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Tsipras e i buffoni lacchè “involuzionari” del governo greco, attori dello sceneggiato diretto dal FMI

La nostra critica alla Plutocrazia mondiale, presieduta da pochi cosiddetti  “illuminati” massoni – quali il FMI e la sua costola europea BCE col suo degno servo di turno, Draghi –  è sempre risultata fondata e lungimirante, addirittura quasi “profetica”. Avevamo, infatti, analizzato già tempo addietro la manovra politica organizzata dai suddetti e finalizzata all’annullamento delle forme giuridiche degli Stati (uniche ad essere rimaste in qualche modo in piedi fino a qualche tempo fa) in specifico nell’articolo  “Crisi debito:nuova fase.Eliminare lo stato“. Per non parlare poi dell’ennesimo “mostro succhiasangue” partorito sempre dagli organismi plutocratici summenzionati e definito ESM o MSE, ovvero il “meccanismo di depredazione” atto a “salvare” (sarebbe meglio di affossare definitivamente!) gli ex-stati già indebitati, generando nuovo ed ulteriore debito coniugato a vincoli politici capestro allucinanti, ideato per coprire altri debiti contratti sempre verso la BCE! Qui l’articolo: “Attenzione! ESM o MSE il mostro partorito dalla plutocrazia”

Ora siamo giunti all’apoteosi scenica, lo sceneggiato diretto dal FMI viene infatti mandato in onda con un protagonista d’eccezione, l’ “ipocrita” (per usare un termine greco!) Tsipras, che dall’alto della sua “sinistra rivoluzionaria di popolo” che cosa mai ha partorito per i propri cittadini disperati e tartassati dai banchieri usurai della Banca Centrale Europea? Come al solito, e come il suo omologo italico Renzi (anch’egli al servizio degli stessi padroni!) una grandissima presa per i rinomati “fondelli” !! Esattamente la stessa cosa che capiterà agli altri “paesi dell’unione”, in cui vivono i politicanti “gemelli diversi” dell’Adone greco! Egli infatti ha promesso, udite, udite!!, che otterrà di non “inasprire” le misure della BCE (bella promessa!)! … e non solo (si fa per dire) ma otterrà anche la “ristrutturazione del debito”! E cosa mai significherà’ tutto ciò? Beh, tradotto in termini prosaici, vuol dire esattamente o prorogare i pagamenti, o peggio, attingere ad ulteriori prestiti elargiti dai plutocrati a mezzo dell’ESM (vedere qui). Anche perché “terze opzioni” non sono contemplate dal rivoluzionario della domenica, visto che né Tsipras, né i “cattivacci” del Fondo Monetario Internazionale hanno mai previsto l’uscita della Grecia dalla BCE …ops…UE. Lo ha ribadito per l’ennesima volta il “commissario”: qui . Ma anche nella remotissima ipotesi di una sua “uscita”, ciò non avverrà se non quando i plutocrati della BCE saranno in grado di specularci sopra (per esempio quando sarà utile per una svalutazione controllata dell’Euro che favorisca le esportazioni! Vedere Qui)! Dunque, il tutto si traduce nell’ennesima sceneggiata imbastita ad uso e consumo del popolo bove, a cui si da l’illusione di poter cambiare qualcosa a mezzo delle usuali e democraticissime procedure elettorali… col solo risultato di incatenarlo sempre più e meglio al fine di spremerne ogni singola goccia di sangue! Gabbato e contento… o se si preferisce, “cornuto e mazziato!”

Ancora una volta, dobbiamo constatare quanto la lungimiranza politica espressa dal Fascismo risulti più che mai attuale, vista la battaglia da esso ingaggiata anzitempo contro i medesimi nemici del popolo di oggi, uno scontro che precorreva i tempi. Infatti, l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista (I.N.C.F.) diffuse a suo tempo (correva l’anno 1942) un quaderno che divulgava identità e connotati politici dei summenzionati plutocrati, altra faccia dei socialisti materialisti . Basta leggerne poche pagine per capire quanto tutto ciò abbia drammaticamente a che fare con l’odierna situazione: ” …il plutocrate è l’estrema degenerazione del ca­pitalismo. In lui all’ideale lavoro si sostituisce l’ideale specu­lazione. Egli crede unicamente nella potenza del danaro. Il da­naro, per lui, non è più il simbolo del lavoro, il mezzo per il trasferimento di una ricchezza costituita da solidi beni (campi, case, merci, impianti, navi), ma è la ricchezza in sé, arma di illi­mitata potenza. Per questo motivo, il plutocrate deve innanzi tutto superare qualsiasi sentimentalismo: il suo potere non può essere limitato né dal concetto di patria, né da quello di civiltà, né da quello di umanità. Egli ha un solo interesse: che la so­cietà nella quale vive ed opera riconosca e subisca l’onnipotenza del suo danaro…Il plutocrate ama gli Stati Uniti, è cittadino onorario degli Stati Uniti perché essi gli offrono ideali condizioni di vita. E quale è l’idea politico-sociale del plutocrate? Uno Stato in cui nes­suna forza possa resistere al danaro. Cioè, uno Stato in cui uo­mini di governo, giornalisti e- magistrati venali possano svol­gere la loro azione alla pari e in concorrenza con gli onesti, in cui tutti gli organi di informazione siano più o meno accessi­bili all’influenza pecuniaria. Questi costumi sono tipici soprattutto degli Stati Uniti: essi, corrompendo una parola di ben di­verso significato, si chiamano ancora democrazia. Il plutocrate, dunque, fa figura di promotore della democrazia. Non che la democrazia sia il suo  ideale: la democrazia è solo il suo stru­mento di dominazione. Naturalmente questa democrazia, cioè la sua estrema fase di corrompimento. Quindi, una democrazia che si risolva in uno Stato povero o privo di autorità.

DI NUOVO, PROCLAMIAMO A GRAN VOCE COME IL FASCISMO SIA DA SEMPRE L’AVANGUARDIA DELLA GIUSTIZIA DI DOMANI!

IlCovo

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DODICESIMA OPERA DELLA BIBLIOTECA DEL COVO: LA “SINTESI DELLA DOTTRINA FASCISTA” CURATA DAL MISTICO FASCISTA GASTONE SPINETTI E RECENSITA DA NICCOLO’ GIANI!

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La “BIBLIOTECA FASCISTA DEL COVO” è orgogliosa di presentare ai propri lettori il libro SINTESI DELLA DOTTRINA FASCISTA – BRANI DEGLI “SCRITTI E DISCORSI” DEL DUCE ORDINATI PER I GERARCHI E GLI STUDIOSI. Il volume costituisce la ristampa della terza edizione pubblicata nel 1940 dell’antologia mussoliniana “Spirito della Rivoluzione Fascista” e rappresenta la più fedele e completa sintesi del pensiero del Duce stesa fino ad allora. Venne realizzato nel segno dell’ortodossia ideologica dal mistico fascista Gastone Silvano Spinetti, compilato col preciso scopo di porre in rilievo l’originalità, la profondità, l’organicità sistematica e la coerenza di fondo dell’ideale mussoliniano. La raccolta segue un ordine logico riguardo all’ordinamento dei capitoli e dei paragrafi, mentre per ciò che concerne l’ordinamento dei brani riproduce fedelmente l’ordine cronologico. Rispetto alle precedenti edizioni pubblicate nel 1937, il testo risulta accresciuto nella mole presentandosi più organico e completo. Per la sua composizione il redattore si è rigorosamente attenuto all’edizione definitiva degli “Scritti e Discorsi” [1] di Mussolini. Parafrasando quanto scrisse lo stesso Spinetti [2], tale raccolta rappresentava in modo concreto una testimonianza della chiara volontà espressa all’epoca dai giovani della Scuola di Mistica fascista di rinforzare la loro intransigenza ideologica non con un puro e semplice atto di fede, ma con un’azione metodica e intelligente nel campo della cultura, in questo caso sistematizzando e codificando i fonda­menti dottrinali dell’idea fascista in un volume la cui lettura coordinata e commentata avrebbe resti­tuito l’interpretazione autentica del loro credo politico [3]; manifestando con ciò una volontà decisa e fermamente rivolta a dimostrare che non era affatto illogico né inopportuno pretendere di giustificare razionalmente la fede fascista, non solo perché per i mistici fascisti tale fede era intimamente vissuta, ma perché essi notavano – meglio di ogni altro – una profonda e grande armonia nel pensiero del Capo del Fascismo.

[1] Benito Mussolini, Scritti e discorsi, 13 voll., Milano, 1934 – 1939, Hoepli.

[2] Aldo Grandi, Gli eroi di Mussolini , Milano, 2004, Bur, pp. 165 – 168.

[3] Luca La Rovere, Storia dei GUF, Torino, 2003, Bollati Boringhieri, p. 327.

Il testo è in vendita sul sito dell’editore LULU.COM e su AMAZON :

http://www.lulu.com/spotlight/pirainofiorito

Dalla quarta di copertina:

Salutiamo con riconoscenza l’intelligente fatica di G. S. Spinetti, che in trecento e più pagine ha raccolto, seguendo un criterio sistematico il Pensiero di Mussolini e ha saputo mettere in chiara e accessibile evidenza, anche per i miopi e per i sordi, gli aspetti essenziali della Civiltà fascista. E da questa antologia emergono precisamente quegli aspetti che fissano in maniera definitiva la natura e la portata della Rivoluzione di ottobre. Ecco perché il volume così opportunamente s’intitola “Spirito della Rivoluzione fascista”. E cosa è, infatti, questo «spirito» se non l’insieme di quei principi che, nella storia del mondo civile, configurano in maniera inequivocabile la nostra Rivoluzione? Mussolini non aveva affermato sin dal 1924 che « il Fascismo non ha mai avuto tendenze né mai le avrà. Ognuno di noi ha il suo temperamento, ognuno ha le sue suscettibilità, ognuno ha la sua individuale psicologia, ma c’è un fondo comune sul quale tutto ciò viene livellato»? E cos’è questo « fondo comune » se non l’insieme di alcuni principi fondamentali, assiomatici e dogmatici? Un anno dopo il Duce non aveva ammonito ancora che non si deve «credere che tutto ciò sia effetto di considerazioni di ordine contingente. No! Al fondo c’è un sistema, c’è una dottrina, c’è un’idea »? Ma questo sistema, questa dottrina che riesce a « livellare » i diversi « temperamenti », le varie « suscettibilità » e le svariate « psicologie », in forza di quale verità raggiunge tutto questo? Se di tanto è capace quest’« idea », se essa riesce a portare a unità le diverse coscienze è solo perché essa ha la forza delle verità assiomatiche, dei dogmi, è solo perché essa è una mistica…

NICCOLO’ GIANI (Gerarchia, luglio 1937)

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24 MAGGIO 1915 – 2015, LA BIBLIOTECA DEL COVO RICORDA IL CENTENARIO DELLA VITTORIA DELL’INTERVENTISMO RIVOLUZIONARIO MUSSOLINIANO!

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Nel centenario della vittoria politica e morale dell’interventismo rivoluzionario, voluto e capeggiato da Benito Mussolini, la “Biblioteca del Covo” vuole ricordare quel frangente fatidico che ha cambiato la storia d’Italia e del mondo con un documento storico d’eccezione, che descrive con chiarezza e lucidità uno dei momenti salienti nel corso delle vicende umane.

ILCOVO

«Il 24 maggio non è soltanto la data che ricorda la nostra dichiarazione di guerra, ma è anche, e vorrei aggiungere soprattutto, la data che segna il compimento vittorioso della prima fase della Rivoluzione fascista ».

[Benito Mussolini, Discorsi del 1929, ed. Alpes, Milano, pag. 195.]

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« L’intervento prepara il Fascismo. L’intervento annun­cia la Marcia su Roma. »

[Benito Mussolini, Discorso di Milano, 24 maggio 1930. “S. E D.”, vol. VII, pag. 210.]

L’INTERVENTISMO.

Prima che un momento specifico della storia italiana recente, interventismo, per il Fascismo, è un atteggiamento dello spirito, uno degli aspetti essenziali della sua concezione della vita; un elemento, insomma, della sua morale ed una proiezione del suo temperamento. Nel quadro dei vari fattori che compon­gono l’etica fascista l’interventismo ha una sua particolare fisionomia, in quanto attesta e rivela talune peculiari qua­lità (come la volontà di osare, la prontezza, la tempestività della risoluzione, il valutare il momento e l’efficacia del­l’azione, il subordinare i meschini interessi egoistici ai grandi interessi nazionali di fronte ad avvenimenti deci­sivi) le quali formano uno stile di vita individuale e col­lettivo capace di affrontare e risolvere questioni di grande rilievo nell’esistenza dell’uomo e della patria. Sotto tale profilo l’interventismo è un aspetto non contingente ma eterno dell’etica fascista, opposto al retrivo disinteresse per le imprese nazionali, all’imbelle adagiarsi sulle posi­zioni raggiunte, al pavido conservatorismo di coloro che temono di perder ciò che hanno, al vile ritirarsi di coloro che non sanno rischiare pure quando è in giuoco l’avve­nire della nazione. Anche, naturalmente, sul terreno concreto dell’azione politica l’interventismo ha un suo modo d’essere univer­sale, nel senso che dà rilievo e carattere ad un certo momento storico che soltanto per una decisa volontà d’operare può essere risolutivo. Se nella vita individuale l’indecisione, l’incertezza e, soprattutto, il dichiararsi neutro di fronte alle varie situazioni che esigono risolu­zioni pronte e spesso audaci sono biasimevoli e nocivi; a maggior ragione nella vita delle nazioni è necessario in determinate occasioni decidersi, osare, affrontare il destino e forzarlo. La storia è piena di questi momenti, che tal­volta energia di capi hanno trasformato in vere pedane per il salto in avanti di popoli e di nazioni. In special modo è necessario uscir fuor dal vago, dall’incerto, dall’abulico, prender partito, perché, in caso contrario, s’è sempre sog­giogati e vilipesi. Questo ammoniva già Machiavelli nei suoi “Discorsi”: « le repubbliche irresolute non pigliano mai partiti buoni, se non per forza, perché la debolezza loro non le lascia mai deliberare dove è alcun dubbio, e se quel dubbio non è cancellato da una violenza che le sospinga, stanno sempre mai sospese ». (I, 38). E più incisivamente ciò ammoniva anche, trecento anni dopo, Sismondi, rilevando che i popoli i quali prendono, in un certo momento della loro storia, l’iniziativa politica, la conservano per due secoli. Era questo il caso dell’ Italia nel ’14 e nel ’15, come precisò ancora ai primi del ’18 MUSSOLINI (Scritti e discorsi, I, p. 309 segg.), di fronte al tumulto, degli avve­nimenti europei, che risvegliarono passioni e sentimenti fortissimi all’interno del paese. Nonostante che le previsioni di una guerra, e di una guerra di grandi proporzioni, non fossero mancate anche in Italia (basterà ricordare, tra gli altri, il Villari, che nel giugno del ’14 chiedeva sulla “Nuova Antologia” che cosa avrebbe fatto l’Italia nell’immancabile conflitto tra l’Inghilterra e la Germania) l’attentato di Sarajevo e le complicazioni che ne seguirono subito provocarono una notevole perplessità anche nel nostro paese, il quale attra­versava, proprio allora, una fase di irrequieta tensione di animi e di forze politiche e sociali. L’impresa libica, da poco conclusa, se aveva dato alla nazione la sua quarta sponda, aveva altresì richiesto uno sforzo politico mili­tare ed economico, che trovava ancora nei partiti di sinistra un’avversione notevole. L’allargamento del suffragio operato da Giolitti aveva imbaldanzito le sinistre e, indi­rettamente, aveva contribuito a far emergere conflitti politici e sociali in gran parte fin’allora latenti. Le forze in contrasto erano disparate, non ben orientate, non omo­genee nella struttura e nei fini. Un cinquantennio appena di vita unitaria, se era stato sufficiente a dare alla nazione ordinamenti abbastanza saldi, non poteva aver costituito un cemento veramente organico, specie sul terreno sociale, ove le masse, quando non erano falcidiate dall’emigra­zione, erano sobillate da gruppi politici inquieti o corrotte dall’elettoralismo. I residui storici, liberalismo, democra­zia, volti ad adattarsi ai nuovi tempi e alle nuove esigenze, ma combattuti ed osteggiati dai partiti nuovi, specie socia­listi, e da tendenze, se non ancora partiti, nuovissime, di destra, di innovazione nazionale. Periodo insomma di tra­sformazioni interne: i cattolici da poco ufficialmente rien­trati come tali nell’agone dell’azione politica; gruppi audaci di repubblicani, ancora romantici e socialisteggianti; il socia­lismo in crisi, in via di trasformazione; dei capi, taluni irri­ducibili, altri, come si diceva, « ministeriabili ». Il giovane partito nazionalista ancora una élite, un gruppo di intellet­tuali che agitava propositi di espansione e di ordine nazio­nale. Le nuove idee del sindacalismo rivoluzionario in parte ancora, da noi, patrimonio di teorici, in parte adattate, o travisate, da taluni settori del socialismo alla lotta politica. Il grosso della massa, tuttavia, assente dalla politica e dallo stato. La « settimana rossa » del giugno del ’14, provocata dalle fazioni estreme dei partiti di sinistra, non aveva, in realtà, scosso quella grande dormiente, ma aveva fatto uscire nelle strade, accanto a pochi nuclei di socialisti, di anarchici, di sovversivi, una feccia inqualificata che sac­cheggiò, ove poté, negozi d’ogni genere. All’improvviso, almeno per la maggior parte degli Italiani, la guerra in Europa: il 23 luglio ultimatum austriaco alla Serbia, il 28 le grandi misure preparatorie della mobilitazione in Francia, il 30 mobilitazione russa, il giorno dopo quella austriaca, il 1° agosto dichiarazione di guerra della Germa­nia alla Russia. Poi dichiarazione, il 3 agosto, della guerra della Germania alla Francia, il 4 invasione del Belgio. Giornate di stordimento, di emozione, di angosce anche in Italia. Il governo (presidente del consiglio Salandra, ministro degli esteri Di San Giuliano) aveva dichiarato il 2 la neutralità italiana. In quel momento la decisione fu ed apparve opportuna. Il trattato della Triplice non ci legava, in quella circostanza, ad Austria ed a Germania, la prima soprattutto non attaccata dai Serbi, quindi non in diritto d’esser aiutata dall’Italia. Nella prima settimana di agosto non c’era consiglio migliore da prendere che la neutralità. Anche il gruppo nazionalista non certo incline, per la sua natura, alla neutralità, considerò ugualmente gli eventi. L’Italia, in realtà, non aveva avuto alcuna parte, né diretta né indiretta, nell’origine e nello svolgersi della guerra. Poteva avere, come ebbe, simpatie prima, esigenze poi, di carat­tere politico e nazionale. Motivi tutti che a poco a poco durante l’estate s’andarono sviluppando ed ingigantendo sotto la pressione degli avvenimenti e si affermarono decisamente ai primi dell’autunno. V’erano ragioni d’indole sentimentale: la resistenza dei Serbi, l’invasione del Belgio dopo la eroica, ammirata difesa del piccolo stato contro il temuto esercito germa­nico; la naturale simpatia per gl’irredenti Italiani, che fremevano ed in parte erano in Italia. Uno stato d’animo generoso si formò da noi. Specialmente il ricordo delle cam­pagne contro la vecchia Austria, con la quale l’Italia aveva già dovuto lottare ancora meno di cinquant’anni prima per poter unificare la nazione, agì come stimolo efficace. Si trattava tuttavia ancora di tendenze incerte, non orien­tate da una logica o da un programma. Nel settembre il governo poté iniziare trattative con Vienna per le riven­dicazioni italiane. Ma a poco a poco la marea saliva e la passione invase i migliori Italiani. E fu la passione dell’in­terventismo, per l’Intesa, ma soprattutto per la guerra all’Austria. Polemiche, discussioni, prime agitazioni nel paese. Scissioni di partiti e conflitti di tendenze: in tutti i partiti, in quello liberale, in quelli democratici, in quello repub­blicano, una frazione del quale, ligia al romantico pas­sato mazziniano, si dichiarò per l’intervento contro l’Au­stria. Ma più di tutte notevole la scissione del partito socia­lista, sul quale già dominava MUSSOLINI, che al partito aveva dato un calore di vita ed un fervore polemico che dovevano, poi, travasarsi in azioni non rinnegatrici della nazione. Il partito aveva dichiarato la più assoluta intran­sigenza per la neutralità; e lo stesso suo giornale, “l’Avanti!”, diretto da MUSSOLINI, fino al settembre aveva sostenuto, se mai, la necessità della rivoluzione in caso contrario. Ecco invece, ai primi di settembre, i sintomi della crisi: MUSSOLINI accenna a cambiar tono, la neutralità è impu­gnata come pericolosa, l’idea della guerra, guerra italiana, si profila. Clamori ed urla di tradimento si sollevano. In una lettera al “Resto del Carlino” MUSSOLINI precisa meglio il suo atteggiamento. La guerra è inevitabile; la guerra che può distaccare le parti attive del popolo italiano dalla borghesia conservatrice, dalle forze resistenti del pacifi­smo, delle maglie del parlamentarismo. Il 15 novembre MUSSOLINI pubblica il suo giornale, “Il Popolo d’Italia”, per la guerra, per l’ intervento, per l’Italia. L’articolo iniziale ha un titolo sintomatico: « Audacia ». L’interventismo è lì; e si rivela come una riscossa rivoluzionaria di popolo, di popolo—nazione alla conquista del suo avvenire, civiltà, benessere, grandezza, stato nuovo; programma, insomma, non immediato soltanto di azione bellica o di politica con­tingente, ma di largo respiro sociale e morale, per cui l’in­tervento doveva costituire il primo passo verso una rivo­luzione nazionale integrale di forme, di spirito oltreché di uomini e di partiti. Molti seguirono già allora MUSSOLINI. Alcuni provenienti dal suo partito, come Filippo Corridoni, l’apostolo del sindacalismo nazionale; altri gli si affiancarono, di quelli già usciti dal partito o provenienti da gruppi o da tendenze diverse. Alla gran massa degli Italiani il gesto di MUSSOLINI non apparve tuttavia, subito, nella sua vasta portata; e nemmeno a coloro che si avvicinarono all’idea dell’intervento, ma per altri motivi. Giacché l’interven­tismo, se fu un gran moto che nel complesso spronò alla guerra, ebbe motivi diversi e stimoli talvolta contrastanti. Per i liberali, o per quella frazione che si decise per la guerra, l’intervento doveva significare completamento della guerra d’unificazione nazionale, conquista del Tren­tino e della Venezia Giulia, fine, insomma, del capitolo Risorgimento, non ultimato né nel ’66, né nel ’70. Visione, cotesta, senza dubbio nobile, ispirata a ricordi magnanimi; ma priva di un contenuto nuovo, sociale e rivoluzionario; onde la guerra si rivelava come una postilla di quelle già combattute nel ’48 o dopo; come, se mai, una rivincita definitiva contro l’Austria. Diversa la concezione democratica dell’ intervento, sti­molata da un’accorta propaganda delle nazioni dell’In­tesa. La guerra doveva costituire la reazione dell’ingiu­stizia effettuata dalla Germania nel Belgio, dall’Austria in Serbia; doveva punire i massacri dei bambini belgi, i violatori dei trattati, chiamati, è vero, incautamente da un politico germanico chiffons de papier. Inoltre, presen­tata la guerra come guerra di civiltà contro la barbarie, l’intervento avrebbe dovuto, con la definitiva sconfitta del militarismo tedesco, chiudere per sempre l’èra delle guerre in Europa e nel mondo; instaurando stati nazionali perfetti, in modo che ogni passione fosse scomparsa dalla scena della politica internazionale. Infine per motivi non solo di rivendicazioni territoriali ma di prestigio morale e politico, di espansione, di energia nazionale la guerra era voluta dai nazionalisti; e, come s’è accennato, per ragioni prevalentemente irredentistiche, di irredentismo sentimentale, da alcuni repubblicani. Influivano, specie sui giovani, tendenze letterarie e cul­turali; influsso delle teorie nietzschiane della volontà di potenza, influsso del dannunzianesimo esaltatore dei valori nazionali innestati nel quadro di una visione romantica della vita; influsso di altre teorie attivistiche, non rinun­ciatarie: sindacalismo antiborghese e pragmatismo e cioè azione, fare, operare; reazione all’oppressione culturale germanica, ritenuta dominatrice della scuola superiore italiana e pertanto freno, alle possibilità costruttive della energia spirituale nostra; e, infine, il futurismo, reazione anch’esso al vecchio, alla retorica, alla stasi, al non fare; esaltazione del dinamismo, dei valori energetici e per­tanto della guerra, definita dal fondatore del movimento, F. T. Marinetti, « sola igiene del mondo ». Molti di questi motivi, naturalmente, si fondevano e si confondevano nei più degli Italiani e specie nei giovani e nei giovanissimi, soprattutto negli studenti. In questi ultimi, che ebbero una parte notevole nel movimento per l’intervento, prevalevano sentimenti genericamente pa­triottici, frutto degli studi e dell’educazione impartita nelle scuole medie. Il ricordo dell’oppressione austriaca nella Lombardia e nel Veneto (in parte anche esagerata dalla storiografia scolastica, che, tra tanti difetti, ebbe tuttavia il merito di inculcare nell’animo degli scolari un ardore antiaustriaco), l’irredentismo presentato alla fan­tasia dei giovani come una liberazione urgente di vittime oppresse e martirizzate; e, per converso, la descrizione di atrocità (forse non mai commesse) dai Tedeschi nel Belgio formarono nei giovani tante idee—forza che rag­giunsero la loro maggiore efficacia specialmente negli ultimi mesi del movimento. È’ indubbio, comunque, che la generazione che toccava all’incirca i vent’anni fu una delle molle propulsive dell’intervento; ed il suo entusiasmo contribuì enormemente alla decisione del maggio. Contro tali entusiasmi, quello dei giovani e degli altri interventisti, reagivano talune correnti (che subito furono chiamate neutraliste) le quali in varia guisa, a seconda delle loro ideologie politiche e del loro atteggiamento spirituale, consigliavano una prudente attesa o addirit­tura una netta rinuncia alla guerra. Per il gruppo di libe­rali che faceva capo al Giolitti la neutralità avrebbe potuto essere sfruttata dall’Italia ottenendo ricompense dall’Au­stria, secondo le legittime aspirazioni nazionali. Ancora ai primi di febbraio il Giolitti, in una lettera al Peano rima­sta come il documento più caratteristico di quella neutra­lità, affermava che l’Italia, senza la guerra, avrebbe potuto ottener « parecchio » (o, secondo altre versioni, « molto »). Questa tesi veniva, naturalmente, caldeggiata da molti conservatori, dai timidi e dai parrucconi, i quali tentavano opporre alla deficiente organizzazione militare italiana la potente struttura degli eserciti dell’Europa Centrale e della Germania soprattutto. Altri insistevano sul dato economico dell’impresa, adducendo il fatto che l’Italia, paese povero, non avrebbe potuto sopportare lo sforzo di una guerra che sarebbe stata lunghissima. Obiezioni del genere se n’odono sempre, in circostanze analoghe; e son fatte dai pruden­toni della politica, da coloro che hanno educato il loro animo allo spirito borghese e per i quali non occorrerebbe far mai nulla di nuovo, per tema degli imprevisti e dei rischi. La realtà è stata e sarà sempre diversa. Comunque, è un fatto che quando una grande impresa s’inizi v’è chi s’incarica di prospettare cifre e pericoli; senza accor­gersi che le cifre le creano proprio le grandi imprese e che i pericoli anziché freni sono stimoli a certe azioni. Diverso, naturalmente, l’atteggiamento dei socialisti. Avvenuta già nel settembre la scissione tra MUSSOLINI ed il resto del partito, questo continuò ad opporsi alla guerra, non tanto per ragioni di solidarietà internazionalistica (l’Internazionale era già morta nei paesi in conflitto), quanto per naturale avversione al fatto bellico, alla guerra di conquista, secondo le infatuazioni antimilitaristiche in voga in quel periodo. Di inutile strage si parlò anche in campo cattolico, con intenzioni, s’intende, diverse. I cattolici, da poco entrati nella vita politica nazionale, non pote­vano non ascoltare la parola pacificatrice dei pontefici; di Pio X prima, di Benedetto XV dopo, i quali esortavano i combattenti alla pace e non certo potevano inculcare sentimenti di guerra negli altri popoli. È’ noto tutta­via come, a guerra dichiarata, i cattolici italiani facessero egregiamente il loro dovere; e, vale aggiungere, la loro non fu pregiudiziale tanto politica quando religiosa e cioè dettata da sentimenti di umanità cristiana. Tutte queste varie tendenze ebbero, naturalmente, una loro letteratura, i loro giornali, i loro oratori, i loro comizi. Talune di esse erano altresì alimentate da una intensa propaganda fatta in Italia dai paesi in lotta. A rileggere, oggi, la maggior parte di quella stampa, a parte il calore della lotta ideale, ci si può accorgere come gran parte dei motivi polemici fosse contingente ed occasionale. Non contingente ed occasionale era (e ce ne possiamo ben accorgere a distanza) la posizione assunta da MUSSOLINI, che solo vide e profeticamente intuì il valore rivoluziona­rio, politico morale e sociale, dell’ intervento per l’Italia. Già un mese dopo l’inizio del “Popolo d’Italia” MUSSOLINI scriveva sul suo giornale: « Bisogna agire, muoversi, combat­tere e, se occorre, morire. I neutrali non hanno mai domi­nato gli avvenimenti. Li hanno sempre subiti. È’ il sangue che dà il movimento alla ruota sonante della storia » (I, 24). Il 25 gennaio, all’adunata dei Fasci d’azione interventista (i Fasci che, sebbene con diversa sostanza, anticipano di quattr’anni i Fasci di combattimento) MUSSOLINI dice: « ogni giorno sentiamo che c’è qualche cosa in questa Italia che non funziona; in questo ingranaggio statale c’è qualche dente che stride, qualche ruota che non cammina; il paese è giovane, ma le forme sono vecchie » (I, 34). Era, insomma, già la frattura tra il vecchio ordine ed il nuovo; quello ancorato ad una tradizione che aveva, sì, i suoi titoli di nobiltà, ma che appariva pesante e che, soprattutto, non sentiva la voce delle masse, non inter­pretava l’ansia rivoluzionaria del popolo; l’altro, invece, sorto già dal popolo e pel popolo; che era stato assente in gran parte della vita politica italiana e che poteva e doveva, come infatti avvenne, rinsanguare, sia pure a patto di un gran sacrificio, il corpo anemico dello stato. L’intervento, insomma, per MUSSOLINI era una diana di azione, era l’espressione della volontà del popolo di agire, muoversi, inserirsi nel moto della storia, guidarlo anzi. E da questa fiamma erano illuminati i seguaci di MUSSOLINI; e, primo tra gli altri, Filippo Corridoni, che fu il vero apostolo dell’interventismo popolare. L’azione svolta da MUSSOLINI, a mezzo del suo gior­nale, a mezzo dei Fasci di azione, a mezzo di comizi fu intensa specie dopo il gennaio. A MUSSOLINI arriva­vano messaggi da ogni parte d’Italia, i quali lo salutavano già come l’iniziatore della riscossa ed il condottiero della nuova Italia. Qualche mese dopo Corridoni, dalla trincea, doveva chiamarlo, per primo, « Duce ». La polemica e l’ardente passione interventista dilagarono ancor più nei mesi successivi, giacché pareva che il governo non facesse nulla per uscire dalla posizione d’attesa. Dopo l’annuncio, dato da Salandra alla Camera il 3 dicembre, che la nostra voleva essere una neutralità « armata e pronta ad ogni evento », il paese non seppe più nulla (e forse non poteva sapere) di quel che si stesse preparando o meno. Le stesse misure di adeguamento militare alla situa­zione a molti parevano insufficienti. L’azione diplomatica appariva lenta e inesistente. In realtà già nel dicembre Sonnino (succeduto al Di San Giuliano agli esteri) aveva chiesto all’Austria compensi per la sua avanzata nei Bal­cani; il 4 marzo veniva presentato al governo inglese il memorandum col quale si precisavano le condizioni dell’in­tervento italiano; richieste, com’è noto, boicottate dalla presuntuosa vanità di Sazonov. Ma il popolo, e specialmente le frazioni di esso più audacemente interventiste, non voleva e non sapeva aspettare; e aumentò sempre più a pressione, che divenne nel marzo e nell’aprile irrom­pente e decisiva. Il popolo insomma, nelle sue espressioni più vive, desiderava intervenire, passare all’azione; e ad ogni circostanza mostrava questo suo stato d’animo, che non era né comprimibile né modificabile. Ai funerali di Bruno Garibaldi, accorso con il fratello Costante (caduto poco dopo anch’egli) con un manipolo di compagni ad arruolarsi in Francia, parteciparono, a Roma, centinaia di migliaia di persone: un nuovo protagonista è entrato nella storia d’Italia, notava MUSSOLINI: il popolo vuole, impone la guerra! Si creò e dilatò il pathos della guerra. Il sacrificio di Bruno e Costante Garibaldi assurse a simbolo di impegno morale per gl’Italiani contro gl’imperi centrali. Dovunque si cantava il ritornello che la musa popolare aveva creato per i due fratelli morti « … prima Bruno e poi Costante… ». Gl’inni patriottici furono sulle bocche di tutti ad ogni ora. Un lugubre canto si diffuse fra i giovani e fu quasi l’inno dell’interventismo studentesco: « morte a Franz, viva Oberdan… ». Franz era, naturalmente, Francesco Giu­seppe. Le rappresentazioni di Romanticismo di Rovetta davano luogo a dimostrazioni irrefrenabili di patriottismo. Qualche conflitto era già avvenuto per le strade tra inter­ventisti e forza pubblica che tentava difendere le sedi dei giornali neutralisti e dei partiti non interventisti. Movimento, azione, passione di piazza, dunque; al di sopra dell’azione di governo o degli organi responsabili. La stessa camera dei deputati non parve vibrare di quella passione; ed anzi pareva irrigidita nell’attesa, o addirit­tura pareva più propensa alla neutralità che all’intervento. I 300 biglietti da visita lasciati nella portineria dell’on. Giolitti appena fu chiaro l’atteggiamento del ministro Salandra (il quale, frattanto, il 26 aprile aveva firmato il Patto di Londra, il 2 maggio aveva stipulato la conven­zione militare con gli stati dell’Intesa ed il 3 maggio aveva denunziato la Triplice Alleanza) furono più che una dichiarazione di fede. Furono una provocazione. E l’anima nazionale e popolare prese il sopravvento. L’orazione pronunziata da Gabriele d’Annunzio a Quarto nell’anniversario dell’imbarco dei Mille, il 5 mag­gio, suonò come una diana; ma il popolo era già sveglio, e da un pezzo. Le dimissioni di Salandra il 13 maggio (provocate dall’insensibilità parlamentare) dettero la con­ferma di quel che sentiva e voleva ed imponeva la nazione vera, la nazione autentica al di sopra di tutto. MUSSOLINI dalle colonne del “Popolo d’Italia” tuonava contro i nemici della patria, contro i nemici del popolo. Dimostrazioni violente s’ebbero in tutti gli angoli d’Italia. Si voleva la guerra contro l’Austria, ma si voleva soprattutto la guerra nazionale, che desse al mondo la sensazione di quel che era l’Italia e che desse agli Italiani stessi la coscienza della loro forza e della loro audacia. Fu una rivoluzione, in­somma, nel maggio: rivoluzione di popolo contro i ceti dirigenti (borghesia, parlamento specialmente); imposi­zione di una volontà solare e decisa a tutto. Frattura, insomma, come in tutte le rivoluzioni, tra il vecchio mondo ed il nuovo; il quale prorompeva dall’animo di generazioni giovani e rinnovate da ideali di lotta, di redenzione morale e sociale, di conquista insomma del proprio avvenire. E ciò comprese la Corona, sensibile alla reale volontà del paese. Il colloquio svoltosi a Villa Savoia tra il Sovrano e l’on. Salandra il 16 maggio, così com’è narrato dallo stesso presidente del consiglio, riverbera il dramma poli­tico dell’ora: o sentire le profonde vibrazioni dell’anima nazionale o seguire i consigli di prudenza dei vecchi uomini, delle categorie dominanti; o la guerra, cioè, o una più accesa rivoluzione. Ma non poteva più esserci titubanza o indecisione. Il Salandra fu confermato: ciò voleva significare nettamente la guerra. All’indomani, sul “Popolo d’Italia”, MUSSOLINI poteva ben dire: « volontà di guerra. L’ha dichiarata il popolo al disopra della mandria parlamentare… Dopo 33 anni l’Italia conquista la sua autonomia ». E soggiungeva: « la guerra è; ed è guerra di popolo che vincerà questa « sua » guerra… » (I, 40, 41). Giornate, poi, di delirante passione nazionale. Dimo­strazioni, cortei, entusiasmi vibrantissimi. A Roma ed altrove, all’annuncio dei pieni poteri accordati dalla camera al governo dopo la presentazione del Libro Verde relativo alle relazioni italo-austriache, il 20 maggio, i gruppi interventisti, ai quali frattanto nuovi numerosis­simi aderenti s’erano aggiunti, parvero presi dal delirio della vittoria. Era, infatti, la vittoria già di essi, della gio­vane nazione. Ore indimenticabili: militari portati in trionfo, bandiere baciate nei caffè, nelle vie; irredenti, che avevano partecipato anch’essi alla campagna interventista e che attendevano la decisione di momento in momento, singhiozzanti nei cortei, nelle dimostrazioni. E poi fu la guerra, che fu rivoluzionaria, perché tutto fu in giuoco, tutto in pericolo, « e molto andrà sommerso e molto rovinato » come diceva MUSSOLINI nel ’17 (I, 269); la guerra che prese davvero tutto il popolo in tutti i suoi strati, trascinato dalla passione degli audaci; che furono pochi all’inizio del movimento interventista e, come sempre è delle grandi cause, ebbero ragione; e per­ché ebbero ragione vinsero. Una prima volta, così, la nazione vinse nel maggio, una seconda nel ’18, una terza nel ’22. I tre momenti sono animati da una stessa fede e permeati da una stessa logica. È’ pertanto perfettamente vero che « dal maggio 1915 ha inizio la rivoluzione italiana, nella quale il popolo cessa di essere spettatore, per diventare finalmente il protagonista unico sulla scena della storia » (MUSSOLINI, VII, 210).

Dizionario di Politica a cura del P.N.F., vol. II, Roma, 1940, pp. 555 /558

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Il progetto “Gaia” attuato dai burattini senza scrupoli del sistema antifascista!

massoni Al giorno d’oggi esiste davvero una marea indistinta, e sovente traboccante, di informazioni. La “rete digitale” ne è un megafono indiscusso. Come ogni strumento, la sua utilità dipende dall’uso che se ne fa. Gli strumenti infatti non nascono “buoni o cattivi”. Di solito, a parte ciò che direttamente e per definizione nuoce, se vi sono rette intenzioni e se vi si applica un’etica di fondo improntata al bene morale oltre che materiale, l’uso di uno strumento può anche portare risultati positivi. Ciò vale anche per la meccanizzazione e computerizzazione nel lavoro. Se ciò rappresenta uno strumento nelle mani dell’uomo per alleviare le sue fatiche, il suo uso è positivo. Se invece, come appare sempre più evidente, diventa scusante per esautorare l’Uomo, allora il danno è incalcolabile. Così la Rete è definita davvero, e a ben vedere lo é, un “mare”, ove vi sono “naviganti” che nuotano in miliardi di bit di informazioni. Spesso cercano distrazione, ma più spesso “ricevono” disinformazione e deformazione. Proprio perché la Rete, è fatta e costruita appositamente con queste caratteristiche, sommerge di notizie l’Uomo “medio”, di modo che la buona informazione risulti surclassata dal “pieno di menzogne e spazzatura mediatica” volto a rinsaldare il conformismo funzionale al sistema dominante. Naturalmente, poiché quest’ultimo ha realizzato una efficace arma di “distrazione di massa” che funziona, la buona informazione procede a fatica, raggiungendo solo poche menti caparbie nel loro voler andare oltre le apparenze. Ad esempio, chi conosce, anche solo a livello superficiale , il “progetto GAIA”? Pochi! E di solito quei pochi si “schierano” più per partito preso che in virtù di una seria riflessione. A favore o contro, come nel più “puro” stile “Liberale”. Il “mare magnum” della strumentalizzazione fa il resto creando appositamente macrocategorie su cui imperversa la propaganda di parte: i “complottisti” (sostenitori dell’esistenza di regie segrete nei mali del mondo) e gli “anti-complottisti”. Questi due macroinsiemi ovviamente difettano nei loro apriorismi, così la Verità e l’informazione ne risentono. Chi cerca e vuole la Verità non può non approfondire, in un qualsiasi ambito, solo perché il conformismo dominante MARCA e bolla l’argomento indesiderato irreversibilmente in un senso o nell’altro. Ma, poiché ogni macroinsieme ha in sé buffoni e fanatici che ne delegittimano le possibili buone ragioni con la propria condotta irresponsabile e unilaterale, il gioco instaurato da chi vuol disinformare risulta facilitato, riducendo quello che è un tema interessante e suscettibile di approfondimenti in grado di generare comprensione, nell’ennesimo scontro perpetuo di cui la rete trabocca fino alla nausea.

Per chi invece ha voglia di comprendere davvero la realtà che ci circonda, essa pur mostrandosi multiforme e complessa, finisce col mostrare concretamente una evidente volontà politica animata da un disegno indirizzato a disgregare la società, che colpisce in primis le civiltà che hanno caratterizzato il mondo in determinati periodi storici. La matrice di questa volontà criminale, è sempre più individuabile in pseudo filosofie (più che idee politiche. Queste ultime discendono direttamente dalle prime) esoteriste-elitiste, che tendono a suddividere il mondo in due macroinsiemi: i potenti-illuminati ed i sottomessi. Questo tema è sovente coperto da dileggio. Ma esaminando spassionatamente gli eventi, li dove è possibile, quando vi è la volontà di farlo senza preconcetti, tutto assume una chiarezza cristallina. In proposito, una notizia recente, a dire il vero per nulla nuova, riguarda la “signora” Clinton. In un Convegno, quale principale candidata al comando degli USA, la “signora” ha espresso i punti basilari condivisi del “progetto GAIA”: qui la fonte. Qualcuno avrà senz’altro sentito parlare in passato di questo “progetto”, magari, più di recente, per le “accuse” rivolte al Movimento 5 Stelle (ne abbiamo parlato diffusamente nel nostro Forum del Covo: qui e qui) di “veicolare” tale piano, attraverso la strumentalizzazione di elementi quali l’assistenzialismo e il giustizialismo. Di solito, i movimenti che sostengono GAIA si fanno scudo di una patina SocialDemocratica, che costituisce un cavallo di Troia attraverso il quale veicolare i progetti a cui ogni Società dovrà conformarsi. A dire il vero questi elementi sono già visibili nelle variegate e “multiformi” (ma tutte concordi nella sostanza!) realtà politiche rappresentate nei vari parlamenti europei e mondiali.  In breve, attraverso l’impoverimento controllato a mezzo di “crisi economiche” mirate, si istiga una reazione popolare che chiede più benessere, alimentando così, attraverso il disagio sociale indotto dall’alto, le aspettative rivolte a saziare la brama infinita di consumi del cittadino medio, già adeguatamente abbrutito dal sistema materialista. Attraverso i contrasti sociali fomentati artatamente con immigrazioni selvagge e delinquenza trasversalmente in aumento, si genera il giusto livello di “guerra sociale” per poter poi intervenire in modo “giustificato”, sebbene “con grande rammarico”, al fine di reprimere ! Tutto ciò avviene tranquillamente perché di solito si guarda in modo superficiale e solo alla realtà materiale e immediata nella quale viviamo, senza che ci si curi di risolvere il vero problema delle Società che sta a monte e che consiste principalmente nello scontro tra la CIVILTA’ DELLO SPIRITO e l’inciviltà demo-plutocratico-materialista.

GAIA rappresenta il progetto del “ribaltamento” etico del Mondo; nel senso della vera schiavitù morale e materiale. Ma gli stessi articoli che ne denunciano in modo più approfondito i contenuti, continuano ad attaccare ed a sbattere su di un muro: LO STATO. Il Sistema plutocratico materialista ha previsto in modo diabolico una “quota” di menti e di cuori potenzialmente alternativi. Per questo ha diretto e continua a dirigere tutto l’astio accumulato a livello popolare contro l’unica possibile soluzione e contro l’unico “strumento” che potrebbe essere usato da una Vera Civiltà per poter riportare il percorso della Storia sul binario giusto: lo Stato! Ecco scoperto il lavorio satanico dei massoni, grazie ai quali l’odio della gente si riversa non già sui singoli casi rappresentati dalle entità statali incarnate dagli attuali democraticissimi paesi europei, asserviti al potere economico, ed assenti quando il popolo ha bisogno concretamente della loro opera costruttiva ! No, è proprio l’idea di STATO in quanto tale a cui viene indirizzato lo scontento delle masse! Essa viene incolpata quale radice del male “tirannico” attuale messo in pratica dalle “elites illuminate”, che se ne servono per schiavizzare tutti i popoli. Anzi, a rendere più grave la situazione, questi concetti distruttivi sono associati arbitrariamente all’essenza più verace dello Stato concepita dalla NOSTRA CIVILTA’ ITALIANA. Non fare alcuna distinzione al riguardo risulta già un modo per zittire eventuali contestazioni. Così come abbiamo più volte sottolineato, infatti, lo Stato Fascista è diventato “colpevole” di rappresentare ciò che NON E’ MAI STATO! Su di esso è stata riversata l’immagine di ciò che è l’idea Massonica, proprio perché esso ne costituisce l’esatta antitesi! L’uso del termine “Totalitario” (senza nessuna distinzione) è assurto a paradigma della schiavitù attuale. Quando, invece, è proprio all’insegna della “democrazia e della libertà”, e non del “Totalitarismo fascista”, che si compiono realmente tali abominevoli misfatti! Si è così giunti, per l’appunto, al ribaltamento etico della realtà.

Dunque il Sistema, prevedendo la possibilità dell’elevazione morale della cittadinanza dovuta all’azione di minoranze politiche radicate nella propria cultura di origine, ne argina così le potenzialità, disinformando le masse pervicacemente e in modo continuato, favorendo il conseguimento di una risposta blanda che si “spegne” al suo stesso interno. Inoltre i Cavalli di Troia generati da agitazioni sociali mirate e pianificate dal medesimo sistema nel quadro di altrettanto mirati interventi pseudo-sociali, hanno buon gioco nell’ introdurre, fra gli applausi, quelle particolari istanze che stanno a fondamento della schiavizzazione già visibile in vari paesi del mondo.

L’unica possibile risposta alternativa a questo caotico disordine indotto dal sistema plutocratico, torniamo a ripeterlo ancora una volta, è la Statocrazia Fascista, falsamente considerata “superata” e messa  premeditatamente in sordina, costretta in un cantuccio oscuro della storia. Soluzione che invece è nuovissima, pur essendo fondata sulla Tradizione politica, culturale e religiosa Italiana, poiché sviluppatasi armonicamente da essa, a beneficio del MONDO. Lo STATO ETICO FASCISTA è la risposta. Non, dunque, uno Stato qualsiasi in senso hegeliano, bensì quello FASCISTA mussoliniano. Uno Stato che non è “solo” un concetto intellettuale o un principio utopistico, ma un concreto fondamento di civiltà, basato sull’Organicismo Etico-Gerarchico Fascista, sulla concreta partecipazione politica totalitaria della cittadinanza, sulla dimensione MORALE del Lavoro fondato sulla collaborazione trasversale nel segno della Giustizia e dell’ Equità; uno Stato che SUPERA i problemi “istituzionali” momentanei, per riformare essenzialmente e principalmente l’educazione Civile e Morale del cittadino. Altro che “intellettualismo”! Altro che fantasia! Altro che “vecchiezza”! Il Fascismo rappresenta l’eterna giovinezza della CIVILTA’ ITALIANA, maestra dell’Europa, guida per il MONDO! Esso costituisce la sola possibile risposta concreta alternativa al disastro che ci sta innanzi agli occhi… e per questo in troppi fanno di tutto e con ogni mezzo affinché resti dai più misconosciuto.

ROMAINVICTAAETERNA