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LA GIOVENTU’ ITALIANA INGANNATA E TRADITA DA DECENNI!

La Storia, quella vera, è davvero maestra di vita, per chi vuol comprendere le ragioni più autentiche del nostro vivere sociale, ciò, almeno, quando non esiste una chiara e manifesta volontà politica, come purtroppo avviene ufficialmente nel caso dell’attuale Repubblica italiana, che tende a fornire un quadro dei fatti distorto, tramite la menzogna assurta al rango di verità ufficiale e finalizzata esclusivamente al mantenimento degli equilibri politici più congeniali allo status quo, in ragione delle necessità di chi comanda davvero in Italia dal 1945, ossia il Governo degli Stati Uniti e gli speculatori finanziari del Fondo Monetario Internazionale di Washinghton. Va riconosciuto, però, che l’analisi dei fatti storici, quando realmente scevra da pregiudizi, è in grado di mostrare continuità e discontinuità dei processi politici che si susseguono di generazione in generazione. Essa, cioè, manifesta molto spesso, anche nei particolari frangenti dove paiono più evidenti le fratture tra un epoca e l’altra, una insospettata ma sostanziale permanenza di determinate istanze sociali e sentimenti politici, condivisi da più generazioni che, magari, nell’immaginario comune vengono considerate, in modo erroneo, come reciprocamente antagoniste ed esclusivamente ostili tra loro. A tale proposito risulta emblematica la figura di Gastone Silvano Spinetti. Nato a Roma nel 1908, si era laureato in giurisprudenza e fin da giovane si era distinto fra coloro che auspicavano l’avvento di una nuova cultura, in particolar modo fondando la rivista uni­versitaria La Sapienza e organizzando il I° Convegno Anti-idea­lista, contro il filosofo Giovanni Gentile (1933). Partito per il fronte africano nell’agosto 1940, rientrò in Italia nel settembre ’45, dopo aver trascorso quasi cinque anni di prigionia in mano degli inglesi, prima in Egitto, poi in Palestina e in India. Pur non rinnegando mai il proprio passato di convinto “fascista attivo e in buona fede”, anzi, di mistico fascista, non aderì mai ai gruppi politici neofascisti, considerandoli superati dalla nuova realtà politica imposta dagli avvenimenti, ma decise di promuovere un dibattito tra i “giovani” ex fascisti, che nel dopoguerra avevano aderito a tutti i partiti presenti nell’arco costituzionale, dalla destra alla sinistra, passando per la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, al fine di favorire un clima di distensione politica. Negli Anni 50 fu funzionario dello Stato e pubblicista, direttore del Cen­tro di Documentazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, fondando e dirigendo le rasse­gne “Libri e Riviste” e “Documenti di vita italiana”. Collaborò a periodici di centro-sinistra, tra cui “Politica Sociale”, “Critica Sociale” e “Solidarismo”. Fu docente in vari seminari di Re­lazioni Pubbliche e autore di varie pubblicazioni. Nel clima di conformismo politico interessato, all’insegna del disconoscimento di qualsiasi valore positivo al passato regime mussoliniano, che cominciava a dominare nella neonata repubblica italiana, Spinetti, come pochi altri, costituiva una pietra dello scandalo ingombrante, poiché smentiva le interpretazioni auto-assolutorie di comodo ormai in voga tra la sterminata marea degli ex camerati ormai passati all’ “antifascismo militante” (emblematico del ruolo di altissimo livello occupato in tutti i settori della repubblica antifascista da tali personaggi, fu il polemicissimo testo degli Anni 70 “CAMERATA DOVE SEI ?”). Così egli ricordava, ad esempio, le domande di una rivista giovanile che promuoveva proprio in quel periodo una inchiesta sulla generazione dei giovani cresciuta durante gli Anni 20 e 30:

…la rivista “Il Para­dosso” mi pone in imbarazzo perché, seguendo l’esempio degli altri coetanei interpellati, dovrei scrivere che sotto il fascismo sono stato un « precursore » della sua fine, un « incosciente » o una « vittima », facendo sorridere chi mi ha conosciuto in passato e — ciò che è peggio mentendo di fronte a me stesso. Non posso farlo. Sotto il fascismo sono stato uno spirito libero, come lo sono oggi, ed un unico vincolo mi ha imposto la dittatura: quello di qualificare come « fa­sciste » o come « mussoliniane » le mie idee, perchè in quel tempo, — salvo che nel campo della letteratura, nel quale vigeva una intransigente censura moralista — si poteva sostenere e si poteva scrivere quello che si voleva alla condizione di non qualificare le proprie idee come « democratiche » o « antifasciste ». Un vincolo che ho accettato da principio con una certa riluttanza e che non ho più neppure avvertito in seguito, quando la lettura degli scritti di Arnaldo Mus­solini mi convinse che avrei potuto far affermare le mie idee in seno al fascismo, presentandole come « fasciste » in piena buona fede.(1)

Ugualmente famosa in quegli anni fu la sua polemica con Ruggero Zangrandi (già ardente giovane fascista, poi passato nelle file del P.C.I. togliattiano, nonché autore del testo Il lungo viaggio attraverso il fascismo) in special modo quella contenuta in alcuni articoli del 1962, nei quali, discutendo in merito ai contenuti del testo in questione, tagliava corto con il vittimismo di quanti dicevano di aver subito passivamente il regime fascista o di esserne stati vittime inconsapevoli:

“Una recensione pubblicata dal periodico “Italiamon­do” (28-7-62) sul recente libro di Ruggero Zangrandi “Il lun­go viaggio attraverso il fascismo” mi spinge a ritornare a scrivere sulla generazione divenuta adulta quando il fascismo era già al potere perchè l’autore, Rodolfo Bran­coli, dimostra — come i giovani di Paradosso— non soltanto di dimenticare la storia più recente del nostro paese, ma anche di fingere di ignorare il passato dei più rappresentativi uomini politici che oggi detengono po­sti di comando nel governo e nei partiti. Scrive, fra l’altro, Brancoli che la generazione di­venuta adulta quando il fascismo era già al potere è « una generazione costituzionalmente incapace di aderire a qual­cosa che non sia il quieto vivere e l’assenza di problemi, salvo poche punte », e ciò è falso e fa ridere chiunque ab­bia vissuto in quei tempi o abbia letto qualche libro sul­la vita del nostro paese sotto il regime fascista. Non sol­tanto perchè il « quieto vivere » — come la « vita comoda » ed il « panciafichismo » — era ufficialmente bandito me­diante slogansdi Mussolini, « fogli d’ordini » del P.N.F., discorsi di « gerarchi » e articoli di giornali, ma anche per­chè la generazione definita anche ai nostri giorni « degli anni difficili » fece varie guerre, sia che esse vengano oggi qualificate « di liberazione » o « di oppressione », giuste od ingiuste : la guerra d’Etiopia, la guerra di Spagna, la guerra d’Albania e la seconda guerra mondiale. Guerre che non furono fatte da « poche punte », ma da centinaia di migliaia di giovani e che dimostrarono non soltanto lo spirito di sacrificio ma anche l’amore alla lotta di questa generazione che, come non vuole essere esaltata, così non vuole essere denigrata e calunniata. C’è inoltre da ricordare che questa generazione — la quale, secondo il giovane Brancoli, dovrebbe essere con­siderata una generazione amante del « quieto vivere » è anche la generazione che ha dato il maggior contributo di vite umane alla Resistenza e alla lotta partigiana e che, dall’altra parte della barricata, non ha indugiato a pagare di persona per i suoi trascorsi fascisti e per la sua adesione alla Repubblica di Salò, giuocando la carta per­dente. Tutto, quindi, si può dire sulla generazione degli anni difficili meno che sia una generazione amante della vita comoda, salvo che tale qualifica si voglia ad essa attribui­re perchè accettò il fascismo e non si ribellò alla dittatu­ra; ma in tale caso occorre ribadire quanto è stato già sostenuto in altri scritti. Vale a dire che i veri responsa­bili del fascismo sono stati coloro che erano adulti o che addirittura erano al governo quando Mussolini « marciò » su Roma, oppure coloro che subirono il fascismo non già avendo dai 15 ai 20 anni, ma avendo già fatto parte dei partiti esistenti prima dell’avvento del fascismo al potere e che già avevano accettato o predicato gli ideali liberali, socialisti, cristiano-sociali o comunisti. Un’altra affermazione del giovane Brancoli, che mi ha in particolar modo sorpreso, è poi stata quella in cui sostiene che i giovani intellettuali cresciuti sotto il fasci­smo i quali trovarono da soli la strada della democrazia furono « poche decine », dato che quasi tutti gli uomini politici e gli intellettuali oggi in auge appartengono a tale generazione e furono per la quasi totalità fascisti, sia pu­re di differenti tendenze. Fra i politici citerò soltanto alcuni parlamentari, nella certezza di averne tralasciati almeno altri duecento: Ambrosini, Andreotti, Bosco, Codacci Pisanelli, Curti, De Cocci, Del Bo, Fanfani, Ferrari Aggradi, Foderaro, Moro, Natali, Pella, Pintus, Taviani e Vedovato per la Democrazia Cristiana; Alicata, Carocci, De Grada, Fortunati, Granata, Ingrao, Laconi, Lajolo e Seroni per il Partito Comunista Italiano; La Malfa per il P.R.I.; Crocco e Preti per il P.S.D.I.; Corona e Zagari per il P.S.I.; Barzini, Bozzi, Cantalupo, D’Andrea, Messe, Palumbo, Valitutti e Zincone per il P.L.I. A meno che si voglia porre in dubbio che i parlamen­tari e i politici in precedenza nominati siano sinceramen­te « democratici », si deve quindi convenire che afferma­zioni del genere di quelle fatte da Brancoli non hanno consistenza, e che non hanno consistenza tanto più che i giovani di Italiamondo — come i giovani di Paradosso portano sugli scudi La Malfa e Zangrandi — portano su­gli scudi Fanfani e Moro. Nè si dica che la falsa accusa viene rivolta perchè la maggior parte degli esponenti della generazione di mez­zo partecipò agli avvenimenti del loro tempo senza com­prenderne il significato, dato che anche oggi la maggior parte dei giovani partecipa agli avvenimenti del nostro tempo senza comprenderne il significato, come si iscrive ai partiti o vota per questo o per quel partito per oppor­tunismo o per amore del « quieto vivere ». La conclusione da trarre pertanto è una sola : che come sono false e infondate le accuse di conformismo o di viltà che si rivolgono alla generazione « degli anni dif­ficili », così è ingiustificato l’atteggiarsi a vittime di alcuni suoi esponenti. E questo perchè i più preparati e i più intraprendenti esponenti di tale generazione si so­no in ogni campo affermati, sia che abbiano fatto l’ul­tima guerra e sia che non l’abbiano fatta, sia che abbiano superato il fascismo e sia che si presentino ancora con gli slogans di Mussolini, sotto le vecchie insegne, per racco­gliere i voti dei nostalgici e degli scontenti. Per far ridere coloro che non vissero in Italia sotto il regime fascista e per far rabbrividire coloro che vissero sotto il fascismo tutto il travaglio della nostra epoca e che, pur non rin­negando e non nascondendo il proprio passato, ritengo­no che sia espressione di indiscutibile insensibilità mo­rale, oltre che politica, presentarsi in pubblico declaman­do slogansche hanno fatto il loro tempo, sotto insegne che non hanno più alcun significato perchè non rappre­sentano più l’intera nazione, compatta intorno ad un uni­co « capo » e ad un unico partito. Uomini che non possono essere qualificati nè « girel­la » nè « traditori » perchè hanno dimostrato la loro coerenza sperando sempre di poter contribuire a costruire un’Italia migliore, in qualsiasi ideale abbiano creduto, da qualsiasi parte della barricata abbiano combattuto. Perché la democrazia non è stata tradita da chi non l’aveva neppure conosciuta in gioventù e da chi sotto il fascismo si è sempre battuto per una più alta giustizia sociale. Perché il fascismo non è stato tradito da chi ha accettato la realtà politica attuale senza sputare sul proprio passato, ma da chi è passato al liberalismo e al comunismo, e da chi milita nel M.S.I. che ora si dichiara — per bocca del suo segretario generale, Michelini — a suo modo « libe­rale ». Dato che il fascismo fu sempre antiliberale ed an­ticomunista, dopo essere stato alle sue origini — nella fa­mosa adunata di piazza San Sepolcro — repubblicano, re­gionalista, pacifista, anticapitalista, filoproletario e fede­ralista” (2).

Insomma, senza andare ad approfondire ulteriormente la vastissima mole dei suoi scritti pre e post bellici, già da queste poche testimonianze, è evidente che la figura dell “ex fascista” Spinetti risultava scomodissima tanto per i “fascisti” passati all’antifascismo di Stato, quanto per i cosiddetti “fascisti” del Movimento Sociale Italiano. Ma l’aspetto più interessante di questo personaggio fuori dagli schemi precostituiti (e perciò a suo modo intrigante!) fu quello di voler approfondire i punti in comune presenti trasversalmente in tutte le generazioni dei giovani italiani che nel corso del Novecento contestavano il sistema politico vigente al fine di pervenire ad un Nuovo Ordine politico. E proprio dall’inchiesta che curò Spinetti alla fine degli Anni 50 (dalla quale trasse un libro!) sulle idealità dei giovani italiani di quel tempo, riteniamo si debba partire per scoprire e comprendere le dinamiche ed i veri motivi, altrimenti davvero inspiegabili, delle politiche che hanno attraversato l’intero corso delle vicende italiane del secondo dopoguerra e che ancora oggi, sebbene tale questione venga abilmente occultata dal sistema di potere vigente a mezzo di polemiche di facciata, ha un peso rilevantissimo nel determinare gli indirizzi delle istituzioni italiane ufficiali, volte a fomentare artificialmente con ogni mezzo la divisione del corpo sociale della nazione e l’odio politico a mezzo di dell’antifascismo di Stato. Al riguardo basterà in questa sede riprodurne il testo della « Premessa » all’inchiesta sui gio­vani divenuti adulti nel dopoguerra, pubblicata nel 1957, presso l’Editore Capriotti di Roma, sotto il titolo I giovani han­no ragione:

…“Questa inchiesta sui giovani che non hanno parte­cipato all’ultima guerra e alla Resistenza e che sono di­venuti adulti in questi ultimi anni si differenzia da varie inchieste fatte in precedenza sull’argomento per due caratteristiche particolari: perché non si propone di attribuire ai giovani d’oggi le idee o i propositi della persona che li ha intervistati, e perché non riguarda i loro sentimenti e le loro aspirazioni, ma la loro conce­zione della vita e del mondo. Debbo però subito precisare che la prima caratte­ristica ricordata non va attribuita a mio merito, dato che se non ho attribuito ai giovani con i quali ho conversato le mie idee o i miei propositi è stato soltanto perché mi sono trovato sempre d’accordo con loro. Per­ché, dopo aver trattato vari argomenti ed aver riferito a ciascuno le idee degli altri, ho avuto la soddisfazione di sentirmi dire che ero la persona più idonea per scrivere sul loro modo di ragionare, sul loro modo di considerare la cultura e la vita. Con questo non voglio dire che i giovani intervista­ti siano stati tutti d’accordo tra di loro e con me sui vari argomenti discussi : voglio dire soltanto che la maggior parte dimostrava di ragionare partendo da pre­supposti comuni e che le loro tesi erano solo in appa­renza contrastanti. Voglio dire che la maggior parte dei giovani mi hanno dato la loro fiducia perché, conver­sando, mi sono dimostrato maggiormente desideroso di ascoltare che di farmi ascoltare; perché mi sono espres­so in modo chiaro e a tutti accessibile anche quando ho affrontato argomenti filosofici; perché, resomi conto che effettivamente stavano cercando di individuare una nuova sintesi di valori, mi sono sforzato di aiutarli nel difficile compito, e non ho mai tentato di inquadrare le loro intuizioni e le loro idee in sistemi filosofici che non conoscevano o in ideologie politiche di cui non ritenevano opportuno accettare neppure le premesse. « Non siamo liberali e non siamo marxisti, ma stia bene attento a non qualificarci cattolici », mi ha detto un giovane di Milano, concludendo la sua esposizione : « Siamo cattolici perché siamo stati battezzati e perché ascoltiamo la Messa, ma tenga presente che, trattando di filosofia e di politica, noi non facciamo alcun riferi­mento né al dogma né all’al di là. Tenga presente che la nostra dottrina sociale e politica è ben differente da quella cattolica, pur non ponendosi con essa in con­trasto. Sottolinei anzi nei suoi scritti che noi riteniamo che non si debba confondere la religione con la poli­tica, che siamo contrari alla politica fatta in sacrestia e che siamo per una politica sociale che non si arresti alle sole enunciazioni programmatiche ». Se non sono né liberali, né marxisti, né cattolici, cosa sono allora i giovani di oggi? Sono forse fascisti? Neanche per sogno! Non sono fascisti neppure la mag­gior parte dei giovani iscritti al M.S.I. Uno di loro, a Palermo, tra l’altro, mi disse un giorno, dopo un’accesa discussione: « Mi sono iscritto al M.S.I. non già perché abbia mai avuto fiducia nei suoi uomini, ma per lo schi­fo che mi fa l’attuale vita politica. Quando i partiti al governo non perseguiteranno più gli ex fascisti e non diranno più male di Mussolini, lasciando che la Storia lo giudichi tra qualche decennio, mi ritirerò da ogni attività. Per me il fascismo è superato e sepolto, ma re­sterò nel Movimento finché il partito si manterrà al­l’opposizione e impersonerà la reazione all’attuale tipo di democrazia ». Per i giovani d’oggi non vanno quindi posti i dilemmi che si pongono, nei loro ragionamenti, gli uomi­ni più anziani : antifascismo o fascismo, totalitarismo o democrazia, Russia sovietica o Stati Uniti d’America. Il loro problema è quello di rendere viva ed operante la democrazia, al di fuori del fascismo, del marxismo, del liberalismo e del cattolicesimo politico attuale ; in­tendendo per democrazia non soltanto uno Stato nel quale la maggioranza governi rispettando la minoranza, ma soprattutto uno Stato nel quale chi governa tuteli più efficacemente gli interessi dei lavoratori e si preoc­cupi di trovar lavoro e di venire incontro ai più poveri e ai più infelici, ai disoccupati e a coloro che non pos­sono lavorare. L’istanza sociale è da tutti i giovani vivamente sen­tita. Il loro amore per le scienze e il loro desiderio di viaggiare derivano soprattutto, come essi stessi non in­dugiano a dichiarare, dal desiderio di scoprire delle nuove tecniche e di individuare dei nuovi tipi di orga­nizzazione, che possano alleviare la miseria e la fame, che possano favorire l’affermazione di una più alta giu­stizia sociale. Per questa ragione seguono con interesse gli scritti sull’automazione, gli studi sulle ricerche nu­cleari e in particolare gli studi per utilizzare a scopi di pace la bomba all’idrogeno, che è la più potente e la meno costosa ; per questa ragione includono negli iti­nerari dei viaggi che si propongono di fare i paesi scan­dinavi, l’Inghilterra, gli Stati Uniti e la Russia. Sì, an­che la Russia: non già perché ritengano che sia un paese libero e felice, ma perché vogliono documentarsi sull’URSS, perché intendono avere notizie dirette e di prima mano sul collettivismo sovietico, perché vogliono studiare se tale collettivismo si può umanizzare. I giovani d’oggi non sono infatti filocomunisti, ma non guardano al comunismo con l’animo pieno di quel furore che caratterizza gli atteggiamenti anticomunisti dei fascisti, dei liberali e di certi ambienti cattolici. E questo soprattutto per una ragione: perché ritengono che il comunismo, al pari del socialismo, sia una con­seguenza del capitalismo, e perché sostengono che non si potrà e non si dovrà battere il comunismo se prima non verrà battuto il capitalismo. Su questo punto sono tutti d’accordo ed hanno ve­ramente delle idee precise che non si stancano di ripe­tere. Si può dire anzi che tutta la loro concezione della vita e del mondo, che verrò esponendo in seguito, vuole soddisfare innanzi tutto l’esigenza di intraprendere una lotta a fondo contro il capitalismo. Contro il capitali­smo che per loro è la causa dell’attuale decadenza mo­rale, dell’attuale crisi della cultura, della miseria e delle guerre che travagliano l’umanità. E se i giovani hanno un rimprovero da fare ai dirigenti della Chiesa catto­lica è proprio quello di non combattere apertamente il capitalismo con lo stesso ardore con cui combattono il comunismo. E’ proprio quello di aver tollerato e di tollerare che i partiti cattolici si battano non già per una nuova civiltà cristiana, ma per la cosiddetta « civil­tà occidentale » che non è altro che la civiltà capitalistica. « Vede — mi disse un giorno un giovane di Napo­li — l’economia capitalistica non soltanto non riesce a risolvere, nonostante i progressi delle scienze e della tecnica, i più urgenti e vitali problemi dell’umanità, ma è in contraddizione con se stessa. E’ sorta per accre­scere la produzione e per facilitare gli scambi, ed ora tende a limitare la produzione e ad ostacolare gli scam­bi tra popolo e popolo. E’ sorta in nome dell’iniziativa privata e del “lasciar fare” ed ora tende ad affermarsi attraverso i trusts e i monopoli. E’ veramente assurdo che l’economicità — intesa come la possibilità di rica­vare profitti sempre maggiori con il minimo sforzo – regoli ancora la produzione e la distribuzione dei beni, quando vaste categorie sociali e intere nazioni soffrono la fame o vivono nella miseria. E’ veramente assurdo volere identificare ancora l’optimum individuale con l’optimum sociale, e non smascherare l’egoismo e la prepotenza dei più ricchi e dei più capaci ». Contro il capitalismo le critiche dei più giovani so­no innumerevoli, in tutti i settori. « Sostenere che gli interessi degli imprenditori coincidono con gli interessi dei consumatori significa sostenere il falso, anche se lo ha asserito Adamo Smith », mi disse un altro giovane meridionale : « L’imprenditore tende soltanto ad ottenere il maggior profitto dalla merce che produce e non si preoccupa di soddisfare le esigenze degli aspiranti consumatori. L’economia deve tener presenti invece le esigenze di tutti gli uomini : deve dare a tutti possibilità di lavoro e mezzi d’acquisto. Non deve essere più la scienza che fa arricchire i possidenti, ma deve essere la scienza che fa divenire possidenti i nullatenenti. L’eco­nomia non deve asservire l’uomo alle sue leggi, ma deve far sì che le sue leggi servano l’uomo e gli per­mettano di lavorare e di migliorarsi ».

In questa Premessa, come a volte anche nel saggio che segue, riporto le frasi dei giovani che ho intervi­stato senza modificarle o migliorarle nella forma. Vo­glio che il lettore ripeta la mia esperienza e che non abbia la sensazione di trovarsi di fronte ad uno dei tanti libri che si vendono, accessibili soltanto a pochi iniziati o peggio ancora ai soli iniziati del sistema filo­sofico al quale l’autore aderisce. Io non aderisco ad alcun sistema e voglio scrivere un libro accessibile a tutti, anche ai giovani che non si intendono di filosofia, di diritto e di economia. Sono anzi convinto che la sintesi di valori intravista dai giovani sia la più attuale e la più completa in quanto spiega razionalmente l’idea­le di giustizia dei nostri tempi. Il mio unico scopo è quello di far conoscere questa nuova sintesi ad altri giovani — ai molti giovani che non ho potuto avvici­nare — usando lo stesso linguaggio che ho usato con i giovani con i quali ho approfondito i vari argomenti concludendo che, fra qualche tempo, « chiarite le idee al maggior numero possibile di persone, sarà bene sele­zionare gli uomini ed organizzarci per facilitare l’av­vento di un ordinamento migliore di quello attuale ». Queste, in breve, alcune frasi che possono far com­prendere come i giovani d’oggi siano del parere che ci sia tutto da rifare nel campo economico, politico e sociale. Lo stesso si dica nel campo del diritto. « L’at­tuale diritto — mi disse un giovane di Roma — non corrisponde al nostro ideale di giustizia ed è destinato a decadere. Non considera l’uomo, ma il possidente, il proprietario. L’eguaglianza che stabilisce di fronte alla legge è l’eguaglianza tra coloro che posseggono o che hanno un titolo da far valere. Noi vogliamo che il diritto non tenga conto soltanto dei titoli di ciascuno, ma anche e soprattutto della natura umana: vogliamo che l’eguaglianza venga stabilita indistintamente tra tut­ti gli uomini ». Ritornerò tra breve su questa affermazione che è molto importante, specie se si considera alla luce della concezione filosofica che è propria della gioventù d’oggi. Qui mi preme soltanto porre in rilievo che i giovani d’oggi non sono contro lo « Stato di diritto », ma con­tro il diritto e contro lo Stato che si ispirano ad una concezione dell’uomo e della società, che ha fatto il suo tempo. « I diritti dell’uomo non sono i diritti dei ricchi e dei potenti — sosteneva un altro giovane di Napoli in un’accesa discussione — ma sono i diritti degli umi­liati e degli offesi di tutta la terra. Occorre smascherare la falsità degli “immortali” principi dell”89 che in due secoli non solo non sono riusciti a stabilire un regime di eguaglianza e di fratellanza, ma neppure un regime di libertà ». Tutti i giovani su questo argomento sono d’accor­do. Riferirò, pertanto, soltanto alcune delle loro affer­mazioni più significative che ho ascoltato dalla loro vi­va voce, da un capo all’altro della penisola, e che ho riportato nel saggio che segue, coordinandole, comple­tandole, armonizzandole : « Le libertà politiche non servono a niente se non c’è da lavorare, se non c’è sicurezza nella vita ». « Occorre sostituire al diritto alla li­bertà d’iniziativa il diritto alla libertà dal bisogno ». « Il diritto al lavoro deve essere a tutti assicurato perché è più importante del diritto alla libertà, dato che il lavoro dà i mezzi per vivere e permette a ciascuno di far affermare la propria personalità ». « La tutela della personalità e della libertà è data solo dal lavoro. Il lavoro costituisce la maggiore garanzia della libertà di ciascuno, dato che assicura, oltre che l’esistenza, il rispetto della propria dignità, l’indipendenza, l’elevazio­ne ». « Il lavoro non è una merce qualsiasi o un fattore della produzione, ma è lo scopo stesso del nuovo ordi­ne sociale che, tendendo al benessere delle masse, do­vrà preoccuparsi innanzi tutto di determinare la piena occupazione ». Qui mi fermo per procedere per gradi e per non mettere, come si usa dire, troppa carne al fuoco. Tutte queste affermazioni ripetono all’incirca uno stesso concetto e sono attualissime, ma a me preme fare innanzi tutto una considerazione. A me preme porre in rilievo che l’originalità e l’intelligenza dei giovani d’oggi non si manifestano nel sostenere queste verità, nell’inter­pretare con tanto vigore i sentimenti espressi o inespres­si delle masse, nel farsi banditori di questi ideali, ma nell’avere intuito una verità fondamentale che oggi sfug­ge non soltanto ai filosofi, che sono rimasti addietro di un secolo rispetto a noi, ma anche agli economisti, ai giuristi e agli uomini politici che si sforzano di risolvere l’attuale crisi di civiltà. E la verità è questa, evi­dente ed indiscutibile : che è inutile sperare di poter riformare il mondo e di instaurare un ordine più sociale e più umano, se non si abbattono insieme tutti i presupposti della civiltà individualistica, del capitali­smo e del comunismo. Questa verità fondamentale non è infatti espres­sione di intellettualismo o di utopismo, ma è espressio­ne di quel bisogno di sincerità e di coerenza, di chia­rezza e di logica, che caratterizza ogni atteggiamento ed ogni pensiero dei nostri giovani. E’ espressione di intelligenza e di onestà perché non si può certamente qualificare intelligente o in buona fede chi, volendo determinare un sostanziale progresso nel campo sociale, non avverte la necessità di battere la « morale » indivi­dualistica e i presupposti che informano oggi il diritto e l’economia. I giovani d’oggi hanno invece compreso tutto que­sto, hanno superato in blocco i presupposti della civiltà individualistica, e se non accettano neppure la discus­sione con gli esponenti delle altre generazioni, con i lo­ro « maestri », non è soltanto perché non hanno ancora ben chiaro il nuovo sistema da contrapporre al vecchio sistema, perché comprendono di non avere ancora la erudizione e la dialettica dei pensatori più anziani, ma è anche e soprattutto perché non intendono perdere del tempo ragionando con delle persone con le quali non potranno mai accordarsi e con le quali non ritengono né decoroso né utile venire ad un compromesso. Chi, pertanto, essendosi intrattenuto con i giovani d’oggi, sostiene che non dicono nulla di nuovo, non dimostra soltanto di non essere in grado di compren­derli, ma dimostra anche di non capire che i giovani d’oggi non hanno la pretesa di dire niente di nuovo, dato che vogliono soltanto spiegarsi razionalmente le esigenze di vita dei nuovi tempi, dando a tutti i pro­blemi una differente impostazione, rivedendo i presup­posti dell’attuale ordine interno e internazionale. Di­mostra di non comprendere che la crisi che si avverte ai nostri giorni non è una crisi nel sistema ma una crisi del sistema, e che i giovani d’oggi intendono contri­buire alla creazione di un nuovo sistema, all’afferma­zione di una nuova civiltà. Il vero è che i giovani d’oggi hanno intuito molte cose che le generazioni precedenti non hanno neppure intravisto, e che sono degni di ogni rispetto anche se non hanno l’esperienza e la dottrina dei loro « maestri », se si esprimono impropriamente, se non sanno scrivere. Le loro intuizioni non vanno però sottoposte al vaglio della dottrina di pensatori, sia pure grandissimi, che hanno fatto il loro tempo; vanno sottoposte al giudizio di coloro che avvertono le esigenze dei nuovi tempi e che, non avendo preconcetti di alcun genere e interes­si da difendere, intendono spiegarsele e soddisfarle nel miglior modo. Vanno sottoposte al giudizio di coloro che intendono dare un nuovo significato non soltanto allo Stato e all’economia, ma anche al diritto e alla filosofia. Vanno sottoposte al giudizio di coloro che, come i nostri giovani, hanno compreso che occorre dare un nuovo significato allo stesso concetto della natura umana perché « la natura della nostra specie non è certo quella dell’homo homini lupus o quella dell’ho­mo oeconomicus». Un giovane di Genova mi diceva : « E’ vero che è l’interesse che ci spinge sempre ad agire, ma è anche vero che l’interesse può portarci ad aiutare il prossimo e a desiderare il bene degli altri. Per instaurare una più umana società occorre colorare di passione i più alti ideali, trasformarli in interessi, rivedere lo stesso concetto della nostra natura, dato che se è una pretesa pretenziosa quella di rivedere il concetto della natura umana, non meno pretenziosa è la pretesa di coloro che vogliono riformare la società senza rivedere tale concetto ». Come potrà meglio comprendere chi leggerà questo saggio, il concetto della natura umana intravisto dai nostri giovani è il concetto su cui si basa la revisione fondamentale che intendono operare nel campo della cultura. E’ il concetto che va meglio di ogni altro approfondito per comprendere l’originalità e l’attualità del loro pensiero, tanto più che è un concetto che, pur non rinnegando i valori ideali e l’anelito di perfe­zione che è insito in ogni uomo, tiene conto della real­tà della vita di tutti i giorni. Per i nostri giovani la natura dell’umana specie è il suo ultimo fine e la sua più spiccata caratteristica, permette a ciascuno di giustificare le sue più alte aspirazioni e i suoi più bassi istinti. Non è un enigma inesplicabile o un prodigio mostruoso: spiega la nostra intima armonia, il nostro essere, il nostro divenire. Ri­solve il contrasto tra la costanza dei valori ideali e la varietà delle situazioni di fatto, giustifica la nostra perfezione originaria e la decadenza del nostro essere senza ricorrere al mito della caduta o al dogma del peccato originale. Fa sì che la filosofia divenga norma di vita a tutti accessibile e spiega razionalmente alcuni presupposti della religione, come, per soddisfare il de­siderio espressomi da un giovane cattolico praticante, ho cercato di dimostrare in più di un capitolo di que­sto libro. Con il concetto della natura umana che fu proprio della civiltà individualistica decade anche il vecchio concetto della libertà. All’uomo economico succede l’uo­mo sociale che non è né un santo né un uomo hominis lupus; e alla libertà che equivale al diritto di fare il comodo proprio, limitato dal concorrente diritto di al­tri simili, non succede la libertà morale, che significa autodominio consapevole, ma succede la libertà che equivale al diritto di poter intraprendere qualsiasi azio­ne che non danneggi al sacrosanto diritto di poter lavo­rare e di veder rispettata la propria personalità. « Non si tratta », quindi — come rilevò opportuna­mente un giovane di Torino — « di porre nuovi limiti alla libertà come fu concepita dalla civiltà individuali­stica, ma di concepire diversamente la libertà. Questa non è l’epoca dei limiti, bensì è l’epoca delle libertà, non già come vennero intese dagli uomini più rappre­sentativi del secolo scorso, bensì come le intendono gli uomini che vivono lo spirito dei nuovi tempi. Lo stesso si dica per la proprietà: ci fanno ridere coloro che spe­rano di dare un carattere sociale alla proprietà impo­nendo ad essa nuovi limiti. I nostri “maestri” sono su di una cattiva strada: per dare un carattere sociale alla proprietà occorre concepirla diversamente e rivedere con il concetto della proprietà l’ideale stesso del diritto ». Ritorniamo qui a quanto è stato già scritto in precedenza e, dopo tutto ciò che è stato fatto presente, si deve pur convenire che il modo di ragionare dei nostri giovani si potrà anche non condividere, ma che non pecca certo di originalità e di coerenza. « Per la proprietà — mi precisò un giovane di Fi­renze — noi distinguiamo nettamente la proprietà personale, che può servire a ciascuno per mantenere con decoro sé e la propria famiglia, dalla proprietà che in­teressa più famiglie o più aziende, dato che solo que­st’ultima deve avere una funzione sociale ». Sul concetto della proprietà, come su tutti gli altri concetti in precedenza esposti, i giovani non hanno af­fatto idee comuniste. Anzi gran parte degli stessi iscritti al P.C.I. dichiarano, come gli iscritti al M.S.I., sia pure per altri motivi, di militare nel partito solo per reazio­ne all’attuale politica : « Noi siamo comunisti » — mi disse un giovane operaio di Roma — « perché speriamo che il comunismo ci dia pane e lavoro, non già per­ché siamo materialisti o contro la religione. Siamo co­munisti perché abbiamo fame e vogliamo che ci sia resa giustizia ». Per ciò che riguarda lo Stato, i giovani non sono né per lo Stato che è un « complesso di servizi pubbli­ci », né per lo « Stato mediatore »: i giovani non vo­gliono né uno Stato che difenda soltanto i diritti dei più ricchi e dei più potenti, né uno Stato che opprima i più ricchi per dare da mangiare ai più poveri, ma vogliono uno Stato « che tuteli gli interessi superiori dell’umana specie, vale a dire gli interessi degli uomini come tali e non già soltanto gli interessi dei possidenti o degli iscritti al partito unico ». « L’autorità che noi vogliamo assegnare allo Stato deve essere grandissima, ma non deve ridurre la libertà degli individui », mi disse un giovane di Bari. « Fissati quali siano gli interessi superiori della specie ed asse­gnato allo Stato il compito di tutelarli, siamo però certi di conseguire questo scopo perché gli interessi su­periori della specie riguardano soprattutto, secondo noi, la difesa dell’umana personalità e il diritto al lavoro ». Lo Stato auspicato dai giovani d’oggi vuole conci­liare autorità e libertà, interesse collettivo e interesse individuale, giustizia sociale e libera iniziativa. « Noi non vogliamo lo Stato schiavo di determinati interessi politici od economici », mi disse un altro giovane di Firenze : « Vogliamo lo Stato posto al di sopra della mischia, ma che si interessi di ciascuno: vogliamo lo Stato amato da tutti e non già lo Stato che sia bersaglio degli strali di ogni cittadino perché intralcia la vita pubblica o non tutela la libertà vera dei disoccu­pati e dei più poveri ». Per i giovani d’oggi la guerra non può considerarsi un diritto per alcun popolo, come non può considerarsi un diritto l’ordinamento internazionale. Ecco cosa mi ha detto al riguardo un giovane di Trieste : « Poiché la guerra può essere desiderata soltanto da uno Stato in­sensato o da uno Stato che sia sicuro di vincerla, è indiscutibilmente il diritto del più prepotente o del più forte. D’altra parte rappresenta egualmente il diritto del più forte l’ordinamento internazionale che non può definirsi « diritto » perché nessuna possibilità di coazione potrà mai esservi contro gli Stati più forti che, da soli coalizzati con altri Stati, intendano imporre ad altre nazioni la loro politica. Oggi, ad esempio, non sarebbe possibile o conveniente esercitare una coazione contro l’U.R.S.S. o gli Stati Uniti d’America. La spiegazione è semplice e a tutti evidente: l’ordinamento internazionale è simile ad una società che si volesse stabilire tra una tigre, un cavallo, un orso, un cane e una pecora. Tra queste bestie la tigre non potrebbe mai essere punita se commettesse le più insopportabili prepotenze ». Tutti i giovani sono poi favorevoli all’unità euro­pea, ma considerano con sano realismo le difficoltà che si oppongono alla soluzione del problema perché riten­gono che ad essa si oppongano sia l’U.R.S.S. sia l’In­ghilterra, e perché ritengono che un certo beneficio si potrà avere per tutti i popoli solo se si riuscirà a realiz­zare l’unione euro-africana. « Per noi, superato il colonialismo, c’è poi da bat­tere l’imperialismo economico che sarà difeso, oltreché dalla Gran Bretagna e dalla Francia, anche dagli Stati Uniti d’America. Se non si batterà l’imperialismo eco­nomico invano si spererà di poter fondare l’Euro-africa di costituire una Federazione Europea », mi diceva un giovane di Messina. Ed un altro giovane concludeva il discorso affermando : « L’unità europea potrà attuarsi soltanto in seguito a una rivoluzione sostanziale, di carattere sociale, anticapitalista e anticomunista, che si affermi sul vecchio continente. Solo se favoriranno l’af­fermazione di una tale rivoluzione gli Stati Uniti d’America potranno avere la nostra eterna gratitudine ». Dopo quanto ho scritto, non credo che sia il caso di fare altre anticipazioni sui risultati della mia inchie­sta. Ciò che mi preme ribadire ancora una volta è che le idee dei giovani non vanno apprezzate per se stesse, ma per i presupposti dai quali traggono la giustifica­zione. La conclusione di questo libro non è infatti sol­tanto che i nostri giovani hanno rinnegato i presup­posti della civiltà individualistica, ma che hanno anche gettato i presupposti di una nuova civiltà, che hanno già intravisto un nuovo sistema di pensiero : un sistema che poggia su un nuovo concetto della natura umana, dell’uomo, della libertà e dello Stato, del diritto e del­l’economia. La conclusione di questo libro è che i gio­vani d’oggi, pur non amando la violenza, sono degli au­tentici rivoluzionari, e che non tarderanno ad instau­rare un ordine nuovo, rinnovando la cultura e le isti­tuzioni. Promuovendo una cultura che tocchi il cuore, affascini la mente, irrobustisca la volontà e spinga al­l’azione. Con questo non voglio dire che tutti i giovani sia­no dei rivoluzionari: voglio dire soltanto che la mag­gior parte avverte la necessità di riformare l’ordine attuale, dato che anch’io sono convinto che molti di loro non sosterranno più le idee che mi hanno esposto quando avranno trovato « un posto sicuro » o avranno preso moglie. Ma in tutto il mondo, per tutte le gene­razioni, è sempre avvenuto lo stesso: le rivoluzioni ven­gono fatte da pochi idealisti e da pochi uomini di azione, che fanno leva sul sentimento di rivolta che anima gli sfruttati, í disoccupati, gli affamati. Anche la rivoluzione dei giovani, la rivoluzione che aprirà la via a una nuova civiltà, sarà promossa e at­tuata da una minoranza di eletti, ed a me — conclu­dendo questa Premessa — non resta che augurarmi che questa minoranza, sia, per quanto possibile, numerosa e combattiva”…(3).

Ci scusiamo con i nostri lettori se il contenuto di questo articolo potrà loro essere sembrato eccessivamente lungo, ma crediamo che nemmeno Spinetti in persona (che fu in prima linea, sempre, per superare il perdurare, ben oltre gli anni del conflitto, delle logiche insensate della Guerra Civile del 1943-1945) avrebbe potuto mai immaginare, neppure nel suo incubo peggiore, come quella corretta intuizione che egli ebbe in quegli anni ormai lontani dai nostri, sarebbe stata compresa per prima proprio dal vero potere occulto che gestiva e gestisce tutt’ora le sorti del nostro popolo. Quest’ultimo, proprio per correre ai ripari e scongiurare la possibilità che quella Rivoluzione di cui scrisse l’ex fascista Spinetti si realizzasse sul serio, che si inverasse in una concreta proposta politica trasversale alle fazioni ufficiali congeniali al sistema di potere vigente, elaborò quella “strategia della tensione perenne” che si alimenta da decenni dell’odio e della paura per impedire al popolo italiano ed alla sua migliore gioventù di ritrovare quella unità di intenti e di valori che sembrava potesse sviluppare da sé autonomamente, perpetuando invece, a bella posta, quel clima da guerra civile che ormai contraddistingue la storia italiana da 76 anni…CUI PRODEST? …ovviamente agli stessi soggetti che hanno armato i gruppi partigiani per fomentare la Guerra Civile in Italia dal ’43 al ’45…gli stessi che hanno infiltrato tutti i gruppi politici italiani, dal Partito Comunista al Movimento Sociale Italiano e che hanno sempre diretto tutti i Partiti di Governo…gli stessi a cui obbedivano tanto le cosiddette “brigate rosse” quanto la cosiddetta “eversione nera”, gli stessi cui obbediva ed obbedisce persino Cosa Nostra, come ebbe a dichiarare poco prima di morire, il fu Giudice nonché Presidente della Suprema Corte di Cassazione Ferdinando Imposimato… gli stessi, infine, che hanno progettato ed imposto a tutti i popoli del nostro continente la cosiddetta Unione Europea… Noi fascisti de “IlCovo”, che fascisti siamo non per tradizione familiare o nostalgia del passato ma per una precisa e consapevole scelta dettata dallo studio e dalla reale comprensione di tale dottrina politica, sappiamo e abbiamo più volte denunciato, proprio sulle pagine di questo blog, i veri responsabili delle sciagure del nostro popolo e di tutto mondo intero…ed a Dio piacendo, continueremo instancabilmente a ripeterlo e ad illustrarvi qual’è l’unica vera soluzione politica in grado di opporsi a tale caos!

IlCovo

NOTE

1) Gastone Silvano Spinetti, “Vent’anni dopo – Ricominciare da zero”, Roma, 1964, Edizioni di “Solidarismo”, pp. 153 – 154.

2) Op. Cit. Pp. 169 – 172.

3) Op. Cit. Pp. 134 – 145.

 

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