…Il volume intitolato “Lineamenti su l’ordinamento sociale dello Stato fascista” (1934) è davvero, come lo giudicava, presentandolo al pubblico, Carlo Emilio Ferri, uno dei « segni che aprono il ciclo spirituale di una generazione » : è la generazione venuta su dopo la Marcia su Roma « e formatasi interamente nel clima del Fascismo ». Propria di questa generazione è l’aspirazione alla sintesi, all’unitarietà, alla totalitarietà, intese come abitudine mentale e pratica in tutte le manifestazioni della vita. Il Giani applica questi concetti allo studio su l’ordinamento sociale dello Stato fascista e si adopera a mettere in luce la tendenza al sistematico, al completo, all’armonioso. « Tale ordinamento non è ancora assestato » : ma è in corso d’assestamento e tutto quello che s’è fatto sinora è avviato a un solo scopo, di « Creare, conservare, sviluppare un ordine sociale, in cui tutte le classi trovino il loro posto, il loro riconoscimento, la loro protezione ». Sono le finalità, come vedete, che formano la base del Patto tripartito e che tornano, in nome della « pace, della giustizia e dell’equità », nell’allocuzione pasquale del Pontefice Pio XII e nei recenti messaggi del ministro nipponico Matsuoka; sono le finalità di cui vanno ora facendo il programma proprio persino i ministri della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, ma fraudolentemente, cioè a sole parole, mentendo sulle loro vere intenzioni, anzi con l’intenzione ferma di tradire la loro parola appena avessero – per inconcessa ipotesi – vinta la guerra. L’anima del Giani si protendeva verso l’avvenire, si slanciava addirittura verso il nuovo: ma nel suo libro dobbiamo ammirare anche lo sforzo di ristabilire la continuità fra il nuovo e l’antico. Egli presenta il nuovo come il proseguimento di una tradizione della nostra storia « migliore ». Non dunque ossequio alla « tradizione per la tradizione », con mentalità da conservatore più rivolto al passato che all’avvenire e incapace di distinguere fra abitudine e tradizione. Il conservatore si cristallizza nell’abitudine, cioè nella ripetizione meccanica del bene come del male, indifferentemente. Ma la tradizione non è abitudine; tradizione significa, per virtù stessa, etimologica, della parola, tramandare da una generazione all’altra: essa è simbolo dunque di cosa perenne e perennemente viva ed attiva, che si perpetua attraverso una serie di rinnovamenti incessanti; senza mai perdere tuttavia nulla della propria essenziale sostanza. La tradizione serba e tramanda il meglio della storia che fluisce nel tempo; lascia andare e abbandona per via il peggio, perché la tradizione è la spina dorsale della storia, della storia grande, che si conta per secoli, non della cronaca quotidiana, che si conta per ore. Per questo il Giani parla di un « metodo nuovo-antico » che la Rivoluzione fascista ha « restaurato », non « inventato », e lo riallaccia a una « tradizione mediterranea », di cui egli indica i maestri, da Cicerone e Tommaso d’Aquino a Vico, Romagnosi, Gioberti e Mazzini. Suggellava il proprio lavoro con l’augurarsi la compilazione di un « codice sociale » che avesse la duplice virtù di garantire un ordine « costante » ed « elastico » della vita nazionale e contribuisse a creare in tutti « quella coscienza sociale che oggi è patrimonio di troppo ristretto numero di cittadini e che invece è indispensabile si realizzi onde la legge trovi nella coscienza dei cittadini il terreno adatto per dare i suoi frutti migliori »…
(Estratto dalla commemorazione tenuta per incarico dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista nella Sala del Littorio di Trieste, 5 maggio 1941 – XIX E. F.)