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Ritrovato il commento alla Dottrina del Fascismo scritto da Sergio Panunzio nel “ventennale” della Rivoluzione fascista!

 

dottr. comm. Pan.

In occasione del “Natale di Roma”, festa della Civiltà e del Lavoro voluta fortemente dal Regime fascista, la “Biblioteca del Covo” è lieta di fornire ai propri lettori un documento raro, che abbiamo solo di recente rintracciato e adesso ripubblicato in appendice alla nostra ristampa della Dottrina del Fascismo – Terza edizione del 1942. Si tratta nientemeno che di un commento ufficiale alla DOTTRINA, scritto e pubblicato anch’esso nel 1942, in occasione del “ventennale” della Rivoluzione fascista, dal teorico sindacalista e giurista Sergio Panunzio, uno tra i principali ideologi del Fascismo insieme a Giovanni Gentile, Carlo Costamagna e Alfredo Rocco. Un testo che ora impreziosisce ancor di più tale edizione, arricchendone e confermandone ulteriormente il senso dei contenuti politici, ma che noi vogliamo rendere ugualmente fruibile liberamente a titolo gratuito per voi tutti che ci seguite e leggete con costanza. Buona lettura!

COMMENTO ALLA DOTTRINA DEL FASCISMO 

di Sergio Panunzio

(In, La Dottrina del Fascismo – terza edizione riveduta, 1942; ristampa a cura di Marco Piraino e Stefano Fiorito, 2018, Lulu.com, pp. 176 – 192.)

La rivoluzione è un fatto dello spirito. Con­seguentemente, più che il fatto o meglio l’insieme dei fatti e delle azioni che costitui­scono la rivoluzione, interessa la coscienza di essa. Ma, a sua volta, la coscienza, dico la coscienza riflessa della rivoluzione, consiste nella dottrina della medesima. Diremo allora che non vi è e non si può avere la coscienza piena della rivoluzione, che non vi è rivolu­zione, senza la sua corrispondente dottrina. Ciò, in generale. Ma ciò va detto in modo par­ticolare della Rivoluzione fascista. Si è in­dotti a fare questa affermazione tenendo conto delle reazioni e degli atteggiamenti di pen­siero e di spirito delle forze avverse al Fasci­smo rispetto al movimento da esso costituito. Quando e fino a che non venne costituita e precisata nelle sue linee essenziali la dottrina del Fascismo, i suoi avversari, e qui ci si rife­risce più specialmente ai nemici di fuori, erano convinti, convintissimi della precarietà, della empiricità e quindi della mancanza di soli­dità e di fondamenti ideali, della mancanza di prospettive future e di sviluppi, in una parola della inconsistenza e della vanità del Fascismo. Le cose si misero diversamente e gli atteggiamenti avversari cambiarono a vi­sta appena il movimento delle camicie nere prese coscienza di sè formulando i suoi prin­cipi, chiarendo e stabilendo le sue basi ideali, dandosi la sua dottrina. Sarà utile, a confer­ma di quanto diciamo, riferire qui il giudizio, molto sintomatico e significativo, di un critico acuto ed intelligente del Fascismo, che è poi uno dei maggiori pubblicisti ed esponenti del pensiero democratico francese, G. Barthele­my. Scrive il Barthelemy nel suo La crise de la démocratie contemporaine, Parigi, 1931-IX, pag. 17 : « Perchè, ed è ciò che si dimentica spesso in Francia, vi è una dottrina fascista; ciò che costituisce l’importanza del Fasci­smo ».

E’ evidente che per ridurre al silenzio gli av­versari, non giova o meglio non basta oppor­re ad essi i fatti e le realizzazioni del Fasci­smo, ma quello che occorre è opporre ad essi le idee e l’insieme sistematico di esse, e cioè la dottrina del Fascismo. Non v’è solo una dottrina del liberalismo; non vi è solo una dottrina della democrazia; non vi è solo una dottrina del socialismo; ma vi è anche una dottrina del Fascismo. Questo è il punto più importante e decisivo. E questa è l’osserva­zione principale e direi pregiudiziale da fare prima di dare in questo scritto qualche cen­no di illustrazione e di commento della Dot­trina del Fascismo di Benito Mussolini. Per­tanto il valore e l’ufficio più essenziale della Dottrina del DUCE è da un punto di vista positivo quello di aver dato la coscienza di sè al movimento fascista nettamente differen­ziando dal lato storico ed ideale questo dagli altri movimenti politici e sociali; e dal lato polemico quello di avere « imposto » agli av­versari nella sua oggettività ideale la conside­razione e la forza intrinseca infrangibile ed inesauribile del nostro movimento.

Converrà riportare qui integralmente la nota prima del primo capitolo della Dottrina, che s’intitola Idee fondamentali, nota che è co­stituita da una lettera diretta dal DUCE a Michele Bianchi il 27 agosto 1921, in occa­sione dell’apertura della Scuola di Propagan­da e Cultura Fascista in Milano : « Ora, il Fascismo italiano, pena la morte o, peggio, il suicidio, deve darsi un ” corpo di dottrine”. Non saranno, non devono essere delle camicie di Nesso che ci vincolino per l’eternità — poi­ché il domani è misterioso e impensato ­ma devono costituire una norma orientatrice della nostra quotidiana attività politica e individuale. Io stesso, che le ho dettate, sono il primo a riconoscere che le nostre modeste tavole programmatiche — gli orientamenti teorici e pratici del Fascismo — devono essere rive­dute, corrette, ampliate, corroborate, perchè qua e là hanno subìto le ingiurie del tempo. Credo che il nocciolo essenziale sia sempre nei suoi postulati, che per due anni hanno servito come segnale di raccolta per le schiere del Fascismo italiano; ma, pur prendendo l’avvio da quel nucleo primigenio, è tempo di procedere ad una ulteriore, più ampia ela­borazione dello stesso programma. A quest’opera di vita per il Fascismo dovreb­bero con particolare fervore concorrere tutti i fascisti d’Italia, specialmente in quelle zo­ne dove, col patto o senza, si è pervenuti ad una pacifica convivenza dei due movimenti antagonistici. La parola è un pò grossa; ma io vorrei che nei due mesi che ci separano dall’adunata na­zionale si creasse la filosofia del Fascismo ita­liano. Milano con la sua prima Scuola di Pro­paganda e Cultura concorre a questo scopo. Non si tratta soltanto di preparare gli ele­menti programmatici sui quali poggiare solidamente la organizzazione di quel partito nel quale dovrà sfociare ineluttabilmente il movimento fascista; si tratta anche di smen­tire la stupida fola, secondo la quale nel Fascismo ci sarebbero soltanto dei violenti e non anche, com’è in realtà, degli spiriti inquieti e meditativi. Questo indirizzo nuovo dell’attività fascista non danneggia — ne sono certissimo — quel magnifico spirito e temperamento di bellico­sità, caratteristica peculiare del Fascismo. At­trezzare il cervello di dottrine e di solidi convincimenti non significa disarmare, ma irro­bustire, rendere sempre più cosciente l’azione. I soldati che si battono con cognizione di cau­sa sono sempre i migliori. Il Fascismo può e deve prendere a divisa il binomio mazzi­niano: Pensiero e azione ».

La Dottrina del DUCE comparve la prima volta, sotto la voce Fascismo nel 1932-X nel volume XIV dell’Enciclopedia Italiana. Ma, come risulta dalla nota ora riportata aggiun­ta di proposito dall’autore nella ristampa del­la medesima sotto il titolo La Dottrina del Fa­scismo, Milano, 1932-X, l’esigenza di dare una dottrina al movimento, sentita e segnalata ai fascisti dal creatore e dal capo del movimen­to stesso, rimonta fino al 1921, e cioè fino alla immediata vigilia della trasformazione del Fa­scismo da movimento in partito e della costi­tuzione di quest’ultimo. Nella primavera del 1925-III si riuniva a Bo­logna, indetto dalla Direzione del P.N.F., il primo Congresso Nazionale della Cultura Fa­scista. In quella occasione si svolse una im­portante discussione fra chi scrive questo commento ed il senatore Giovanni Gentile, che presiedeva il congresso. Il Fascismo è soltan­to fede o è anche dottrina? Basta ad esso la fede, o gli occorre anche la dottrina? per cui dalla prima esso sia promosso alla se­conda? Basta — sosteneva il senatore Gentile — la fede che accomuna tutti i fascisti facen­do delle anime di essi una anima sola. Ma, — replicava chi scrive — se nessuna dottrina politica o religiosa, dappoiché è nota la stret­ta parentela fra la storia e la formazione storica della dogmatica delle credenze poli­tiche e di quelle religiose, esiste e può darsi senza la corrispondente e sottostante fede po­litica e religiosa, la fede, politica e religiosa, a sua volta, si chiarisce a se stessa, si precisa, si determina e si fissa nella dottrina, ed in questa trova e raggiunge la sua pienezza e la sua realizzazione. Fede e dottrina, nella storia delle religioni ed in quella delle idee politiche, sono termini inseparabili. L’una non esiste e non vive senza dell’altra. La dottrina senza la fede è cosa vuota e morta, ed è la fede il centro vitale, il fuoco vivo e ardente della dottrina. Ma la fede ha anch’essa bisogno di solidificarsi e di consolidarsi nella dottrina. A questo bisogno intrinseco, indiscutibile ed assoluto, del movimento fascista e della for­mazione della sua dogmatica rivoluzionaria, provvide direttamente e personalmente il ca­po stesso del movimento scrivendo La Dottri­na del Fascismo. Questo è un fatto non comu­ne nella storia dei movimenti politici, in quan­to che quasi sempre la formulazione della dot­trina dei medesimi è fatta e risulta da con­gressi, da convegni, da assemblee. Il fatto che la dottrina del Fascismo sia stata invece fissata e formulata dal suo capo le dà perciò solo un carattere omogeneo, unitario e uno stile personale e quindi maggiore carattere valore ed energia spirituali. Ciò si spiega con un fatto, che è anch’esso non comune, ed ha anzi un carattere di ecceziona­lità e di originalità, nella storia dei movimen­ti politico-sociali. Si è visto che Mussolini ha per suo motto il mazziniano « Pensiero e azione ». E’ un ideale difficilmente raggiun­gibile, che nella stessa persona pensiero ed azione si congiungano e facciano uno e che gli interessi teoretici e quelli pratici si trovino riuniti insieme. Generalmente, si distinguono non solo nettamente ma anche si contrappon­gono gli uomini di pensiero da una parte, gli uomini di azione dall’altra, quasi a smen­tire e a dimostrare l’impossibilità dell’unità di pensiero ed azione. Dote veramente sovrana del DUCE è quella dell’unità nel suo spirito dei due momenti, ed anzi molte volte non si sa dire se prevalgano ed eccedano più in lui gli interessi pratici o quelli teorici, e se il bi­sogno, la febbre ardente del pensiero sia in lui più forte del bisogno e della febbre ar­dente dell’azione. E’ difficile che un uomo di azione della forza e della razza di Mussolini sia nello stesso tempo tutto preso dalle preoc­cupazioni e dalle esigenze filosofiche e sia forte pensatore e altrettanto forte scrittore. Basti al riguardo ricordare i vari scritti filo­sofici, critici e letterari della sua prima gio­vinezza. L’azione di Mussolini non è mai istin­tiva, ma sempre pensata e meditata, come il suo pensiero non si chiude e non si esaurisce mai, come nel vuoto, in se stesso, ma sbocca direttamente nell’azione e si traduce, si colo­risce in pieno e si anima potentemente nell’a­zione. Nessuna meraviglia quindi che la dot­trina del Fascismo sia stata scritta proprio dal creatore e capo del movimento.

E qui, per cogliere ed intendere a fondo la Dottrina, bisogna fare cadere la nostra attenzione su un punto che riteniamo essenziale, giacché non ci preme in questo momento esa­minare, tanto poi sono chiare, trasparenti ed incisive le idee e le proposizioni in essa con­tenute, insuscettive di illustrazioni e di chia­rimenti, il suo contenuto, ma la sua forma ed il suo valore formale. Qual’è la filosofia di Mussolini? E c’è una filo­sofia di Mussolini? Risposta. C’è in Mussolini una filosofia. E questa è ben determinata e determinabile, anche e specialmente in conside­razione del tempo e della situazione spirituale in cui Mussolini si venne formando. Dirò su­bito che al sistema di filosofia di Mussolini compete, per meglio determinarlo e caratteriz­zarlo, un nome preciso e tecnico, e questo nome è il « rivoluzionarismo ». Spieghiamoci.

Com’è noto, molte sono le forze e le correnti spirituali che si oppongono fin dai primi an­ni del secolo in cui viviamo, che è il secolo del Fascismo, al materialismo ed al positi­vismo che riempirono di sè tutta la seconda metà del secolo XIX. Il nuovo secolo si apre, quasi animato e diretto da una profonda vocazione e da una imperativa missione, con un grido di battaglia violenta e sterminatri­ce contro il materialismo ed il positivismo. Le correnti sono diverse, ma il fiume che tra­volge è uno solo. Molte le strade, ma tutte, come dice il proverbio, conducono a Roma. La battaglia, più che altrove, si fa animosa ed accanita in Italia. Il nuovo risorgente idea­lismo storico del Croce e del Gentile, che si ricongiunge alle tradizioni più splendide del­l’idealismo italiano da Vico a Mazzini a Gio­berti; il revisionismo socialista che da noi si concentra nel sindacalismo rivoluzionario; il pragmatismo che, per intenderci con un ter­mine riassuntivo, chiameremo “vociano”; il nazionalismo e l’imperialismo; il futurismo. Le maggiori influenze spirituali e filosofiche sono da noi esercitate sugli spiriti più sensi­bili, più frementi e più dinamici, dalla filoso­fia della forza e dell’energia, derivazione della filosofia della volontà di Arturo Schopenhauer, di Federico Nietzsche, dalla filosofia della vio­lenza di Giorgio Sorel, nella quale ultima si ricongiungono la filosofia di Nietzsche e la filosofia dell’intuizione di Bergson e la filo­sofia dell’azione di Blondel. Se tutto è ma­terialismo e positivismo, anche il socialismo vale a dire tutta la seconda metà del secolo scorso, è materialistico e positivistico. E’ lo­gico allora che la furia demolitrice più forte e le espressioni più potenti dell’anti-positivi­smo sono rappresentate dal cosiddetto revisio­nismo socialista. In realtà, il socialismo con­cepito ed attuato in Europa in tutta la se­conda metà del secolo XIX e nei primi anni del secolo attuale fino allo scoppio della guer­ra mondiale del 1914, qualunque siano le interpretazioni idealistiche del materialismo sto­rico di Marx alle quali sono anche da ag­giungersi le stesse interpretazioni psicologi­che e volontaristiche soreliane, di cui non è qui il caso di discorrere, non è che materia­lismo e positivismo anch’esso. Di qui anzi l’opposizione del socialismo positivo a quello cosiddetto utopistico ed idealistico anteriore a Marx e al marxismo, e di qui ancora la prevalente ed anzi dominante presentazione ed interpretazione del materialismo storico come determinismo economico. Positivismo, determinismo e socialismo tengono il campo del pensiero, della cultura, dell’azione. Tutto è necessità; tutto è determinato. All’uomo ed alla sua forza creatrice, alla libertà cioè che è tutt’uno con l’azione, non è lasciato alcun mar­gine. Ma come al materialismo più che lo stes­so idealismo si oppone in senso tecnico lo spiri­tualismo, così al determinismo si oppongono l’indeterminismo, il volontarismo, la filosofia dell’azione. E qui bisogna notare che è proprio della filosofia francese del tempo il prevalere, sotto forme ed in autori diversi, delle note e delle tendenze indeterministiche con le loro indubbie forti e suggestive ripercussioni in Italia e nel pensiero italiano. Chi guardi a fondo, trova che la filosofia dell’azione, il vo­lontarismo, il pragmatismo ed il sindacali­smo rivoluzionario esprimono la stessa esigenza, camminano sulla stessa direttiva. Loro bersaglio comune è il determinismo, il farsi automatico e necessario delle cose umane, del­le cose dello spirito, della politica, della storia e del socialismo; loro meta comune, per vio­lenta contrapposizione, è la libertà e il trion­fo della libertà umana. Se il socialismo deve essere e realizzarsi per forza di cose per le sue concezioni materiali­stiche e positivistiche, per le sue nuove con­cezioni volontaristiche e spiritualistiche e per il sindacalismo esso deve essere invece tut­t’uno con la libertà e farsi per mezzo della li­bertà. La lotta, senza quartiere, è fra determinismo e libertà. Da questo punto di vista si spiega come negli spiriti più dinamici della vita e del pensiero italiani, che saranno poi i futuri fascisti, ogni concezione che sa di de­terminismo, o che ricordi Spinoza o Hegel, venga violentemente ripudiata. Le menti vol­gono verso i diritti dello spirito e quindi ver­so lo spiritualismo. A rigore e per essere sto­ricamente esatti, non idealismo, ma spirituali­smo. Solo il secondo è tutt’uno con la libertà ed infrange e calpesta sotto i piedi la neces­sità. Di qui si spiega ancora che se l’idealismo storico è anch’esso un momento essenziale del­la reazione e della battaglia antimaterialisti­ca e antipositivistica esso per quella parte per cui rimane legato al determinismo spino­ziano ed hegeliano non fa per i nuovi tempi ed è respinto nettamente dalle anime e dalle menti. Dell’idealismo si accetta ciò che è vivo e vitale, si butta a mare quello che non solo è morto e cadaverico, ma non vitale e contro la vita. Del resto, la migliore dimostrazione di ciò è data dal fatto che il punto di approdo, e la parte più vitale dello stesso idealismo at­tuale del Gentile, derivazione e trasformazione dell’idealismo storico del Croce, è stato ed è la filosofia dell’educazione, ossia dell’azione e della volontà, e cioè la pedagogia. Che cosa è ora il rivoluzionarismo di Musso­lini? E’ la traduzione in termini pratici e po­litici, e la maggiore concretezza e determina­zione, ad opera di uno spirito febbrile e ar­dente, insofferente al massimo grado della realtà di fatto e contro di questa adergentesi e protestante, della filosofia della volontà, o del volontarismo, della filosofia dell’azione, o, come egli stesso dice in un punto della sua Dottrina, in luogo della frase pragmatismo, dell’attivismo. Se v’è uno spirito, in tutta la storia contemporanea, che più nega la neces­sità, e inneggia alla libertà, è quello di Mus­solini. E il primo suo sforzo teoretico e pra­tico, e la sua prima battaglia, pienamente vinta, come tutte le sue battaglie, è quella di schiodare e di emancipare, fin dai suoi primi anni ultra-giovanili, il socialismo dalla ne­cessità, dall’automatismo, dal fatalismo, dal determinismo economico. Sta in questo punto l’incontro quasi contemporaneo nella storia del pensiero e della vita moderni di Mussolini e di Sorel, del suo rivoluzionarismo e del sin­dacalismo dello scrittore francese e sta in ciò la spiegazione del fatto che Mussolini si è proclamato scolaro di Sorel, e quest’ultimo vide in lui con una vera profezia il portatore dei nuovi valori umani e sociali (1).

Pertanto, Mussolini è un uomo di pensiero, appartiene alla storia della filosofia e il rivolu­zionarismo è il suo apporto alla filosofia e il suo sistema filosofico. Ed ecco spiegato perché e come, a differenza di quanto è avvenuto in altri movimenti politici e sociali, le tavole della dottrina del Fascismo sono state incise con mano ferma e con tratti indelebili proprio dal suo capo. Che cosa è la rivoluzione di Mussolini, donde il sistema prima e più che politico, filosofico del rivoluzionarismo? Essa non esprime nel suo momento e nella sua struttura spirituale nessun concreto e determinato contenuto. Es­sa non è né la rivoluzione politica, né quella sociale ed economica; non è nè la rivoluzione socialista prima, nè quella fascista dopo; ma essa è soltanto e semplicemente la rivoluzione, come pura categoria logica e formale, massima celebrazione della volontà, della libertà, dell’azione. Egli, poiché trova innanzi a sè come un corpo morto il socialismo positivo materialista, comincia con l’applicare al so­cialismo, tutto pieno di ricordi e motivi socia­listico-rivoluzionari blanquisti, la categoria della rivoluzione e dà il massimo di determi­nazioni e di precise fattezze al cosiddetto so­cialismo rivoluzionario che si contrappone va­gamente nei primi del 1900, come già il sin­dacalismo rivoluzionario soreliano, al socialismo riformista, democratico ed evoluzioni­stico-parlamentare. Ma il socialismo rivolu­zionario di Mussolini e la posizione di Musso­lini come socialista rivoluzionario è contin­gente, non necessaria, a volere adoperare qui termini logici e filosofici. Egli non è prima socialista, e poi rivoluzionario, ma prima è rivoluzionario e poi socialista; e non è rivo­luzionario perché socialista, ma, viceversa, è socialista, perchè rivoluzionario. Ed è, per la forma stessa del suo spirito, che con l’inter­ventismo del 1914 – 15, anche questo non un generico interventismo, ma uno specifico in­terventismo rivoluzionario, crea, il Fascismo e diventa fascista. « Ero fascista fin da quan­do militavo nel Partito Socialista ». Così egli disse una volta. E sta in questa netta afferma­zione la più forte dimostrazione dell’unità del suo spirito, della continuità del suo pen­siero e della sua persona, e della forma, che è data dalla idea di rivoluzione. Prima rivolu­zionario, e perché ed in quanto rivoluzionario, socialista prima, fascista poi, e il suo socia­lismo rivoluzionario prima il suo Fascismo dopo hanno per minimo comune denominatore il suo « rivoluzionarismo », e non sono che due esplicazioni pratico-politiche di questo. Senza di ciò non s’intendono le pagine della sua Dottrina, e quelle polemiche contro il so­cialismo ed il pacifismo, contro la vita comoda ed edonistica, che sono poi i punti più carat­teristici, assurgenti alle vette della concezione morale della vita, della sua Dottrina. Ma non basta. Occorre precisare e deter­minare il contenuto dell’idea e della cate­goria della rivoluzione, caposaldo di tutta la concezione mussoliniana. Come la rivoluzione è una esplicazione del concetto di azione, co­sì la filosofia della rivoluzione di Mussolini è una esplicazione della filosofia dell’azione. Si chiarisce così che il proprio del concetto di rivoluzione del DUCE è l’elemento del ro­vesciamento delle posizioni precedenti, la su­perazione dei limiti e degli ostacoli, l’inat­teso, l’impreveduto, la creazione, il nuovo, tutti elementi che si contrappongono alle no­te logiche del determinismo e dell’anti-libertà. In altri termini, rivoluzione, per Mussolini, donde la sua simpatia e la sua aderenza al nietzschiano « vivere pericolosamente », vuol dire, novità, creazione, libertà. Questa l’es­senza della rivoluzione, non come questa a quella rivoluzione, ma della rivoluzione che possiamo chiamare e dobbiamo chiamare as­soluta in quanto categoria a priori. E qual’é il suo rapporto con la violenza di Sorel, anche questa, non questa o quella violenza, ma la violenza assoluta? Tutt’e due, la violenza di Sorel, la rivoluzione di Mussolini, non sono contenuto, ma forma, non sono mezzo per rag­giungere qualche cosa il che le ridurrebbe e degraderebbe a mezzi e a termini materiali, empirici, utilitaristici ed edonistici, ma fine. La violenza di Sorel, esplicazione ed interpre­tazione psicologica, etica e pedagogica della obbiettiva lotta di classe di Marx, consiste tutt’intera e si risolve nel concetto di scissura, com’egli dice, ossia di rottura netta e assolu­ta fra il mondo capitalistico borghese e il mondo sindacalistico operaio, e fra l’ideolo­gia del primo e l’ideologia del secondo. La rivoluzione di Mussolini, in quanto catego­ria giuridica e politica, e cioè in un piano inferiore, è anch’essa rottura violenta fra il vecchio Stato ed il nuovo che si forma; ma nella sua essenza filosofica e categoriale non è questa rottura, ma la novità, l’imprevisto, la creazione, la libertà e la piena celebrazione della libertà dell’uomo e dello spirito umano. Ecco il « rivoluzionarismo » di Mussolini, come sistema filosofico. Dopo di che è possibile e facile passare alla sua Dottrina del Fascismo, da lui stesso de­finita nella parte seconda « una dottrina del­l’azione ».

La Dottrina — come già si è detto — fu scritta per l’Enciclopedia Italiana e venne pubblicata nel XIV volume, stampato nel giu­gno 1932-X. Essa si divide in due parti distin­te: la prima di carattere filosofico, che s’in­titola Idee fondamentali; la seconda di carat­tere storico-politico, che s’intitola Dottrina politica e sociale. Nella prima parte, come in una introduzione, si pongono in tratti rapidi e concentrati, le idee e i temi che si svolgono, specie dal lato polemico, nella seconda; per modo che le due parti si richiamano e si com­pletano l’una con l’altra, formando un solo organismo logico e sistematico. La Dottrina venne poi pubblicata nello stesso 1932-X in un volume a parte con in seguito ad essa uno scritto di Gioacchino Volpe sulla Storia del movimento fascista. In questa ristampa il DU­CE aggiunse alla prima parte delle note espli­cative di grandissima importanza specie per gli elementi storici che esse contengono. La Dottrina — oltre che in altre edizioni riprodu­centi lo scritto nella forma del volume ora indicato, notevole quella inserita nel volume VII degli Scritti e Discorsi del DUCE, Hoepli, 1934 – XII — venne pubblicata successiva­mente come premessa allo statuto del P.N.F. a cura del Partito medesimo. L’importanza fondamentale dello scritto, giova qui notare, è attestata dalle traduzioni fatte di esso in quasi tutte le lingue. Come subito si nota alla prima lettura dello scritto, la Dottrina ha due aspetti principali, per quanto concerne il suo contenuto, che si spiegano l’uno con l’altro: un carattere polemico, e un carattere storico. Dal primo punto di vista è da considerare la posizione sistematica del Fascismo di fronte a questi tre movimenti politici e sociali: il liberalismo, il socialismo e la democrazia. La polemica con­tro questi tre sistemi, come quella fatta da chi studiò e visse tutte le esperienze politiche e sociali ad essi sistemi corrispondenti, è quanto mai efficace, dialettica, incisiva e definitiva. Dopo le sue critiche non c’è più nulla da dire; e la posizione pertanto e la dimostrazione del­la verità superiore del Fascismo balzano vi­ve ed immediate, ed il Fascismo si precisa in tutto il suo contenuto e in tutto il suo si­gnificato. Né trattasi di negazione meccanica e di soppressione violenta dei tre sistemi pre­si a criticare, ma di superamento di essi e cioè di utilizzazione dei residui elementi spi­rituali vivi e vitali che essi contengono. Don­de, come si è notato, il carattere che falsamen­te altri potrà chiamare eclettico, ma che si de­ve tecnicamente chiamare carattere storico del Fascismo.

Nessun dubbio che il Fascismo è contro il liberalismo. Ma ciò è da intendersi quando si prenda a considerare il momento dommatico del liberalismo il quale ha per suo centro il concetto empirico, materiale e monadistico dell’individuo. Perchè il liberalismo si prende, come storicamente si deve prendere, come op­posizione e negazione dell’assolutismo poli­tico, il Fascismo non meno del liberalismo, lo dice espressamente il DUCE, rispetta, nello Stato e per lo Stato, la libertà e le libertà dei cittadini. Contro le tendenze assolutistiche e dispotiche moderne, rappresentate dalla statolatria, dal socialismo di Stato e dal co­munismo, il Fascismo che è un’espressione dell’idea della libertà e della creazione per­sonale dei valori umani se respinge il con­cetto empirico d’individuo, afferma fortemen­te il concetto di persona. Donde l’intimo ca­rattere personalistico, e cioè spiritualistico, della dottrina politica e morale del Fascismo. Basti qui richiamare due punti essenziali che fanno corpo con la Dottrina: la formula lan­ciata da Mussolini nel discorso al Teatro della Scala ripetuta il 26 maggio 1927-V alla Camera, che è poi la formula stessa ideale del Fascismo e il centro di tutta la dottrina di esso : « tutto nello Stato, niente contro lo Sta­to, nulla al di fuori dello Stato » ; la dichia­razione VII della Carta del Lavoro in cui si afferma il concetto e il valore della inizia­tiva privata. I falsi interpreti e commenta­tori dello Stato totalitario fascista intendono l’espressione tutto è nello Stato come equivalente a quest’altra : tutto è lo Stato e cioè come la statificazione universale della vita, il panteismo e l’estremo determinismo politi­co statuale, ossia la statolatria. Se tutto fos­se lo Stato, ossia che niente esiste al di fuo­ri dello Stato, non si direbbe che tutto è nel­lo Stato. Ora la formula nulla è nello Stato, che è la falsificazione piena del concetto mus­soliniano, è proprio il contrario in termini della formula: tutto è nello Stato. Dunque, personalismo non panteismo, e tanto meno assolutismo politico. Sono qui da richiamare le parole scritte dal DUCE nel paragrafo XI della parte II della Dottrina: « L’individuo nello Stato fascista non è annullato, ma piuttosto moltiplicato, co­sì come in un reggimento un soldato non è di­minuito, ma moltiplicato per il numero dei suoi camerati. Lo Stato fascista organizza la Nazione, ma lascia poi agli individui margini sufficienti; esso ha limitato le libertà inutili o nocive e ha conservato quelle essenziali. Chi giudica su questo terreno non può essere l’individuo, ma soltanto lo Stato ». Ma anche rispetto al socialismo il Fascismo non è una negazione meccanica, ma un supe­ramento, ed esso utilizza ed anzi porta alla più matura realizzazione gli elementi vivi e più profondi del socialismo. Il Fascismo ­scrive il DUCE nel paragrafo VIII della parte prima della Dottrina — « è contro il sociali­smo che irrigidisce il movimento storico nel­la lotta di classe e ignora l’unità statale che le classi fonde in una sola realtà economica e morale; e analogamente, è contro il sindaca­lismo classista. Ma nell’orbita dello Stato or­dinatore, le reali esigenze da cui trasse origine il movimento socialista e sindacalista, il Fa­scismo le vuole riconosciute e le fa valere nel sistema corporativo degli interessi conciliati nell’unità dello Stato ».

Il movimento per ragioni storiche e di lotta politica prese il nome di Fascismo. Ma avreb­be potuto anche chiamarsi socialismo nazio­nale, come accennò vagamente a chiamarsi in I­talia verso il 1914 -15 e come del resto prese nome di nazionalsocialismo, in Germania, e, più tardi, di nazional-sindacalismo, in Spagna. Per cui può ben dirsi che se oggi Vilfredo Pa­reto, redivivo, dovesse scrivere la seconda edizione dei suoi celebri Sistemi socialisti, i ca­pitoli più importanti li dedicherebbe al Fascismo, al nazionalsocialismo, e al nazional­-sindacalismo. Infine, il Fascismo a parte la falsa democrazia individualistica, aritmetica e razionalistica, attua la vera democrazia, spiritualistica ed or­ganica.

« Il Fascismo — scrive il DUCE nel para­grafo IX della parte prima della Dottrinaè contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al li­vello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente ». E nella nota 14 della parte prima Mussolini, riportando su un punto saliente di un suo memorabile discorso alla Camera pro­nunziato il 26 maggio 1927-V, scrive : « Oggi preannunziamo al mondo la creazione del po­tente Stato italiano, dall’Alpi alla Sicilia, e questo Stato si esprime in una democrazia ac­centrata, organizzata, unitaria, nella quale de­mocrazia il popolo circola a suo agio, perchè, o signori, o voi immettete il popolo nella cittadella dello Stato, ed egli la difenderà, o sarà al di fuori, ed egli l’assalterà ». In conclusione, come avverte lo stesso autore della Dottrina nel paragrafo IX della parte seconda, « Nessuna dottrina nacque tutta nuo­va, lucente, mai vista. Nessuna dottrina può vantare una “originalità” assoluta. Essa è legata, non fosse che storicamente, alle altre dottrine che furono, alle altre dottrine che saranno ». E ancora: « Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberali­smo, non devono tuttavia far credere che il Fascismo voglia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l’anno di apertura del secolo demoliberale. Non si torna indietro. La dot­trina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre. L’assolutismo monarchico fu, e così pure ogni ecclesiolatria. Così “furono” i pri­vilegi feudali e la divisione in caste impenetrabili e non comunicabili fra di loro. Il concetto di autorità fascista non ha niente a che vedere con lo Stato di polizia. Un partito che governa totalitariamente una na­zione, è un fatto nuovo nella storia. Non sono possibili riferimenti e confronti. Il Fa­scismo dalle macerie delle dottrine liberali, socialistiche, democratiche, trae quegli elementi che hanno ancora un valore di vita. Mantiene quelli che si potrebbero dire i fatti acquisiti della storia, respinge tutto il resto, cioè il concetto di una dottrina buona per tutti i tempi e per tutti i popoli ».

Questi, come ci eravamo proposti di dimo­strare, i due caratteri fondamentali della Dottrina, quello polemico, e quello storico. Ma premesso che il DUCE pone in evidenza il carattere profondamente e sentitamente re­ligioso del Fascismo, il che è poi una imme­diata conseguenza del suo spiritualismo, e che si fa male a considerare la politica religiosa del Fascismo come un fatto di pura oppor­tunità politica in quanto che il Fascismo pri­ma che « sistema di Governo » è un « sistema di pensiero », sono da sottolineare ed è da ri­chiamare l’attenzione sui punti della prima e della seconda parte, nonché delle interessan­tissime note esplicative della parte prima che si riferiscono ai concetti più alti e delicati della filosofia morale e politica: la guerra e la pace; la felicità, il benessere e l’educazione; i rapporti tra la, Nazione e lo Stato ; la cor­porazione; lo Stato, vero caposaldo di tutta la dottrina fascista; l’Impero. Per le considerazioni contro la pace perpetua ed il pacifismo che sono la negazione del prin­cipio stesso dell’azione, indici non altro che di fiacchezza, mentre l’attività morale cul­mina nelle virtù dell’eroismo e del sacrificio, la Dottrina si eleva ai vertici della filosofia morale. Invero, come per Mussolini la rivoluzione non è materialisticamente intesa mez­zo per un fine esteriore da raggiungere, così la guerra non è, nemmeno essa, un mezzo per raggiungere un qualunque scopo utilitario, ma soprattutto, guardata nella sua radice e nel suo centro spirituale, fine a se stessa. Non meno forti e nobili punti dedicati alla cri­tica dei concetti di felicità materiale e di benessere, propri dell’illuminismo, dell’utilitarismo e del socialismo positivista. « il Fa­scismo respinge il concetto di “felicità” eco­nomica, che si realizzerebbe socialisticamente e quasi automaticamente a un dato momento dell’evoluzione’ dell’economia, con l’assicurare a tutti il massimo di benessere. Il Fascismo nega il concetto materialistico di “felicità” come possibile e lo abbandona agli economisti della prima metà del ‘700; nega cioè l’equa­zione benessere = felicità che convertirebbe gli uomini in animali di una cosa solo pensosi: quella di essere pasciuti e ingrassati, ridotti, quindi, alla pura e semplice vita vegetativa ». E’ stato acutamente osservato (2) che l’atti­vismo morale di Mussolini somiglia al forma­lismo ed al rigorismo etico kantiano. Le sue idee contro il pacifismo ed il benessere e con­tro la felicità intesa non come attività e per­fezione della persona, ma come benessere ma­teriale provano e confermano questo avvicina­mento. Il centro di tutto è sempre il concetto di azione, alla stregua del quale soltanto può rettamente intendersi il vivere pericolosamen­te di Mussolini elevato a massima di vita. Ma, ancora, è il valore dell’azione, e appunto perciò il suo significato morale, quello che più conta. Si agisce perché si crede nell’agire. Chi sa a priori che la sua azione non vale nulla, né metterà capo a nulla, si astiene dall’agire. E qui risalta nuovamente il valore filosofico della concezione mussoliniana e il nesso profondo fra morale e religione. Alla base infatti dell’azione c’è la fede, c’è la re­ligione. Passando ai concetti politici propriamente detti, definitive sono le analisi dei rapporti fra nazione e Stato. Non la nazione, secon­do il concetto naturalistico, fa lo Stato ed è prima dello Stato, ma viceversa, è lo Stato, che è concetto dei concetti, il concetto so­vrano, che fa la nazione. Giustamente Mus­solini mette in rilievo l’originarietà del con­cetto di corporazione come caposaldo della dottrina e della prassi fasciste. « Non è sin­golare — egli avverte — che sin dalla prima giornata di piazza San Sepolcro risuoni la pa­rola “corporazione” che doveva, nel corso del­la Rivoluzione, significare una delle creazioni legislative e sociali alla base del’ Regime? ». Ma, senza alcun dubbio, le pagine più pro­fonde e veramente mirabili e superbe della Dottrina sono quelle dedicate allo Stato. La forza, la superiorità, la trascendenza dello Stato sono invero gli elementi costitutivi da cui e per cui il Fascismo si caratterizza e per cui esso sta a sè, come sistema autonomo di fronte a tutti gli altri sistemi politici e so­ciali. Lo Stato è superiore e trascendente gli individui e i gruppi, ma è nello stesso tempo sentito e riconosciuto dai primi e dai secondi, donde anche la sua immanenza. I due concetti di superiorità ossia di trascendenza dello Sta­to, e di sentimento, ossia d’immanenza dello Stato s’implicano l’uno con l’altro, così come, nel campo della religione, la trascendenza d’Iddio che sta sugli uomini e l’immanenza di Dio che vive negli uomini, stanno e s’intendono insieme. « Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il Fascismo lo Stato è un assoluto, da­vanti al quale individui e gruppi sono il re­lativo. Individui e gruppi sono pensabili in quanto siano nello Stato… Il Fascismo vuole lo Stato forte, organico e al tempo stesso poggiato su una larga base popolare… Uno Stato che poggia su milioni d’individui che lo riconoscono, lo sentono, sono pronti a ser­virlo, non è lo Stato tirannico del signore me­dievale. Non ha niente di comune con gli Stati assolutistici di prima o dopo l’89 ». Per que­sta esaltazione filosofica ed etica, profonda­mente umana, del concetto dello Stato, giu­stamente il DUCE conclude che come il secolo scorso, il secolo del liberalismo, della democrazia e del socialismo, fu il secolo dell’indi­viduo, così il secolo nostro, il secolo del Fa­scismo, è il secolo dello Stato. Con il concetto d’impero e d’imperialismo, siamo alla cima della scala dei concetti poli­tici analizzati e definiti dalla dottrina. Im­pero, di cui l’Impero fascista fondato la notte fatidica del 9 maggio 1936-XIV è una ideale e reale manifestazione, essenzialmente mo­rale; imperialismo, essenzialmente morale. E’ la conclusione che si evince da tutta la dot­trina e che conferma la filosofia dell’azione, centro del pensiero del DUCE. Se l’azione è volontà, questa è, a sua volta personalità, affermazione ed imposizione dei propri valori e diffusione dei medesimi, e cioè volontà di potenza, come, a sua volta, l’attivismo, il vo­lontarismo non è, e non può essere logica­mente che imperialismo. Riteniamo che la maggiore e più luminosa testimonianza di questa natura imperialistica del Fascismo e dell’imperialismo fascista sia la pubblicazione della Dottrina del Fascismo di Benito Mussolini, destinata appunto a dif­fondere e ad imporre universalmente l’idea ed il valore del Fascismo.

NOTE

1) Nel 1912, Sorel scrisse parlando di Mussolini: “Il nostro Mussolini non è un socialista ordina­rio. Credetemi, voi lo vedrete un giorno alla testa d’un battaglione sacro, salutare con la spada la ban­diera italiana. E’ un italiano del XIV secolo, un con­dottiero. Non lo si sa ancora; ma egli è il solo uo­mo, capace di riparare le debolezze del Governo”.

2) Vedi su ciò lo scritto molto interessante di Adele Cantoni Canilli, La filosofia che viviamo, Milano, 1940-XVIII. Questo libro è tutto basato sulla inter­pretazione blondelliana del pensiero mussoliniano e cioè sulla sua aderenza intima alla filosofia del­l’azione. L’interpretazione filosofica della scrittrice ri­sponde al presente commento della Dottrina.

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