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IL CONCETTO DI AUTORITA’ NEL REGIME FASCISTA!

D.I.F.C.O. - Biblioteca del Covo

… “tutto il sistema sindacale e corporativo italiano è fondato su di una perfetta scala gerarchica di scelta di dirigenti delle Associazioni sindacali, mercé la quale dal singolo produttore, considerato nella sua individualità di cittadino della Nazione, si sale man mano, attraverso le varie Associazioni Sindacali periferiche e centrali e attraverso le Corporazioni, fino ai supremi organi sovrani dello Stato Fascista Corporativo, penetrando così nell’intimo ordinamento dello Stato e avvicinandosi a quella concezione totalitaria di democrazia fascista voluta da Benito Mussolini, per la quale tutto il popolo si sente Stato.”…

Differenza tra arbitrio e comando

Prima di addentrarci nell’esame dei principi di autorità e gerarchia riteniamo opportuno accennare all’essenza dell’atto derivante dall’autorità : Il comando. Ogni autorità è tale in quanto comanda ed esplica questo comando in quanto ha la possibilità pratica di esplicarlo. E fin qui nulla da discutere. Veniamo quindi al lato etico del comando. Un comando perché sia veramente tale necessita di due caratteristiche : la prima è che sia fondato su di una autorità etica ossia politicamente giusta ; la seconda è che lo specifico comando non sia di per sè stesso immorale. Quando il comando è immorale ovvero non emana da una autorità indiscussa sia eticamente che politicamente, allora non è più comando, è bensì arbitrio. Eccoci così alla differenza tra comando ed arbitrio, sulla quale è altresì fondata la differenza fra autorità legittima e autorità illegittima. O meglio, se si vuole essere più chiari, bisogna precisare che può esistere una autorità illegittima per la sua stessa essenza e la sua nascita, ed allora ogni comando che da essa emana è di per se stesso un arbitrio; può altresì esistere una autorità nata legittima e che diventa illegittima per avere emanati e per emanare continuamente comandi immorali che rappresentano senz’altro veri e propri arbitri. Dal che si ricava la logica conseguenza che un’autorità per essere veramente tale non basta che abbia una creazione ed una essenza legittime e quindi etiche, bisogna altresì che detta autorità non commetta arbitri. Eccoci così allo sviluppo della definizione di autorità. Ogni autorità è tale in quanto comanda ed è tale in quanto sappia comandare. Da quanto esposto fin qui risulta chiaro il modo pratico per controllare « il saper comandare » nel concreto esame di legittimità ed eticità di ogni singolo comando. Questo « saper comandare », oltre che « a posteriori » va, però, valutato anche « a priori », nel senso che bisognerà altresì vedere se l’autorità ha una struttura che le consenta di sapere emanare veri e propri comandi. Possiamo così, precisare, per ora in modo molto sintetico, che l’autorità va concepita in senso etico-politico e che è fondata sulla possibilità di sapere emanare comandi. Un’autorità che emani arbitri non è più autorità nel senso vero e proprio della parola.

Certezza dei propri diritti e conoscenza dei propri doveri

Per individuare a fondo l’essenza dell’autorità bisogna precisare il concetto di arbitrio.
Cos’è l’arbitrio? In linea particolare un atto non conforme alla morale e contrario alle leggi in vigore. In linea generale si parla di arbitrio tutte le volte che non si è nelle condizioni di conoscere i propri diritti e i propri doveri. Eccoci così pervenuti all’essenza suprema dei concetti di autorità e di libertà, al punto di incontro di questi due principi erroneamente ritenuti da molti scrittori come antitetici; lo sbocco ultimo di ogni Stato, la perfezione del concetto di autorità e l’aspirazione di ogni individuo anelante verso la libertà, sono la conoscenza dei propri diritti e la precisazione dei propri doveri, ossia con parole più tecniche « la certezza del diritto ». E’ questa la grande conquista dello Stato Moderno. Negli Stati liberal-democratici sono i più forti (traduci in concetti moderni: i più ricchi) quelli che comandano: il che tratto in termini concreti significa che nei Regimi liberal-democratici non sono i gerarchi politici a comandare secondo precise norme giuridiche, bensì comandano i gerarchi plutocratici in base ad atti del tutto arbitrari in quanto contrari alla morale ed al diritto. Invece, la libertà dell’individuo è necessariamente connessa alla struttura ed all’attività dello Stato, in quanto la libertà va concepita non « a priori » dello Stato, ossia come presupposto dell’ordinamento giuridico, bensì essa è una conseguenza diretta dello Stato. Insomma il problema non è di libertà, ma di responsabilità da parte dei preposti al governo dello Stato: è, dunque, un problema di limiti fondato necessariamente su disposizioni legislative dettanti precise forme di controlli dall’alto e dal basso. Siamo, così, tornati alle origini : il popolo che finalmente conosce bene quali atti può commettere e quali no, il popolo che sa di avere a capo un’autorità che può e sa comandare senza influenze esterne e senza deleterie deviazioni e quindi un’autorità che non commette arbitri, il popolo che conosce le vie legittime per mettere in discussione un determinato comando, non ha nessuna ragione etica e nessun concreto interesse di commettere arbitri danneggiando così l’autorità. Il problema è complesso; è un problema di disciplina, d’istruzione, di fede, di consenso e di ordine.

Disciplina

Benito Mussolini ha affermato all’Assemblea Quinquennale del Regime del 10 marzo 1929-VII : « la disciplina deve cominciare dall’alto se si vuole che sia rispettata in basso ». Ed in questa affermazione è sintetizzato il concetto di disciplina. Disciplina è ubbidienza non soltanto a singoli comandi concreti in quanto emanati da autorità, ma è anche obbedienza alle supreme leggi del vivere. Disciplina è suprema condotta di vita, condotta ispirata a dignità e che si fonda sulla sicurezza della vita: disciplina significa dignità e sicurezza. La disciplina è, quindi, uguale per tutti, ad essa debbono ispirarsi capi e gregari, autorità e popolo. La disciplina non può essere cieca, ignara, non ragionata. Certo in ognuno deve essere radicata una spontaneità innata di disciplina, ma detta disciplina non può essere un concetto oscuro e non precisato, bensì deve essere un fattore certo, che viene appieno afferrato dal cervello degli uomini, un fattore che viene sentito dai cuori e dalle coscienze come un quid necessario, in dispensabile al vivere. La consapevolezza della disciplina deve essere piena in ogni individuo. L’individuo deve sentirsi e sapersi disciplinato, non in forza soltanto di ataviche abitudini, bensì grazie a lunghi, secolari ragionamenti etici e sociali, i quali hanno nei secoli e nei millenni convinti, trascinati, esaltati gli uomini nella comprensione piena della necessità e bellezza sociale della disciplina. Così ognuno non deve sentirsi obbligato alla disciplina, ma deve sentirsi convinto e contento di essere disciplinato.
Nessuno può sapere comandare se non abbia prima appreso ad ubbidire, ossia a conoscere bene ed ubbidire ad una legge morale, che gli serva da suprema direttiva nella vita e da titolo per la propria autorità. La disciplina è comando e ubbidienza, è fraternità e solidarietà, è vibrazione di sentimenti e norma produttiva di condotta, è fervore amoroso ed anche superamento di contrasti, è distinzione di spiriti e di intelligenze, è comprensione di responsabilità, è consapevolezza alla compartecipazione della personalità nazionale. La disciplina diventa livellazione servile di spiriti, culto interessato di capi ed impedimento di valorizzazione di capacità, quando non è fondata sulla istruzione e sulla fede.

Istruzione

Il fine supremo dello Stato è sintetizzato da Benito Mussolini nella lapidaria affermazione che « bisogna introdurre il popolo nella cittadella dello Stato ». Ecco il punto di incontro tra autorità e libertà. Lo Stato non è nè può essere concepito come un quid avulso dal popolo, ad esso sovrapposto e verso il quale il popolo deve sempre trovarsi in continua soggezione, il popolo, invece, deve sentirsi Stato e per sentirsi Stato deve comprendere l’essenza dello Stato, e per comprendere questa essenza deve avere la necessaria cultura storica e spirituale: il popolo deve essere istruito il più possibile. Infatti, questo, per quanto tenuto nell’ignoranza, sviluppa man mano le proprie qualità comprensive, acquista esperienza, trova qualche spirito elevato che si vota al sacrificio ed anche al martirio per istruirlo su determinati concetti, viene, alfine, illuminato sulla propria natura e sui propri diritti e doveri. Si perviene così alle svolte, ai sovvertimenti ed alle rivoluzioni. Ed ecco la ragione storica della grande conquista moderna: la consapevolezza della necessità di istruire ed istruire sul serio il popolo. Ogni sana e feconda democrazia vuole che il popolo comprenda appieno l’essenza statale ed abbia piena possibilità di esprimere dal proprio seno i dirigenti dei supremi organi statali. Questo fine può essere raggiunto soltanto con un’adeguata istruzione. Ma mentre per il liberalismo la qualità di cittadino era per l’uomo fine a se stesso, per il Fascismo essa è il mezzo indispensabile per contribuire allo sviluppo del corpo sociale. Tuttavia non basta, poiché affermiamo recisamente la fede. La fede non può ne deve essere cieca, ma, non trattandosi del campo religioso, deve essere soprattutto fondata sulla piena comprensione dell’essenza della propria fede.

Fede

Abbiamo parlato prima dell’istruzione e poi della fede appunto perché la fede nello Stato, ente terreno, non può essere cieca, bensì deve essere soprattutto ispirata alla comprensione piena dei fini statali.
Il popolo deve dapprima comprendere e poi sentire appieno la necessità e bellezza dello Stato. E’ indispensabile una fede consapevole, e tale consapevolezza non può essere fondata che sulla conoscenza la quale si acquista necessariamente con l’istruzione. Secondo la concezione liberale fine ultimo dello Stato è la creazione del diritto; secondo la concezione fascista, invece, il diritto è l’espressione della volontà dello Stato, e il mezzo con il quale lo Stato consegue, mantiene e accresce la concezione collaborativa fra tutte le forze sociali esistenti nella Nazione, indirizzando queste verso la conquista della civiltà, della giustizia, della cultura e della ricchezza.
Una delle fondamentali basi del principio di autorità cardine dello Stato, è appunto la fede illuminata del popolo nei propri destini, destini che debbono necessariamente coincidere con i fini statali. Occorre per lo Stato una giustificazione etica che lo avvalori presso il popolo: bisogna, insomma, afferrare appieno il sentimento dello Stato. A loro volta le autorità debbono possedere al grado superlativo detto sentimento dello Stato, riconoscendo come assolute le leggi politiche e le norme morali dettanti i fini ultimi e la concreta attività del vivere civile. Siamo così di fronte ad un circolo chiuso: lo Stato per essere ben governato necessita di salde ed illuminate autorità, queste non possono essere fondate che sul consenso del popolo, il quale consenso si basa da una parte sulla conoscenza dell’essenza statale e dall’altra sulla fede che deve animare ogni componente della collettività nei fini statali. L’autorità si basa, dunque, sul popolo, del quale deve conquistare il consenso. Il popolo, a sua volta, non si ripiega nella esclusione comprensione e affermazione dei singoli individui nella loro qualità di cittadini, bensì si innalza nel nome sacro della Patria comune, dello Stato-Nazionale. In tal modo il popolo si afferma e potenzia soprattutto nella piena comprensione della propria personalità nazionale, personalità animata da una fervida fede.

Consenso

Come già abbiamo rilevato il consenso del popolo deve essere necessariamente illuminato dalla conoscenza dello Stato e dalla fede nei supremi fini statali. Quando il popolo nella sua essenza di unità sociale e di componente dello Stato afferra il sentimento dello Stato e comprende appieno le necessità strutturali del regime statale, allora con la comprensione totale dei suoi doveri ha altresì la conoscenza dei propri diritti. Il popolo istruito ed armato di fede consapevole ha la possibilità di saper distinguere sia la linea di governo retta da quella errata e sia il buon governante dal cattivo. Non può, quindi, nè deve prescindersi nella scelta delle autorità dal tenere conto dei desideri, delle aspirazioni, delle preferenze del popolo: elemento essenziale per esplicare il potere di comando è la conquista del consenso del popolo. Abbiamo parlato di « conquista », appunto perchè non siamo fermi alla concezione liberale della sovranità popolare, nel suo significato di elezione e di necessaria scelta dal basso. Il consenso può essere sia « a priori » che « a posteriori ». Le sue manifestazioni sono molteplici. Vi è il tradizionale sistema elettivo con tutti i suoi pericoli e i danni che in molti casi esso può arrecare se non applicato cum grano salis. Vi è la semplice designazione del popolo e la nomina da parte della suprema autorità statale. Vi è la nomina dall’alto senza designazione dal basso, ma in questo caso è necessario che il nominato dall’alto dimostri in modo concreto ed indiscutibile di avere saputo conquistare il consenso dal basso per potere continuare nell’esplicazione del suo potere di comando; il che significa che occorre dare al popolo piena possibilità di esprimere il suo consenso o il suo dissenso sulle autorità scelte senza preventiva designazione popolare. Insomma, la perfezione tecnica dello Stato ha fissato oggi il concetto salutare che, secondo le norme eterne dei supremi princìpi del vivere sociale, potere ed autorità non possono che scendere dall’alto. Nello stesso tempo, però, lo sviluppo della cultura, con la conseguente benefica estensione della fede nei fini statali, ossia della generale comprensione del sentimento dello Stato, ha vieppiù rafforzato l’eterno concetto che il consenso, indispensabile ad ogni autorità che vuole governare, sale dal basso, dal popolo, del quale si valuta la propria essenza etica non più e non tanto secondo vecchi concetti liberali sulla cittadinanza, bensì e soprattutto nei riguardi dell’apporto produttivo allo sviluppo spirituale e materiale dello Stato. Quindi a differenza del liberalismo che aveva una concezione atomistica del cittadino come fine a sé stesso, il Fascismo considera il cittadino nella sua essenziale qualità di mezzo per il raggiungimento dei supremi fini statali.

Ordine

Tutti i principi fin qui esposti mirano soprattutto a dimostrare che per l’autorità occorre l’ordine spirituale e pratico. Benito Mussolini all’Assemblea Quinquennale del Regime del 10 marzo 1929-VII afferma che « L’ordine è una delle basi dell’autorità » e precisa che « ordine significa vedere chiaro in tutto, ristabilire il controllo, garantire la convivenza ». Primo aspetto del problema è la parte spirituale dell’ordine: vedere chiaro in tutto. Il che significa che l’autorità deve essere esercitata dai migliori, da coloro che siano appieno consapevoli dell’essenza dello Stato e dei suoi supremi fini, da coloro che sappiano dettare le leggi benefiche e ne sappiano altresì imporre il rispetto. Primo elemento, quindi, per conseguire l’ordine è la scelta di buoni governanti. Veniamo alla seconda affermazione di Mussolini: ristabilire il controllo. In merito bisogna riferirsi sia al controllo dall’alto, ossia l’autorità deve avere la possibilità di emanare comandi che siano osservati, e sia al controllo dal basso, ossia il popolo deve avere piena possibilità di esprimere il proprio consenso od il proprio dissenso. L’ultima affermazione: garantire la convivenza, vuole dire che occorre costruire una determinata struttura, un ordine armonico, in cui ognuno abbia assegnate determinate attività, conosca bene i propri compiti; insomma l’ordine pretende la creazione di una scala gerarchica di attribuzioni fondata sul valore personale, sulla competenza e sulla conoscenza dei fini statali. In tal modo ad ogni componente del popolo viene riconosciuto un punto iniziale di partenza; dal quale, mercè un processo organico ed ordinato di valorizzazione ascensiva, egli ha la possibilità di percorrere una scala gerarchica che lo conduce verso l’autorità. All’autorità si perviene, dunque, in virtù di qualità e benemerenze personali, essendo la gerarchia fascista soprattutto una gerarchia di competenze.

(Estratto da “Princìpi di Diritto fascista, autorità e gerarchia”, Roma, 1940, pp. 27-37)

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