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“Giuristi e Stato Corporativo” di A. Esposito: la nostra recensione.

Il libro di Antonio Esposito*, “Giuristi e Stato Corporativo”, risulta decisamente interessante, sia per il tema trattato che per la forma utilizzata. L’argomento è oggetto di grande dibattito negli ultimi tempi, soprattutto in ambito politologico. Sebbene il titolo e gli antefatti possano lasciar pensare ad una disamina esclusivamente giuridico-istituzionale dello Stato Fascista, il testo in realtà parte dal dato giuridico per arrivare ad una interpretazione sia dell’identità che delle potenzialità politiche, espresse o meno, dal Regime Fascista. Questo, di per sé, non risulta un elemento necessariamente negativo. Riteniamo infatti che il legame tra la Dottrina politica fascista, e le Leggi (oltreché le istituzioni) poste in essere nel “ventennio”, sia indiscutibile. Il valore di questo legame è dibattuto, la ricerca di Esposito si inserisce proprio in questo dibattito.

Partiamo dunque dal considerare l’argomento del libro ed il suo svolgimento. Il saggio si presenta snello, di facile lettura, nonostante il tema sia dei più complessi, con un buon equilibrio tra sintesi espositiva e chiarezza documentaria. Esso ha il merito di considerare alcuni elementi (ancora in discussione a livello accademico), come dati acquisiti: a) la natura alternativa della Rivoluzione Fascista; b) il valore “Costituzionale”, ovvero di costituzione di un Nuovo Stato rispetto a quello monarchico preesistente, delle leggi varate dal Regime; c) il riconoscimento della “omogeneità della cultura fascista” e conseguentemente il concorso unitario degli ideologi fascisti alla nuova Costituzione.

Le nostre perplessità, però, sorgono fortemente quando l’autore trae le proprie conclusioni in merito agli argomenti esaminati. Innegabilmente egli focalizza l’attenzione su Alfredo Rocco, considerato giustamente un personaggio cardine nell’attuazione del nuovo Stato fascista. Altro punto giustamente evidenziato come nodale, risulta la promulgazione della “Carta del Lavoro”, definita a ragione come documento fondamentale della “Nuova Costituzione”, addirittura quale “nuova Carta universale”, da anteporre a quella “dei diritti”. Lo stesso discorso vale in merito ad altri importanti personaggi del Regime, ideologi fascisti, quali Bottai e Costamagna. Nulla da eccepire a riguardo. Dissentiamo, invece, in merito all’interpretazione che egli fornisce sia del Regime, che del Fascismo, quale idea che ne ha animato tutti i propositi, tanto in campo giuridico che politico e sociale. L’Autore, infatti, sembra voler guidare il lettore in una interpretazione “Corporativa” della Rivoluzione Fascista, precisamente elevando tale aspetto a essenza primaria e peculiare dell’identità politica specifica del regime mussoliniano. Lo fa quando definisce lo Stato Fascista quale “Stato Sociale” (termine usato in ambito Liberale, il cosiddetto WelFare), identificando (secondo noi erroneamente!) la sua sostanza e il suo scopo principale nel raggiungimento di un modello di Stato “Corporativo”. Uno “Stato Sociale” che costituirebbe lo “sbocco” ultimo della parabola politica Fascista, e soprattutto rappresenterebbe l’obiettivo principale prefissato dal P.N.F., che in tale opera avrebbe beneficiato delle deficienze organizzative dell’Italia liberale, per colmare sia le lacune dell’imbelle Stato monarchico, sia le esigenze di “modernizzazione” emerse nelle società di massa del XX secolo. Tale risulta l’interpretazione che va per la maggiore negli ambienti accademici che si rifanno a Renzo De Felice ed ai suoi allievi più illustri, come Emilio Gentile, Giuseppe Parlato e Francesco Perfetti, le cui tesi l’autore mostra di conoscere e condividere. Un altro elemento sul quale dissentiamo è quello inerente ciò che Esposito chiama “deriva Totalitaria” del fascismo, posta in essere per primo da Rocco. L’autore ritiene che l’obiettivo dello “Stato Sociale” (leggasi “Corporativo”), inizialmente fosse perseguito in modo “mediato” in virtù del metodo usato dal primo governo Mussolini, in cui erano presenti nomi di “illustri politici” dell’Italia prefascista, per poi essere realizzato in modo “immediato”, a mezzo dell’impianto giuridico elaborato da Rocco prima, e poi da Costamagna. Altresì egli ritiene che tale “deriva”, concretizzatasi a causa di contingenze storiche che avrebbero determinato tale “svolta totalitaria”, avrebbe rappresentato un fattore negativo per la concreta e verace traduzione in pratica del “Corporativismo”, che in teoria, nella descrizione qui proposta da Esposito, avrebbe dovuto costituire il vero obiettivo e la principale “eredità politica” che il Fascismo avrebbe dovuto tramandare alle generazioni future di Italiani. In tale contesto interpretativo la “Carta del Lavoro”, viene pertanto derubricata dall’autore a “documento politico” che non sarebbe propriamente ascrivibile al contesto giuridico dell’instaurando nuovo Stato, poiché le caratteristiche di essa non sarebbero paragonabili a quelle delle leggi “tradizionali”; anzi, tale Carta, il cui valore presumibilmente sarebbe più formale che sostanziale, ideologico più che concretamente programmatico, venne ad essere inserita in un contesto giuridico e istituzionale interpretato come già autonomamente avviato verso l’attuazione del Corporativismo, essa quindi avrebbe costituito più un elemento di “passaggio” da una fase (quella “sindacale”) a un’altra (quella “corporativa”) dello Stato Fascista, piuttosto che un ulteriore pilastro portante nell’edificio giuridico-istituzionale del Regime. Stesso discorso viene portato avanti riguardo quelle che vengono qualificate come “fasi” del Regime, ovvero la già summenzionata fase “sindacale” (cioè il momento in cui l’apporto del sindacalismo avrebbe dovuto ottenere il risultato dell’autonomia che gli sarebbe propria, nonché voce in capitolo nella amministrazione dello Stato, posta come obiettivo primario) e quella “corporativa” (la fase che avrebbe dovuto istituzionalizzare e concretizzare le istanze Sociali nel nuovo Stato, ma che alla fine si sarebbe tramutata nella burocratizzazione di tali richieste), nei riguardi delle quali bisognerebbe separare ciò che venne realizzato dagli obiettivi teorizzati che si volevano raggiungere. La critica dell’Autore, in tal senso, si focalizza principalmente nella mancata concretizzazione della “svolta sindacale” del Regime, oltreché nelle deficienze organizzative dell’ “era Bottai”, il quale, pur ponendosi come “mediatore” tra “sindacalisti e corporativisti”, avrebbe sostanzialmente fallito nel raggiungimento concreto di questa posizione mediana. In tal senso, secondo Esposito, la “fase” in cui fu protagonista Costamagna” avrebbe ripreso e perfezionato l’architettura giuridica di Rocco, rinunciando definitivamente al primato dell’istanza sindacale, che pure uomini come Panunzio, egli sostiene criticando tale posizione, inspiegabilmente si “ostinavano” (sic!) a credere praticabile all’interno delle Istituzioni gerarchiche centraliste del Regime, ritenendo invece assolutamente armoniche le istanze sindacali stesse con la concezione dello Stato Fascista. Si arriva così a specificare, in ultima analisi e a conclusione della disamina giuridico-istituzinale del Regime, che la vera e reale “Terza via”, a cui il Fascismo presumibilmente aspirava, sarebbe da identificare nella “Legge sulla Socializzazione delle Imprese”, idea che pure era stata vaticinata da Ugo Spirito nel suo principio della “Corporazione Proprietaria”. Anche in questo caso c’è da rilevare la giusta considerazione dell’autore del saggio in merito alla “connaturalità” della Socializzazione all’idea Corporativa Fascista. Ciò che invece non è assolutamente condivisibile verte sulla “centralità ideologica” che l’Autore stesso affida a tale provvedimento, secondo il quale  incarnerebbe l’identità “vera” del Fascismo ed il suo obiettivo fondamentale, tra l’altro non raggiunto. L’Esposito, infatti, pur non volendo annoverare il Fascismo nelle “rivoluzioni mancate” o “incompiute”, lo colloca sicuramente tra i “fallimenti politici”, dovuti a quelle che egli reputa le molteplici cause da lui elencate nel testo.

Quel che riteniamo difetti in tale lavoro, è esattamente la considerazione del Fascismo quale DOTTRINA politica chiara e univoca, condivisa consapevolmente e senza riserve dai suoi teorici principali (a prescindere dalla formazioni filosofica e politica da cui essi provenivano) che dunque, in quanto tale, andrebbe considerata sempre quale principio e fine di ogni provvedimento preso dal Regime. A livello ideologico, proprio quel che l’Autore non sembra ritenere in linea con quel che egli considera il presunto obiettivo corporativo Fascista, venne invece ritenuto essenziale e perciò definito strettamente dagli ideologi fascisti, anche quelli che egli ritiene in polemica insanabile (vedasi Panunzio e Costamagna). Infatti, è ormai sufficientemente dimostrato che tali polemiche (come constatato anche da Alessandra Tarquini nel suo lavoro sulla cultura fascista, non certo tacciabile di faziosità apologetica) vertevano più sui metodi che non sul fine politico da raggiungere, che per tutti costoro era costituito dall’inveramento della nuova Civiltà Fascista, una civiltà Spirituale nella quale il “Bene Comune” doveva necessariamente essere prioritario e superiore tanto rispetto all’interesse individuale quanto a quello di categoria economica e sociale. Nella produzione ideologica di tutti i teorici del Partito Fascista, a partire da Mussolini, per proseguire con Gentile, Carlini, Rocco, Panunzio, Costamagna, Giani, Spinetti, ecc., emerge con prepotente chiarezza tale concezione. In tale direzione vanno inequivocabilmente le realizzazioni codificate da Rocco (con la giusta gradualità, come pure l’Esposito non manca di rilevare), come quelle di Bottai (al netto delle deficienze organizzative), e di Costamagna. Il “Corporativismo Fascista” (e sottolineiamo “fascista”, poiché presenta peculiarità che lo rendono differente dagli altri esperimenti similari), non è, né può essere confuso col “Sindacalismo Rivoluzionario”. In quanto tale, nell’ortodossia dottrinaria fascista, risulta sempre essere stato considerato come un mezzo, per quanto certamente innovativo e all’avanguardia, volto alla realizzazione dello Stato Etico-Organico Fascista. In questa prospettiva è naturale e assolutamente inevitabile, che esso esprimesse la propria peculiare anima totalitaria Etico-Gerarchica, che di certo, a parer nostro, non è rappresentabile come una “deriva” dovuta a fatti contingenti (o alla formazione politica di provenienza degli uomini che l’hanno attuata), ma che si concretizzò obbligatoriamente per meglio “dirigere e controllare” tutti gli ambiti della Nazione, qualificata significativamente al principio della “Carta del Lavoro” come “unità morale, politica, ed economica che si realizza integralmente nello Stato fascista”. In tale contesto, dunque,  il “Totalitarismo” non costituisce per nulla un “effetto negativo” del presunto “inopportuno” accentramento Statale. Esso invece risulta connaturato all’Idea Fascista, che  ebbe sempre la pretesa di rappresentare non un nuovo “abito” da indossare sulla preesistente impalcatura dello Stato monarchico-liberale, bensì una vera e propria Rivoluzione finalizzata ad instaurare una nuova “Civiltà”! Ciò vale anche per la Legge sulla socializzazione delle imprese, che non costituisce affatto la “vera Terza Via”, ma esclusivamente un mezzo, anche quello, che attua in modo peculiare esattamente l’articolo 1) della Carta del Lavoro! A sua volta, tale provvedimento, non costituisce affatto la traduzione in essere dell’ idea di “Corporazione proprietaria” espressa da Spirito, poiché anche questa presenta delle differenze non piccole con la legge suddetta, che andrebbero appositamente studiate in altra sede.

In breve, il Fascismo nella sua più schietta e genuina essenza politica non può essere semplicisticamente rappresentabile, come sembra sostenere Esposito, quale sviluppo particolare del Sindacalismo Rivoluzionario, tantomeno ridotto esclusivamente a mero propugnatore delle teorie sociali sindacaliste nazionali, sebbene, indubbiamente ne sviluppasse alcune istanze. Al contrario, esso rappresentò nel pensiero dei suoi ideologi ufficiali un’idea nuova, con degli obiettivi chiari e ben definiti. Non ci pare corretto sostenere che esso si sia sviluppato in modo originale quale percorso politico al fine di pervenire semplicemente ad una nuova forma dei rapporti socio-economici, che avrebbe avuto presumibilmente il compito di correggere le disfunzioni del modello liberale, poiché invece esso si propose di realizzare una vera e propria nuova Civiltà dello Spirito, tale e quale venne descritta con i medesimi tratti distintivi da tutti i suoi ideologi più rappresentativi, giuristi, filosofi, sindacalisti ed economisti, indipendentemente dalla formazione specifica di ognuno di essi ! In tal senso, è bene sottolineare che le conclusioni presenti nei nostri studi (vedi qui ) vanno esattamente nella direzione opposta di quelle presentate da Esposito nel suo saggio.

*Antonio Esposito, nato a Napoli il 10 Febbraio del 1987, ha frequentato la facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Napoli Federico II, dove ha conseguito la laurea nel luglio del 2015 con una tesi sulla Carta del Lavoro.

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NEGAZIONISMO ANTIFASCISTA A SENSO UNICO: l’ipocrisia illogica dei “gendarmi della memoria sbugiardata”!

ipocritiEsiste un presidio donato da Iddio a tutti gli uomini: si chiama Coscienza. Quando Essa non dorme e non é ottenebrata, rifiuta e rigetta disgustata l’esaltazione dell’ingiustizia e del crimine!

Al riguardo, la “democrazia italiota” asservita alla plutocrazia internazionale ha compiuto l’ennesimo oltraggio alla giustizia. Coadiuvata, come sempre, dalla “Euro-usurocrazia”, la quale a mezzo del suo “parlatoio” aveva già anticipato da tempo nei suoi vuoti “documenti” ulteriori provvedimenti vessatori che avrebbe dovuto a breve estendere al “popolo bove” dello stivale!

Orbene, è stato democraticamente ufficializzato il “reato d’opinione” del “negazionismo” (Cfr qui . E, come al solito, emerge la doppiezza strisciante e ipocrita della repubblica delle banane . Infatti condannano “l’istigazione all’odio”, che presumibilmente si baserebbe sul “negazionismo”!! Così, sempre in modo ipocrita, cercano di smarcarsi dalle critiche di chi li accusa di aver istituito l’ennesimo reato d’opinione. Come, di fatto, è accaduto). Cosa si deve intendere con questo termine, la cui definizione risulta estremamente “elastica”, ormai risulta chiaro. Esso si applica ESCLUSIVAMENTE alla negazione della persecuzione antiebraica. In sostanza chi “nega il genocidio della Shoah” sarà considerato alla stessa stregua di un criminale, di un assassino comune, pertanto sarà passibile di carcere! Appare veramente tragico ed esilarante ad un tempo il vedere emanati dagli spacciatori del libero pensiero tali “editti” tirannici che, ad oggi, costituiscono i peggiori (ed i più ridicoli!) che si siano mai visti in Europa e nel Mondo in fatto di reati di opinione! Infatti, se il negare aprioristicamente dei crimini costituisce certamente un atto immorale ed esecrabile intellettualmente, nondimeno risulta incredibile che ciò possa essere perseguibile penalmente! A questo punto, visto che il “reato” di “apologia di fascismo” (sic!) è tutt’ora presente in questo orribile e infernale “sistema”, costituendo di già un “reato di opinione”, la chiusura del cerchio non poteva che essere questa. E ciò avviene non perché  le due cose siano politicamente e storicamente l’una l’anticamera dell’altra, quanto perché è esattamente questo il risultato propagandistico che si vuole ottenere: cioè il farlo credere!

Ebbene, siccome il pudore e la dignità sono termini sconosciuti nel “sistema democratico”, beffa tra le beffe, si è osato promulgare questa ennesima legge tirannica subito dopo una notizia che senz’altro molti non conoscono ( Qui ). La cosiddetta “Corte ONU” ha “decretato”, dall’ “alto” della sua grandezza amorale, che né la Serbia, né la Croazia, al tempo della guerra che le ha dilaniate, furono colpevoli di Genocidio! Tutti ricordiamo le atrocità commesse durante quel conflitto, da ambo gli schieramenti. La definizione che è stata data al termine “Genocidio”, dalla stessa Corte che ora “assolve” i  due contendenti ( Vedere Qui ), è perfettamente applicabile ai fatti relativi al conflitto Serbo-Croato. Ma si sa che l’adesione di questi due paesi all’Unione euro-usurocratica vale più di qualsiasi scrupolo etico-morale, così, magicamente, la “Corte” non ha potuto stabilire che lo scopo specifico delle forze armate dei due rispettivi paesi fosse quello di annientare e sterminare il nemico! Questo nonostante il grande macello consumato, nonostante la definizione di genocidio che la stessa ONU ha ratificato come valida, nonostante l’evidenza dei fatti… ebbene, nonostante tutto ciò, non sarebbe possibile stabilire se gli eserciti volessero sterminare l’avversario in tutto o in parte (dall’articolo citato: le prove non dimostrano “lo scopo specifico necessario perché si parli di genocidio”)!

Di fatto, appare evidente che con la costituzione del reato di “negazionismo” (posizione quella negazionista aprioristica che, ripetiamo , risulta moralmente deprecabile )  il sistema demo-plutocratico, si assicura un utile strumento di pressione da utilizzare di volta in volta per zittire voci scomode per la “nomenklatura” ! Quanto al negazionismo “politicamente corretto” concretamente praticato dalla repubblica italiota a danno dei “vinti” fascisti od al negazionismo praticato dai cosiddetti “Occidentali”, iniziando dallo sterminio subito dagli Armeni, proseguendo per quelli subiti dai nativi Americani, passando per quelli subiti nei paesi del cosiddetto “socialismo reale” etc. etc. …per questi genocidi la legge, ovviamente, non vale!

Nel caso specifico che vogliamo discutere nuovamente, ci eravamo già ripromessi di leggere e commentare un testo di Simone Levis-Sullam, nonostante avessimo già sottolineato gli evidenti limiti presenti nell’interpretazione pregiudiziale del ricercatore ( qui ); un libro che risulta a tutti gli effetti  un manifesto politico di propaganda di guerra, di cui non si sente davvero il bisogno, in quanto non riporta argomenti storici, come del resto lo stesso autore specifica nell’introduzione, ma che risulta scritto appositamente per “estendere” il significato di “genocidio” utilizzando una prosa narrativa da romanzetto moralista, col solo fine di  infangare la memoria del Governo Fascista, negando arbitrariamente che esso rifuggisse di fatto da qualunque intento genocida nei confronti degli ebrei… e tutto ciò prescindendo dai fatti storici! In breve un classico esempio di negazionismo antifascista! La gravità dell’atto di Sullam, sta tutta in questo principio: la sua condanna moralista è slegata dai fatti! Ne citiamo alcuni passaggi per rendere chiara l’idea del filo illogico che egli ha seguito (Cfr S. L. Sullam, “I carnefici Italiani- Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945″, Feltrinelli, 2015): “Un genocidio è il tentativo violento di cancellare in tutto o in parte un gruppo su basi etniche o razziali… Allo stesso tempo, la categoria di genocidio consente una comparazione con dinamiche e fatti affini ed enfatizza, per analogia con la definizione giuridica del crimine, l’intenzione, quindi il progetto, di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale. In questi termini si può parlare quindi di genocidio degli ebrei e di responsabilità italiane”.

Da questa prima citazione è già possibile scorgere la completa assurdità della posizione di Sullam, che scrive un libro con la finalità di usare la categoria di Genocidio (la cui definizione ufficiale pure utilizzata dallo stesso autore, cozza evidentemente con i suoi scopi!) per estenderla ed enfatizzarla! Addirittura comparando tale crimine con “dinamiche e fatti affini” (stabiliti come tali da chi? Da lui?), per poter così arrivare a parlare di “responsabilità italiane”! In base alla stessa definizione che l’Onu ha coniato per il termine “genocidio”, invece, risulta lapalissiano che il Governo fascista italiano dell’epoca non ha avuto nessuna responsabilità nel genocidio ebraico, e giuridicamente non ha voluto, né ha preparato, né ha perseguito nella prassi la cancellazione in tutto o in parte [di] un gruppo su basi etniche o razziali“. La “comparazione” forzata di Sullam “con dinamiche e fatti affini” (ci chiediamo cosa possa risultare “affine” a un genocidio su base razziale!) risulta una evidente falsità storica. L’autore però così continua: “Le responsabilità nel genocidio di questi soggetti, ad esempio di chi compì gli arresti e di chi trascrisse materialmente l’elenco di ebrei da arrestare, non furono le stesse e indubbiamente l’utilizzo in ambito storico di categorie giuridiche e giudiziarie potrebbe portare a precisare diversi gradi di implicazione e di colpa sulla base ad esempio della funzione specifica, del ruolo gerarchico e della conoscenza o meno degli intenti genocidari e dei loro esiti ultimi” (ibidem). Questa citazione, che da sola inficerebbe il senso stesso del libro, visto che è vero ciò che afferma, ossia che la responsabilità del genocidio va ascritta a chi l’ha perseguito e vi ha collaborato consapevolmente, e che dunque risulta impossibile da addebitare al governo fascista italiano dell’epoca, in realtà serve a Sullam per l’ennesima forzatura e per il ribaltamento dei termini, egli infatti così prosegue… “Tuttavia le finalità dello storico non sono quelle del giudice: con la categoria di genocidio e con l’enfatizzazione delle responsabilità italiane vogliamo richiamare l’attenzione su un progetto, su un insieme di azioni, sulle forme di partecipazione che riconosciamo vadano di volta in volta precisate, ma anche sulla gravità di atti che, solitamente isolati e considerati in sé pur essendo stati parte della catena dello sterminio, sono stati a lungo sottovalutati” (ibidem).

Dunque, mentre precedentemente Sullam aveva necessità di fare un parallelismo col significato giuridico del crimine di genocidio, per poter estendere l’accusa alle intenzioni (sic!) di coloro che hanno partecipato alla guerra 1943-45 in Italia dalla parte dei vinti, ora non può “tuttavia” (parolina chiave che in seguito permette di ribaltare il periodo precedente!) guardare alla realtà giuridica! Si sa, lo storico non è un giudice! Dunque egli deve “enfatizzare” le responsabilità italiane, anche se riconosce che non sono tutte uguali e non possono essere equiparate a quelle degli sterminatori. Alla luce di queste ovvietà, visto il titolo del libro che parla di “carnefici” (e dunque di responsabili diretti), dopo aver letto queste righe si dovrebbe per coerenza logica già chiuderlo e riporlo nel cesto della carta da riciclare. Infatti di quali carnefici stiamo parlando? Ma il fine ultimo dell’autore non é quello di pervenire alla verità storica, bensì di inserire premeditatamente e comunque il governo fascista italiano nel novero dei criminali. E dunque, in barba alla logica dei fatti storici,  il libro, dal punto di vista di Sullam, ha senso solo per questo motivo.

Immancabile  anche il riferimento all’ “antigiudaismo cattolico”, il quale avrebbe costituito la “base” su cui si sarebbero innestate le leggi del 1938 (ignorando volutamente anche i contrasti a riguardo tra il governo fascista e la Chiesa di Roma). Lasciando intendere, indirettamente, che anche il Cattolicesimo Romano (sulla base dell’estensione del significato di cui sopra) avrebbe dunque responsabilità nella “Soluzione finale”. Del resto tale assunto è frutto di un vecchio pregiudizio anticattolico che il Sullam non ha vergogna di riesumare, in questo libro che è tutto fuorché storico! Però egli ammette che “…Sebbene non possa essere tracciata una linea di continuità diretta tra l’antisemitismo del 1938 e la svolta genocida (sic!) del 1943-45, quello sancito dal 1938… fu quindi il contesto giuridico, politico, culturale e ideologico in cui fecero infine la loro comparsa i più radicali provvedimenti della politica antiebraica introdotti dalla RSI” (ibidem). A parte il fatto che nel 1943-45 non vi fu alcuna “svolta genocida” in atto da parte delle autorità fasciste (proprio a motivo della definizione data al termine dall’Onu!), ma della creazione per gli ebrei dello status di “nemici per la durata del conflitto”, e dunque del  cambiamento della loro condizione quali prigionieri di guerra (con tutto ciò che questo comportava a livello di convenzioni internazionali!), con la requisizione dei loro beni; resta comunque del tutto campata in aria la teoria secondo la quale le leggi discriminatorie del 1938 costituirebbero la base giuridica e ideologica  per qualsivoglia sterminio! Questo è certificato dalla storia! E Sullam è costretto ad ammetterlo, anche se per lo scopo che si è prefissato, condannare a prescindere il governo fascista italiano, è obbligato a relativizzare questo fatto chiaro.

Allo stesso modo, nella prosa politicamente interessata di Sullam, Giovanni Preziosi, un personaggio assolutamente marginale e secondario nella storia del Fascismo, rifugiato in Germania dopo l’8 settembre 1943, che scrisse al Fuhrer per accusare lo stesso Mussolini e il Governo fascista di filo-semitismo (sic!), da inutile comparsa riesumata da Hitler stesso e imposta a Mussolini (come certificato dalla storia; cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il Fascismo, Einaudi, Appendice), diventerebbe invece un ideologo, un personaggio di primo piano, addirittura un pilastro del Fascismo, sempre secondo Sullam, come lo sarebbe stato Evola (ibidem)! Al contrario, Giovanni Gentile, da Ideologo del Fascismo insieme a Mussolini, diventerebbe una comparsa …poiché, come lo stesso autore ammette, voleva salvare gli Ebrei! Nella citazione che fa Sullam della lettera di Preziosi, egli ammette che lo stesso voleva replicare in Italia le leggi Naziste per l’eliminazione degli ebrei riprese dal Mein Kampf. Quel che non dice, stranamente, è se il Preziosi sia riuscito nel suo intento, oppure, come ricordato nel libro di De Felice, Storia degli ebrei Italiani sotto il Fascismo, se le sue proposte vennero bloccate dal Ministero degli Interni, e da Mussolini stesso. Ma, ripetiamo, questo fatto storico diventa relativo davanti alla volontà politica di Sullam di demonizzare il Governo fascista.

Egli scrive nel libro del Campo di Fossoli, dove la storia di questo stesso campo però non viene affatto trattata in modo centrale! Anzi! Ciò che è posto in rilievo sono le storie, in stile narrativo e prosaico, delle delazioni, dei tradimenti, delle connivenze di personaggi che ruotano attorno all’imprigionamento degli ebrei veneti, poi trasferiti da Fossoli nel febbraio del 1944. Sullam lascia intendere che questa deportazione, nella quale è stato coinvolto Primo Levi, sia totalmente da ascrivere tra le responsabilità della R.S.I. Ma siccome a Sullam non importa nulla di approfondire la storia di Fossoli, una storia che, tra l’altro, è stata certificata come tutta “da costruire” dalla stessa Regione Emilia Romagna, a causa della scarsità di documentazione relativa al Campo stesso ( Cfr Qui : “La documentazione del campo [registri e atti] è andata quasi tutta distrutta o perduta. La reperibilità della documentazione su Fossoli si è imposta perciò come un problema fondamentale e, di fronte alla lacunosità delle carte fino ad ora conosciute e usate, è maturata la necessità di individuare nuove fonti, allargando l’orizzonte delle ricerche per permettere all’indagine storica di ampliare e meglio definire le conoscenze acquisite in questi anni“), allora egli si permette tranquillamente di soprassedere sui fatti, poiché il suo intento, come già detto, è quello di “enfatizzare”, pizzicare le corde dell’ io sentimentale del lettore, slegandole possibilmente dall’io razionale ! Il suo fine infatti non è la ricerca su Fossoli! E’ solo quello di gettare fango sulla R.S.I. !

Dunque, sempre ragionando alla luce della prospettiva prodotta dal “reato di negazionismo”, Sullam può dire e scrivere quello che più gli aggrada! Lui, giudeo e antifascista, a maggior ragione nel suo ruolo di “storico” (per quanto questo termine possa avere un senso per un libro del genere!), può accusare chi vuole! Tanto, per chi non concorda col suo teorema, c’è già pronto il “reato di negazionismo”!

La Storia, quella vera con la S maiuscola, dice però che il Campo di Fossoli fu occupato dai tedeschi, come del resto una parte dell’Italia, dopo l’armistizio (era un campo di prigionia), per poi essere sgomberato al momento della nascita della R.S.I., nel settembre 1943. Quando però i tedeschi decisero di gestire  direttamente la “questione ebraica” (chissà perché mai presero questa decisione, se i fascisti, secondo Sullam, erano così solerti e così mostruosi nella loro folle mania genocida? Mah, misteri “negazionisti”!), rioccuparono una sezione dello stesso campo, pur permanendo ufficialmente sotto l’autorità italiana (R.S.I.). In questa sezione essi portavano i loro prigionieri (…i loro!), e nel febbraio del 1944 una loro retata vi portò degli ebrei, tra cui Levi. Nel marzo del 1944 le autorità fasciste italiane, (pur essendo secondo Sullam composte di solerti carnefici) vennero però cacciate definitivamente dai tedeschi (vedere Qui. Il sito, evidentemente antifascista, non riesce a negare quali fossero le condizioni dei prigionieri di Fossoli durante la gestione da parte Italiana-Fascista, così come nota che i tedeschi già dai primi del 1944 avevano occupato una parte del campo, alla faccia degli Italiani! …e che nel marzo dello stesso anno i fascisti furono cacciati perché i tedeschi volevano attuare “la soluzione finale”. Testuali parole!)

Insomma: la storia di Fossoli, oltre a non poter essere scritta definitivamente a causa della scarsità di documentazione in merito, al contrario di quello che scrive Sullam da “storico”, viene totalmente ignorata da quest’ultimo, poiché nelle liberal-democrazie, la verità e la giustizia, come la libertà, non sono minimamente considerate! Alla faccia del reato di “negazionismo” ed alla faccia dei “diritti inalienabili dell’ uomo”, che lo sono solo quando e come lo decidono lor signori democratici!

Noi, invece, che siamo fascisti (dunque brutti, cattivi e violenti, sempre secondo lor signori democratici), scriviamo e proclamiamo che siamo disgustati da ogni Genocidio, poiché non basta essere in Guerra per cancellare le Coscienze! Dunque, ogni errore ed orrore, commesso nell’ultima guerra mondiale, deve essere stigmatizzato, a cominciare da quelli dei “vincitori”! Sono loro che si sono ipocritamente appiccicati addosso termini tanto altisonanti quanto vuoti di significato come libertà di parola e di espressione, e che invece di questi stessi termini si fanno beffe tiranneggiando e zittendo il prossimo come mai nei regimi “antidemocratici” è accaduto!

Dunque noi fascisti condanniamo i genocidi, ma li condanniamo tutti, poiché ognuno di essi costituisce  un abominio morale! E noi della Morale facciamo la nostra base di Vita! Questo perché siamo FASCISTI! E grazie a Dio NON siamo “finto-democratici”!

A margine di queste considerazioni, vogliamo fare un’ultima riflessione. La centralità, vorremmo dire l’unicità della storia ebraica, in merito alle relazioni con gli altri popoli del mondo, è effettivamente inusuale. Si può dire che questa “unicità” è vista in chiaro-scuro. Ovviamente il giudaismo la esalta, come prerogativa assegnata in modo esclusivo ad un “popolo eletto”, concretizzando politicamente tale caratteristica nel sionismo moderno. Questa innegabile “auto esaltazione”, che è antica come lo stesso ebraismo, costituisce in realtà l’unico vero motivo che ha potuto generare “contrasti”, in modo specifico con l’universalismo della Civiltà Latina. Contrasti che non sono mai stati “razziali”, bensì culturali. E’ la “superbia giudaica”, che ha generato spesso l’impossibilità ( e la mancata volontà!) di “integrazione verace”. I numerosi esempi positivi di senso opposto, antichi e contemporanei (due esempi emblematici su tutti, Saulo di Tarso ed Ettore Ovazza), certificano esattamente questa irrimediabile contraddizione. Finchè permarrà questa “auto esaltazione ebraica” di segno esclusivista, questa volontà di “unicità incomparabile”, i contrasti con l’ebraismo saranno sempre alimentati, con l’accordo sostanziale dell’ebraismo stesso, poiché codeste contrapposizioni (soprattutto quelle che sfociano in crimini), consentono di perpetuare questa presunta aura di “unicità”, non permettendo che il cerchio di odio si chiuda.

Noi crediamo sinceramente che, come storicamente è stato dimostrato, la Civiltà fascista possa risolvere beneficamente, per tutti, questi contrasti. Ovviamente non neghiamo quanto alla prova dei fatti storici si sia dimostrato sbagliato. Ma riconosciamo l’innegabile potenzialità benefica dei Principi, i quali non devono essere abbandonati a causa di una loro contingente applicazione erronea, ma semplicemente applicati nel modo più verace.

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IL “LATO OSCURO” DELLA REPUBBLICA DELLE BANANE ANTIFASCISTA! : la puntuale analisi di Vinciguerra su Piazza Fontana, la “strategia della tensione” e le relative connivenze di partiti politici e magistratura.

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Abbiamo già evidenziato a suo tempo, in un apposito articolo ( https://bibliotecafascista.org/2013/11/04/il-fascismo-un-fenomeno-politico-unico-originale-e-usurpato-2/ ), quelli che riteniamo siano i limiti delle valutazioni ideologiche espresse da Vincenzo Vinciguerra sull’essenza politica del Fascismo. Ciononostante, è indubbio il valore della sua analisi sulla cosiddetta “strategia della tensione”, in qualità di testimone chiave, anzi essenziale, per l’esatta comprensione di quelle vicende, tanto quanto resta ugualmente valida la sua denuncia nei confronti del cosiddetto “neofascismo”, quale negazione del totalitarismo fascista mussoliniano nonché “cane da guardia” del sistema antifascista instaurato dalla “repubblica nata dalla “resistenza”, nata su mandato degli Stati Uniti.

Nel suo articolo, che di seguito riportiamo (tratto dal blog http://www.archivioguerrapolitica.org ), partendo dal tragico episodio della strage di “Piazza Fontana”, egli sintetizza in modo chiaro ed inequivocabile movente, mandanti ed esecutori della “strategia della tensione”, nonché le relative connivenze tra mondo della politica e magistratura al fine di occultare la verità relativa a quella tragica stagione. A lui va il nostro rispetto per l’esempio di salda coerenza, tanto nel rivendicare le proprie responsabilità quanto nel rifiutare di scendere a compromessi con la repubblica antifascista, anche a costo della propria libertà, volontariamente sacrificata per testimoniare la verità dei fatti.

IlCovo

IL LATO OSCURO

Il convincimento generale, rafforzato dalla propaganda assillante dei mezzi di comunicazione di massa, che la verità sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 non potrà mai essere pienamente affermata è del tutto errato. A distanza di 46 anni dal massacro di Milano sono pochi i tasselli che ancora mancano per completare il mosaico della verità. L’inchiesta condotta dal giudice istruttore Guido Salvini ha, difatti, determinato quella svolta nella ricostruzione dei fatti che i giudici che l’avevano preceduto non avevano voluto compiere per interessi che con la giustizia nulla avevano a che fare. Dopo il fallimento della pista anarchica, imposta dal riconoscimento imprevisto ed imprevedibile del taxista comunista Cornelio Rolandi di Pietro Valpreda, l’unica pista ritenuta valida e perseguita per anni è stata quella “nera” sulla quale si era posto fin dall’inizio il giudice di Treviso, Giancarlo Stiz, amico personale di Giulio Andreotti. Le due piste, la “rossa” e la “nera” avevano in comune il grande vantaggio di consentire alla magistratura di definire la strage della Banca dell’Agricoltura di Milano come un atto di eversione, poco importa appunto se “rossa” o se “nera”, contro lo Stato. Con totale disprezzo verso la verità, i giudici avevano ignorato quanto pure emergeva dalle loro stesse indagini, e cioè che tutti gli “eversori”, anarchici o neri, che via via indiziavano di reato e perseguivano erano in realtà collegati ai servizi segreti dello Stato, militari e civili. Sempre gli stessi magistrati, quando non avevano potuto spiegare i comportamenti omissivi dei funzionari di polizia e degli uomini del Sid, si trinceravano dietro la favola dei servizi segreti “deviati” di cui nessuno di loro ha mai accertato l’esistenza per la ovvia ragione che non sono mai esistite deviazioni. In questo modo anche quella minima parte della verità che pure era emersa (la responsabilità dei Freda e dei Ventura) veniva oscurata da grottesche quanto opportune per lo Stato assoluzioni per insufficienza di prove sul piano giudiziario e della presentazione, sul piano mediatico, dei protagonisti come “nazisti” che si nutrivano di odio nei confronti della democrazia. Sappiamo, viceversa, che i due erano informatori del servizio segreto militare, che uno dei due era perfino sul libro paga della divisione Affari riservati del ministero degli Interni e dell’ufficio politico della Questura di Padova. Il 3 agosto 1985, “Il Mattino” di Napoli pubblica un’intervista concessa dal procuratore generale di Bari, Umberto Toscani, il quale dopo la lettura della sentenza che assolveva Franco Freda e Giovanni Ventura per insufficienza di prove dall’accusa di concorso nella strage di piazza Fontana si era rivolto ai loro avvocati dicendo “avete fatto un miracolo”. Alla domanda del giornalista sul significato della sua affermazione, Toscani risponde: “I miracoli li hanno fatti i difensori, ma questo non esclude che siano stati possibili grazie alle superprotezioni di cui gode l’imputato”, cioè il “nazista” Franco Freda. Non sarà l’unico imputato nel processo per il massacro di Milano, Franco Freda, a godere di “superprotezioni” nell’arco di 46 anni a conferma, se serve, che la loro impunità rientra nella difesa degli interessi e dei segreti di questo Stato. Il 6 maggio 1985, dinanzi al giudice istruttore di Brescia, Giampaolo Zorzi, dichiaravo: “Ben chiara è l’area a cui vanno riferite le scelte e le operazioni di strage, compresa quella di Brescia. Per quanto a mia conoscenza, tale area va individuata… nel gruppo Ordine nuovo collegato con ambienti di potere e apparati dello Stato; area che vedeva nella strage lo strumento per cercare la punta massima di disordine al fine di ristabilire l’ordine”. Dovranno passare quasi dieci anni da quella data perché le concomitanti inchieste di Milano sulla strage di piazza Fontana e su quella di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973, e su quella di Brescia del 28 maggio 1974 circoscrivessero l’area stragista a quel gruppo di Ordine novo che faceva capo a Pino Rauti con complicità a Roma e in Toscana. Ne dovranno passare altri 20 perché, dopo la condanna del militante di Ordine nuovo e agente della Cia in Veneto Carlo Digilio per concorso nella strage di piazza Fontana, giunga anche quella di Carlo Maria Maggi, ispettore triveneto di Ordine nuovo, per l’eccidio di Brescia del 28 maggio 1974 che si somma a quella pronunziata a carico dei suoi sodali Marcello Soffiati e ancora Carlo Digilio, ormai deceduti. Ma la battaglia per la verità è lungi dall’essere conclusa perché altre responsabilità vanno individuate, alcune già emerse ma negate sul piano giudiziario, altre del tutto inedite. Va ascritto alla competenza e all’onestà intellettuale del giornalista e storico Paolo Cucchiarelli il merito di aver notato – e il coraggio di averlo affermato – il collegamento operativo fra anarchici e neofascisti a Roma, nella primavera del 1969, nel compimento di alcuni attentati. Per la prima volta è possibile, quindi, intravedere una probabile alleanza tattica fra gruppi di anarchici e “neofascisti” di servizio (segreto) in un’operazione di destabilizzazione dell’ordine pubblico che si prefigge lo scopo di stabilizzare l’ordine politico sbarrando la strada al Partito comunista italiano proteso a stabilire un collegamento con ambienti socialisti e democristiani “progressisti” per giungere all’affermazione di un regime clerico-marxista. Abbiamo ricostruito in altri documenti i rapporti fra l’ “anarchico” Pietro Valpreda e i suoi colleghi di “Avanguardia nazionale”, primo Mario Merlino. Non ci sono state smentite, perché non è possibile farne. Pietro Valpreda si reca, i 31 agosto 1968, al congresso anarchico di Carrara in compagnia dei militanti di “Avanguardia nazionale” Pietro “Gregorio” Manlorico, Luciano Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e Mario Merlino. Il 15 ottobre 1968, Pietro “Gregorio” Manlorico viene arrestato, con altri militanti di “Avanguardia nazionale”, per aver compiuto un attentato contro la sezione del Pci del Quadraro, a Roma. Pietro Valpreda non batte ciglio. Nel mese di gennaio del 1970, l’“anarchico” Alfredo Sestili vuota il sacco e racconta con dovizia di dettagli la trasferta a Carrara, al congresso anarchico, del 31 agosto 1968 aggiungendo che i soldi per la benzina glieli aveva dati Guido Paglia, vicepresidente di “Avanguardia nazionale”. Pietro Valpreda non batte ciglio. L’11 agosto 1977, la polizia arresta a Roma Silvio Paulon, con la sorella e il cognato, perché trovato in possesso di documenti di Stefano Delle Chiaie. Silvio Paulon, noto anche come Luciano, è un altro degli “anarchici” che hanno accompagnato Pietro Valpreda a Carrara il 31 agosto 1968. L’arresto suscita subito clamore, ne parlano giornali e telegiornali. Pietro Valpreda non batte ciglio. L’“anarchico” Pietro Valpreda non s’indigna, non denuncia l’inganno di cui sarebbe stato vittima, non accusa come “infame” Mario Merlino, al contrario tace e si reca a pranzo con lo stesso Merlino nel medesimo albergo in cui alloggiano i giornalisti. Nella motivazione della sentenza emessa dalla Corte di assise di Catanzaro il 23 febbraio 1979, i giudici scriveranno che “le prime mosse della polizia indicano eloquentemente che il fermo del Merlino ebbe, in realtà, la sostanza della sollecita convocazione di un informatore” il quale, notano sempre i giudici, “più che preoccuparsi della sua difesa” si prodiga nel “rivolger accusa verso i suoi compagni del circolo anarchico facendo riferimento all’esplosivo interrato presso la via Tiburtina e ad attività preparatorie sospette del Valpreda e del Borghese alla viglia degli attentati” del 12 dicembre 1969. Ai giudici sfugge, però, che l’accusato Pietro Valpreda si allinea con le tesi del suo accusatore Mario Merlino, conferma l’esistenza del deposito di via Tiburtina, chiama in causa Ivo Della Savia, si inventa un sosia maniaco di esplosivi e detonatori che fa identificare nell’anarchico Tommaso Gino Liverani. I due, Merlino e Valpreda, recitano l’identico copione scritto da altri rimasti da sempre nell’ombra. Mentre gli informatori di Questura della destra indirizzano le indagini sugli anarchici, un democristiano veneto sposta l’attenzione dei giudici sui “nazisti” padovani, Franco Freda e Giovanni Ventura. È il gioco delle parti. Anarchici e “neri” sul banco degli imputati consentono di occultare la matrice dell’operazione che nel 1969, a partire dal mese di febbraio, si doveva concludere il 14 dicembre passando per la strage di piazza Fontana e quella mancata a Roma della Banca nazionale del lavoro. I burattinai sanno che i loro burattini, a destra come a sinistra, non avranno mai il coraggio di denunciare quanto conoscono perché dovrebbero pagare prezzi umani troppo elevati. I burattini potranno difendersi sul piano processuale dalle accuse di magistrati che li ritengono nemici della democrazia e dello Stato, sovversivi ed eversori da neutralizzare ad ogni costo, senza andare oltre perché le regole del gioco impongono di proteggere per essere, a propria volta, protetti in modo occulto, pubblicamente inavvertito, ma efficace. Il primo segreto da proteggere è quello dell’alleanza operativa fra militanti di destra e anarchici. L’operazione di depistaggio delle indagini sugli attentati del 12 dicembre 1969 inizia proprio dall’imposizione della scelta dei colpevoli fra gli uni o gli altri, fra gli anarchici o i “neofascisti”. Non è un caso che le due mancate stragi di Milano del 25 aprile 1969, alla Fiera campionaria e all’ufficio cambi della Stazione ferroviaria, hanno avuto come imputati prima gli anarchici, successivamente assolti, poi gli informatori del Sid di Padova Franco Freda e Giovanni Ventura, condannati. O gli uni o gli altri. A rileggere gli atti di quell’inchiesta, invece, appare evidente che anche in questo caso sono stati gli uni e gli altri. La domanda che bisogna porsi, senza ora reiterare quanto abbiamo scritto in precedenza in altri documenti sui rapporti fra anarchici e “neofascisti”, è una sola: chi ha potuto in quegli anni favorire un’alleanza, sia pure tattica e contingente, fra due schieramenti ideologicamente opposti come anarchici e “neofascisti”? Per tanti anni i “persuasori occulti” sono riusciti a tenere fuori dalle indagini il “Fronte nazionale” diretto da Junio Valerio Borghese fingendo di non sapere che in questa organizzazione militavano i Merlino e i Delle Chiaie e non in “Avanguardia nazionale” che era stata ufficialmente disciolta nel 1965. Ma, anche se oggi la partecipazione del “Fronte nazionale” al tentato golpe del 1969, attentati del 12 dicembre compresa, è riconosciuta sul piano storico, si può pacificamente escludere che a determinare l’avvicinamento fra anarchici e militanti di destra sia stato Junio Valerio Borghese. Non aveva alcun titolo, Borghese, per accreditarsi presso gli anarchici, per rivolgersi a loro con un discorso politico ed un programma operativo in grado di attirare il loro interesse ed ottenere la loro fiducia fino al punto di indurli ad agire insieme ai “neofascisti”. Chi altri poteva farlo? Chi poteva rivolgersi ai “fascisti” e agli antifascisti, ai chierichetti di destra e anticlericali di sinistra che avevano come unico denominatore comune l’anticomunismo? Un uomo solo: Randolfo Pacciardi. Repubblicano, antifascista da sempre, Randolfo Pacciardi agli occhi degli anarchici aveva il merito di aver combattuto durante la guerra civile spagnola contro le truppe del generale Francisco Franco de Bahamondes e di condividere con loro l’avversione ed il disprezzo verso i comunisti che proprio in terra iberica si erano macchiati del sangue degli anarchici. E il suo fanatico ed intransigente anticomunismo lo aveva reso benemerito nell’ambiente dell’estrema destra che con lui, inoltre, condivideva la necessità di creare una Repubblica presidenziale nella quale non ci sarebbe stato posto per i “sovversivi”. Randolfo Pacciardi, per finire, aveva ricoperto la carica di ministro della Difesa e, in questa veste, insieme al ministro degli Interni Mario Scelba, aveva consentito agli ufficiali che avevano prestato servizio nella Repubblica sociale italiana di rientrare nei ranghi delle Forze armate come della polizia, contribuendo in maniera determinante alla creazione di una struttura di comando parallela a quella ufficiale. La vocazione “golpista” di Randolfo Pacciardi è di vecchia data, di gran lunga antecedente a quella di Junio Valerio Borghese, Edgardo Sogno e quanti altri ritenevano che una democrazia autoritaria fosse la sola risposta all’avanzata elettorale della “quinta colonna sovietica” in Italia. Il 4 febbraio 1964, Randolfo Pacciardi conferisce con i funzionari dell’ambasciata americana a Roma ai quali preannuncia la nascita di un movimento politico da lui diretto, l’ “Unione democratica per la nuova repubblica” (Udr), ed indica fra i suoi sostenitori l’ex comunista Eugenio Reale e l’ex capo di Stato maggiore dell’esercito, l’israelita Giorgio Liuzzi. Il 10 febbraio 1964, una nota dell’ambasciata americana inviata al Dipartimento di stato chiarisce le intenzioni di Randolfo Pacciardi: “Pacciardi sembra essere troppo ottimista sul richiamo che il suo movimento avrà nel Paese. Il sostegno a Pacciardi deriva probabilmente dalle amicizie personali tra gli ufficiali di alto livello che egli si è fatto durante la sua permanenza al Ministero della difesa. Si ritiene tuttavia che queste connessioni non siano sufficientemente numerose per consentire a Pacciardi di fare un colpo di Stato nell’immediato futuro”. È troppo presto per il “golpe”. Intanto, Randolfo Pacciardi s’impegna nell’attività di proselitismo e nella ricerca di appoggi anche finanziari che, il 1° marzo 1964, gli consentono di iniziare la pubblicazione del periodico “La Folla”, organo di stampa dell’Udr. Il 10 aprile 1964, una nota redatta dal colonnello Renzo Rocca del Sifar comunica: “Fonte attendibile riferisce che l’Unione popolare democratica per la nuova repubblica, fondata dall’onorevole Randolfo Pacciardi, è sovvenzionata dal Partito repubblicano statunitense, tramite l’ex ambasciatore degli Usa a Roma signora Luce. Sempre dalla stessa fonte di apprende che l’onorevole Pacciardi avrebbe in progetto un prossimo viaggio negli Stati uniti per incontrarsi con vari esponenti del partito repubblicano statunitense”. I “colpi di Stato” in Italia, come sa Pacciardi, si fanno con il consenso ed il sostegno del padrone americano. L’11 maggio 1964, il colonnello Renzo Rocca, responsabile dell’ufficio Rei del Sifar, interlocutore privilegiato di Randolfo Pacciardi segnali che costui “chiede a quel galantuomo del presidente della Repubblica, come egli lo ha definito, un governo di emergenza, costituito da veri italiani”. Eccola, pronunciata per la prima volta, la formula magica che indica la soluzione del problema italiano rappresentata dall’inarrestabile avanzata del Partito comunista: “governo di emergenza”, il vero “colpo di Stato” possibile in modo legale e legalitario, senza violare le regole della democrazia, in grado di riportare l’ordine nel Paese e ridimensionare, se non mettere fuori legge, il Pci. Randolfo Pacciardi non è Charles De Gaulle, tantomeno Benito Mussolini, e gli americani lo sanno come segnala una loro scettica nota del 28 maggio 1964, che è molto interessante non per lo scetticismo che esprime nei confronti dell’Udr e del suo fondatore ma perché segnale che costui attira “persone troppo diverse; tutti quelli che erano contro la repubblica attuale, dall’estrema destra all’estrema sinistra. Questo eterogeneo gruppo di persone non ha coesione politica e ideologica; il comune denominatore è la disaffezione verso lo status quo”. Si raccoglie attorno a Randolfo Pacciardi uno schieramento eterogeneo che dall’estrema destra all’estrema sinistra, non certo quella comunista ma sicuramente quella anarchica e anticomunista. Sui rapporti fra il movimento d Pacciardi e l’estrema destra il primo riscontro giunge da una nota del 7 luglio 1964 della Questura di Firenze che segnala che la sera del 20 giugno Stefano Delle Chiaie, Cataldo Strippoli, Giorgio Bullo e Igino Noero, si sono incontrati con esponenti dell’Udr e hanno concordato la diffusione di volantini a favore della stessa. I rapporti tra i “neofascisti” di regime e Randolfo Pacciardi non sono sporadici ed episodici, sono, viceversa, solidi e stabili consacrati dalla nomina, il 20 marzo 1966, di Giano Accame alla direzione di “Nuova Repubblica”, organo di stampa dell’Udr. L’italo-israeliano Giano Accame, da anni in ottimi rapporti con il partito di Manachem Begin il più spietato fra i dirigenti ebraici, è ufficialmente anch’egli un “neofascista”, anzi un “nazista”, come lo ha definito, ridendo compiaciuto, Yves Guerin Serac nel corso di una conversazione con me. È Giano Accame che rappresenta ufficialmente la “cinghia di trasmissione” con quel mondo di estrema destra che è ormai proteso a servire il potere democristiano nella speranza che questo trovi la capacità e la volontà di procedere ad una svolta autoritaria nel Paese. Non sarà, quello di Giano Accame, il solo personaggio pesantemente implicato nella “strategia della tensione”, infatti una singolare nota della Questura di Roma del 30 marzo 1967 segnala alla divisione Affari riservati in merito all’Udr: “A proposito dei contatti con altre formazioni politiche, va rilevato però che, negli ultimi tempi, Pacciardi avrebbe tollerato, o addirittura sostenuto, alcune iniziative in tal senso prese da alcuni dei suoi collaboratori, al fine di raccogliere anche semplici appoggi in situazioni contingenti. In tale quadro – prosegue la nota – si inseriscono certi contatti avuti, di recente, da esponenti dell’ ‘Agenzia radicale’ col giornalista pacciardiano Giano Accame e l’iniziativa del noto Enzo Dantini di avvicinarsi ad alcuni gruppi comunisti ‘cinesi’…”. Il “pacciardiano” Enzo Maria Dantini, il cui nominativo comparirà anche nelle liste dei “gladiatori”, avrà un ruolo di primo paio nella strategia della destabilizzazione strumentale del Paese fino alla fine degli anni Settanta. La nota è, però, rilevante anche perché rivela come Randolfo Pacciardi e i suoi uomini cercassero sostegni, consensi ed appoggi anche a sinistra per giungere alla creazione di un fronte eterogeneo che riunisse uomini e gruppi diversi fra di loro, anche ideologicamente, ma decisamente anticomunisti. Non è solo una soluzione politica quella che cerca Randolfo Pacciardi, come dimostra quanto afferma, il 15 novembre 1967, ad un diplomatico americano. A costui, Pacciardi dice che la maniera più idonea per bloccare l’avanzata del Pci è che si crei “un momento come lo scoppio di una guerra o un grave incidente internazionale”, aggiungendo che “il presidente Segni aveva pensato di fare così nell’estate del 1964”. È la proclamazione dello stato di emergenza l’assillo di Randolfo Pacciardi e dei suoi adepti. Per giungere a questo, però, può bastare un “incidente nazionale” e un presidente della Repubblica disponibile a sollecitarlo e un presidente del Consiglio pronto a dichiararlo. La via per raggiungere l’obiettivo è ormai tracciata. Nel 1967 la strategia della tensione è una realtà consolidata nella quale sono immersi tutti i “salvatori” della Patria dai “nazisti” di Questura ai “fascisti” del Sifar, agli antifascisti di varia estrazione dai socialdemocratici a certi socialisti nenniani, dai democristiani ai liberali, dai “cinesi” agli anarchici. Per tutti costoro il nemico da battere è uno solo: il comunismo sovietico e, in Italia, la sua “quinta colonna”, il Partito comunista. Nel 1968 si è costituito il “Fronte nazionale” diretto da Junio Valerio Borghese, anch’esso favorevole a compiere quello che una nota dei servizi segreti definirà “un colpo d’ordine”, cioè il ristabilimento dell’ordine in Italia per mezzo di un “colpo di Stato” che, poi, è attuabile per la solita proclamazione dello “stato di emergenza”. Il “Fronte nazionale” si affianca all’Unione democratica per la nuova repubblica di Randolfo Pacciardi per favorire l’operazione che deve “salvare” l’Italia dal comunismo. La contrapposizione fra fascismo ed antifascismo viene mantenuta in vita dai dirigenti del Movimento sociale italiano e dei gruppi collegati solo per i giovanissimi che ancora credono di far parte di un mondo in cui la fedeltà alle idee e al passato e onore siano ancora presenti. Sbagliano, ma pochissimi in futuro avranno il coraggio di riconoscerlo. Il 7 agosto 1969, la rivista “Panorama” pubblica una lettera di Randolfo Pacciardi sotto il significativo titolo di “Colpo di stato”. In questa Pacciardi ricorda come al presidente della Repubblica Giuseppe Saragat “l’art. 92 della Costituzione dà il diritto di nominare i ministri. Non solo – scrive – lo può fare, ma lo deve fare. E se questo governo non ottenesse il voto di fiducia, il Presidente ha la facoltà di sciogliere le Camere. È grottesco – conclude Pacciardi – ritenere che questo sia un ‘colpo di Stato’ e chi lo ritenesse tale, insorgendo, si metterebbe fuori legge”. C’è qui la speranza non solo pacciardiana delle sommosse di piazza organizzate dal Pci come nel mese di luglio del 1960. Quella volta, furono i Moro e i Fanfani a bloccare Ferdinando Tambroni, questa volta potrà andare diversamente. Nell’Europa atlantica, per motivi che potranno essere chiariti solo fra molti anni, c’è una sola Nazione che tenta di bloccare l’operazione che deve favorire in Italia una “svolta autoritaria” capace di creare “uno Stato forte contro la sovversione rossa”, come recitavano i volantini riproducenti un plotone di esecuzione stilizzato fatti distribuire da Pino dinanzi alle caserme militari, ed è la Gran Bretagna. Inglese è l’iniziativa di svelare i rapporti che intercorrono fra l’estrema destra italiana e il regime dei colonnelli greci, facendo anche riferimento ad un signor “P” che manterrebbe i collegamenti. Una nota del ministero degli Interni del 9 dicembre 1969 conferma che, in effetti, Randolfo Pacciardi si è incontrato con il ministro degli Esteri greco Pipinelis al quale ha richiesto finanziamenti per l’Unione democratica per la nuova repubblica. La nota segnala anche il viaggio che ha fatto Giano Accame ad Atene, “evidentemente – aggiunge l’estensore – in stretto collegamento col suo principale Pacciardi”. Ma, involontariamente, fornisce una preziosa indicazione per la ricostruzione dell’operazione che porta a piazza Fontana, definendo Giano Accame “molto vicino alla corrente politica del Borghese”. È la conferma che Randolfo Pacciardi e Junio Valerio Borghese agiscono all’unisono utilizzando Giano Accame come agente di collegamento. Del resto rientra nella logica che un’operazione che deve determinare una svolta autoritaria nel Paese a guida democristiana e con l’alto patrocinio del presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat, debba coinvolgere uno schieramento eterogeneo di gruppi politici anche ideologicamente contrapposti ma determinati a fermare l’avanzata del Partito comunista che, in quel 1969, ha ai suoi vertici uno dei massacratori degli anarchici in Spagna: Luigi Longo. Se Junio Valerio Borghese, in sintonia con Giorgio Almirante e Pino Rauti, è in grado di monopolizzare i gruppi dell’estrema destra, Randolfo Pacciardi per il suo anticomunismo rappresenta un punto di riferimento per quegli anarchici che nel Pci vedono, giustamente, il braccio di Mosca e non hanno dimenticato l’eccidio dei propri compagni in terra iberica. È sul passato ed il presente che si determina quell’alleanza tattica e contingente tra “neofascisti” e anarchici che invano si cerca ancora oggi di negare: è il comune ricordo dei propri morti, uccisi dai comunisti in Italia ed in Spagna, e la necessità di scongiurare il pericolo che il Pci possa divenire forza di governo. Sarà il generale Siro Rosseti, ex comandante del Sios esercito, iscritto alla loggia P2, ben addentro ai segreti italiani, a confermare il ruolo di Randolfo Pacciardi come aspirante “golpista” e lucido “destabilizzatore” dell’ordine pubblico. Il 23 maggio 1985, difatti, Rosseti dichiara che Randolfo Pacciardi, a metà degli anni Sessanta, “mi chiese esplicitamente di quale forza avrei potuto disporre in caso che si fosse osto in atto un intervento militare per normalizzare la situazione politica italiana” e, inoltre, “mi disse che non era tanto importante la quantità delle forze disponibili poiché erano sufficienti poche decine di uomini per innescare una reazione adeguata”. Per compiere gli attentati che hanno scosso l’Italia dal 28 febbraio 1969 al 12 dicembre 1969 non hanno operato più di poche decine di persone che, con le loro azioni, hanno ottenuta la “reazione adeguata”. Sarà, difatti, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat a chiedere la sera del 12 dicembre 1969 la proclamazione dello stato di pericolo pubblico, esattamente quello che prefiggevano i fautori della svolta autoritaria. L’obiettivo venne quindi raggiunto, meglio quasi raggiunto perché il presidente del Consiglio Mariano Rumor non ebbe il coraggio di compiere il passo decisivo e, per questa ragione, il 17 maggio 1973 l’ “anarchico” del Sid venuto da Israele cercò di saldargli il conto dinanzi alla Questura di Milano. Sull’attività di “golpista” dell’ex ministro della Difesa Randolfo Pacciardi indagherà a metà degli anni Settanta Luciano Violante, destinato a fare una brillante carriera politica nei ranghi del Partito comunista, che comporterà a suo carico l’emissione di un avviso di reato, puntualmente cancellato dallo scontato proscioglimento da ogni accusa. La storia della strage di piazza Fontana è quella di un’operazione condotta da forze nazionali ed internazionali che, in quegli anni, erano impegnate, per supplire all’incapacità della classe dirigente, a mantenere l’Italia all’interno dell’alleanza atlantica tenendo lontani i comunisti dall’area governativa. Un’operazione, come altre, difensiva nei fini ed eversiva nei metodi perché governi in carica, in Italia, potevano proclamare lo stato di emergenza solo per ristabilire l’ordine e tutelare la sicurezza dei cittadini. Per giungere a questo risultato, però, l’ordine doveva essere violato e la sicurezza dei cittadini pesantemente minacciata con attentati stragisti in luoghi pubblici e contro i mezzi di trasporto. È quanto hanno fatto a partire dal 1969 uomini al servizio dello Stato, sotto le mentite spoglie di “neofascisti” e, nel 1969, di anarchici in parte autentici e strumentalizzati in parte infiltrati come Pietro Valpreda. La verità non si è ancora raggiunta perché ad essa non si sono opposti solo i dirigenti politici e i servizi segreti ma la magistratura che avrebbe dovuto accertarla. E questa sordida opposizione giudiziaria è ancora in corso. La procura della Repubblica di Milano continua ancora oggi a riporre nei cassetti le informazioni che le provengono da altro ufficio giudiziario sulla strage del 12 dicembre 1969. È grottesco che questa procura si ostini a non prendere atto che, dopo la condanna di Carlo Maria Maggi per la strage di Brescia del 28 maggio 1974, ha il dovere di rivalutare il ruolo di quest’ultimo nella strage di piazza Fontana. Difatti, a Milano come a Brescia risulta condannato quel Carlo Digilio, militante di Ordine nuovo a Venezia, agente della Cia, che era subalterno di Carlo Maria Maggi. Il tradimento della sinistra che ha ritenuto opportuno coprire le responsabilità degli ex avversari per accreditarsi come forza disponibile per gli Stati uniti, Israele e la Nato, è determinante oggi nel favorire il comportamento omissivo di magistrati decisi a difendere la menzogna storica affermata da uno Stato che non può consentirsi di far passare la vera verità. Oggi, al potere c’è la sinistra delle banche e degli istituti di credito che ha dimenticato le fabbriche e i proletari, e tanto esalta il senso di impunità di una magistratura che delega a giornalisti servili ed opportunisti il compito di rappresentarla come impegnata a fare giustizia ad ogni costo. E poi, in silenzio, archivia prove, indizi e testimonianze su eventi storici che, se conosciuti dagli italiani, sarebbero in grado di determinare la svolta nei rapporti con Paesi che si dicono amici ed alleati ma, in realtà, sono solo padroni di un’Italia che dopo 70 anni dalla sconfitta militare non trova la forza ed il coraggio di rialzarsi. La contrapposizione fra politica e magistratura si dissolve, rivelando la sua falsità, dinanzi alla realtà di cui parliamo e viene anche fisicamente smentita dalla presenza in Senato di quel Felice Casson che ha il solo “merito” di aver fatto il possibile e l’impossibile, insieme ai suoi colleghi della procura della Repubblica di Milano, per bloccare l’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini, la sola che ha aperto uno squarcio decisivo nel mistero che ancora avvolgeva la strage di piazza Fontana. Politica e magistratura, con qualche rara eccezione individuale, sono sempre uniti contro la verità. Manca nella controparte, in coloro cioè che la verità vogliono, la lucidità di comprendere che è necessario unirsi a loro volta per fare fronte comune, a prescindere dal passato e dalle ideologie, contro questa politica e questa magistratura perché divisi si perde, uniti si può vincere questa battaglia di verità e di giustizia. Non è ancora troppo tardi.

Vincenzo Vinciguerra – Carcere di Opera, 26 ottobre 2015

(Fonte: http://www.archivioguerrapolitica.org/?p=5991 )

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Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 14.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 5 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.