1 Commento

NOVA HISTORICA pubblica la “Sintesi storica del progetto totalitario fascista” di Marco Piraino e Stefano Fiorito.

Sul numero 66 (dicembre 2018 – anno 17, pp. 135 – 153) della rivista trimestrale “NOVA HISTORICA”, è stato pubblicato l’articolo di Marco Piraino e Stefano Fiorito intitolato “Sintesi storica del progetto totalitario fascista”.

ABSTRACT : The historical analysis of the sources shows that Fascism was not a reactionary right-wing movement, but a revolutionary ideology. The left-wing aspects of the fascist movement unite with an organicistic national vision. The tragedy of the Second World War prevented the Regime from completely revolutionizing Italian society and perhaps avoided the elimination of the Savoy monarchy.

Parole chiave : Fascismo, Rivoluzione, Totalitarismo, Mussolini, Monarchia

Keywords : Fascism, Revolution, Totalitarianism, Mussolini, Monarchy

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SINTESI STORICA DEL PROGETTO TOTALITARIO FASCISTA

di Marco Piraino e Stefano Fiorito

Per comprendere il progetto e dunque l’identità politica del Fascismo occorre chiarire, seppur a grandi linee ed in maniera sintetica, il contesto storico in cui tale fenomeno si affermò. Specifichiamo subito che oggetto della nostra analisi, considerate brevemente le motivazioni che dettero vita all’ascesa del movimento fascista e ne garantirono l’affermazione sul piano politico, è la lettura della documentazione dottrinale prodotta dagli stessi ideologi fascisti; Mussolini e Gentile in primis. Ciò vuol dire verificare tornando alle fonti l’effettivo contenuto dei principi del fascismo, senza avvalerci in maniera preconcetta di lenti ideologiche deformanti.

Nel periodo antecedente la Marcia su Roma (28 Ottobre 1922), immediatamente dopo la fine della sua partecipazione alla Prima guerra mondiale (24 Maggio 1915 – 4 Novembre 1918), l’Italia viveva una crisi profonda su tutti i fronti. Oltre 650.000 caduti, più di un milione fra mutilati ed invalidi di guerra, migliaia di dispersi nei campi di battaglia; questo il tragico bilancio  della nostra partecipazione bellica. Come se ciò non bastasse, il sacrificio dei soldati caduti e quello dei reduci venne sminuito da una pace che, mortificando fortemente gli Stati sconfitti, discriminò l’Italia rispetto alle altre nazioni vincitrici, negandole molti dei compensi promessi per i quali essa aveva duramente ed eroicamente combattuto. In questo clima di scontento si scatenarono aspri scontri interni per cause di carattere economico e sociale. I sopravvissuti alla guerra dopo aver lottato per anni nelle trincee, tornando alla vita civile si trovarono davanti una situazione per loro incomprensibile. La Patria per cui erano stati pronti a morire, per cui così tanto avevano patito, non riusciva a dar loro lavoro e una vita socialmente ed economicamente dignitosa. L’economia era in grave crisi. Ingente il debito economico statale contratto nei confronti delle altre nazioni che avevano fornito capitali e materie prime, di cui l’Italia era sprovvista e di cui non aveva potuto fare a meno per assolvere ai suoi obblighi militari con gli alleati  durante il conflitto mondiale. Troppe le aziende che avevano speculato sui profitti derivanti dalla guerra arricchendosi e che a guerra finita, con la riconversione industriale, avevano tagliato migliaia di posti lavorativi. Fortissima la domanda di redistribuzione dei redditi in generale e soprattutto della terra da parte del mondo contadino, in special modo da parte di coloro che tornavano ai campi reduci dalle trincee. Infine proprio i reduci venivano fin troppo spesso indicati come responsabili dello sfascio economico nazionale dalla propaganda socialista, ormai incapace di sviluppare una sua linea politica d’azione autonoma ed originale, poiché ideologicamente protesa verso l’acritica emulazione dell’esperimento bolscevico attuato in Russia. La responsabilità economica e politica di tale grave situazione era da attribuire alla vecchia classe dirigente liberale, che faticava a comprendere quanto gli equilibri economico sociali della “bell’epoque” ormai fossero stati semplicemente spazzati via dalla prima guerra di massa che la storia umana avesse mai visto.

Questo in breve fu lo scenario nel quale il fascismo doveva nascere ed affermarsi. Nel 1914, pochi mesi dopo lo scoppio del conflitto, Benito Mussolini, già militante e dirigente della frazione rivoluzionaria del Partito Socialista italiano nonché ex direttore del quotidiano ufficiale del partito L’Avanti!, aveva fondato un giornale in favore dell’intervento italiano in guerra al fianco della Francia, battezzandolo Il Popolo d’Italia. Egli era convinto che quella che si stava combattendo in Europa fosse una guerra rivoluzionaria in seguito alla quale si sarebbe realizzato un cambiamento epocale all’interno della società, che avrebbe annunziato la nuova era delle masse e cancellato il “modus vivendi” liberal-borghese, smentendo contemporaneamente la teoria di Marx incentrata sul predominio politico del proletariato industriale da conseguire tramite la “lotta di classe”; una lotta giudicata dal futuro Duce ormai irrealistica e foriera soltanto di una inutile conflittualità sociale il cui unico risultato sarebbe stato la povertà generalizzata. Mussolini voleva realizzare un “socialismo possibile”, che non negasse la realtà in nome di un dottrinarismo avulso dai problemi del vivere quotidiano ma la rendesse compatibile con le pressanti esigenze della giustizia e della solidarietà sociale. Tale linea di pensiero, revisionista rispetto alle teorie marxiste, ne causò l’espulsione dal partito socialista dove fu additato come traditore e rinnegato.(1) Gli aderenti ai Fasci d’azione rivoluzionaria, movimento da lui costituito nel quale erano confluiti alcuni suoi compagni socialisti, anarchici e sindacalisti rivoluzionari convertitisi all’interventismo, continuarono la lotta fuori e dentro la Nazione in favore  dell’intervento.

La fine del conflitto vide Mussolini ed il suo movimento tra i promotori delle contestazioni seguite alla pace di Versailles. Il 23 Marzo del 1919 egli volle unire attorno a sé i combattenti di tutte le classi sociali che erano decisi a  rivendicare i loro diritti. A Milano in Piazza San Sepolcro nacquero così i Fasci italiani di Combattimento, il cui simbolo era il Fascio, icona di unità, forza e giustizia della nuova ed unitaria classe sociale dei “Produttori”, nata nel fango delle trincee dall’incontro di borghesi, proletari e contadini. Tra il 1919 ed il 1922 si combatté uno scontro politico sanguinoso fra tre diversi ed opposti orientamenti politici: la sinistra social-comunista, i democratici liberal-moderati di vario orientamento ed i fascisti. I primi, prendendo spunto da quanto accadeva in Russia per opera di Lenin, volevano l’abbattimento del parlamentarismo borghese e l’instaurazione immediata della “dittatura del proletariato” tramite la lotta insurrezionale di classe; i secondi volevano mantenere sostanzialmente invariata la procedura parlamentare seppur auspicando delle riforme politiche e sociali al passo con le nuove esigenze causate dalla guerra, i terzi il ripristino dell’ordine a qualsiasi costo e l’affermazione politica dei principi ideologici nazional-sindacali espressi dal variegato mondo interclassista uscito dalla guerra che reclamava a gran voce, in virtù dei sacrifici patiti in combattimento, di dirigere una nuova politica e lo Stato italiano. Come scrisse Mussolini “Il fascismo nacque come strumento per risolvere i problemi della società. In quel momento la risoluzione dei problemi stava, in primo luogo, nel ripristino dell’ordine. Il fascismo nacque da un bisogno di azione ed azione fu”(2).

Egli affermava che inizialmente la dottrina del movimento fascista era rappresentata da un insieme di principi non elaborati, poiché le circostanze del momento necessitavano dell’uso della forza per il ripristino dell’ordine. L’approfondimento di tali principi sarebbe venuto quando l’ordine fosse stato ristabilito. Rimanevano però saldi i valori fondamentali su cui costruire l’azione politica del movimento: unità del corpo sociale, cambiamento degli equilibri politici, giustizia sociale. A causa di tali scelte in molti hanno tacciato Mussolini di incoerenza e avventurismo politico. Se però leggessimo tra i documenti, osservando la parabola storica del Fascismo nella sua interezza, apparirebbe chiaro che il futuro Duce seguì  invero una linea di pensiero netta e sempre organica alla propria visione etica della rivoluzione.(3) Nel “programma di San Sepolcro”, il primo reso ufficiale dai Fasci italiani di combattimento, Mussolini dava una connotazione nettamente rivoluzionaria al suo movimento con chiari riferimenti alla necessità di raggiungere la piena giustizia sociale tramite il cambiamento graduale della situazione in cui versava l’Italia. Nelle prime adunate del movimento fascista si iniziava a parlare di “corporativismo” (definendo con questo termine l’elaborazione ideologica economico sociale derivata dal sindacalismo nazionale); un principio che teorizzava l’equilibrio tra i vari organi della produzione partendo dal postulato che lavoratori, tecnici ed imprenditori della nazione, tutti inquadrati all’interno di organismi decisionali dello Stato, dovevano essere considerati come parte integrante dell’ambiente in cui prestavano la loro opera e non più un semplice strumento. Il lavoro in tale concezione assurgeva al ruolo di valore morale, motore e perno della società il cui fine ultimo era di assicurare il benessere, sia morale che materiale, della Nazione tutta. Gli interessi del singolo dovevano essere subordinati a quelli della collettività nazionale rappresentata dallo Stato. Appare chiara quindi la connotazione ideologica nettamente rivoluzionaria che assunse il movimento già agli inizi del suo percorso rispetto al passato politico dell’Italia liberal-conservatrice giolittiana.(4) Più tardi, con la trasformazione in Partito Nazionale Fascistanel 1921, si delineò un’apparente e contraddittoria virata del movimento in senso conservatore e monarchico. Come spiegare tale presunto cambiamento? Per comprenderlo crediamo vada analizzata la genesi e lo sviluppo dei postulati teorici mussoliniani. Come lo stesso Giovanni Gentile avrebbe sottolineato in seguito, il Fascismo politicamente costituiva un’assoluta novità, anche e soprattutto in campo dottrinario, per cui male si prestava ad essere interpretato seguendo schemi teorici di tradizioni politiche precedenti.(5) Mussolini aveva creato un movimento dal nulla in una situazione politicamente instabile e confusa. Egli era a capo di un gruppo composto prevalentemente da combattenti delusi ed umiliati, privi, se si escludono alcuni suoi vecchi compagni anarco-sindacalisti, di un vero bagaglio ideologico-dottrinario. Egli aveva affermato sin dagli inizi della sua azione politica in seno al Fascismo che in Italia occorreva un periodo di ricostruzione nel quale la Nazione avrebbe dovuto riacquisire un assetto stabile. Pensava il Fascismo come un’ideale dinamico in fermento perenne, definendolo una parentesi politica destinata a chiudersi soltanto nel momento in cui avesse esaurito il proprio compito. Nel medesimo tempo proclamava che le istituzioni ufficiali (ovvero monarchia e parlamentarismo liberale), non fossero eterne ed immutabili ma da considerare in relazione allo sviluppo ed al benessere morale e materiale del popolo italiano. Se andiamo a rileggere il discorso tenuto da Mussolini all’Augusteo nel novembre del 1921, ovvero quello in cui il movimento fu costituito in Partito Nazionale Fascista ( trasformazione attuata dopo il fallimento del patto di pacificazione coi socialisti, allo scopo di meglio controllare le frange più riottose e recalcitranti dello stesso fascismo ) troviamo espressa chiaramente la formazione ideologica del futuro Duce:

Eleviamoci a più spirabili aure e parliamo del nostro programma sul quale sono disposto battermi senza quartiere …Noi, per la nazione, accettiamo la dittatura e lo stato d’assedio … Il fascismo potrà integrare le teorie mazziniane, ma non potrà dimenticarle. Noi non abbiamo bisogno di andare a cercare i profeti in Russia o in altri paesi, quando abbiamo dei profeti che hanno detto un verbo nazionale che è il prodotto dello spirito e della civiltà italiani …L’Italia d’oggi ha vita da soli cinquant’anni …Il fascismo deve volere che dentro i confini noti non vi siano più veneti, romagnoli, toscani, siciliani e sardi, ma italiani, solo italiani. E per questo il fascismo sarà contro ogni tentativo separatistico, e quando le autonomie che oggi si reclamano dovessero portarci al separatismo, noi dovremmo essere contro. Noi siamo per un decentramento amministrativo non per la divisione dell’Italia …Noi partiamo dal concetto di “nazione”, che è per noi un fatto, né cancellabile, né superabile. Siamo quindi in antitesi contro tutti gli internazionalismi …Malgrado i sogni dell’Internazionale, quando battono le grandi ore, quelli che non rinnegano la patria, muoiono per lei. Partendo dalla nazione arriviamo allo Stato, che è il governo nella sua espressione tangibile. Ma lo Stato siamo noi: attraverso un processo vogliamo identificare la nazione con lo Stato. La crisi d’autorità degli stati è universale ed è un prodotto del cataclisma guerresco. E’ necessario però che lo Stato ritrovi la sua autorità altrimenti si va al caos.  …Dissi che il fascismo era tendenzialmente repubblicano. Così dicendo, non intendevo precipitare il paese in un moto di violenza. Con quella dichiarazione, io intendevo soltanto aprire un varco verso il futuro. Chi può dire che le attuali istituzioni siano in grado di difendere sempre gli interessi, soprattutto ideali, del popolo italiano? Nessuno. Sulla questione del regime il fascismo deve essere agnostico, perché è l’abito che deve adattarsi alla nazione e non già  la nazione che si deve adattare al regime …Si dice, bisogna conquistare le masse. C’è chi dice anche: la storia è fatta dagli eroi, altri dice che è fatta dalle masse.  La verità è nel mezzo. Che cosa farebbe la massa se non avesse il proprio interprete espresso dallo spirito del popolo e che cosa farebbe il poeta se non avesse il materiale da forgiare?(6).

Era chiaro per Mussolini che un’eventuale repubblica avrebbe potuto essere proclamata solo se la monarchia avesse tradito il volere del popolo italiano, proiettandolo in una guerra civile contro gli ex combattenti della Grande Guerra che avevano completato l’unità nazionale con l’annessione di Trento, Trieste e dell’Istria. Agendo in tale modo la monarchia avrebbe di fatto rinnegato la memoria storica del Risorgimento. Ma tutto ciò non avvenne. Il Re Vittorio Emanuele III di Savoia pensò che un’opposizione aperta al Partito fascista avrebbe potuto decretare la sconfessione della Corona, visti i consensi di cui esso godeva. Allo stesso modo il Fascismo, che rappresentava un movimento in cui la componente nazionalista (sia pur con connotazioni diverse dal nazionalismo tradizionale) aveva un rilievo fondamentale, non poteva concedersi il lusso di lottare apertamente contro l’istituzione monarchica. In un tale contesto, Mussolini pensò bene di far maturare pazientemente i tempi per un cambiamento radicale, accentrando gradualmente sempre più i poteri nelle sue mani anche a dispetto delle stesse gerarchie del suo partito, volendo così saggiare l’effettivo valore della mossa conciliatrice del Re. Del resto aveva sempre affermato che i principi del 1919 erano punti di arrivo da elaborare in seguito, ribadendo che la presa del potere sarebbe stata solo una tappa verso il compimento della rivoluzione, che si sarebbe pienamente realizzata in modo progressivo. A tal proposito è indispensabile chiarire un punto fondamentale inerente il movimento mussoliniano.

E’ ormai storicamente dimostrato che la nascita del movimento fascista sia tutt’altro che legata ad un improvviso decadimento politico, morale e culturale del popolo italiano, né che rappresentò tantomeno il trionfo di un gruppo di barbari venuto da chissà dove, privo di legami storici con la cultura politica nazionale, come in passato taluni come Benedetto Croce hanno affermato. Il nascente Fascismo fu invece un movimento con radici culturali profonde. Grazie allo studio accurato portato avanti da ricercatori specialisti, italiani e stranieri, in questi ultimi anni si sono potute meglio delineare caratteristiche e presupposti intellettuali del movimento fascista, che fin dall’inizio del proprio percorso politico si qualifica come una vera e propria rivoluzione.(7) Esso nasceva culturalmente a sinistra da unarevisione antimaterialistica”del marxismo, per proporre una nuova e audace sintesi politica. Gli ideologi del Fascismo mossero i primi passi partendo dalla revisione del socialismo che fece il padre del Sindacalismo Rivoluzionario francese Georges Sorel, nonché dalla critica al marxismo ed alla sua visione politico-sociale realizzata dal filosofo idealista italiano Giovanni Gentile.(8) Essi avevano maturato la convinzione che il marxismo si presentasse come un modello politico totalmente speculare a quello economico liberista, basato però su un capovolgimento dei ruoli sociali da ottenere tramite la lotta di classe armata all’ultimo sangue, ovvero sostituire alla dittatura del capitale quella definita come “storicamente inevitabile” del proletariato di fabbrica, cosa che di fatto, però, sempre secondo quella che sarebbe stata l’interpretazione mussoliniana, si limitava semplicemente a scambiare i ruoli nella direzione del processo economico, senza però risolvere il problema dell’unità morale e spirituale stessa del corpo sociale, nonché del reale riscatto dallo sfruttamento delle classi più umili. Inoltre, sempre secondo la definizione fascista, la guerra di classe che veniva teorizzata in base a tali dinamiche, si rivelava catastrofica per vari motivi. In primis realizzando una tirannia in senso inverso a quella del capitale, questa volta non più ad opera di gruppi e potentati economici ma dei rappresentanti politici di un’unica classe, ovvero il proletariato industriale, del quale erroneamente si davano per scontate la competenza nella direzione delle aziende nonché le capacità politiche e morali. Per di più la teoria marxista non coglieva che la negazione totale ed assoluta del diritto di proprietà ed iniziativa finiva col generare nelle stesse classi lavoratrici oppressione e insoddisfazione. Il disconoscimento assoluto di un’identità nazionale inoltre, tramite l’attuazione della guerra di classe, finiva col portare alla disgregazione completa del tessuto sociale; una società che scivolava così nel materialismo più esasperato culminante nella esclusiva ricerca della soddisfazione economica individuale di stampo edonista. Mussolini si affacciò sulla scena politica italiana quando la revisione antimaterialista del socialismo, tra fine Ottocento ed i primi del Novecento, era nella sua fase iniziale. Nacquero in quel periodo correnti di pensiero, dalla forte impronta elitaria, interne al socialismo ma eterodosse rispetto al marxismo, che fornirono in seguito le basi filosofiche per l’affermazione del Fascismo come ideologia politica sindacalista (in Italia i sindacalisti rivoluzionari Arturo Labriola, Enrico Leone, Sergio Panunzio, Angelo Oliviero Olivetti, Roberto Michels diedero un ampio contributo alla formazione di tali idee insieme allo stesso futuro Duce). Nella visione critica del marxismo elaborata da quei sindacalisti, come Michels ad esempio, che, non a caso, passeranno poi al Fascismo…

l’uomo non è un calcolatore economico. La sua vita è una continua lotta tra necessità economiche, stato sociale al quale appartiene ed una sfera tradizionale di interessi e doveri da una parte e, dall’altra parte impulsi che sono, per così dire, al di sopra e al di là della sua posizione materiale e sociale e che possono suscitare nel suo cuore passioni in grado di distrarlo dal suo percorso economico e dare alla sua attività un’altra direzione, talvolta anche di natura utopistica”. Mentre l’incompetenza collettiva delle masse ha bisogno invece di organizzazione se si vuole giungere a qualche cambiamento rivoluzionario. Ma siccome l’organizzazione ha bisogno di funzionari di capacità non comuni e di competenza particolare, ogni organizzazione comporta una gerarchia. E poiché le qualità di dirigenti ed organizzatori sono rarissime, ogni gerarchia diviene, in sostanza, un’oligarchia. Infine, poiché ciascuna organizzazione per ottenere il massimo successo, deve essere pervasa da un sentimento missionario, trasmesso per mimetismo o per suggestione, e deve possedere un simbolo e un mito, l’oligarchia per essere efficiente al massimo, deve avere un tribuno, un “capo” che parli in un linguaggio “mitico” al quale siano sensibili le masse organizzate(9).

Prendendo spunto da tali teorie il movimento di Mussolini si sarebbe proposto come nuova alternativa politica che, dando una visione ideologica rivoluzionaria alle masse, superava a livello sociale il concetto parziale di classe, proprio del marxismo, per arrivare a quello onnicomprensivo di Nazione, caro alla tradizione giacobina(10) e democratico repubblicana che aveva già caratterizzato una parte importante del Risorgimento italiano. La rivoluzione proletaria si trasformava così in rivoluzione nazionale. Veniva inserito quindi un nuovo aspetto nel quadro politico-sociale, la collaborazione tra le classi, introducendo il concetto di una nuova categoria ideologicamente unitaria, quella dei “Produttori”. Il Lavoro, superato il concetto classista, non avrebbe dovuto essere più considerato un mezzo per assicurare l’aumento del profitto e del potere di pochi capitalisti, ma con il supporto sinergico di imprenditori, tecnici e lavoratori, sarebbe assurto al rango protagonista della produzione e della vita economico-sociale dell’intera Nazione, elevato a valore morale e dunque a partecipare concretamente allo svolgimento della vita politica nazionale. Tale modello presupponeva che ogni categoria dovesse ricevere la giusta formazione dalla quale sarebbe derivato il conseguente riconoscimento etico e politico del proprio ruolo nello “Stato nuovo”, lo Stato totalitario fascista.(11) La storia del concetto di totalitarismo(12) e della sua applicazione nei riguardi del Fascismo meriterebbe una ampia trattazione a sé. Senza dilungarci eccessivamente sul tema, crediamo che un breve cenno tratto dalla vasta bibliografia dello storico Emilio Gentile possa fornire una convincente definizione al riguardo.

I termini totalitario e totalitarismo sono nati con il fascismo per definire la novità del fascismo come partito armato che aveva conquistato con la violenza il monopolio del potere e imponeva la sua ideologia come una nuova religione laica integralista e dogmatica. Ad inventarli furono, fra il 1923 e il 1925, antifascisti liberali, marxisti e cattolici. […] I termini totalitario e totalitarismo entrarono così nel vocabolario politico. I fascisti se ne appropriarono orgogliosamente per definire la loro concezione integralista della politica e dello Stato. I due termini ebbero fortuna anche fuori d’Italia. Dalla metà degli anni venti in poi furono adoperati per definire sia il fascismo sia il bolscevismo e, dopo il 1933, anche il nazismo. Cominciarono allora ad apparire le prime teorie dello Stato totalitario e del totalitarismo, che mettevano in risalto gli aspetti simili del bolscevismo, del fascismo e del nazismo. Dopo la Seconda guerra mondiale, specialmente nel periodo della guerra fredda, ebbero una nuova fioritura le teorie del totalitarismo che accomunavano il regime comunista al regime nazista, mentre il fascismo cominciò ad essere escluso dal fenomeno totalitario. Il fascismo da allora è stato variamente definito come un regime autoritario nazionalista, una tirannide demagogica, uno Stato tendenzialmente totalitario, un totalitarismo imperfetto, un totalitarismo incompiuto, un totalitarismo mancato, un totalitarismo zoppo. Secondo gli studiosi che hanno proposto queste definizioni, il fascismo non fu totalitario perché non usò il terrore di massa, perché incontrò limiti e ostacoli alle sue ambizioni totalitarie nella monarchia e nella chiesa cattolica, e soprattutto perché il partito unico non ebbe un ruolo dominante nei confronti dello Stato, ma fu soltanto lo strumento della politica di Mussolini. […] Tuttavia, negli ultimi anni, molte cose sono cambiate nella storiografia sul fascismo. Questo cambiamento è dipeso da nuove ricerche e nuovi studi che hanno approfondito la conoscenza della storia del partito e del regime fascista e anche dal rinnovamento critico della riflessione sul fenomeno totalitario. Dai risultati di queste ricerche è emersa una realtà storica del fenomeno fascista e del suo sistema politico molto più complessa, proprio in quanto via italiana al totalitarismo, di cui fu promotore e artefice il partito fascista(13).

In particolar modo, proprio alla luce degli studi sul totalitarismo fascista, di cui lo stesso Emilio Gentile è tra i principali fautori,(14) egli formula la seguente definizione parzialmente più consona al modello politico mussoliniano.

Per totalitarismo io intendo definire: un esperimento di dominio politico, messo in atto da un movimento rivoluzionario, organizzato in un partito militarmente disciplinato, con una concezione integralista della politica, che aspira al monopolio del potere e che, dopo averlo conquistato, per vie legali o extralegali, distrugge o trasforma il regime preesistente e costruisce uno Stato nuovo, fondato sul regime a partito unico, con l’obiettivo principale di realizzare la conquista della società, cioè la subordinazione, l’integrazione e l’omogeneizzazione dei governati, sulla base del principio della politicità integrale dell’esistenza, sia individuale che collettiva, interpretata secondo le categorie, i miti e i valori di una ideologia palingenetica, sacralizzata nella forma di una religione politica, con il proposito di plasmare l’individuo e le masse attraverso una rivoluzione antropologica, per rigenerare l’essere umano e creare un uomo nuovo, dedito anima e corpo alla realizzazione dei progetti rivoluzionari e imperialisti del partito totalitario, con lo scopo di creare una nuova civiltà a carattere sopranazionale(15).

Dunque, uno “Stato nuovo”, formato da masse coscienti del proprio ruolo politico e della propria identità storica nazionale. Uno Stato che espletava una funzione armonica che doveva rendere coeso il corpo sociale della Nazione al fine di raggiungere il benessere morale, materiale e spirituale della collettività. Uno Stato “interventista” che avrebbe dovuto coordinare l’economia ed i fattori di produzione in modo da equilibrarli tramite apposite istituzioni corporative. Uno Stato etico che avrebbe formato moralmente la società ed il cittadino secondo i propri principi. Uno Stato moderno e proiettato verso il futuro, che avrebbe gradualmente tolto dalle mani delle oligarchie conservatrici liberali le leve del comando a beneficio di tutta la comunità nazionale, che avrebbe dovuto partecipare attivamente al suo funzionamento, non più facendo ricorso alle urne elettorali ma direttamente, tramite l’adesione al Partito fascista, ai sindacati fascisti, alle corporazioni fasciste ed alle altre numerose e capillari organizzazioni statali. Mussolini si formò culturalmente e sviluppò il suo pensiero, dall’epoca socialista fino alla fine dei suoi giorni, all’insegna dei principi sin qui trattati.(16) Egli, pur criticando la prassi ideologica leninista, aderì alla revisione antimaterialista del socialismo per attuare quella particolare rivoluzione antiparlamentare, sindacalista e nazionale che i vari partiti socialisti riformisti sparsi per il mondo, a suo parere, non volevano portare a termine poiché, di fatto, avevano accettato il capitalismo e le regole della democrazia liberal-borghese. Tutto ciò lo portò fuori dal conformismo di partito dei suoi ex compagni, proiettandolo invece da protagonista sulla scena politica italiana nella quale propose il proprio pensiero che aspirava ad una rivoluzione modellata in base alle caratteristiche storiche del suo popolo. Un popolo “giovane” che era uscito solo da pochi decenni dalle lotte per l’unificazione e l’indipendenza, per il quale, in quel preciso momento storico, la compattezza della Nazione era rappresentata dall’istituzione monarchica. Il Fascismo quindi non diventò un movimento monarchico; teorizzò invece un particolare postulato al fine di farsi interprete della realtà sociale italiana(17): la teoria della rivoluzione continua. Ovvero, la realizzazione graduale, nel tempo, del proprio peculiare modello ideologico-dottrinario di sviluppo. Il pensiero fascista affermò, unico nella storia dei movimenti rivoluzionari, l’impossibilità di adottare aprioristicamente ed in modo stabile la sola prassi parlamentare o la dittatura, congiunti ad un’unica ed immutabile forma istituzionale quale la monarchia o la repubblica. Non già la realtà politica doveva adeguarsi ai fini della rivoluzione, ma la Rivoluzione doveva adattarsi alla situazione politica contingente ed ai mezzi concretamente disponibili in cui essa si trovava ad agire. Poiché il vero principio ideologico fondamentale del Fascismo era rappresentato dallo Stato Etico Corporativo fascista, esso non poteva essere identificato con la particolare istituzione che in un circostanziato momento storico gli consentiva concretamente la propria realizzazione, ma, al contrario, tale istituzione aveva il compito di costituire solamente il mezzo particolare che permetteva di attuare tale principio in un dato contesto politico. Dunque se tale mezzo avesse finito col risultare storicamente superato, sarebbe stato necessariamente sostituito, adottando più opportunamente quello adeguato alle esigenze del momento storico. Solo in relazione a ciò è possibile comprendere l’agire di Mussolini e la sostanza della dottrina fascista. Nel caso specifico l’accordo fra monarchia e Fascismo nasceva per Mussolini dal bisogno imprescindibile di mostrare che il suo movimento incarnava l’immagine stessa della concordia nazionale, fino a quel momento detenuta dalla monarchia sabauda in virtù del formale apporto all’unificazione italiana che essa aveva fornito. Come egli stesso aveva sottolineato già nel 1917

 La rivoluzione non è il caos, non è il disordine, non è lo sfasciamento di ogni attività, di ogni vincolo della vita sociale, come opinano gli estremisti idioti di certi paesi; la rivoluzione ha un senso e una portata storica soltanto quando rappresenta un ordine superiore, un sistema politico, economico, morale di una sfera più elevata; altrimenti è la reazione, è la Vandea. La rivoluzione è una disciplina che si sostituisce a un’altra disciplina, è una gerarchia che prende il posto di un’altra gerarchia(18).

Senza una siffatta autorappresentazione in senso unitario del corpo sociale della Nazione, secondo il Capo delle camicie nere si sarebbe tornati alle lotte intestine tra categorie, riproponendo così inutili antitesi classiste di stampo vetero-marxista. I protagonisti di tale “convivenza forzosa”, ovvero Fascismo e monarchia, sapevano bene però che la situazione non poteva stabilizzarsi in modo duraturo; tutto ciò alla luce del crescente intralcio operato dall’istituto monarchico e dal mondo che intorno ad esso gravitava, nonché dalla considerazione di fatto che la rivoluzione fascista avesse serie difficoltà ad essere attuata integralmente in presenza di un corpo politico intermedio come la monarchia, che per di più non era  diretta emanazione dello stesso Fascismo. Era fin troppo chiaro che nelle reali intenzioni di Mussolini non esisteva un fascismo monarchico. Prima o poi si sarebbe giunti all’affermazione dell’uno sull’altra. E’ necessario, dunque, sgombrare il campo da ogni possibile equivoco affermando con chiarezza che il Fascismo non può essere definito in alcun modo come ideologia reazionaria o di destra, radicale o meno, solo perché esso agì lottando contro il parlamentarismo liberale ed il marxismo-leninismo. Non è corretto ascrivere al marxismo l’unicità di una connotazione rivoluzionaria. La moderna cultura politica italiana ed europea ebbe varie sfaccettature ed il Fascismo, nel bene e nel male, da essa ebbe origine e trasse ispirazione,(19) vagheggiando una “nuova politica” adeguata alla nuova era delle masse,(20) rivoluzionando l’ideale classista della sinistra socialista e restituendole una connotazione spirituale e nazionale, memore delle idee espresse durante il Risorgimento da uomini come Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti e Carlo Pisacane(21), sebbene concepisse la partecipazione popolare soltanto all’interno dello Stato etico totalitario. Esso nacque come rappresentante di una sinistra nazional-sindacalista che espresse un concetto tanto semplice quanto radicale nella sua concreta manifestazione politica e cioè che il benessere sociale, la partecipazione delle masse alla vita pubblica e l’idea spirituale di Nazione non fossero valori necessariamente antitetici, ma logicamente armonizzabili, che anzi tale rappresentazione ideale, instillata con una sapiente ed insistente azione pedagogica nell’alveo dello Stato etico, costituisse sul terreno della politica internazionale la più genuina e concreta rappresentazione storica di ogni comunità, in grado di forgiarne l’identità sia a livello individuale che collettivo al grado più immediatamente e semplicemente percepibile dalla massa stessa. Dunque, a livello ideologico il Fascismo si scontrava con la concezione della destra individualista, liberal-oligarchica o passatista e tradizionalista e con quella della sinistra, marxista, materialista e internazionalista. Si poneva al di sopra di queste realtà politiche per esso sorpassate, che negavano a suo modo l’unica realtà concreta e unitaria veramente esistente, cioè il Popolo italiano. Invero i rapporti tra Fascismo e Monarchia furono sempre incontestabilmente improntati alla reciproca diffidenza mascherata da formale rispetto. In vari casi vi furono divergenze che a mala pena non sfociarono in aperta ostilità. I primi passi verso l’accentramento dei poteri nella persona del Duce e verso gli organi del Partito Nazionale Fascista, necessari all’instaurazione del nuovo ordine politico, erano stati compiuti con le speciali attribuzioni e prerogative del Capo del Governo del 1925, con le facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche nel 1926 e l’ordinamento del Gran Consiglio Del Fascismo 1928-29, elevato a organo determinante per le decisioni riguardanti la Nazione (22) […]

La risoluzione di Mussolini di mettere da parte la monarchia sabauda cominciò a divenire una necessità a partire dal 1935. In tale periodo si concretizzò la possibilità di una mossa politico-propagandistica che avrebbe dovuto garantire in patria al Fascismo quella popolarità indispensabile in vista del confronto decisivo con la monarchia, ovvero la conquista dell’Impero in Africa orientale. Mussolini era infatti consapevole che la sua rivoluzione, per adempiere ai compiti spirituali che si era prefissata e forgiare “l’Italiano Nuovo” cui aspirava(23), doveva operare senza intralci di alcun genere. Nella voce “Dottrina del Fascismo” presente nell’Enciclopedia Italiana, si palesa chiaramente il collegamento con i principi del 1919 che rimanevano costantemente alla base del pensiero mussoliniano e nei quali era espressa altrettanto lucidamente la teoria della “Rivoluzione Continua” proiettata verso il futuro…

(…) Solo la conquista del potere mette alla prova la Rivoluzione; ma anche questo deve avvenire in due tempi, un decennio di ricostruzione in cui l’Italia verrà messa, per così dire, a punto, ringiovanita e snellita in tutti gli organi, rifatta nelle sue opere e inquadrata nella disciplina delle sue gerarchie: dopo verrà la vera rivoluzione, cioè la preparazione di un nuovo ordine di cose, la cui base sarà nella preparazione di un nuovo spirito(24).

Il Duce pensava ad una rivoluzione che poggiasse su solide basi istituzionali e politiche. Nel clima euforico subentrato all’occupazione dell’Abissinia egli vide la totale inopportunità della Corona e proprio la recente conquista territoriale, ai suoi occhi, ne sminuì ancora di più la funzione istituzionale. Di tali avvenimenti esistono testimonianze anche scritte, come quella di Dino Grandi, un gerarca fascista di sentimenti monarchici, futuro organizzatore della destituzione del Duce.“Che Mussolini abbia avuto l’idea di liberarsi della Monarchia è indubbio. (…) Dal 9 maggio 1936 Mussolini aveva decretato in cuor suo la fine della Monarchia”(25). In questa dichiarazione si nota il riferimento cui si accennava prima, ossia la conquista dell’Impero come momento propizio per l’inizio di tale operazione. Tutta una serie di disposizioni furono dirette a emarginare sempre più la Monarchia. L’11 Gennaio del 1937 fu approvata la legge con cui al segretario del Partito Nazionale Fascista vennero conferiti il titolo e le funzioni di ministro segretario di Stato. Ancora una volta lo Stato veniva identificato col Fascismo. Ma un provvedimento in particolare, varato nel Marzo del 1938, dovette confermare tali intenzioni. L’Italia era duramente impegnata nella Guerra di Spagna. Questa data cruciale determinò una crisi tra Fascismo e Monarchia talmente grave da far pensare a un imminente cambiamento istituzionale. Una seduta straordinaria della Camera decretò la creazione di un nuovo grado militare, quello di Primo Maresciallo dell’Impero.(26) Tale grado venne assegnato anche a Vittorio Emanuele III. Il Re fu dunque di fatto scavalcato dai fascisti che si arrogarono il diritto di insignire un sovrano di una prerogativa che teoricamente avrebbe già dovuto spettare alla Corona. Inoltre, fatto ancor più grave, il Re da allora non rappresentava più il potere militare supremo della Nazione. Nel caso specifico Mussolini assunse le sue stesse prerogative. Il provvedimento inflisse dunque un colpo durissimo al prestigio del monarca. Altro evento di notevole importanza fu l’abolizione del parlamentarismo, precedentemente instaurato dalla monarchia sabauda, avvenuta con l’istituzione per legge della Camera dei Fasci e delle Corporazioni  all’inizio del 1939. Questo avvenimento, oltre a rappresentare un ulteriore passo verso l’identificazione completa di tutto lo Stato nel Fascismo, fu anche e soprattutto una svolta radicalmente rivoluzionaria compiuta per confermarne una volta di più i principi ideologici. L’ideale sociale del Fascismo, come già accennato, era rappresentato dal Corporativismo, pensiero che si proponeva come alternativa politico-economica, sociale e morale alle due realtà ideologiche dominanti il periodo: quella liberal-capitalista e quella social-comunista. Il principio corporativo rappresentava lo sviluppo concreto dei fondamenti politici espressi programmaticamente a partire dal marzo del 1919, che obbedendo al principio della “rivoluzione continua” dovevano essere realizzati gradualmente nel tempo, necessitando di solide basi giuridiche ed istituti statali su cui poggiare. La nuova Camera, che non era elettiva, partendo dalla concezione organica della società nazionale espressa dal Fascismo, sconfessava la lotta fra gruppi sociali ed aveva come postulato fondamentale l’integrazione delle stesse classi lavoratrici nello Stato.(27) Il superamento dei conflitti sociali doveva avvenire mediante gli organi preposti ad assolvere tali compiti: le Corporazioni, che dovevano rappresentare tutte le categorie produttive della Nazione insieme alla rappresentanza politica proveniente dal Partito Fascista, per l’appunto Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Ad essi dunque spettava il compito di tutelare la giustizia sociale ordinando e organizzando la vita politica ed economica della Nazione. L’obiettivo dell’idea sociale fascista era quello di raggiungere la concordia tra i fattori della produzione, premessa indispensabile per la crescita nazionale. A tal fine furono dunque creati in un primo tempo all’interno delle aziende Consigli d’amministrazione nei quali lo Stato avrebbe partecipato nelle vesti della Corporazione di categoria; eliminando i Sindacati di classe per creare quelli di categoria; con l’obbiettivo di educare e stimolare attivamente i rappresentanti del lavoro alla partecipazione nella vita della Nazione stessa. Il nuovo ordinamento dava vita ai Sindacati dei lavoratori e dei Datori di lavoro a cui si associava la Corporazione che svolgeva il compito effettivo di rappresentare le categorie e mediare durante le controversie. Quando però queste non erano risolvibili, si arrivava alla consultazione della Magistratura del Lavoro, la quale interveniva o alla quale si poteva ricorrere quando necessitava un intervento giuridico (ad esempio quando una delle parti in causa mancava ad una norma stabilita nel contratto collettivo). Il nuovo ordinamento sociale prevedeva che le Corporazioni assumessero un assetto istituzionale creando un apposito Ministero. La piena attuazione del Corporativismo in campo economico sarebbe stata rappresentata successivamente dalla Socializzazione delle imprese, provvedimento che però avrebbe visto la luce soltanto nel 1943 – 1944. Essa prevedeva il completamento del principio della rappresentanza organica degli interessi precedentemente enunciato, questa volta più specificamente a livello aziendale, con la ripartizione degli utili dell’impresa tra datori di lavoro e lavoratori nonché la co-gestione della stessa tramite appositi consigli di gestione, costituiti da parte dei fattori realmente produttivi, ovvero gli operai i tecnici e gli imprenditori (operazione iniziata già con l’introduzione dei Consigli d’amministrazione e dei fiduciari di fabbrica, nel 1938 – 1939). In qualunque caso i responsabili delle aziende, pubbliche o private, avrebbero dovuto rispondere della produzione e del buon funzionamento delle aziende stesse di fronte allo Stato, mentre i sindacati di categoria sarebbero stati raccolti in una Confederazione Generale del Lavoro e delle Arti divenendo i presupposti della giustizia sociale e della supervisione dello Stato fissati dal corporativismo. Dunque la costituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, sebbene poté operare sperimentalmente soltanto per un breve periodo a causa dei successivi avvenimenti bellici, rappresentò un’ulteriore tappa essenziale lungo la pratica realizzazione della dottrina corporativa fascista, che immaginava  il lavoro in tutte le sue forme come perno della Nazione con i rappresentanti del lavoro di tutte le categorie al governo della Nazione. Come aveva affermato in precedenza lo stesso Mussolini…

Il partito è lo strumento formidabile, e al tempo stesso estremamente capillare, che immette il popolo nella vita politica e generale dello Stato; la corporazione è l’istituto con cui rientra nello Stato anche il mondo, sin qui estraneo e disordinato, dell’economia(28).

Dopo gli obiettivi economici e sociali conseguiti nel corso degli anni Venti e fino alla metà degli anni Trenta, quali ad esempio la “battaglia del grano”, la “Lira a quota 90”, “la bonifica integrale”, la creazione ed il potenziamento del cosiddetto Stato sociale, l’incremento delle opere pubbliche su tutto il territorio nazionale, la promulgazione della “Carta del Lavoro” ed il conseguente avvio della riforma corporativa, i passi che avrebbero condotto il Regime ad una attuazione piena e totalitaria dei propri postulati ideologici si fecero più assidui, proprio a partire dalla seconda metà degli anni Trenta, come mostra chiaramente lo Statuto del P.N.F. approvato nel 1938 […].

In conformità alla logica sempre più accentuatamente totalitaria assunta dal Regime, Mussolini si convinse definitivamente, che andava rimosso il premeditato intralcio costituito dalle forze conservatrici lungo quel percorso politico che avrebbe dovuto culminare con la creazione dell’ “italiano nuovo fascista di domani”.

Con la pedagogia dell’armonico collettivo, fondata sul presupposto che la conversione alla fede comune nella religione fascista avrebbe unito moralmente, al di là della diversità di condizioni sociali, di possibilità economiche, di differenze di sesso e di età, tutti gli italiani, il fascismo riteneva di aver trovato la formula per risolvere, come asseriva Bottai, il problema del popolo italiano, non certo in una formula economica, ma proprio nell’esaltazione delle masse affratellate e fuse in una sola volontà, in una sola passione, in un solo altissimo scopo, e pretendeva di realizzare, sacrificando la libertà dell’individuo alla comunità totalitaria, anche i sogni più affascinanti degli utopisti che immaginavano il popolo lieto nel lavoro, bello e gioioso nello svago. In una comunità siffatta, secondo la logica totalitaria fascista, rifiutava di integrarsi solo chi non credeva alla sacralità della patria e dello Stato, chi non aveva fede e non era quindi disposto a sacrificare il proprio “particulare” per il bene comune: non solo, quindi, l’antifascista, ma anche il borghese dalla moralità individualistica, scettica e materialistica … a rafforzamento e salvaguardia della comunità totalitaria dei “buoni cittadini”, il fascismo non escludeva per il futuro, come affermava nel 1927 il giornale di Mussolini, “la prospettiva più intransigente di una nuova legislazione la quale, accogliendo gli imperativi morali della nuova età, determini sanzioni radicali per chi insista nel mantenersi estraneo ai motivi elementari del vivere fascista”(29).

Proprio in ossequio a tali sviluppi politici vanno ricercate le cause che avrebbero portato all’avvio della campagna anti-borghese e della conseguente legislazione discriminatoria nei confronti degli ebrei, considerati i rappresentanti dello spirito borghese, alfieri tanto dell’individualismo liberale quanto del materialismo marxista, sobillatori dell’antifascismo internazionale. Dunque, affinché fossero progressivamente “spezzati” gli equilibri favorevoli alle vecchie oligarchie liberal-conservatrici nel quadro di una sempre più accentuata autarchia economica, furono varate ulteriori iniziative inerenti lo sviluppo economico di aree del territorio nazionale dove lo Stato in passato era endemicamente assente. Emblematici gli esempi della valorizzazione del comprensorio del Sulcis in Sardegna, della costruzione dell’acquedotto pugliese, della riforma agraria in Sicilia varata nel Gennaio del 1940 definita come “assalto al latifondo”, o della valorizzazione agricola su vasta scala dei territori libici a mezzo della cosiddetta “colonizzazione demografica”, un tempo ritenuti semplicemente un arido deserto improduttivo ed ora divenuti a tutti gli effetti provincia italiana e florida colonia di popolamento.

Contemporaneamente, il Regime riprendeva i temi populistici (“andare verso il popolo”) con nuovi provvedimenti di politica sociale a favore dei lavoratori e con il rilancio dell’attività e del ruolo dei sindacati […], accompagnata dall’orchestrazione di una campagna anti-borghese e da nuove iniziative per la riforma del costume […](30).

Nel campo educativo e legislativo, col fine di sottolineare sempre più l’avvento della nuova “Era fascista” spiccano, tra gli innumerevoli provvedimenti presi, la creazione del “Ministero della Cultura popolare”, della “Gioventù Italiana del Littorio” e l’approvazione della nuova “Carta della scuola”(31). […]

Proseguendo con la promulgazione del nuovo Codice Civile nel 1941 e con il progetto di “socializzazione delle imprese” redatto nella primavera del 1943. Tale legge, lungi dal costituire una mossa politica strumentale, fu, infatti, ideata in un periodo antecedente la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, a dimostrazione del fatto che, come ha sostenuto lo storico Renzo De Felice, la prospettiva del regime fascista avesse una visione socialistica, in senso letterale e non marxista, frutto di una “nuova” concezione politico-sociale e spirituale.(32) Verosimilmente, soltanto i tragici eventi bellici della Seconda guerra mondiale, che avrebbero portato alla totale sconfitta militare italiana ad opera delle truppe anglo-americane ed al conseguente crollo politico del Fascismo, impedirono la piena maturazione e realizzazione del progetto istituzionale e sociale messo in atto dal regime di Mussolini.

NOTE

1) Paolo Valera, Mussolini –  la prima biografia, Casciago, 2000.

2) Benito Mussolini,La Dottrina del Fascismo,in Enciclopedia Italiana vol. XIV pp. 847 – 851.

3) Tale interpretazione trova riscontri nelle recenti biografie dedicate alla figura del Duce, Didier Musiedlak, Mussolini, 2005, Presse de la Fondation Nationale des Sciences Politiques; Nicholas Farrell , Mussolini, Firenze, 2006.

4) Per un’analisi delle istanze tese alla creazione di un nuovo modello di partecipazione politica nel periodo prefascista Emilio Gentile, Il mito dello Stato nuovo –  Dal radicalismo nazionale al fascismo, Roma – Bari, 1999.

5) Giovanni Gentile ribadì tale novità politica nello scritto L’Essenza del Fascismo, Roma, 1929 e successivamente in Origini e dottrina del fascismo, Istituto Nazionale Fascista di Cultura, Roma, 1929.

6) Benito Mussolini, Opera omnia, a cura di Edoardo e Duilio Susmel, Firenze, 1951-1963, vol. XVII, pg. 216.

7) In tal senso vanno segnalati gli ormai classici Zeev Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, Milano, 1993, e  Domenico Settembrini, Fascismo controrivoluzione imperfetta, Formello (RM), 2001, ma anche il contributo di Paolo Buchignani,La rivoluzione in camicia nera – Dalle origini al 25 luglio 1943, Milano, 2006.

8) Vedi La decomposizione del marxismoeLe riflessioni sulla violenzain Sorel Georges, scritti politici, Torino, 1996; Giovanni Gentile, La filosofia di Marx, Opere vol. XXVIII, Firenze, 2003.

9) A. James Gregor, Roberto Michels e l’ideologia del fascismo, ristampa a cura di M. Piraino e S. Fiorito, 2015, Lulu.com.

10) Molti sono i riferimenti da parte del fascismo sia in chiave negativa che positiva rispetto alla Rivoluzione francese, suggeriamo la lettura di Antonio De Francesco,  Mito e storiografia della «grande rivoluzione» –  La Rivoluzione francese nella cultura politica italiana del ‘900”,Napoli,2006.

11) Vedi E. Gentile, Il mito dello Stato nuovo, op. cit. pp. 237 – 268.

12) Sulla storia del dibattito riguardante il totalitarismo, Enzo Traverso, Il totalitarismo, Milano, 2002.

13) In Millenovecento –mensile di storia contemporanea, n°10 agosto 2003, tratto da Totalitarismo al potere, di E. Gentile.

14) E. Gentile,  La via italiana al totalitarismo, Roma, 1995.

15) E. Gentile, Fascismo – storia e interpretazione, Roma – Bari, 2002, pp. 67 – 68.

16) Per una visione complessiva dei principi che costituirono la base ideologica del fascismo mussoliniano, vedi A. James Gregor, L’ideologia del Fascismo – il fondamento del razionale del totalitarismo, ristampa a cura di M. Piraino, 2013, Lulu.com; Alessandro Campi, Mussolini, Bologna, 2001; Giorgio Bocca,Mussolini socialfascista, Milano, 1983; Ernst Nolte,Il giovane Mussolini, Milano, 1993; Z. Sternhell, op. cit. ;  D. Settembrini, op. cit.

17) Sulla peculiarità delle vicende storico-politiche italiane dall’unità al fascismo, Gilles Pecout, Il lungo Risorgimento – La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Milano, 1999.

18) Benito Mussolini, Opera Omnia, a cura di Edoardo e Duilio Susmel , Firenze, 1958, vol. IX, p. 78.

19) Interessante, a tal proposito, il lavoro di Ruth Ben Ghiat, La cultura fascista, Bologna, 2000.

20) Per una più diffusa analisi del concetto di “nuova politica” rimandiamo alla lettura del libro di George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Bologna, 1975; ma anche Jacob Talmon,Le origini della democrazia totalitaria, Bologna, 2000.

21) Riguardo l’influenza politica che ebbero alcuni dei maggiori protagonisti del Risorgimento sul fascismo, D. Settembrini, Storia dell’idea antiborghese in Italia. 1860-1989, Roma – Bari, 1991.

22) Vedi La Dottrina del Fascismo, terza edizione, Milano, 1942, Hoepli; ristampa a cura di M. Piraino e S. Fiorito, 2014, Lulu.com, pp. 53 – 61.

23) Tutta la produzione storiografica di Emilio Gentile approfondisce i vari aspetti del totalitarismo fascista; nello specifico, L’uomo nuovo del fascismo, inE. Gentile, Fascismo – Storia e interpretazione,Roma – Bari, 2002.

24) In Enciclopedia Italiana, vol. XIV, voceFascismo, Roma, 1932,p. 848.

25) Per un resoconto dettagliato rispetto alla vicenda ed alle ripercussioni politiche, vedi R.. De Felice, Mussolini il Duce, lo Stato Totalitario, Torino, 1981 e 1996, pp. 16 – 34.

26) Idem.

27) Francesco Perfetti, La Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Roma, 1991.

28) Benito Mussolini, op. cit.vol. XXVI, p. 185.

29) E. Gentile, Il culto del littorio, Roma – Bari, 1993, p.194.

30) In E. Gentile, Fascismo – Storia e interpretazione,op. cit. p. 27.

31) In La Dottrina del Fascismo, ristampa a cura di M. Piraino e S. Fiorito, Op. Cit., pp. 86 – 88.

32) Vedi Il modello fascista italiano, inedito di Renzo De Felice in Ideazione, n°4 – Luglio – Agosto 2000, pp. 192 – 203.

Un commento su “NOVA HISTORICA pubblica la “Sintesi storica del progetto totalitario fascista” di Marco Piraino e Stefano Fiorito.

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