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FASCISMO, ASSISTENZA E PREVIDENZA SOCIALE!

     

La novità rappresentata dalla concezione politico-sociale spirituale di tipo organicista, totalitaria e unitaria espressa dal Fascismo, da sempre tende ad essere misconosciuta e / o fraintesa da tutti i soggetti che a vario titolo si occupano di tale fenomeno politico rivoluzionario. A causa di tale mancata comprensione, si perdono di vista i capisaldi principali espressamente richiamati nella Dottrina ufficiale del P. N. F. rappresentati dal peculiare concetto della Nazione italiana sviluppato dal movimento politico mussoliniano, nonché dalla particolare forma dello Stato Etico Corporativo Fascista, in cui a sua volta si realizza esclusivamente ed integralmente la Nazione stessa; due termini indivisibili, autorevolmente riuniti nella lapidaria definizione espressa nella “Carta del Lavoro“:

La nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E’ una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello stato fascista.

Tale Stato Fascista, riconosce che l’unità di base storicamente a fondamento della cittadinanza, dunque della sua esistenza terrena, è rappresentata dalla Famiglia che, pertanto, viene tutelata realizzando una concreta giustizia sociale, interpretata realisticamente nei termini di una riduzione graduale delle distanze fra le classi all’interno dello stato medesimo. Ma, come espressamente affermato nel “Dizionario di Politica” del P.N.F., va sottolineato chiaramente che si tratta pur sempre ed esclusivamente dello Stato Fascista, nel quale, a differenza di quel che avviene nello stato liberal-democratico o in quello socialista, “ il popolo fascista non vede un distributore di beni materiali, ma un valore ben più alto e sublime: una manifestazione dello spirito, un assoluto di volontà e di potenza, il portatore della civiltà del secolo nuovo.” Solamente partendo dalla comprensione di una tale specifica visione del mondo è possibile comprendere il senso, la portata storica ed il giusto valore politico da attribuire allo sviluppo dei concetti di assistenza e previdenza sociale nonché al voluminoso corpo di leggi ad essi legate e promulgate dal regime mussoliniano per la  Difesa Sociale del popolo, di cui qui alleghiamo gratuitamente un sunto realizzato dal Partito Nazionale Fascista, pubblicato nel ventennale della Rivoluzione delle camicie nere. Soltanto in virtù della comprensione dell’organicismo etico totale-unitario espresso dal Fascismo può essere chiaro il perché dei timori incontrollati che esso suscita ancora oggi, ad oltre 70 anni dal suo annientamento militare, nei pavidi e corrotti governi delle criminali demo-plutocrazie massoniche del cosiddetto occidente. Il regime popolare, nazional-totalitario di Mussolini innegabilmente realizzò in 20 anni quel che 62 anni di liberalismo monarchico non erano riusciti mai a fare prima ed oltre 70 anni di democrazia antifascista a guida statunitense non sono mai riusciti nemmeno ad eguagliare dopo! …leggete e meditate, se ne avete il coraggio!

IlCovo

L’ASSISTENZA E LA PREVIDENZA SOCIALE NEL REGIME FASCISTA

ASSISTENZA. — Espressione della solidarietà della società organizzata. Funzione prevalentemente statale e parastatale esercitata per curare in forma concreta, digni­tosa, coordinata, la sanità fisica e morale della stirpe, per predisporre la capacità al lavoro e per organiz­zarne la tutela, al fine ultimo di conservare e potenziare l’efficienza umana della nazione.

Al contrario della beneficenza (v.), intesa come aiuto momentaneo e materiale al povero e all’inabile al lavoro, dato per puro sentimento di carità, l’assistenza agisce per l’energica tutela dei valori nazionali e, quindi, in funzione di quegli stessi ideali di giustizia e di potenza che sono alla base dello stato. Essa tende allo sviluppo simultaneo dell’ individuo e dello stato, in quanto il popolo, nella massa e nelle singole persone, costituisce appunto il corpo dello stato. L’assistenza così intesa è di impronta decisamente e originalmente fascista. Gli obiettivi della funzione assistenziale vengono fissati e realizzati con un complesso di norme e con la vasta azione di molteplici organi che assecondano e permeano la vita dell’individuo. Il Fascismo ha come suo caposaldo il principio che la prosperità sociale, il progresso della nazione e dell’umanità dipendono esclusivamente dalla formazione di uomini moralmente, fisicamente e intellettualmente sani.

Il Regime per l’infanzia. — In base a questo principio, lo stato fascista considera le generazioni che sorgono come il suo patrimonio più prezioso in quanto in esse si incarna il futuro. Perciò è protetta e difesa la madre, assistito il fanciullo, dalla nascita; incoraggiata ed elevata la nuzialità alla sua fulgida funzione famigliare e sociale ed aiutata con ogni genere di provvidenze; additata la natalità come un dovere, come una fonte di gioia e come un elemento di potenza, e circondata da tutte le cure. Attraverso l’Opera per la maternità e l’infanzia (v. INFANZIA) viene provveduto alla protezione delle gestanti e delle madri bisognose o abbandonate, dei bimbi lattanti e divezzi appartenenti a famiglie bisognose, dei fanciulli fisicamente e psichica­mente anormali, dei minori materialmente e moralmente abbandonati e dei traviati o delinquenti minorenni. A dimostrare la grandiosità di questa istituzione basta pensare che già nel 1935 esistevano in Italia ben 9904 consultori, asili—nido, refettori; che circa mezzo milione di madri e gestanti e un milione e mezzo di bambini bene­ficiavano dall’assistenza igienico—sanitaria dell’Opera. Esiste, poi, tutto un complesso organico di leggi sulla educazione e sulla preparazione della giovinezza, con il metodo di un regime totalitario e con il fine di una Italia totalitaria in tutte le sue categorie sociali e in tutte le molteplici attività di grande nazione. La Gioventù italiana del Littorio svolge un’azione continua di pedagogia fascista, attraverso marce, esercitazioni, campeggi, gare, riviste, scuole, premi, ricom­pense. « Libro e moschetto » è la sintesi felice di un metodo, di un’azione, di un fine. Il Partito nazionale fascista ne integra l’opera attraverso l’organizzazione delle colonie climatiche, marine, montane, elioterapiche, fluviali e termali. Nell’anno XV circa 800.000 bambini sono stati inviati in 3821 colonie. L’ammissione dei piccoli ospiti avviene dopo un’accu­rata visita medica. Lo stato di gracilità, di pallore, deperimento, il rachitismo, la deficienza o l’esagerazione di grasso, lo sviluppo muscolare, lo stato della dentatura, la presenza o meno dell’ ipertrofia nelle tonsille, di rinite, di blefaro‑congiuntivite, le condizioni di nutrizione, di debolezza, ecc., hanno l’attenzione più costante dei dirigenti e dei sanitari, affinché dal complesso della vita in colonia, mediante aria libera, sole, nutrizione adatta, esercizi consoni, si ottenga la correzione delle eventuali deficienze dello sviluppo di organismi in crescenza.

Il Regime per la tutela dei lavoratori. — Quando l’individuo è divenuto adulto e idoneo al lavoro, mentre continuano le provvidenze sanitarie contro le malattie della popolazione indigente (condotta medica, ostetrica e farmaceutica, della quale usufruiscono oltre quattro milioni e mezzo di persone l’anno), il Regime attua con forma concreta, organizzata, coordinata la funzione di disciplina e di tutela del lavoro. Lo stato fascista, nel suo profilo di stato corporativo, al principio della dispendiosa, pericolosa e antisociale lotta di classe come unica arma in mano al proletariato contro gli altri ceti della nazione, ed a quello di riduzione di ogni fatto politico e sociale ai termini del puro materialismo economico, ha sostituito il principio della collaborazione delle categorie, considerate come fattori della produzione, ed ha inserito nel movimento per la elevazione dei meno abbienti quelle aspirazioni di miglioramento morale e intellettuale che il socialismo aveva lasciato sopraffare dalle finalità più grettamente egoistiche. Il Fascismo ha introdotto fra lavoratori e datori di lavoro l’idea della equità del contratto, determinando net­tamente il concorso dei fattori dell’opera della produzione e la parte spettante a ciascuno (v. SALARIO CORPORATIVO). Al principio riguardante il salario fanno logico corollario norme precise sul lavoro notturno, sul riposo settimanale, sulle ferie pagate, sull’ indennità di licenziamento, sul periodo di ferie, sulla disciplina aziendale, sulla tutela del lavoro a domicilio (capo II della Carta del lavoro). Gli uffici di collocamento e i libretti di lavoro identificano la vita e la capacità professionale del prestatore d’opera per attuare un’organizzazione sempre più efficiente nel lavoro e una disciplina sempre più razionale nella domanda e nella offerta di mano d’opera. Il problema della previdenza (v.) viene prospettato in modo organicamente completo, affermandosi che essa è una manifestazione del principio di collaborazione (ultimo capo della Carta del lavoro), ai cui oneri debbono pro­porzionalmente concorrere datore e prestatore d’opera. Le associazioni dei lavoratori debbono tutelare i loro rapporti nelle pratiche relative alle assicurazioni sociali (v.) e a quelle sugli infortuni. Lo stato fascista, poi, si propone il perfezionamento ed il miglioramento delle assicurazioni infortuni e mater­nità e delle assicurazioni contro le malattie professionali e tubercolari, come avviamento alla assicurazione generale contro tutte le malattie, il perfezionamento delle assicu­razioni contro la disoccupazione involontaria e l’istitu­zione di speciali premi dotali per i giovani lavoratori. Inoltre è diritto e dovere delle associazioni sindacali l’assistenza ai propri rappresentati; esse debbono curare l’educazione e l’istruzione, specie professionale, dei loro rappresentati, affiancando l’azione dell’Opera nazionale dopolavoro e delle altre iniziative di educazione. Le Confederazioni, nel quadro della tutela delle cate­gorie che rappresentano, esercitano una specifica funzione di assistenza, mediante appositi servizi cui sono prepo­ste le assistenti sociali, diplomate nella Scuola superiore fascista di assistenza sociale, fondata in Roma e gestita dal Partito nazionale fascista. Per estrinsecare quei principi educativi e morali che il Fascismo pone come doveri essenziali al disopra della pura e semplice elevazione materiale, agisce l’Opera nazionale dopolavoro (v. DOPOLAVORO). Mentre le manifestazioni ricreative degli altri paesi sono ricreative soltanto nel senso materiale della parola e sono ristrette nella cerchia dell’azienda e della fabbrica, l’Opera nazionale dopolavoro è caratterizzata dall’orga­nicità del suo totalitarismo di fatto e di principio, dal suo intimo legame con le più complesse forme di attività del Fascismo, in ogni campo di vita e di lavoro, nell’ar­monico insieme di manifestazioni e di provvidenze, che le danno un carattere estetico oltre che utilitario, educativo oltre che ricreativo. Con tale mole di fini e tale imponenza di mezzi, il ser­vizio assistenziale si pone come una delle più importanti funzioni dello stato fascista.

(Estratto da Dizionario di Politica a cura del P.N.F., Roma, 1940, vol. I, pp. 216 – 217)

1). La Previdenza: concetto e sviluppi storici

Il concetto di previdenza è con­nesso al concetto di rischio. La previdenza si manifesta, infatti, come predisposizione di mezzi atti a neutralizzare o ad attenuare gli effetti di un evento dannoso che si teme possa avverarsi in futuro. E poiché, nella maggior parte dei casi, gli eventi dannosi hanno aspetti economici, la previdenza si manifesta mediante la predisposizione di presidi economici. Tale predisposizione può avvenire nella forma del rispar­mio oppure nella forma assicurativa o previdenziale in senso stretto. Nella prima forma il modo di costituzione di un presidio contro l’evento dannoso è strettamente indi­viduale, mentre nella seconda si ha un sistema associa­tivo nel quale la probabilità di rischio si ripartisce su un certo numero di persone ad esso esposte, la probabilità individuale del danno si suddivide e il costo unitario del presidio contro il rischio si abbassa in misura molto note­vole. È evidente come il sistema assicurativo costituisca una forma più progredita del sistema del risparmio. Spetta all’Italia il merito di aver dato vita alle prime forme assicurative e quindi di aver iniziato la diffusione nel mondo del principio previdenziale. Tracce, sia pure vaghe ed incerte, di forme assicurative si ritrovano anche altrove ed anche in epoche assai remote, ma le prime iniziative concrete in questo campo sorsero nel basso Medioevo, nelle città marittime italiane i cui traf­fici dominavano allora i mari d’Europa: e tali prime forme assicurative chiaramente individuali ebbero appunto lo scopo di garantire i mercanti contro i rischi gravissimi ai quali erano esposte le mercanzie durante la navigazione. Si trattava quindi di un rischio riguardante le cose; più particolarmente, i beni mobili, oggetto di commercio, durante la fase più rischiosa del loro trasporto. Gradualmente dopo l’assicurazione trasporti, che si sviluppava di pari passo con l’assicurazione delle    navi stesse, si diffusero nelle città marinare e nei centri commerciali d’Europa altre forme assicurative sulle cose soggette ai rischi connessi ai traffici. Si cominciò ad assicurare (contro l’incendio, ad esempio) anche la merce depositata nei fondachi e, più tardi, in blocco, la merce e l’intero magazzino: dai beni mobili l’oggetto dell’assicu­razione comincia così ad estendersi ai beni immobili. Ma intanto il principio assicurativo si estendeva anche in un altro senso, rilevantissimo: quello della garanzia contro i rischi che minacciano la persona. Anche in questo campo le prime iniziative sorsero nella rischiosa vita marinara, dove nacquero infatti l’assicura­zione sulla vita dei mercanti che viaggiavano a bordo e, via via, altre forme assicurative aventi per oggetto le paghe dei marinai, il valore del corredo, quello delle armi e delle vetto­vaglie, ecc. Queste prime forme di assicurazione, soprattutto per quanto riguardava i rischi inerenti alle navi, si attuavano prevalentemente col sistema mutualistico: erano, per esem­pio, i proprietari delle navi di una determinata città mari­nara che si impegnavano ad indennizzare con quote eguali il consocio che, per naufragio, atto di pirateria o altra causa, avesse perduto la nave. Ma, evidentemente, in un’epoca posteriore, la moderna e febbrile attività produttiva, la dif­fusione illimitata delle relazioni commerciali, l’entità degli interessi economici resero insufficiente la forma mutualistica e dettero invece uno sviluppo grandioso al sistema indu­striale del grande istituto assicuratore che ha rapporti diretti con coloro che intendono premunirsi contro un rischio che minacci le cose o le persone. Infatti, anche le forme assicurative contro i rischi che minacciano direttamente la persona fisica si erano moltiplicate e diffuse. Sorgono così potenti istituti di assicurazione, accanto ad istituzioni a carattere mutualistico; essi vanno consolidan­dosi con l’incremento delle riserve e degli assicurati; la loro attività diviene sempre più regolare e sicura, grazie allo sviluppo della tecnica assicurativa e soprattutto della scienza attuariale che offre dati sempre più esatti sulla probabilità dell’avverarsi del rischio. L’organizzazione assicurativa si sviluppava poi, per così dire, in due sensi; in senso orizzontale, grazie ai rapporti allacciati fra le imprese che esplicano la loro attività in diversi paesi, e in senso verticale, grazie alla creazione di istituti rivolti a « riassicurare », con una forma superiore di ripartizione del rischio, gli istituti assicuratori in rapporto diretto con gli assicurati. Ma, nell’evoluzione del concetto assicurativo e dell’orga­nizzazione previdenziale, il momento più interessante e più importante, sia dal punto di vista economico sia da quello politico, è costituito dal sorgere delle assicurazioni sociali. Anche in questo campo non manca qualche prece­dente, non collegato però da una vera continuità storica e sostanziale con le assicurazioni sociali moderne: si tratta delle forme mutue fra i compagni e gli apprendisti delle antiche corporazioni o fra gli operai delle epoche più re­centi; organizzazioni associative intese a consentire, con il versamento di modeste quote individuali, un soccorso, anch’esso modesto, alle vedove o agli orfani, sussidi in caso di malattia o di disoccupazione, assegni di vecchiaia, soccorsi funerari. Con il sorgere delle assicurazioni sociali, il principio previdenziale dimostra la sua perfetta adat­tabilità al perseguimento d’intenti di carattere collettivo e quindi ha luogo il sorgere di istituti assicurativi aventi natura di enti pubblici. Le assicurazioni sociali o obbligatorie ebbero origine nell’ultimo quarto dello scorso secolo, quando i governi degli stati in cui più grave era la situazione nella quale lo sviluppo economico moderno aveva posto le categorie lavoratrici, creando la cosiddetta « questione sociale », inter­vengono con le prime forme rilevanti di tutela del, lavoro. Lo sviluppo industriale ed economico, in genere, dissocia i fattori produttivi, isola cioè il lavoratore « puro », colui che non può contare su altre fonti di reddito all’infuori delle ­sue braccia e lo pone in concorrenza con migliaia di lavo­ratori nelle stesse condizioni, e quindi lo pone in balia delle fluttuazioni dell’offerta di lavoro a salari che la stessa con­correnza operaia mantiene sempre ad un livello bassissimo. D’altro canto, lo stato non può effettuare un intervento organico nel campo economico perché i principi politici vietano ai pubblici poteri di comunque contrastare il libero giuoco delle leggi economiche. Ma lo spettacolo delle miserevoli condizioni delle cate­gorie lavoratrici, ad un certo punto, si impone e costringe lo stato a quelle forme di intervento che costituiscono il primo nucleo della legislazione sociale. Era parso in un primo tempo che i privati potessero, attraverso manife­stazioni di filantropia e di beneficenza, sopperire alle più gravi miserie che accompagnavano lo sviluppo del capita­lismo; senonché queste assumevano tale vastità ed aspetto da richiamare l’attenzione sempre più viva di studiosi, di filantropi ed anche di uomini politici, che denunciavano le condizioni veramente tristi delle categorie e chiedevano intervento dei pubblici poteri. A quest’opera illuminata di filantropi e di sociologi si accompagnava il risorgere di quelle associazioni di lavo­ratori che la rivoluzione francese si era illusa di potere sopprimere e che reclamavano in forma sempre più vivace e perentoria un miglioramento delle condizioni delle masse lavoratrici. Fu allora che, sia per un impulso di umanità sia per un calcolo politico rivolto a smorzare lo slancio rivoluzionario di queste nuove formazioni associative e, in genere, delle masse operaie, facile preda alla propaganda dei partiti estremisti, lo stato fu indotto ad intervenire, creando le prime forme di tutela del lavoro. Si deve quindi rilevare come, sotto un certo aspetto, le assicurazioni sociali e le altre forme protettive del lavoro sorgano quale conse­guenza di una transazione tra le forze organizzate del lavoro e quelle della borghesia, detentrici del potere economico e politico, quale concessione delle categorie dirigenti alle categorie lavoratrici, concessione che mira ad ostacolare il passo al socialismo dimostrando che l’organizzazione sociale vigente può offrire ai lavoratori vantaggi concreti in luogo delle chimeriche promesse della propaganda socialista. Le assicurazioni sociali nascono quindi come compromesso fra i principi agnostici, individualistici e di non intervento dello stato liberale e la sempre più imperiosa neces­sità di assistere e proteggere le categorie contro i danni cui l’organizzazione produttiva moderna e il moderno lavoro industriale le esponevano; di creare, in breve, ad esse migliori condizioni di vita. Le assicurazioni obbligatorie furono dapprima istituite in Germania, dopo un proclama famoso di Guglielmo II, con le leggi per le assicurazioni malattie (1883), infortuni (1886), e invalidità (1889). E le stesse circostanze che deter­minarono in Germania il sorgere della previdenza sociale comprovano appunto il carattere compromissorio e politico che ebbe agli inizi la legislazione previdenziale: in quell’epoca l’attività dei pubblici poteri era polarizzata in Germania nella lotta contro i partiti democratici e socialisti; Bismarck, trasformando i lavoratori in piccoli reddi­tieri o in piccoli creditori (pensionati e assicurati), mirava ad aumentare la massa di coloro che non avrebbero desi­derato una violenta e radicale modificazione dell’ordine pubblico ed economico vigente. Alla Germania fecero presto seguito l’Inghilterra, la Francia, l’Italia ed altre nazioni a più accentuato sviluppo industriale, imitate poi dalla maggior parte degli stati civili; cosicché oggi non vi è nazione nella quale non sia stato istituito almeno qualche ramo di previdenza sociale.

2). Primi sviluppi della Previdenza nell’Italia unitaria liberale

In Italia la prima attuazione nel campo della previdenza sociale si ebbe, dopo un periodo di discussioni, di voti e di progetti, con due leggi del 17 marzo e del 17 luglio 1898 (anno caratterizzato da una torbida situazione politico — sociale) che, rispettivamente, sanzionavano l’obbligo della assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e istituivano la Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai. Però, mentre l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, pure essendo circoscritta ad una parte dei lavoratori industriali, costituiva, grazie all’obbligato­rietà e al passaggio dell’obbligo del risarcimento dal datore di lavoro all’istituto assicuratore, una tutela già sufficien­temente ampia ed efficace del lavoratore, l’assicurazione introdotta dalla legge istituente la Cassa nazionale non era che una forma di assicurazione facoltativa, che soltanto veniva resa accessibile alle classi operaie ed incoraggiata mediante un contributo statale ad incremento delle pre­stazioni. A causa di tale carattere, l’assicurazione per l’in­validità e la vecchiaia ebbe un progresso praticamente irri­levante per un lungo periodo di anni. Qualche rapporto notevole ebbe luogo quando l’inscrizione fu dichiarata obbligatoria nei confronti di alcune categorie speciali di dipendenti dello stato e di operai appartenenti a determi­nate industrie. Durante la guerra si ebbe poi una più am­pia applicazione del principio dell’obbligatorietà, poiché furono obbligatoriamente inscritti alla Cassa di previdenza gli operai addetti agli stabilimenti ausiliari per le produ­zioni di guerra, finché, dopo la smobilitazione di tali stabi­limenti e in seguito alla constatazione del pratico insuccesso della forma facoltativa, con decreto-legge luogotenenziale del 21 aprile 1919, venne introdotta l’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità e la vecchiaia, entrata in vigore il 1° luglio 1920. Così come era avvenuto per l’istituzione della Cassa e quindi dell’assicurazione facoltativa, anche la generalizzazione in forma obbligatoria aveva luogo in un momento particolarmente delicato dal punto di vista politico e sociale: quello dell’immediato dopoguerra. Si ha in ciò una riprova del carattere di concessione o di compromesso che accompagna le fasi iniziali dello sviluppo della previdenza sociale, carattere nettamente superato dal Fascismo. Per effetto del provvedimento del 1919, la Cassa nazio­nale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli ope­rai (alla quale nel 1910 era stata affidata, in gestione auto­noma, l’assicurazione obbligatoria di maternità, creata in quell’anno) si era trasformata in Cassa nazionale per le assicurazioni sociali. Successivamente, nel 1923, la Cassa assorbiva anche, in gestione autonoma, l’esercizio della assicurazione obbligatoria per la disoccupazione invo­lontaria, istituita, per gli operai addetti agli stabilimenti ausiliari, nel 1917 e generalizzata nel 1919. L’assicurazione contro gli infortuni, che si limitava ai lavoratori dell’industria, aveva frattanto subìto alcune note­voli modificazioni ed una coordinazione legislativa con il testo unico del 31 gennaio 1904. Mentre l’estensione di tale forma previdenziale ai lavoratori agricoli aveva luogo, dopo la presentazione di numerosi progetti, soltanto nel 1917, con un decreto-legge luogotenenziale del 23 agosto. Quali, in sintesi, lo spirito, il rilievo, le caratteristiche della legislazione previdenziale precedente all’avvento al potere del Fascismo? Innanzitutto, uno spirito di compro­messo fra i pubblici poteri, da un lato, e i partiti e le masse lavoratrici, dall’altro; in secondo luogo, il carattere di forzata cooperazione fra lavoratori e padroni, di modo che, pur rientrando teoricamente nell’ordine sociale e pub­blico non riusciva a superare una gretta concezione indi­vidualistica e privatistica. Anche da un punto di vista pra­tico i risultati erano modesti: numerose ed importanti cate­gorie non ancora comprese nell’obbligo assicurativo che era inoltre scarsamente applicato anche in molti settori che pure vi erano sottoposti; limitata all’ordine puramente finanziario la concezione delle prestazioni; escluso qua­lunque concetto di attività preventiva, ignorato ogni principio di tutela del nucleo familiare; e ciò senza dire della mancanza di forme previdenziali per il rischio di malattia, particolarmente grave nei riguardi della tubercolosi.

3). Fascismo e Previdenza sociale

Che il regime fascista abbia trovato tale situazione nel campo della previdenza sociale non può recare meraviglia, poiché gli accennati difetti erano una conseguenza, un aspetto della concezione dello stato liberale in ordine ai problemi sociali, in ordine agli stessi rapporti fra l’individuo e lo stato, anzi agli stessi fini individuali e collettivi. Il Fascismo doveva quindi modificare dalle basi anche questo aspetto importantissimo della vita dello stato. Se per il Fascismo la nazione, cioè il popolo nella sua continuità storica, viene posta al centro dell’interesse poli­tico, ogni attività volta a garantire nell’oggi e soprattutto nel domani l’efficienza, la tranquillità, la serenità del popolo e quindi della nazione, costituisce un prezioso strumento dell’azione politica. A sua volta, la previdenza in un ambiente politico e sociale che è tutto ispirato, all’opposto dell’am­biente liberale, dal concetto della vigile preparazione, della oculata predisposizione di mezzi allo scopo di realizzare la massima potenza futura della nazione, si trova, per così dire, nel suo elemento, può godere, anche all’infuori del­l’intervento statale, di condizioni particolarmente favorevoli al suo sviluppo. Ma altri valori, altre concezioni più specifiche hanno contribuito a rendere profondamente innovatrice l’azione del Regime nei confronti delle assicurazioni sociali e a determinare uno sviluppo grandioso delle varie forme pre­videnziali. Basti pensare ai due principi fondamentali della etica fascista e, al tempo stesso, della concezione corpora­tiva: il lavoro è un dovere sociale ed è il soggetto e non l’oggetto dell’economia. Alla luce di queste concezioni la previdenza diventa un aspetto essenziale, necessario del­l’attività statale e dell’organizzazione corporativa; è chia­mata a perfezionarsi e svilupparsi in modo da costituire un presidio perfettamente efficiente per qualunque categoria di produttori, contro qualunque evento dannoso connesso alla partecipazione all’attività produttiva. Per valutare la perfetta armonia concettuale fra l’etica fascista e il principio previdenziale basti pensare che il Fa­scismo, che può essere definito, sotto un certo aspetto, come sostituzione del principio e del metodo della colla­borazione al principio e al metodo della lotta di classe, ha a sua volta definito nella Carta del lavoro la previdenza sociale « alta manifestazione del principio di collabora­zione » (dich. XXVI). Nella Carta del lavoro tre dichiarazioni programmatiche (XXVI-XXVII-XXVIII) sono dedicate alla previdenza: Esse segnano le direttrici che gli organi di governo, le isti­tuzioni previdenziali e le associazioni professionali hanno seguito con rapido ritmo. Tappe fondamentali del fervore legislativo nel campo della previdenza sociale sono: il regio decreto-legge 27 ottobre 1927, n. 2255, che ‘ha istituito l’assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi; la legge 13 dicembre 1928, n. 2900, che, senza aggravio contributivo, ha notevolmente ­elevato l’entità delle pensioni; il regio decreto 13 maggio 1929, n. 928, che ha istituito l’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali; il regio decreto 17 agosto 1935, n. 1765, sulla riforma dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali; il regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827, concernente il perfezionamento e coordinamento legislativo della pre­videnza sociale; e, infine, rilevantissimo per il rafforza­mento che ne deriva all’efficacia della tutela previdenziale, il regio decreto-legge 14 aprile 1939, n. 636, sulla riforma della previdenza sociale. Né può tacersi il grande sviluppo che è andata via via assumendo l’assicurazione malattia, la quale nella forma mutualistica (ma con l’efficacia che ad essa deriva dall’obbligatorietà delle convenzioni che danno vita alle singole casse mutue) protegge ormai, si può dire, la totalità dei lavoratori. Con questi provvedimenti principali e con numerosis­simi altri provvedimenti secondari, il regime fascista ha « ricreato » la previdenza sociale che oggi, nei fini e nei metodi, non ha più nulla a che vedere con le preesistenti disorganiche, imperfette e inefficaci forme assicurative. La legislazione previdenziale fascista attua alcuni postu­lati del più alto valore umano e sociale. Innanzitutto essa supera la concezione individualistica e privatistica che immeschiniva il rapporto fra l’assicurato e l’istituto assicuratore, riducendolo esclusivamente al gretto conteggio di una somma volta ad indennizzare un danno. Oggi la previdenza vede nell’assicurato un elemento della collet­tività che, più che essere risarcito di un danno, deve essere tutelato contro il danno, contro il rischio, e, se il rischio si avvera nonostante quella tutela, va curato, assistito, perché possa riprendere il suo posto come collaboratore della grande opera produttiva. Ecco, posti in essere dalla legislazione fascista, i compiti di prevenzione e di riabilita­zione delle forme assicurative per l’invalidità, per gli infortuni e per le malattie professionali; ecco l’assicurazione contro la tubercolosi, nella quale il concetto di risarcimento in danaro scompare per dar luogo a quello della cura e della prevenzione, poiché la previdenza anche qui, nel tutelare l’individuo, vede in esso il lavoratore che, colpito da una grave malattia sociale, deve essere tutelato con ogni più intensa ed efficace cura onde restituirlo alla famiglia e al lavoro. Il risarcimento in danaro, quando altrimenti non sia possibile intervenire, rimane. Ma accanto a tale forma, che costituisce l’ultima ratio dell’azione previdenziale, si sviluppano la prevenzione del danno e la riabilitazione, la restaurazione della salute e della capacità produttiva. La legislazione previdenziale fascista realizza poi un altro postulato di altissimo valore umano e di grande inte­resse per l’efficienza della nazione: la tutela del nucleo fami­liare. Anche sotto questo aspetto l’evoluzione dei concetti e dei sistemi è assolutamente innovativa. Al loro sorgere le assicurazioni sociali non potevano non risentire dei prin­cipi individualistici imperanti nel diritto e nell’economia e quindi nello stesso carattere sociale, che pure avrebbe dovuto, in linea logica, restarne immune. E così come la retribuzione del lavoro era concepita, e tale rimase fino a pochi anni or sono, con assoluta indifferenza verso le diver­sissime situazioni familiari dei lavoratori, così furono indif­ferenti a tali situazioni anche le leggi previdenziali: le prestazioni, nel tipo e nell’entità, erano apportate esclusi­vamente alle esigenze del lavoratore considerato come individuo singolo. È ben noto quali conseguenze siano deri­vate dall’azione deleteria esercitata sulla famiglia dalla evoluzione filosofica, economica e giuridica moderna: la paurosa e crescente decadenza delle nascite verificatasi nei paesi occidentali ne è il sintomo più chiaro. Il Fascismo avverti fin dal suo sorgere la gravità del feno­meno e, sebbene esso si presentasse in Italia con aspetti meno preoccupanti che altrove, iniziò immediatamente un’azione decisa, poiché vi era spinto non solo dalla con­vinzione del valore della consistenza numerica del popolo, ma anche dalla convinzione che la solidità morale ed eco­nomica del nucleo familiare è la base della solidità sostan­ziale della nazione, quindi della potenza dello stato. A quest’opera di rafforzamento dell’istituto familiare la pre­videnza ha offerto un contributo decisivo, grazie a succes­sivi provvedimenti che, modificando via via la situazione esistente, sono giunti, si può dire, a capovolgerla, poiché ormai l’oggetto della tutela assicurativa non è più l’indi­viduo singolo ma l’intero nucleo familiare. Sotto tale aspetto assume un particolarissimo rilievo la riforma del 1939, che ebbe appunto fra i suoi fini quello di completare e rafforzare la tutela assicurativa, tenendo soprattutto presenti le esigenze del nucleo familiare del lavoratore. Bastano alcuni accenni a chiarire il carattere e l’ampiezza di questo spostamento dell’oggetto della tutela assicurativa. Nel 1927 la legge istitutiva dell’assicurazione contro la tubercolosi stabiliva che delle cure usufruissero anche i familiari dell’assicurato e che, nel caso di ricovero di quest’ultimo, alla famiglia venisse corrisposta una particolare indennità. Nel 1928 una legge, che aumentava l’importo delle pensioni, stabiliva inoltre che ai pensionati venisse corrisposto un aumento della pensione proporzionale al numero dei figli a carico di età inferiore ai 18 anni. Nel 1935 la riforma della assicurazione contro gli infortuni non solo sostituiva al criterio dell’indennizzo in capitale quello dello indennizzo in rendita, cioè in una forma che assai meglio si adegua alle esigenze del nucleo familiare, ma attuava anche il principio della maggiorazione delle prestazioni in funzione del numero dei figli. Nel 1937 un altro prov­vedimento disponeva che l’indennità ai disoccupati fosse maggiorata in proporzione al numero dei figli a carico di età inferiore ai 15 anni. Intanto numerosi provvedimenti estendono e perfezionano l’assicurazione per la maternità, strumento di tutela diretta del nucleo familiare. Infine il provvedimento di riforme del 1939 rende completa la tutela: mediate l’istituzione della pensione ai superstiti dell’ assicurato e del pensionato, la creazione dell’ assi­curazione di nuzialità e di natalità (che sostituisce quella di maternità) e la generalizzazione delle maggiorazioni demografiche delle prestazioni. Il Regime ha poi voluto adeguare, soprattutto con la re­cente importantissima riforma voluta dal DUCE a celebrazione del Ventennale dei Fasci, l’entità delle prestazioni assicurative alla reale situazione salariale e quindi all’effet­tivo costo della vita; ciò che è stato ottenuto mediante opportune modificazioni nel metodo di calcolo delle prestazioni e mediante necessari aumenti dell’importo dei contributi, che era rimasto immutato dal 1919 sebbene l’importo dei salari si fosse di molto elevato, ciò che aveva prodotto appunto un progressivo distacco fra l’entità dei contributi e delle prestazioni, che ad essi necessariamente si commisurano, e quella dei salari effettivamente percepiti dai lavoratori. Né, in una sia pur breve esposizione delle mete raggiunte dalla previdenza sociale, si può omettere un richiamo alla attività di finanziamento che gli istituti previdenziali svol­gono impiegando, con criteri di rigore e di prudenza, i capitali, che il risparmio assicurativo fa ad essi affluire, in opere di pubblica utilità la cui realizzazione torna a vantaggio dei lavoratori, cioè degli assicurati e dei loro figli, sia per le accresciute possibilità di occupazione, sia per le migliori condizioni di vita che da tali opere derivano. Si tratta, infatti, di finanziamenti di opere di bonifica, di risanamenti urbani, di edilizia popolare, di opere stradali e portuali, ecc. Non solo, l’Istituto di previdenza sociale, ad esempio, svolge anche, in Libia, un’attività diretta di colonizzazione demografica, contribuendo in tal modo alla prevenzione della disoccupazione e, soprattutto, alla valorizzazione economica e al presidio militare della « quarta sponda », ma anche istituzionalmente la previdenza ha subito modificazioni radicali. Se, infatti, è innegabile che anche prima delle riforme apportate dal regime fascista gli istituti previdenziali e in particolare il più importante di essi, la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali, avessero già il carattere di enti pubblici e una rappresentanza professionale nei rispettivi consigli di amministrazione, è altrettanto innegabile che quella figura e quella rappresentanza erano ben lontane dalla pienezza ed organicità che oggi esse hanno raggiunto. Nell’organizzazione sindacale—corporativa, basata sul principio di collaborazione, sul rico­noscimento giuridico del sindacato rappresentante di diritto dell’intera categoria, gli istituti previdenziali diventano parte integrante di quel tutto in cui si esprime nelle sue manifestazioni più rilevanti lo stato fascista unitario e totalitario. E un riflesso di questa concezione unitaria e totalitaria si ha nella stessa denominazione che il regime, con un provvedimento del 1933, ha assegnato al massimo ente di previdenza sociale, stabilendo che alla vecchia denominazione di Cassa nazionale per le assicurazioni sociali venisse sostituita quella di Istituto nazionale fascista della previdenza sociale: denominazione che esprime un concetto ed un programma unitari come tutte le manifestazioni della politica del Regime. L’importanza assunta in regime fascista dalla previdenza, da tutta la previdenza, sia da quella sociale sia da quella libera, trova un riconoscimento nella stessa organizzazione corporativa della produzione. Infatti, tenendosi in consi­derazione la necessità di dare una disciplina organica ai fenomeni di carattere finanziario, nei loro aspetti creditizi e previdenziali, è stata istituita la Corporazione della previ­denza e del credito, cioè un organismo in grado di coordi­nare lo sviluppo e le attività delle varie forme di credito mobiliare e immobiliare e di previdenza privata e sociale, affinché il processo di formazione del risparmio nazionale e del suo investimento produttivo proceda con un ritmo adeguato alle reali possibilità della economia nazionale, senza arresti e senza attriti e con l’intento costante di per­seguire, mediante l’utilizzazione migliore e completa del potenziale del lavoro, l’autarchia economica della nazione: con la Corporazione della previdenza e del credito il ciclo della disciplina corporativa dei fenomeni economici si chiude e si completa. In particolare, la Corporazione della previdenza e del credito è lo strumento più adatto ad armonizzare lo sviluppo delle forme assicurative libere con quello delle forme assi­curative obbligatorie in ordine ai rischi che minacciano le persone. Infatti, in questo campo la previdenza libera, superando l’ambito tradizionale della sua azione, ha creato delle forme assicurative accessibili anche a categorie modeste, anzi talora con modalità congegnate appunto per la diffusione fra le categorie lavoratrici: è il caso, delle così dette assicurazioni popolari. Dal canto suo la previdenza sociale, adeguandosi alla concezione fascista per la quale l’attributo di lavoratore si estende ben al di là degli antichi limiti, cerca di seguire con la sua tutela questa espansione e quindi di estendere le sue forme assicurative a nuove categorie finora escluse. Convergenza sostanziale di sforzi e d’intenti, che, denota un comune desiderio di collaborare in modo sempre più perfetto al potenziamento del principio previdenziale e, con esso, alla tutela del popolo e al rag­giungimento di una sempre maggiore potenza nazionale.

( estr. dal Dizionario di Politica a cura del P.N.F., Roma, 1940, vol. III, pp. 518 – 522)

PRINCIPALI PROVVEDIMENTI LEGISLATIVI SOCIALI ATTUATI DAL REGIME FASCISTA:

  • Tutela lavoro donne e fanciulli – (Regio Decreto n° 653 26/04/1923)
  • Maternità e infanzia – (Regio Decreto n° 2277 10/12/1923)
  • Assistenza ospedaliera per i poveri – (Regio Decreto n° 2841 30/12/1923)
  • Assicurazione contro la disoccupazione – (Regio Decreto n° 3158 30/12/1923)
  • Assicurazione invalidità e vecchiaia – (Regio Decreto n°3184 30/12/1923)
  • Assistenza illegittimi e abbandonati – (Regio Decreto n° 798 08/05/1927)
  • Assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi – (Regio Decreto n° 2055 27/10/1927).
  • Esenzioni tributarie famiglie numerose – (Regio Decreto n° 1312 14/06/1928 )
  • Assicurazione obbligatoria contro malattie professionali – (Regio Decreto n° 928 13/05/1929)
  • Opera nazionale orfani di guerra – (Regio Decreto n° 1397 26/07/1929)
  • Istituto nazionale fascista assicurazione infortuni sul lavoro I.N.F.A.I.L. – (Regio Decreto n° 264 23/03/1933)
  • Istituzione libretto di lavoro – (Regio Decreto n°112 10/01/1935)
  • Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale I.N.F.P.S. – (Regio Decreto n°1827 04/10/1935)
  • Riduzione settimana lavorativa a 40 ore – (Regio Decreto n° 1768 29/05/1937)
  • Ente comunale di assistenza E.C.A. – (Regio Decreto n° 847 03/06/1937)
  • Assegni familiari – (Regio Decreto n° 1048 17/06/1937)
  • Casse rurali ed artigiane – (Regio Decreto n° 1706 26/08/1937)
  • Tessera sanitaria per addetti servizi domestici – (Regio Decreto n° 1239 23/06/1939)
  • Ente mutualità fascista – Istituto per l’assistenza di malattia ai lavoratori – (Regio Decreto n° 138 11/01/1943)

 

 

3 commenti su “FASCISMO, ASSISTENZA E PREVIDENZA SOCIALE!

  1. Sono contento di poter conoscere l’importanza del partiro nazionale fascista sul probema delle assicurazioni dei lavoratori in tutti i sensa con la copertura di tutte le varie malattia che colpiscono i lavoratori stessi. Penso ad oggi con al governo il partito comunista che non da più la copertura come era nel periodo “fascista” oggi dobbiamo pagare le visite specialistiiche ed i tiket su quasi tutti i medecinali che servono per la sopravvivenza “i cosidetti salva vita”.!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    • Si, però se diamo del comunista a Renzi non protestiamo poi quando danno del fascista a Berlusconi….

      • …la questione su cui il sistema antifascista e tutti i media di cui dispone vogliono creare confusione è che nel panorama politico attuale NON esistono movimenti politici FASCISTI né comunisti, NON ESISTE alcun movimento politico o partito presente sulla scheda elettorale che si proponga sinceramente di abbattere il sistema demo-pluto-massonico che ci sta conducendo alla catastrofe globale…da “ca$a pound” a “sforza uova” passando per i “penta prostrati”, i “forza italyoti” finendo ai pidioti ed ai compagnosky delle multinazionali, sono tutti al servizio della plutocrazia demo-liberale…NON FATEVI FREGARE! …NON ANDATE A VOTARE!

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