Questo non è un articolo sulla “vexata quaestio” inerente la legittimità giuridica della R.S.I. In realtà, tale tema rimane confinato al solo ambito politico, poiché in ambito giuridico e storico serio il “dilemma” era di già stato parzialmente sciolto, anche dalla “repubblichetta antifascista vassalla degli U.S.A.” (realmente tale!) con una sentenza del suo tribunale militare (n. 747, anno 1954) che riconosceva la qualifica di belligeranti secondo le norme internazionali ai combattenti della Repubblica Sociale Italiana. La legittimità della R.S.I. è negata incondizionatamente solo nelle sedi dei partiti antifascisti e da una parte dei “vincitori” dell’ultima guerra mondiale. La giurisprudenza e il “diritto internazionale”, invece, la decretano in modo chiaro. Al riguardo si esprime un recente ed interessante articolo, sintetico ma chiaro e documentato, della rivista internazionale “La Razòn Històrica”, intitolato “Brevi considerazioni sulla natura giuridica della Repubblica sociale italiana” (Qui) , che focalizza ulteriori aspetti inerenti la suddetta legittimità, molto interessanti. Tra di essi sono evidenziati, partendo dal dato storico e giuridico della R.S.I., due elementi troppo spesso ignorati per ovvi interessi politici, ovvero, l’ illegittimità del cosiddetto “governo del Sud” e, fatto di non secondaria importanza, l’assoluta continuità dello Stato Fascista Repubblicano con il “Regime”, ad ulteriore conferma della omogeneità e linearità del pensiero politico fascista, da noi sempre sostenuti a gran voce contro tutti gli antifascisti ed i finto-fascisti di tutte le tendenze.
Si parte dalla seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 24-25 Luglio 1943, e dalla valenza legale del suo ordine del giorno. La propaganda politica post-bellica ha fatto risalire la liceità della defenestrazione e dell’arresto di Benito Mussolini, Capo del Governo italiano, all’esito di tale seduta (interessante anche il particolare che nell’articolo venga rilevato come la figura del Re è identificata costituzionalmente come quella di “ratificatore”, innanzi ad un sistema “simile” a quello inglese, per la valenza di “plenipotenziario” del “Presidente del Consiglio”, assunta costituzionalmente da Benito Mussolini, tanto da definire la forma dello Stato Fascista quale “Monarchia del Presidente”). In realtà le leggi costituzionali varate dal Regime Fascista, in perfetta conformità e legalità con la normativa vigente nel regno sabaudo, avevano riformato sostanzialmente lo “statuto albertino”. Il nuovo assetto, prevedeva il Gran Consiglio quale organo costituzionale. Le sue prerogative erano di tipo consultivo rispetto alle decisioni del Capo del Governo. Inoltre, le delibere del Gran Consiglio stesso erano necessarie all’eventuale avvicendamento del Presidente del Consiglio. Detto Gran Consiglio avrebbe dovuto, eventualmente, preso atto delle dimissioni del Presidente in carica (che mai vi furono!), fornire al Re una lista di successori per poi definirne la nuova nomina. L’ “Ordine del Giorno Grandi”, invece, non prevedeva affatto (nè poteva farlo!) la possibilità di destituire il Presidente del Consiglio (Duce del Fascismo) in carica (1). Con tale delibera del Gran Consiglio, Benito Mussolini il 25 luglio si recò dal Re, semplicemente per riferire in merito alla seduta, ed eventualmente restituirgli esclusivamente i pieni poteri militari. Quest’ultimo, invece, in combutta con le alte gerarchie di Esercito e Marina, senza nessuna prerogativa e in modo illegale e criminoso, arrestò proditoriamente il Presidente del Consiglio, nonché Duce del Fascismo, deportandolo. Tale procedura illecita, instaurava così un governo militare illegittimo nato da un colpo di stato. Il contesto illegale di tale situazione veniva ulteriormente aggravato quando il governo golpista, dopo aver sciolte in modo arbitrario tutte le istituzioni varate dal Regime, ratificò l’armistizio unilaterale con le forze di invasione anglo-americane, a motivo del quale cagionò l’intero scioglimento delle forze armate italiane sia sul territorio nazionale che nelle zone ancora occupate da esso. Di fatto, e senza alcun diritto, lo Stato Italiano, già sovvertito coi fatti del luglio 1943, veniva così letteralmente abbattuto in favore degli invasori della nazione (gli anglo-americani!), che a loro volta non accettarono di collaborare con nessun governo, sia pure provvisorio. Essi, instaurarono una amministrazione militare d’occupazione, dove il cosiddetto “governo del Sud” monarchico-badogliano rappresentò semplicemente il ruolo di forza di “Polizia” ausiliaria agli ordini del governo militare degli Alleati.
Alla luce di questa lettura degli avvenimenti, lo Stato Fascista Repubblicano, acquisisce un diverso valore rispetto a quanto stabilito arbitrariamente dall’antifascismo, in una prospettiva di grandissimo rilievo, poiché esso rappresenta l’unico Stato legittimo di fatto e di diritto presente sul territorio italiano dal luglio ’43, vera e sola espressione della continuità statale, interrotta dal golpe monarchico-militare. La R.S.I., dunque, venne costituita quale unico possibile e legittimo Stato , acquisendo tutte le istituzioni preesistenti, nella misura in cui ciò fu possibile nella situazione straordinaria concretizzatasi col nuovo corso, modificando solamente quelle decadute per effetto della sovversione attuata dai golpisti monarchico-badogliani. La favola della “nascita per l’occasione” di un neo-fascismo, per l’appunto di un nuovo fascismo in versione repubblicana, sorto sulle ceneri del “defunto” Regime (“scioltosi come neve al sole”, è il ritornello propagandistico ripetuto da decenni), accreditata per prima dal “governo del Sud”, nonché dalle chiacchiere post-belliche antifasciste e neofasciste sulle “diverse forme” del Fascismo, dei “fascismi di destra o sinistra”, dipendentemente dai periodi e presumibilmente dal “trasformismo” di Mussolini, che hanno alimentato anche il mito delle “anime del Fascismo”, origine prima dell’interpretazione defeliciana sul “fascismo regime” e sul “fascismo movimento”, alla luce dei fatti storici qui presi in esame e, ci permettiamo di aggiungere, anche e soprattuto in virtù della documentazione politico-ideologica che come associazione “IlCovo-studio del fascismo mussoliniano” mettiamo pubblicamente a disposizione ormai da parecchi anni, rappresentano esclusivamente una invenzione antifascista!
Infatti la R.S.I., nell’ordinamento, risulta essere una Repubblica Presidenziale tale che la precedente “Monarchia del Presidente” si traduceva adesso nell’attribuzione contemporanea al “Duce della Repubblica” di entrambi i titoli di Capo dello Stato e di Capo del Governo, il tutto da ratificare ufficialmente a mezzo di una Costituente dopo la fine delle ostilità sul territorio nazionale. Inoltre, giustamente, nell’articolo della “Razòn Històrica” si evidenzia come la giurisdizione della R.S.I. non sia da ascrivere esclusivamente al territorio non invaso dagli alleati, ma anche in quello invaso. Tutto ciò proprio a motivo della illegittimità del cosiddetto “governo del sud”, nato da un golpe illegale poiché incostituzionale. Interessante anche la specifica dei tratti distintivi della Sovranità che può vantare lo Stato fascista repubblicano, del tutto assenti, invece, nel cosiddetto “governo monarco-badogliano”: istituzioni pubbliche, economiche, politiche e militari, nonché il possesso di una moneta sovrana; riconoscimento internazionale, da parte di alcuni stati e riconoscimento di fatto da parte di altri. Con la R.S.I. le Istituzioni dello Stato, già collassate sul territorio nazionale successivamente all’annunzio dell’armistizio con gli Alleati dopo l’8 settembre 1943, bene o male avevano ripreso a funzionare. La legislazione della R.S.I., in una situazione eccezionale e di emergenza, ha proseguito , nei limiti del possibile, la forma propria del Regime Fascista preesistente al 25 luglio 1943. Riguardo ad essa, va necessariamente notato come il cosiddetto “manifesto di Verona” del Partito Fascista (il quale aveva cambiato semplicemente una parte della propria denominazione, da “Nazionale” in “Repubblicano”, per gli ovvi motivi derivati dal tradimento monarchico, qualificandosi sempre e comunque aprioristicamente come “FASCISTA”) (2), fosse per sua stessa definizione un manifesto programmatico provvisorio, di cui lo Stato fascista repubblicano recepì ufficialmente solo alcuni punti. Il più importante dei quali fu quello inerente la legge sulla “Socializzazione delle imprese”. Al riguardo, era stato autorevolmente lo stesso Mussolini, però, a definire tale provvedimento legislativo non già una “rottura” rispetto ai venti anni precedenti di Regime, ma, esattamente al contrario, come perfettamente iscritto nel solco della ventennale azione legislativa svolta dallo Stato etico totalitario fascista (3), più precisamente come il passo consequenziale alla riforma varata con la “Carta del Lavoro”, del 21 aprile 1927; cui era seguita la costituzione della “Camera dei Fasci e delle Corporazioni” e l’introduzione, a livello sindacale, dei “Fiduciari di Fabbrica” (1939).
Tutto ciò a rimarcare necessariamente che, la R.S.I., in contrapposizione all’immagine diffusa dall’antifascismo, se da un lato rappresentò, ribadiamo, di fatto e di diritto, l’unico Stato legale presente sul territorio italiano dopo l’8 settembre ’43, dall’altra é innegabile che essa non fu affatto la negazione del Regime fascista né dell’ideologia del Fascismo, trasformatosi per l’occasione in chissà quale “socialismo”, sia pure dai contorni nazionali o addirittura peggio in una pallida imitazione del nazionalsocialismo hitleriano, tantomeno fu il catalizzatore politico di istanze eretiche rispetto alla Dottrina politica ufficiale del Regime, o peggio, di pulsioni anelanti ad un ritorno alla rappresentanza politica pluripartitica democratico-liberale, come il cosiddetto neofascismo si compiace di presentarla da decenni e come invece Mussolini negò sempre (4). Essa, invece, costituì molto più semplicemente la continuità dello Stato italiano e la prosecuzione, in una forma consapevolmente provvisoria dettata dalla straordinarietà delle contingenze storiche del momento, della ventennale esperienza del Regime totalitario Fascista.
IlCovo
NOTE
1) Affermare che la seduta del 24-25 luglio 1943 negli intenti degli uomini del Gran Consiglio prevedeva in modo premeditato l’intento di far crollare il Regime Fascista, risulta essere una fesseria di proporzioni immani. Forse il solo Dino Grandi voleva farla finita col Fascismo per ritornare ad un pieno potere politico, oltre che militare come invece espressamente richiesto dai firmatari del suo ordine del giorno, nelle mani del re savoiardo. Invece, il reuccio imbelle e codardo col suo gruppo di fedeli accoliti militari colse la palla al balzo per realizzare il più disastroso e vergognoso colpo di Stato che la Storia abbia mai visto… lo stesso Giuseppe Bottai, nei suoi diari, così descrive dal suo punto di vista il senso politico di quell’ultima seduta del Gran Consiglio:
“11 SETTEMBRE 1946 — Torna il mio pensiero, in una volontà accanita di chiarificazione, a quella data, 25 luglio, e alle pagine che giorni orsono n’ho scritto ([23 agosto 1946]). Vi si espone non una “tesi”, ma il reale svolgimento degli atti, che condussero alla fine del Fascismo. Dico fine del Fascismo, e dovrei scrivere più esattamente, fine del “mussolinismo”, che ne fu la deviazione, consacrata da almeno due lustri di pratica di governo personale. Non dittatura, che ancora implica un concetto di legalità e legittimità, ma di potere personale, che si ha quando un uomo, investito legalmente, come Mussolini lo fu, d’autorità, sia pure grandissima, ma circoscritta, di continuo la sforza a illegali decisioni. Contro cotesto Fascismo il voto dei 19 fu esplicito; e non fu voto di antifascisti, ma di fascisti, amanti dell’idea e disgustati della sua contraffazione. Per taluni di essi fu tardiva resipiscenza; per altri riconferma, in extremis, d’un coerente atteggiamento critico. Per tutti, comunque, un gesto di coraggio, che merita rispetto: essi ben sapevano che in quel giorno si sarebbe messo tutto in discussione, aprendo una crisi totale dì regime. O rinnovazione, da operarsi mediante un’iniziale “restaurazione” delle leggi “fasciste” e un loro conseguente sviluppo verso l’attuazione di quella democrazia corporativa da esse invano prescritta; o dimissione storica, con tutte le conseguenze derivantine. Tra queste, di certo, nessuno dei 19 prevedeva che il Re, cui si restituiva in forma solenne la pienezza della sovranità, n’avrebbe fatto l’uso che ne fece. Né può ancora dirsi se fu più grave da sua parte l’avere sottoposto Mussolini a un arresto proditorio o l’avere permesso la, funesta all’Italia, esperienza di Badoglio. Disonorevole il primo atto, insipiente il secondo, perché la stessa Monarchia doveva perirne. Mancò al Re ogni acume politico. Non vide che Mussolini, un Mussolini riportato alle sue proporzioni di capo del governo, e non dello Stato, di capo politico, e non militare, avrebbe operato lo “sganciamento” dai tedeschi assai più facilmente e abilmente, che non Badoglio: questi non poteva esser dinnanzi ai tedeschi che un “traditore” della riconfermata alleanza; quegli, era l’uomo ingannato e di continuo scavalcato dalla diplomazia germanica, era il “tradito”. Scelse il Re, tra il buon gioco e il cattivo gioco, il cattivo. Né, ancora, vide che il Fascismo non poteva essere storicamente risolto che in due modi: o “fascisticamente” o “antifascisticamente”; cioè a dire: o mediante una revisione a fondo, rigorosa, coraggiosa, operata dagli stessi fascisti; o mediante un taglio reciso, violento, rivoluzionario. Badoglio non poteva essere l’uomo né dell’uno né dell’altro: formalmente fascista, non aveva il prestigio della purezza ideale necessaria a un rovesciamento totale di posizioni; sostanzialmente antifascista, non conosceva neppure l’abbiccì del sistema costituzionale da correggere e liquidare”.
Giuseppe Bottai, Diario 1944-1948, Milano, 1999, Rcs Libri, pp. 449-450.
2) In tal senso, le parole pronunziate dal Duce nel suo ultimo discorso pubblico sulla questione furono inequivocabilmente perentorie:
“Il giorno 15 settembre il Partito Nazionale Fascista diventava il Partito Fascista Repubblicano. Non mancarono allora elementi malati di opportunismo o forse in stato di confusione mentale, che si domandarono se non sarebbe stato più furbesco eliminare la parola « fascismo », per mettere esclusivamente l’accento sulla parola « Repubblica ». Respinsi allora, come respingerei oggi, questo suggerimento inutile e vile. Sarebbe stato errore e viltà ammainare la nostra bandiera, consacrata da tanto sangue, e fare passare quasi di contrabbando quelle idee che costituiscono oggi la parola d’ordine nella battaglia dei continenti. Trattandosi di un espediente, ne avrebbe avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di fronte agli avversari e soprattutto di fronte a noi stessi. Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo, come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti impresso un nuovo indirizzo all’azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale”.
Benito Mussolini, Opera Omnia, vol. XXXII, p. 129
3) Come già sottolineammo, proprio nel nostro primo lavoro (Cfr. L’identità Fascista, p.146), Mussolini si pronunciò al riguardo in modo chiaro ed inequivocabile, sempre nel medesimo “Discorso al Teatro Lirico di Milano” del dicembre 1944:
“Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione del programma del 1919: delle realizzazioni degli anni splendidi che vanno dalla Carta del Lavoro alla conquista dell’impero. La natura non fa dei salti, e nemmeno l’economia. Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo ulteriore della socializzazione”.
Benito Mussolini, Opera Omnia, Ibidem.
4) Mussolini nel mese di dicembre 1944 torna per ben due volte a ribadire l’inutilità di un ritorno al pluripartitismo e la necessità del Partito Fascista quale partito unico dello Stato italiano: la prima volta, in modo articolato sulle colonne del Corriere della Sera nell’articolo del 3 dicembre intitolato “Il sesso degli angeli”; la seconda volta nel “Discorso al Teatro Lirico di Milano”del 16 dicembre (Cfr. Opera Omnia, vol. XXXII, p.120 e p. 126.
IL SESSO DEGLI ANGELI
Narrano gli storici che nel momento in cui i turchi serrarono sotto per prendere Costantinopoli, l’odierna Istanbul, i bizantini erano riuniti a discutere se gli angeli avessero un sesso e quale. C’è venuto in mente questo episodio, vero o falso che sia, leggendo in un giornale subalpino un articolo nel quale, tra un mucchio di argomenti disparati, viene discusso il problema dell’esistenza o meno di partiti nella Repubblica Sociale Italiana. L’autore è favorevole all’esistenza di tutti i partiti, e non solo a guerra finita, quando sapremo che cosa sarà dell’Italia, ma subito, come se l’Italia repubblicana non avesse niente altro di meglio da fare, in questo momento, che imitare le buffonerie di antico stile che sollazzano a Roma i rimasugli della vecchia classe dirigente italiana.
Facciamo osservare:
- — Che una grande Repubblica che fa molto parlare di sé e che si chiama socialista, come Piero Parini e altri vorrebbero che la Repubblica Sociale Italiana si chiamasse, ci riferiamo alla Russia di Stalin, non ha mai ammesso l’esistenza di un partito che non fosse quello comunista. E quando nel seno dello stesso Partito ufficiale si sono appalesate tendenze eterodosse, Stalin ha adottato un sistema molto spiccio per decapitare nel nascere qualsiasi altro partito: ha decapitato coloro che lo volevano formare.
- — Se si prende in esame un’altra potente Repubblica, quella di Roosevelt, si deve convenire che solo in apparenza è ammessa l’esistenza di molti partiti, ma in realtà non ve ne è che uno solo: quello che sta al potere e che come fanno i lombrichi si divide in due parti, al fine di evitare che allo scadere del quadriennio presidenziale il dialogo si riduca a un monologo, il che renderebbe la lotta elettorale troppo monotona e quindi senza interesse.
- — Nella democratica Inghilterra esistono i partiti ? Di fatto due soli, dopo la virtuale estinzione del Partito Liberale. Ebbene, durante questa guerra, anche questi due partiti sono diventati praticamente un solo partito.
- — Non si capisce perché si dovrebbe ammettere l’esistenza nell’Italia repubblicana di quegli stessi partiti che hanno consegnato, l’8 settembre, l’Italia al nemico, che si sono prostituiti e si prostituiscono al nemico, che danno lauree ad honorem ai generali responsabili delle distruzioni indiscriminate delle città italiane e delle bestiali stragi di donne e bambini, e che conferiscono la cittadinanza onoraria di Roma all’affamatore del popolo italiano (parliamo di Roosevelt); non si capisce, dicevamo, perché si dovrebbe concedere il diritto di cittadinanza a quegli stessi partiti che nell’Italia invasa non solo impediscono ogni attività del Partito Fascista, ma lo considerano extra-legge. I fascisti, che nell’Italia meridionale soffrono, sono incarcerati, perseguitati e vilipesi, avrebbero ragione di domandarsi i motivi del trattamento di particolare favore che nell’Italia repubblicana, sempre secondo Piero Parini e altri, dovrebbe essere riservato ai partiti antifascisti. Vi sarebbero molte cose da dire in tesi teorica, ma ripetiamo che non ci sembra questo il momento di discutere sul sesso degli angeli.
Ci limitiamo a far osservare all’articolista, per quanto riguarda il suo nebuloso progetto di una reggenza temporanea, che simili dilettantistiche elucubrazioni sono fuori della realtà e della logica. Un giornale, polemizzando, ha parlato di un « invito al meretricio ». Forse ha esagerato. Si potrebbe parlare invece di « invito all’alibismo », probabilmente per ragioni di carattere strettamente personale e soprattutto come prova di confusione dei cervelli. Evidentemente c’è qualcuno che cerca di documentare la propria duttilità politica. Ma si illude anche in questo. In questi ultimi tempi si è parlato chiaro. Coloro che accettano il nostro programma, che si riassume nel preciso trinomio mussoliniano ( Italia, Repubblica, Socializzazione), potranno lavorare con noi, fuori o dentro le nostre file, tesserati o non tesserati. Mussolini parlò chiaro ai camerati della Resega il 14 ottobre. Pavolini fece altrettanto a Milano il 28 ottobre, avocando specificatamente socialisti e repubblicani che tale trinomio accettassero. Più delle parole valgono i fatti. Questa politica è già applicata nelle amministrazioni comunali, anche in grandi città, come, ad esempio, Venezia. Più in là non si può e non si deve andare, per rispetto ai nostri caduti, per doverosa solidarietà coi fascisti delle terre invase, per la nostra stessa dignità personale. E più in là non andremo!
Dal Corriere della Sera, N. 289, 3 dicembre 1944, 69°.

La “Biblioteca del Covo”, nella ricorrenza del 21 aprile , “Natale di Roma”, festa della Civiltà, pubblica un estratto dell’opera fondamentale di Carlo Costamagna sulla Dottrina del Fascismo, quale ulteriore approfondimento riguardo la Logica Fascista della Dottrina dello Stato. Dottrina armonica e complessa, ma allo stesso tempo assolutamente ragionevole, e soprattutto alta e originale. Costamagna esplica la sostanza Etico-Organica, gerarchica, della dottrina dello Stato, contrapponendola giustamente alla visione demo-liberale dello Stato “individualista”, alla concezione del “contratto sociale”, dunque risolvendo definitivamente il problema del rapporto cittadino-Stato, che egli, sulla base della Dottrina Fascista, non evidenzia come basato sulla contrapposizione dei due termini, la cui vita sarebbe frutto di un “compromesso sociale” , bensì concependo la cittadinanza come parte dell’Organismo dello Stato. Il Cittadino è, dunque, membro volontario, attivo e consapevole dello Stato-Nazione concepito dal Fascismo. Dunque lo Stato è un Soggetto formato dalla cittadinanza, ordinata gerarchicamente. L’individuo non è un atomo astratto, non è frutto di una convivenza con altri individui, disciplinata presumibilmente dallo “Stato oggetto”, degradato ad ente burocratico che avrebbe l’unico compito di supervisionare alla delimitazione delle prerogative individuali, bensì è membro nodale, partecipe della vita del Soggetto Stato e dei suoi Superiori Fini. I quali fini sono stabiliti dalla sua propria Civiltà in divenire. L’approfondimento costamagnano si sofferma sui concetti di Popolo, dello Stato-Nazione, della “Razza” o “Stirpe” e dell’Impero, tutto alla luce della peculiare concezione fascista. In modo molto chiaro, il documento evidenzia il significato che il Fascismo assegna ai termini in questione, il cui uso, al tempo, risentiva del predominio delle dottrine materialistiche come il liberalismo ed il positivismo. In particolar modo, il Fascismo, essendo una concezione anti-positivistica, come specificato nella Dottrina, assegna alla “Razza” una valenza diversa rispetto alla visione antropo-biologica. Anzi, va sottolineato senza mezzi termini che Costamagna entra in polemica con la concezione positivistica del razzismo nazionalsocialista, che non può soddisfare nè l’analisi politica, nè il problema della giustizia fra i popoli e che non risponde a domande chiare sulla civiltà dei popoli, e non ne spiega la complessità. In una parola, la razza come concepita dal positivismo, non è l’elemento la cui presunta “purezza” garantirebbe l’equilibrio e la giustizia tra i popoli che hanno scelto le rivoluzioni nazionali. Poiché, secondo la Dottrina del Fascismo, non è la razza ad essere l’orgine del Popolo-Nazione, ma è la Civiltà dello Spirito ad esserlo. E dunque, in questo modo, Costamagna evidenzia la grandezza della Civiltà Fascista, erede di ROMA, che arriva a sintetizzare la dottrina degli “Aggregati imperiali”, sulla base del proprio Organicismo Etico. Ovvero la concezione di una “Etnarchia Imperiale”, costituita non su di una base biologica, non da una stirpe materiale, ma da una Civiltà spirituale “aggregante”, la cui unica discriminante per appartenervi sta nella sua condivisione, e dunque nella sua diffusione…BUONA LETTURA!
Dieci anni, ovvero due lustri trascorsi dall’aprile 2006, da quando demmo vita all’associazione “IlCovo-studio del fascismo mussoliniano” (