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EDUCAZIONE SPIRITUALE DELLA GIOVENTU’ FASCISTA!

Educazione Spirituale Gioventù Fascista - Biblioteca del CovoAi giovani il dovere della preparazione spirituale si presenta d’immediata necessità e pari ad un compito da affrontarsi gagliardamente per incentrarsi sempre meglio nell’ambito e nella realtà della Nazione fascista. E’ doveroso che il giovane sappia — anche da un punto di vista semplicemente materiale — dove voglia arrivare: che egli lentamente, ma certamente, incominci ad apprendere, per uno sforzo di sincera autocritica e per l’esatta valutazione dei superiori, quello ch’egli vale, quale posto deve oggi, o potrà domani, occupare nella gerarchia dei valori. Questa gerarchia esiste e si stabilisce nella Nazione. E Nazione — nel tempo Fascista — vuol dire vita. Una vita esaltata dal religioso sentimento di Dio e della Patria, nobilitata dall’incanto e dalla fatica del lavoro, affascinata dalla presenza e dal conforto del Capo. In questo modo possiamo constatare come il giovane italiano pervenga all’esatta comprensione di questi tre significati: famiglia, società, Nazione. Se, infatti, solamente per un istante consideriamo la concezione statale Italiana fascista — il popolo politicamente organizzato — subito ne consegue com’essa riposi sulla normale esistenza e sulla comprensione delle tre cellule della famiglia, della società, della Nazione.
Una volta che il giovane pervenga ad una prima completa comprensione di queste tre cellule, la sua preparazione non può ancora considerarsi totale. Sarebbe anzi un errore se qualcuno la considerasse tale. Tuttavia va tenuto in debito conto il fatto della giovane età e della ristretta conoscenza storica: per questi riguardi ed in virtù di tale considerazione la preparazione spirituale del giovane può — ad un tal punto — ormai stabilirsi come sufficiente. Essa subito si dimostra produttiva d’effetti. Conoscendo il senso della famiglia, della società e della Nazione, il giovane pure conosce i diritti ed i doveri che da questi elementi conseguono: egli inizia un’esistenza dove tutto è coordinato, nella quale gli è comandato di vivere attivamente, d’essere un membro utile, al quale tutto — in ogni tempo ed in ogni luogo — efficacemente si possa richiedere.
Meglio è dunque nemmeno parlare di preparazione: si tratta invece di una raggiunta educazione. La coscienza della quale ben presto viene intesa dall’individuo, sia perché lo strappa dall’infantile egoistica concezione della vita, sia perché gli propone mezzi nuovi alle proprie esigenze spirituali, mezzi ai quali con strenuo desiderio egli inconsciamente tendeva e che ora infine esistono per lui, l’aiutano e lo sorreggono. Su questa educazione dovranno attentamente lavorare la stessa volontà dell’individuo e lo stesso dovere dei responsabili così da costruire l’individuo completo, che s’identifica in questo caso con l’individuo politico.

Carattere ed elemento politico.

Occorre definire in modo preciso il significato di « politico ». Possiamo premettere che — sotto un aspetto assolutamente ideale — non può considerarsi cittadino colui che non è politico. Sicché per essere efficacemente cittadino occorre soprattutto assumere una spiccata personalità politica, che certamente può manifestarsi in qualsiasi modo, che non dimentica ma anzi è strettamente coordinata alla scala gerarchica dei valori: è ugualmente politico colui che serve la Patria nell’ubbidienza come colui che serve la Patria col reggerne saggiamente le sorti. La parola politico non può ormai più rappresentare un’allusione contingente: essa è invece ricca d’un ben delineato valore assoluto. Politico non è chiunque, per l’unico fatto d’appartenere ad una organizzazione sociale: politico è l’uomo che serve la Nazione e di essa s’intende partecipe elemento vitale. Giustamente è dunque possibile parlare d’una forza politica della Nazione: essa è una forza essenzialmente spirituale, costruita dall’apporto politico degli individui. E’ la forza politica che segna il passo della Nazione. Questa forza politica si esplica nella triplice manifestazione Mussoliniana del Partito unico, dello Stato totalitario, del periodo di alta tensione ideale. L’uomo politico nasce così, si costruisce così, ma per una spirituale evoluzione che conduce attraverso diverse vie alla meta finale: essere utile alla Nazione. Questa utilità dell’individuo per la Nazione va ritenuta qualcosa di più alto e significativo d’un semplice dovere obbligato: attraverso il servizio per la Patria si perviene al risultato più bello, quello di meritarsi la Patria. Perché la Patria non è mai stata la leggendaria isola felice, anche se è forte, disciplinata, potente. La Patria deve esser meritata e il tirocinio è improntato tutto al sacrificio. Ne consegue come quel categorico imperativo nazionale e patriottico, che si presenta assolutamente a tutti gli individui, assuma per i giovani Italiani un carattere speciale. Questo imperativo non ha più un semplice valore sentimentale. Esso ha ormai delle esigenze indispensabili: richiede appunto al giovane la precisa formazione della propria individualità politica, perché senza di essa qualsiasi preparazione spirituale risulterebbe deficiente o verrebbe ad essere completamente sterile. Notiamo ancora come le tre cellule della famiglia, della società, della Nazione, sulle quali pressoché completamente s’innesta la concezione dello Stato Fascista — escluso appunto il Partito, elemento squisitamente politico e militare — si presentino all’individuo nell’ordine, e in un tempo successivo l’una alle altre. Possiamo anzi concludere che la conoscenza dell’una si rafforzi e completi con la conoscenza delle altre, perché è appunto sulla famiglia che si fonda l’ordinamento sociale ed è appunto d’uno specificato gruppo societario che consiste la Nazione. Passando attraverso i tre diversi stadi della famiglia, della società, della Nazione, il giovane conquista una sua maturità spirituale: essa lo rende abile per la partecipazione attiva alla vita del Partito. E’ da questa considerazione che scaturisce la massima importanza delle organizzazioni giovanili del P.N.F. Esse hanno uno specificato compito educatore; si avvalgono d’un mezzo potentissimo come l’entusiasmo, usando intelligentemente questa particolare inclinazione dei giovani. E s’impongono subito con l’insegnamento dell’immediato e principale dovere: L’obbedienza, esatta manifestazione della disciplina. Noi non crediamo che il giovane possegga un’innata avversione per l’ubbidire: siamo anzi perfettamente convinti del contrario. Il giovane sa di trovare un aiuto nell’obbedienza: egli ubbidisce perché crede, ha fiducia nei capi. Il dovere è dunque reciproco: dei capi di suscitare la fiducia e d’ispirare l’ubbidienza, dei giovani gregari di credere e di obbedire.

Il senso della Famiglia.

Dove del resto il giovane incontra dapprima il dovere dell’obbedienza è proprio nell’ambito della Famiglia. In esso il bambino viene educato, oltre che ad ubbidire, ad un primo sentimento: quello dell’amore. Con l’amore hanno inizio tutte le formazioni spirituali: perché da esso immediatamente consegue la rinuncia. Già attraverso l’amore, al fanciullo viene insegnato come per essere degni e per meritare occorra soffrire. Perché agevolmente il fanciullo apprende come il mondo s’estenda al di là della casa e spazi per infiniti insperati. Chiaramente s’intuisce in lui questo naturale sentimento di evasione: esso è conseguenza dei primi infantili istinti della ricerca e della scoperta e si manifesta in accenni di curiosità. Il bimbo si guarda allora in giro ed apprende a conoscere che la sua casa è l’Italia, e la madre ed i maestri gli insegnano quel che significhi la Patria e le sue glorie. La prima sensazione sarà dunque quella dell’amore: amore che non deve venir comandato ed imposto, ma scaturire così, per una spontanea comprensione. Quando il fanciullo raggiunge questa prima sensazione già egli si rende passibile di educazione: perché parallelo alla sensazione, diciamo anzi al diritto dell’amore, sorge il dovere dell’ubbidienza: ed i due termini non si escludono, ma anch’essi si perfezionano a vicenda. Un’altra constatazione s’impone qui come opportuna: come cioè consista in uno dei massimi meriti del Fascismo quello d’avvicinarsi sin dall’infanzia all’individuo, impartirgli la propria educazione, crescerlo in un unico sentimento, nell’atmosfera e nel puro entusiasmo della Patria. L’elemento della famiglia non appare annullato né in minima parte trascurato, ma ne risulta anzi potenziato: senza contare che più agevole riesce in questo modo un efficace controllo od eventuale intervento del Regime nell’educazione e nell’organizzazione familiare, sì da poter tutelare, in caso di necessità, il bambino da possibili ambienti per lui disadatti o dannosi. Con questo sistema, dell’educazione per così dire unitaria, non è che il giovane diventi politico, ma egli viene educato politico, sicché la sua posizione gli appare necessaria ed indispensabile. Ha egli iniziato con l’amore e con l’ubbidienza. Ed obbedisce perché gli hanno insegnato che cosa di grande significhi ubbidire. Ed ama perché sente così, perché subito gli si presenta ed offre quel che veramente è degno d’essere amato. Comprende in tal modo l’essenza ed il significato di una Rivoluzione, sa che essa continua e combatte anche per lui. Egli è allora sufficientemente preparato a servire la Patria: ed allora continua audace e sicuro nella marcia, perché egli ora vuole e pretende meritarsi la Patria. Così il giovane italiano raggiunge con un vantaggioso anticipo la propria maturità. Un’altra percezione ben presto gli viene impartita: quella della responsabilità. Attraverso il senso della responsabilità — che fa sicuri di fronte all’imprevisto e fa magnificamente superare gli ostacoli — il giovane ottiene un esatto controllo di sé medesimo: controllo che gli permette oggi di porre la sua personalità nei confronti delle situazioni, che gli permetterà domani, se munito della necessaria preparazione, di assolvere agli eventuali compiti di direzione a lui affidati.

Incontro alla società.

E’ così che il giovane prosegue nella sua preparazione. Ancora una volta constatiamo come essa sia graduale. Ed è assolutamente necessario che avvenga in tal modo perché unicamente così nulla di quello che di spirituale già è stato acquisito viene in seguito perduto. Il giovane ormai si sente responsabile, ma non di meno tutelato e sa che questa tutela si traduce in vigile assistenza, tale da permettergli, senza dannose lacune, il passaggio dalla famiglia alla società. E qui nuovamente insistiamo col dire come l’elemento familiare ugualmente sussista anche in quest’ambito sociale. Il giovane deve avere ormai compreso il senso etico della famiglia, quello che essa ha significato e significa per lui, il vincolo perenne che ad essa lo lega. La famiglia è alla base dell’ordinamento sociale. E mentre quella è nella sua essenza facilmente ed in un unico modo individuabile, questo più difficile appare ad essere esattamente stabilito nel suo vero atteggiamento. La concezione di società è infatti tra le più ampie e senza confini precisi: perché essa si confonde nelle sue più intime origini con l’idea della famiglia e s’identifica, nella sua più alta espressione, con quella della Nazione. Questa posizione intermedia rende ambigua la concezione di società, quindi è per essa opportuno un tentativo di definizione: o meglio più necessario è comprendere quale aspetto della società maggiormente interessi alla nostra indagine. Perché sono varie le manifestazioni della società: da quella fisica, a quella ideale, a quella politica. E’ appunto la manifestazione politica quella che sembra a noi d’una specificata importanza. Essa è qualcosa che non dimentica l’individuo, ma anzi fa di esso il proprio elemento principale e tuttavia lo sorpassa, senza dimenticarlo, ma superandolo nei risultati. Se la manifestazione fisica della società può ad esempio consistere nell’esistenza della massa, la manifestazione politica è qualcosa di più categorico ed insieme di più delicato. Perché la società, considerata da questo punto di vista, assorbe sì gli appartenenti in una maniera totale, ma in nessun modo ne trascura le individuali possibilità e le inevitabili esigenze. Ancora è da notarsi come il giovane solitamente pervenga alla conoscenza della società animato da grande amore: a questo amore l’esercizio costante dell’ubbidienza e della responsabilità hanno aggiunto il senso della disciplina. Essa è una meravigliosa formatrice della volontà: e l’importanza della volontà risulta massima nell’ambiente sociale. Perché esso domanda assolutamente uno sforzo di miglioramento, che non è solamente proteso alla conquista dei posti migliori, ma bensì alla completa valorizzazione delle proprie energie spirituali. La lotta non è dunque per un immediato vantaggio personale: nella società ben presto il giovane deve comprendere com’egli non debba lottare per vivere, ma debba lottare unicamente per meritare, per potenziare in sé la propria personalità. Questa lotta viene anzi, in ultima analisi — perché generale e di tutti — a tradursi in collaborazione. Il giovane sente che a concorrere in sé — a formare l’uomo — vi sono varie forze, alcune già in atto, altre potenziali: esse sono, oltre quella della famiglia, quella della politica, economia, religione, santità e guerra. Si giunge così all’esistenza integrale dell’uomo Fascista — da Mussolini così appunto definito, — che è politico, economico, religioso, santo e guerriero. E tra il santo ed il guerriero non esiste avversità: ma tanto più l’uomo è guerriero quanto più è santo, e tanto più è santo quanto appunto egli è guerriero. Lentamente, ma sicuramente il giovane deve sentirsi così formato. Con lo spirito interamente disposto a donare. Riguardo a certe manifestazioni può però accadere che lo danneggi il suo stesso entusiasmo. Perché la conoscenza della società è spesso — in un primo tempo — dolorosa: mentre richiede immensi sacrifici, dapprima con ben poco contraccambio. E’ un tributo necessario che deve essere pagato. E’ generalmente a questo punto che possono venir valutati l’altruismo e la generosità del giovane. Anche la società deve essere meritata. Mentre l’individuo s’era dapprima equilibrato nell’ambito della famiglia — e questo equilibrio gli era allora indispensabile perché ancora egli non aveva completato la propria conoscenza — così che interveniva una naturale corrispondenza tra quello ch’egli dava e quel che riceveva, nell’ambiente della società questa corrispondenza può non esistere. Quantunque la situazione sia passeggera può tuttavia suscitare conseguenze nocive: come quella che il giovane si ripieghi completamente su sé medesimo, sopravvaluti — erroneamente non considerandole come comprese — le sue potenze. Egli intuisce di fare del male pure e soprattutto a sé medesimo, ma ritiene essere questa l’unica possibile difesa, un gesto anzi di tacita ribellione. Se il giovane davvero si ritira su questo piano passivo, egli va in pratica considerato come uno spostato, un elemento completamente avulso dagli altri, presenti e attivi, e d’una totale inutilità. Questa situazione è pericolosa per tutti i giovani. Noi crediamo che essa si presenti a tutti ed è anche fatale come essa coincida col periodo dello sviluppo e della completa formazione fisica. E’ come una crisi necessaria che anch’essa ha il suo eminente valore di selezione per i migliori. Costoro anzi devono risolvere questa crisi senza eccessive difficoltà. E già gli educatori devono averla fatta loro prevedere così che essi vi giungano intensamente preparati: occorre cioè che l’individuo consideri ancora una volta la propria personalità sul metro delle esigenze sociali. Allora soltanto egli riuscirà a sorpassare l’infecondo risultato apportato dal calcolo di quel che si dà e di quel che si riceve: allora comprenderà che se — in linea normale ed a sviluppo spirituale completo — nessuno squilibrio dovrebbe da questo bilancio esser presentato, potranno sorgere però delle contingenze nelle quali tutto si deve donare ed è orgoglio soffrire e nulla deve essere richiesto. Oggi questa considerazione diviene assai più agevole per il pensiero di questa nuova realtà Fascista e Corporativa che si innesta sulla nostra vita sociale. Una grande conseguenza scaturisce dal fenomeno corporativo: l’idea di contratto, sul quale nessuno vuole abbandonare le proprie posizioni, si supera con quella di collaborazione, cosicché anche nel campo del lavoro una nuova giustizia s’instaura. E’ appunto questo senso nuovo di spirituale giustizia — che tutti rende uguali di fronte all’evidenza del lavoro — a dover sorreggere il giovane. Questo appare dunque il riflesso, la luce quasi religiosa, della concezione corporativa, quella che deve avvincere il giovane e fargli gagliardamente amare la propria esistenza nella società.

Nella realtà della Nazione fascista.

Perché se la società viene considerata dal punto di vista Fascista e Corporativo, allora essa totalmente si trasforma, poiché perde quell’indole cattiva e brutale che può talvolta assumere in particolari manifestazioni. La società diventa invece di una essenza nobile e d’un significato altamente etico, così da divenire un elemento ben più facilmente individuabile. Se aggiungiamo le nostre mirabili caratteristiche etniche a questo gruppo sociale e corporativo, lo vediamo decisamente evolversi e perfezionarsi nell’affascinante organismo della Nazione fascista. Oggi noi possiamo sicuramente dichiarare come fra tutti i gruppi, quello che presenta la massima necessità di affermazione sia appunto il gruppo nazionale. Oggi più che mai s’intende essere sulla Nazione impressa un’impronta eterna e sacra: perché la Nazione è sorta così, stabilita e destinata da Dio nei suoi inviolabili disegni. Ed è dovere di noi — creature di Dio — ottemperare con ossequio ai Suoi disegni. Il giovane deve dunque trovarsi nella Nazione perfettamente inquadrato. Considerando la Nazione ed il suo significato, egli dimentica e disconosce qualsiasi altro gruppo od organizzazione: questo che per lui avviene è un fenomeno naturale e spontaneo, anche se egli perviene alla comprensione di esso solamente attraverso un’intensa preparazione. Egli è ormai di una maturità completa, un individuo che può a buon diritto essere definito come proteso verso un’intima estrema potenza. Subito gli si manifestano degli imperativi nobili e categorici ai quali intende essere suo dovere rispondere. Perché — nella sfera della Nazione — la vita si manifesta davvero come una lotta: una lotta necessaria contro gli eventuali nemici ed una lotta non meno necessaria per essere veramente degni di sé medesimi e della Nazione. Perché la Nazione Fascista — va ricordato — è una realtà nuova, che non risulta di sovrapposizione ad altri elementi, ma che si afferma per virtù di creazione. E’ dunque una realtà viva ed operante, che s’impone e manifesta con l’evidenza dell’autorità. Ed a questa autorità potente della Nazione l’individuo deve contribuire, egli stesso appartenendovi con la sua attività ed essendone in parte manifestazione. Giustamente Benito Mussolini ha voluto affermare come il Fascismo non si preoccupi di ricostruire le forme della vita umana — essendo esse vane e transitorie, — ma il contenuto di essa: l’uomo cioè, il suo carattere e la fede. Perché il carattere — che consiste nella volontà e nel sacrificio — e la fede — che scaturisce da comprensione e da amore — sono intima essenza dell’uomo Fascista. Essenza eroica ed umana, che si manifesta nel rifiutare l’inerzia e ritrovare la massima esaltazione nella realtà della lotta, che ugualmente ama il dolore così come ama la gioia. Quando l’uomo possiede ed è animato da carattere e da fede, allora egli diventa parte operante e vitale della Nazione. Perché allora nasce ed esiste per lui l’insuperabile conforto di conoscere e concepire la vita e la morte esattamente, così come uno splendido dovere.

(Estratto da Preparazione spirituale dei giovani, a cura della Scuola di Mistica Fascista, Milano, 1936, pp.10 – 29)

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