vt1356.html ) . Risulta chiaro, alla luce di questi documenti, che i concetti di “Razza”, “Nazione” e “Cittadinanza”, nel Fascismo, avessero caratteristiche proprie, legate al concetto dell’ “Impero Fascista”, che si può definire come il naturale sviluppo della Civiltà Fascista. “L’impero è, in sostanza, la proiezione di uno stato con tutto il suo contenuto sul piano mondiale. Condizione prima dell’impero è anzitutto la coscienza imperiale, cioè la fede assoluta nel valore umano, non contingente e transeunte, dei principi che sono alla base del proprio stato. […] Il Fascismo ebbe, già prima di costituirsi un impero territoriale, una coscienza imperiale, fondata sul suo patrimonio spirituale e sulla sua decisa volontà di renderne partecipi gli altri popoli. Ciò fece dire al Duce: « Nella dottrina del Fascismo l’impero non è soltanto un’espressione territoriale o militare o mercantile, ma spirituale e morale. Si può pensare ad un impero, cioè ad una nazione che direttamente o indirettamente guida altre nazioni, senza bisogno di conquistare un solo chilometro quadrato di territorio » ( Scritti e discorsi, VIII, p. 88 ). La coscienza imperiale era ed è il frutto della incoercibile tendenza a fare del proprio mondo, delle proprie conquiste politiche e sociali un momento della storia del mondo, un bene acquisito da tutti i popoli. La concezione nuova dell’uomo che è alla base della dottrina fascista ed ispira le possenti realizzazioni dell’ Italia fascista, costituisce una conquista per tutta l’umanità che non può andare e non andrà perduta. […]Poiché uno stato assurge ad impero solo quando costituisca una forza attiva e costruttiva sul piano mondiale, è evidente che l’espansione territoriale, allargando la base di forze umane e di mezzi su cui si aderge la potenza dello stato, costituisce il mezzo e al tempo stesso il fine di ogni potenza imperiale. Ogni nuova terra che uno stato, conscio del suo contenuto e delle sue finalità, organizza secondo quei principi che presiedono al suo sviluppo interno, costituisce, sì, nuova potenza per esso, ma è anche l’attuazione concreta di quella universalità a cui aspira. Da ciò l’obbligo vivamente sentito dall’Italia fascista di dare al suo impero non il carattere mercantile o egemonico che è caratteristico di altri imperialismi, bensì quel carattere profondamente umano ed umanamente responsabile per cui ogni sforzo viene diretto a rendere i popoli sottomessi, anche se vengono decisamente tenuti fermi i confini etnici, partecipi di forme civili di vita, così che essi possano un giorno collaborare al progresso di una comune civiltà. Tutto ciò spiega la politica coloniale del regime fascista che non respinge i popoli, perché di altra stirpe o di civiltà inferiore, ai margini dell’umanità, ma li educa con ferma tenacia ed addita ad essi nuovi compiti e nuove speranze a cui volgere energie addormentate o disperse.” (Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , 1940, Vol. II, voce “Impero”)  Potrà dunque suscitare scalpore, solo in coloro i quali (purtroppo i più) non conoscono l’essenza stessa della Dottrina Fascista e del suo humus Culturale, leggere nella voce dedicata al concetto di Razza, nel Dizionario di politica del Partito Nazionale Fascista, edito nel 1940, quanto segue: “..il concetto di razza può essere adoperato soltanto nel senso sistematico, cioè come concetto di classificazione antropologica (ad esempio: razza nordica, divarica, occidentale, orientale, baltica, ecc.), e non già nel senso di razza vitale, col significato di un bene ereditario che si trasmette di generazione in generazione. Non si deve perciò parlare di una « razza tedesca » o di una « razza italiana », ma di un « popolo tedesco» e di un « popolo italiano ». Diciamo dunque che il problema della razza non è, e non può essere, stabilito su elementi di ordine puramente fisiologico o sociologico e che il problema capitale è quello del « popolo », che si realizza nello stato come «nazione ». Il quale è un problema dello spirito, cui si accede soltanto attraverso una interpretazione sintetico-etologica della realtà. ” (Cfr. Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , 1940, Vol. IV, voce “razza”, pp. 26-27 in: http://ilcovo.mastertopforum.net/-vp19552.html#19552 ).  Sempre il Costamagna, rispondendo e contrapponendosi alla concezione nazionalsocialista tedesca, la quale ritiene un mistero inspiegabile il rapporto tra “caratteri spirituali” e “fisici” in una “razza”, afferma: “La impossibilità addotta dallo scrittore tedesco non esiste per il metodo adottato dalla dottrina totalitaria del Fascismo. Come già si è rilevato, i miti della razza posseggono una virtù creativa. Valore sintetico hanno i tre principi che si possono dedurre dalla biosociologia. Il principio della «eredità», considerato rispetto ai gruppi umani, giunge alla sua manifestazione superiore nel fenomeno della «tradizione», per cui le esperienze del passato si trasmettono alle generazioni avvenire che continuano l’impresa del popolo nella storia. Il principio dell’ «eterogeneità» convalida il senso dell’orgoglio nazionale. Esso ha il suo indispensabile presidio nella «sanità» di ciascun popolo e può essere coltivato magari mediante la scelta di un tipo razziale convenzionale quale modello etico ed estetico per l’eugenica nazionale. E veramente il principio della «selezione sociale» giustifica la politica quantitativa e la politica qualitativa della popolazione che il potere politico persegue nello stato totalitario per realizzare i valori nazionali, i quali sono così di ordine intellettuale e morale come di ordine fisiologico e fisico. Tanto il «numero» quanto la «sanità» sono attributi di quel «bene comune» che la nostra dottrina identifica nello stato e si spiritualizzano per il loro riferimento all’entità trascendente della comunità nazionale”. (Ibidem) Date queste premesse, dunque, è perfettamente coerente che in ambito di Dottrina del fascismo si giunga a trattare del “problema Ebraico”, inserito più in generale nel problema della “Civiltà Nazionale”, da un punto di vista davvero diametralmente opposto rispetto ad ogni concezione razzistica propriamente detta, ed infatti: “… la difficoltà più grave per la riorganizzazione della civiltà europea è quella di combattere e di reprimere in modo definitivo lo «spirito ebraico» [lo “spirito borghese” additato in modo generale dalla Dottrina del Fascismo, ndr]. Il quale, come rileva lo stesso Sombart, «non è affatto legato alla persona dell’ebreo» ed anzi potrebbe sussistere anche dopo la scomparsa dell’ultimo rampollo di questa razza. A rigore, l’epoca delle nazionalità nella storia dell’Europa è già chiusa. Oggi siamo nel vivo dell’epoca imperiale. In definitiva la pregiudiziale nazionalista e ancora di più la pregiudiziale razzista, quando siano esagerate fino all’intransigenza, possono risultare in un certo momento pregiudizievoli allo sviluppo dell’idea del popolo in quella sintesi suprema che reclama l’idea civile dell’impero. Il pensiero politico deve oggi elaborare i dati per una degna «dottrina dell’impero». Occorre tra l’altro distinguere il rapporto coloniale dal rapporto internazionale ed essere molto cauti nel dichiarate incompatibilità formali coi popoli di diversa nazionalità. Nella pratica si delinea già, sia pur in modo confuso, il processo di formazione degli «aggregati imperiali» quali nuovissime forme di convivenza tra popoli affini. In realtà il problema che sovrasta al dramma dello spirito e che prorompe nella gara imperiale dei popoli non è quello di una meccanica dominazione di un popolo sugli altri, imposta attraverso «guerre zoologiche »; bensì è quello delle «grandi civiltà», in corrispondenza ai fenomeni delle grandi razze, delle grandi famiglie linguistiche e delle religioni mondiali.” (ibidem)  Il problema dello “Spirito Ebraico”, dunque, si presenta come inserito nel contesto più generale del problema della Civiltà Imperiale fascista, che non è affatto legata al problema della razza propriamente detta, quanto al problema della costituzione degli aggregati imperiali. Risulta chiaro che esso sia potuto “emergere” quale “archetipo” a causa delle contingenze storiche irripetibili che riguardavano la politica estera Fascista del tempo. La Cittadinanza, dunque, non è per il Fascismo un elemento meramente materiale, da conseguire in forza a caratteristiche giuridiche o peggio esclusivamente “biologiche”. La Cittadinanza è un elemento essenziale e DISCRIMINANTE in merito all’appartenenza o meno alla Civiltà Fascista, la quale infatti… “è la portatrice di una civiltà nuova; civiltà di valori e di ideali; civiltà culminante nella concezione unitaria e perciò umana dello stato. Dal punto di vista della storia nazionale il Fascismo inizia, come ha detto MUSSOLINI, una quarta epoca storica del popolo italiano (Scritti e Discorsi, IX, p. 43); dal punto di vista universale esso segna non solo il trapasso da un tipo di civiltà ad un altro (VIII, p. 230), ma già chiaramente rivela la capacità di informare tutto il secolo XX della sua idea; onde si può lecitamente affermare che il nostro «sarà il secolo durante il quale l’Italia tornerà per la terza volta ad essere la direttrice della civiltà umana” (Cfr. C. Curcio in “Dizionario di Politica del Partito Fascista – antologia – Vol. 1°, A-G”, Editore Lulu Press, 2013 ).

IlCovo

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