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VALORE UNIVERSALE DELLA CONCILIAZIONE FASCISTA!

Conciliazione fascista - Biblioteca del Covo

In tempi di ricerca di possibili “alleanze antiglobaliste” come quella di recente promossa da Monsignor Viganò (sicuramente fondamentali, ancorché inutili e dannose se sprovviste dei necessari e precisi riferimenti politico-morali, filosofici e storici adeguati e veraci) (qui), non ci pare affatto ozioso riflettere brevemente sul valore universale dei “patti lateranensi” stipulati da Mussolini con Pio XI. Certamente la Conciliazione attuata dal regime fascista con la Chiesa Cattolica Romana ha avuto i suoi retori entusiasti ed i suoi svalutatori. L’11 febbraio 1929 rappresentò un « evento di immensa portata » e coincise con l’anno in cui « il Fascismo da fenomeno italiano diventava fenomeno universale ». Gli sviluppi di questo fatto sono chiaramente apprezzabili oggi più che mai, poiché idealmente la lotta di uomini, di partiti, di nazioni, d’ideologie si è chiaramente polarizzata vieppiù nel corso dei decenni nel dilemma: Roma – Anti-roma. Da quegli stessi sviluppi appariva già allora, chiaro come il sole, come i Patti del Laterano non potessero essere accomunati con i vari Concordati tra la Santa Sede e altri Stati, grandi o piccoli che fossero. Questi Concordati hanno da sempre un carattere contingente; si muovono in un’atmosfera di minima concordanza tra Chiesa e Stato; sono necessitati in un ambiente in cui i due Poteri sono sostanzialmente separati; portano, infine, come ogni accordo internazionale, ad un riconoscimento reciproco dell’assoluta sovranità delle Parti contraenti e, contemporaneamente, ad una conseguente limitazione reciproca della propria sovranità. In altri termini, l’equivoco laicistico permane sotto veste giuridica, senza risolvere, secondo la natura stessa delle cose, il problema dei rapporti fra ordine soprannaturale e ordine temporale. Si ha cosi questo assurdo: lo Stato mentre viene a concordare con l’Autorità soprannaturale, continua a non riconoscere la realtà dell’ordine soprannaturale che quell’Autorità rappresenta storicamente (e quindi svuota quest’Autorità del suo contenuto essenziale); ma prende semplicemente atto degli effetti sociali prodotti dai rapporti di sudditanza tra un certo numero di suoi cittadini e la Chiesa. Si ha poi un altro assurdo: la Chiesa, nello stipulare il Concordato con cui viene ad assicurare all’esercizio del culto e all’attività religiosa in un determinato Stato un minimo di garanzia politica e di libertà sociale, lo fa esplicitamente appellandosi ad un principio liberale: cioè al diritto di quel determinato numero di cittadini che hanno con Essa rapporti di sudditanza a professare la loro religione. Essa quindi rinuncia a considerare quello Stato in base alla concezione cattolica, la quale ne riguarda la natura, i fini, i mezzi e ne stabilisce universalmente, cioè senza preoccupazione dell’esistenza o meno di una maggioranza o di una minoranza di cattolici, la legge morale. Naturalmente — ad onta di moderni tentativi di studiosi “cattolici” di tendenza liberale, i quali vorrebbero ridurre la giurisdizione indiretta della Chiesa all’azione per ripercussione (cioè attraverso… i cosiddetti “partiti cattolici” e attraverso il suffragio universale esercitato dai cattolici) — questa rinuncia della Chiesa è solamente sul terreno pratico e contingente e non intacca minimamente la dottrina cattolica sull’essenza dello Stato, sulla distinzione, coordinazione e subordinazione degli Ordini e sulla universalità della Verità e della Carità; le quali debbono sempre e dovunque essere l’una testimoniata e insegnata l’altra esercitata e diffusa, a prescindere dall’esistenza di « cittadini cattolici » e dall’eventuale numero di questi. Proprio dalle considerazioni precedenti emerge che i Patti del Laterano non stavano sullo stesso piano degli ordinari Concordati. Prima di giungere, infatti, all’11 febbraio 1929, la Chiesa non aveva tralasciato di lamentare palesemente e solennemente la difficile condizione in cui Essa si trovava; condizione che si ripercuoteva su tutta la Cattolicità. Nessun dissidio, dunque, con altri Stati poteva avere il carattere e la portata di quella che era detta comunemente la « questione romana » e che si risolveva in uno squilibrio intrinseco alla stessa Cattolicità. Conseguentemente la sua soluzione doveva avere carattere, ripercussioni e sviluppi ben diversi da quelli propri delle soluzioni di dissidi tra la Chiesa e altri Stati. Poiché, infine, non c’era tanto un conflitto tra Chiesa Cattolica e Stato Italiano, quanto esisteva uno squilibrio intimo alla romanità; e — in quanto la romanità sta al centro del moto storico — questo squilibrio era europeo e mondiale. La missione civile del popolo romano non poteva pienamente illuminarsi delle ragioni soprannaturali che la necessitavano all’impero. La missione apostolica della Chiesa mancava di quella garanzia e sovranità temporale che ne rendessero manifesta l’indipendenza e la sovranità spirituale.
 I Patti del Laterano non concordavano, quindi, due Parti separate, ma conciliavano i cattolici tutti — italiani e non italiani; ma particolarmente gli italiani — nell’intimo della loro coscienza romana. Non due Potenze separate, dunque, ma due Poteri distinti. Non due Stati paralleli, ma due Società gerarchicamente coordinate, volte al bene comune degli stessi sudditi. L’11 febbraio, dall’XI Pio, Roma venne conciliata con Roma; l’Europa tornava ad avere la sua capitale storica; il Fascismo diventava universale; l’Italia una, blocco incandescente di Fede, riprendeva la sua funzione motrice. Nasceva la Modernità cristiana, su cui dominava un nome, un’anima, una bandiera: Benito Mussolini!

Ma non possiamo scrivere della Conciliazione senza accennare alla figura del fratello minore di Benito, Arnaldo Mussolini. Egli previde, al disopra di tutte le 
contingenze, nella purità del Suo
 spirito, il corso degli eventi storici che avrebbero ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio. Egli apprestò costantemente i mezzi per la riconciliazione di valore universale: difendendo e tenendo alte, contro superficiali misconoscitori, le ragioni storiche della politica italiana; imponendo, agli stessi politici settari, con la forza della sua statura morale, il rispetto per la Tradizione cattolica d’Italia e d’Europa; educando — come uomo, come padre, come giornalista, come fascista — gli italiani, soprattutto i giovani, all’esercizio mistico di quelle virtù che sono a fondamento dell’azione rivoluzionaria e della funzione imperiale fascista. Se alcuni cattolici ondeggianti — sempre pronti a identificare il Fascismo con la statolatria pagana, con la reazione e con l’eresia — pigliassero conoscenza della spiritualità di Arnaldo, avrebbero modo di modificare molti dei loro pregiudizi sul Fascismo.
 Ma, sarà bene avvertire che l’azione di Arnaldo non nasceva come avulsa dallo spirito della rivoluzione fascista; bensì nel travaglio rivoluzionario del Fascismo, nella collaborazione, attiva quanto discreta, data alla opera del Duce, traeva i motivi ed i mezzi della sua evoluzione spirituale, della sua maturazione religiosa, del suo slancio mistico. Arnaldo, quindi, sbocciato dall’humus della società fascista, appartiene pienamente al Fascismo; il quale, a sua volta, partecipa e s’arricchisce di quei valori che formano la nostra Tradizione millenaria. Ecco perché diciamo che senza Arnaldo la complessità, l’interezza del Fascismo non può essere compiutamente capita. Attraverso la spiritualità di Arnaldo, attraverso la considerazione dei rapporti tra Lui e il Fratello, anche la fisionomia storica e sociale del Duce viene ad assumere una luce più piena, più solare. E’ scrivendo di Arnaldo che Mussolini sentiva più certo il convincimento che « tutto quello che fu fatto non potrà essere cancellato », sentiva « la vita immortale e universale di Dio » come Fine della sua « piccola vita terrena »; è dinanzi alla fatica, al dolore, alla passione, alla vita di Arnaldo che il Duce consacrava, con il « fuoco alimentatore della volontà e della fede », tutta la sua azione rivoluzionaria: « perché gli ideali nei quali (Arnaldo) credette, trionfino e durino, anche e soprattutto al di là della mia vita ».

Nello spirito di questa proposizione stavano le parole che sempre il Duce rivolse ai Vescovi ed ai Parroci convenuti in Roma per la premiazione del Concorso nazionale per la “battaglia del grano”: « Al Trattato e al Concordato il Fascismo ha sempre tenuto e sempre terrà fede in avvenire ». « L’Italia, nazione cattolica, ha ancora più il dovere di essere, per la sua potenza intrinseca e per la sua forza demografica, un baluardo inestinguibile del Cattolicesimo e della civiltà cristiana e romana ». Le parole mussoliniane ebbero immediatamente la più alta conferma in quelle pronunziate da Pio XI allorché ricevette in udienza gli stessi Vescovi e gli stessi Parroci benemeriti della “battaglia del grano”. Il discorso del Santo Padre —
come ogni manifestazione della
 Cattedra di verità — rimaneva nelle 
sfere del soprannaturale e da queste illuminava l’ordine temporale. Ma proprio per questo hanno un particolarissimo valore le dichiarazioni pontificie sulla struttura dell’Italia, sulla sua naturale ortodossia, sulla missione da Dio affidata all’Italia in un momento di universale disordine. « Quando il Sommo Pontefice, messo all’umile ma sicuro ponte e timone della nave di Pietro, volge lo sguardo oltre le Alpi, purtroppo deve dire che non può non vedere minacce, nubi o, per lo meno, nebbie, e nebbie che non sembrano — come si esprime un proverbio italiano — coprire il sole e il bel tempo ». «Sua Santità aveva già portato il Suo sguardo altrove, il Suo sguardo che non poteva non varcare la cerchia delle Alpi, quelle Alpi dove si direbbe che il presidio della Vergine Santa — la Madre Santissima troneggiante in tanti Santuari, allo sbocco di tutte le valli, nella luce di tutte le vette più eccelse — ha difeso da tali posizioni così bene l’Italia contro le cosiddette riforme nefaste che hanno devastato il rimanente d’Europa». « Dovunque essi (gli italiani) andranno, («porteranno altrove») l’esempio della loro fede cattolica innanzitutto: l’esempio della loro morigeratezza, forza insurrogabile, insostituibile del Paese; l’esempio delle loro virtù personali, civiche, domestiche soprattutto; quelle virtù: che formano oggi, alla luce, si può dire, del grande sole, il tesoro ambito e ammirato e invidiato d’Italia. Noi speriamo e confidiamo che non mancheranno le assistenze alle anime di questi nostri cari figli; sicché col nome, col loro buon esempio della vita cristiana, dell’onore di Dio tenuto alto sempre e dovunque, anche il nome d’Italia splenda più bello in questa luce che è la sua luce specifica, particolare specialmente in questi tempi quando tutto intorno è, come dicevamo poc’anzi, tutta una nube, di procelle, tutta una minaccia di tristi cose, tutt’una nebbia di confusioni pericolosissime per la vita individuale, come per la vita sociale; e affinché proprio in questi tempi rimanga lo splendore della verità intatta e intangibile ».

Proprio dai brani qui riportati dal discorso del Santo Padre vanno rilevate alcune verità :

1) La situazione religiosa internazionale risultava (di già ieri, ma meno di oggi!) — ad onta degli esempi luminosi, dei sacrifici, degli eroismi, dei martirii; anzi proprio perché questi furono e sono possibili o, meglio, necessari — ben triste. Persecuzione furibonda in alcuni luoghi, in nome del materialismo di classe o di razza; propaganda anti-teistica che usava indifferentemente l’invettiva esasperata come l’insidia ipocrita; confusione nel campo intellettuale dove si assisteva a sbandamenti, a dubbi, a connubi, e finanche a posizioni ereticali da parte di alcuni « cattolici ondeggianti ». Sviamento nelle polemiche, delle cose dal loro retto fine, svuotamento delle parole del loro reale significato. Soprattutto, un disordine religioso, morale, sociale, individuale che avanzava con le orde rosse, con i neo-pagani e la cui avanzata era ieri come oggi resa più celere dalla cristallizzazione del capitalismo plutocratico e dalla confusione delle idee operata dal liberalismo massonico.

2) In questa situazione e al disopra di questa situazione, l’Italia fascista appariva come la cittadella dell’ordine, il baluardo della verità, la roccaforte dello spirito. Ciò era stato possibile in virtù degli uomini che avevano operato in Italia la trasformazione politica radicale, riconducendo il Paese alle sue origini morali e storiche. Ciò fu possibile per la naturale cattolicità degli italiani, per la loro romanità viva e perenne. Ma non solo per l’opera umana tutto ciò s’avverava; c’è una provvidenziale degnazione per cui l’Italia è stata immune dall’eresia, dagli scismi, dalla sedizione anti-romana e anti-cristiana.

3) In tale stato di cose agli italiani, o meglio, ai cittadini di quella Roma temporale imperialmente rinnovata nel segno del Littorio e riconsacrata nel segno della Croce, era commesso il compito di portare la luce del Vangelo, di difendere la Civiltà, di affermare a mezzo della sintesi politica la Verità intatta e intangibile, in quella luce universale « che è la sua luce specifica, particolare, specialmente in questi ultimi tempi ». Le nostre possono sembrare illazioni; ma non sono che constatazioni, fondate sui fatti, sulle testimonianze universali e, quel che più conta, sulla nostra coscienza di fascisti che sentono dalla loro Fede cattolica e dalla loro professione del Cattolicesimo ingigantita la certezza nella bontà, nella verità, nella unicità della Rivoluzione di Benito Mussolini.

Ma quanti, purtroppo, sotto specie culturalistiche, hanno confuso il Fascismo, ne hanno esaminato troppo sommariamente gli aspetti etici e dottrinari e hanno, infine, preteso di condannarlo in nome dì principi solo apparentemente cattolici? Tutti costoro, almeno quelli in buona fede, dovrebbero essere tenuti — in coscienza — a rivedere le loro posizioni, a studiare il Fascismo ed a rimeditare su molti Documenti Pontifici nei quali, se non andiamo errati, trovarono indubitabilmente la loro definitiva condanna sia il liberalismo, che il socialismo, che il nazionalsocialismo così come l’americanismo, e il modernismo dogmatico, morale, giuridico e sociale, ma mai il Fascismo! Roma è unità, è disciplina, è ordine, è sintesi. I dispersi, gli indisciplinati, i caotici, gli analitici l’avversano: naturalmente! Roma è libertà vera dell’uomo, è affermazione della famiglia, è universalità. I tiranni dell’individualismo materialista e del classismo, i dissolutori della famiglia, i periferici e provincialisti di tutte le latitudini si ribellano alla romanità; logicamente! Roma è cristianesimo integrale,
 autentico, legittimo. E gli eresiarchi e gli eretici, i vivisezionatori
 del Vangelo vi si ribellano: fatalmente! Nuovamente risuona in modo sempre più assordante nella prassi e nelle teorie incentrate sull’individuo atomo, il germanico Los von Rom (“Lontani da Roma”) che agisce, con moto centrifugo, da denominatore comune di tutti i settarismi, di tutte le divisioni e quel che è più grave, anche la massa degli « pseudo cattolici della neo-chiesa modernista » vengono ineluttabilmente presi nel gorgo anti-romano. Hanno cominciato con il condannare gli « Stati totalitari » come anti-cristiani; poi hanno condannato il Fascismo come « paganesimo » che attenta nientemeno alla « personalità umana »; quindi sono passati a condannare la romanità politica perché attenta alla « libertà delle nazioni »; appresso hanno fatto il processo a tutta la storia di Roma; ma constatata l’esistenza di una romanità religiosa, affermante un primato di Roma nella ecumenicità cristiana, si sono quindi dichiarati per una « Cattolicità senza Roma » (il che, a parer nostro, equivale all’assurdo d’una sfera senza centro), per un « orbe senza Urbe ». La posizione, dialettica o polemica che sia di costoro, finisce fatalmente nella negazione di Roma, nel ripudio della sua disciplina, del suo credo, e, finalmente, nella lotta contro Roma. Ecco perché noi de “IlCovo”, in qualità di fascisti veri e sinceri, riteniamo che sia nostro preciso dovere — ed anche nostro inalienabile diritto — di osservare lo svilupparsi del moto e di opporre ad esso, con spirito di verità e di carità, l’argine della romanità perenne (qui). Chi vuole intendere, intenda!

IlCovo

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