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NICCOLO’ GIANI, ANIMA DE “ILCOVO”!

Il 14 marzo del 1941, da volontario di guerra, sulla cima del Mali Scindeli (fronte greco-albanese), moriva eroicamente all’età di 31 anni il giovane direttore della Scuola di Mistica Fascista (S.M.F.), Niccolò Giani. Uomo del popolo e per il popolo, con la sua condotta integerrima ed intransigente di autentico fervente fascista, col suo esempio di Credente e Combattente, di Uomo di Pensiero ed Azione, artefice di una vita integralmente vissuta all’insegna della conoscenza, comprensione, diffusione ed attuazione concreta della Dottrina del Fascismo, egli incarna per questo lo spirito più puro, l’anima più vera della nostra associazione fascista. Essa, infatti, non a caso è stata chiamata nel 2006 “IlCovo”; poiché così era conosciuta quella che fu, prima, la sede primigenia del giornale di Mussolini, “Il Popolo d’Italia”, poi, la sede della Scuola di Mistica Fascista. Così come non è casuale che il logo ufficiale della “Biblioteca del Covo” nata nel 2013, sia il medesimo della scuola politica diretta da Giani. Egli fu colui che trasse dai discorsi del fratello del Duce, Arnaldo, il “decalogo” dell’Uomo Nuovo Fascista, la legge morale degli italiani di Mussolini, scolpita con lettere di fuoco nelle menti e nei cuori di noi che vi stiamo scrivendo:

1) Non vi sono privilegi, se non quello di compiere per primi la fatica e il dovere.

2) Accettare tutte le responsabilità, comprendere tutti gli eroi­smi, sentire come giovani italiani e fascisti la poesia maschia dell’avventura e del pericolo.

3) Essere intransigenti, domenicani. Fermi al proprio posto di dovere e di lavoro, qualunque esso sia. Ugualmente capaci di comandare e di ubbidire.

4) Abbiamo un testimonio da cui nessun segreto potrà mai liberarci: il testimonio della nostra coscienza. Deve essere il più severo, il più inesorabile dei nostri giudici.

5) Aver fede, credere fermamente nella virtù del dovere com­piuto, negare lo scetticismo, volere il bene e operarlo in silenzio.

6) Non dimenticare che la ricchezza è soltanto un mezzo, necessario sì, ma non sufficiente a creare da solo una vera civiltà, qualora non si affermino quegli alti ideali che sono essenza e ragione profonda della vita umana.

7) Non indulgere al mal costume delle piccole transazioni e delle avide lotte per arrivare. Considerarsi soldati pronti all’ap­pello, ma in nessun caso arrivisti e vanitosi.

8) Accostarsi agli umili con intelletto d’amore, fare opera con­tinua per elevarli a una sempre più alta visione morale della vita. Ma per ottenere questo occorre dare l’esempio della pro­bità.

9) Agire su se stessi, sul proprio animo prima di predicare agli altri. Le opere e i fatti sono più eloquenti dei discorsi.

10) Sdegnare le vicende mediocri, non cadere mai nella vol­garità, credere fermamente nel bene. Avere vicina sempre la verità e come confidente la bontà generosa. (1)

Vogliamo ricordarne degnamente la figura prendendo a prestito le parole utilizzate dal Vicesegretario del P.N.F. nonché Vicepresidente della stessa S.M.F. Fernando Mezzasoma, che il 20 aprile 1941 pronunciò questo accorato discorso commemorativo, alla presenza dei quadri direttivi e dei militanti della Scuola suddetta che, a sua volta, lo diede, poi, alle stampe:

…”Niccolò Giani apparteneva alla categoria dei mistici per i quali è bello vivere se la vita è nobilmente spesa ma è più bello morire se la vita è donata all’Idea. Arnaldo Mussolini fu il suo Maestro: da Arnaldo imparò che prima di agire e costruire è necessario elevarsi, purificare il proprio spirito, temprare il proprio carattere; allora soltanto si potrà essere certi che l’azione sarà feconda e l’edificio sicuro. Da Arnaldo imparò che per conoscere, giudicare e guidare gli altri è prima indispensabile conoscere bene se stessi, punire inesorabilmente i propri difetti, affinare incessantemente le proprie virtù: allora soltanto si potrà aspirare all’onore del comando. Da Arnaldo imparò che solo il sacrificio può suscitare le opere grandi e buone e distruggere le cose piccole e vili. Ciò che non costa non vale; ciò che non procura fatica e sofferenza non dura; quanto è al di fuori di noi non conta; gli onori, le cariche, le ricchezze sono effimere e caduche cose. Quello che importa è quanto è dentro di noi, perchè è nostro e nessuno potrà mai portarcelo via, neanche a strapparci la carne viva di dosso. Essere se stessi in ogni momento, rimanere se stessi sempre: ecco la più grande conquista degli uomini.

Uomo di fede

Un uomo di fede fu Niccolò Giani. E la sua fede era di quelle che non vacillano mai, di quelle che restano intatte nella buona e nella cattiva sorte e che traggono anzi dalle difficoltà e dalle sfortune un più profondo contenuto e sempre nuovi motivi. La sua fede era di quelle alte cui fonti cristalline attingono le intelligenze chiare e gli animi trasparenti degli uomini puri i quali sanno che se si vuole raggiungere l’ultima cima, molte vette bisogna scalare e talvolta anche scendere da alcune per risalire su altre vette più alte ancora. In Giani la fede nasceva da un inesausto tormento spirituale, da un’ansia incontenibile di elevazione e di conquista per divenire, come dice il Poeta, «cara gioia sopra la quale ogni virtù sì fonda ». Egli credeva in Dio, nel Dio di noi Italiani fascisti e cattolici a cui dobbiamo non soltanto il dono misterioso della vita ma anche il privilegio di averci chiamati a continuare la missione di civiltà e di giustizia che la gente nostra svolge nel mondo da più di due millenni. Egli credeva nella dottrina politica enunciata da Mussolini, scaturita dall’azione, alimentata dalla fede, consacrata dal sacrificio e nella sua possibilità di instaurare un nuovo sistema di vita, di educare gli uomini a una visione vasta ed umana delle cose, di creare un nuovo tipo di civiltà italiana, ed europea. Credeva in Mussolini perchè lo considerava l’uomo della Provvidenza, l’esponente di una razza eletta, il fondatore di una civiltà universale, il protagonista e l’artefice di una nuova storia, il condottiero di giovani generazioni, il DUCE, a cui non occorre chiedere prima di iniziare la marcia dove ci porta e quando si arriverà, perchè dal giorno in cui un destino fortunato lo pose alla testa del suo popolo, la meta era già nei suoi occhi e la vittoria nel suo pugno.

Credeva nei giovani nati e cresciuti col sorgere del Fascismo, educati alla severa scuola del Partito e li voleva rivoluzionari nello spirito e nel sangue, generosi ed audaci, pronti alla lotta e alla rinunzia. Sognava una classe dirigente che sapesse dimostrare con l’esempio, nelle opere e nel sacrificio, di essere degna del nostro grande popolo e del nostro grande Capo; una classe dirigente fatta di uomini integrali, forti della loro indipendenza morale — la sola ricchezza umana che non abbia un valore misurabile in denaro — e dotati di tutte le virtù spirituali, intellettuali e fisiche che sono indispensabili per poter esercitare con dignità e con efficacia la missione del comando. Concepiva la famiglia nel senso più tradizionalmente nostro; amava cioè la sana numerosa famiglia italiana, ricca di onestà e prodiga di figli, sbocciata dall’amore tra l’uomo che vive lavorando o combattendo per la Patria e la donna che nel piccolo grande regno della casa vive nella serena ed operosa attesa del ritorno di lui; e se l’uomo non tornerà la donna lo piangerà senza lacrime perchè egli sopravviva nella fierezza dei figli. I quali continueranno, nella luce del suo esempio, l’opera sua. Credeva nella Patria come ne « la più pura, la più grande, la più umana delle realtà », amava la Patria « più della propria anima ». Tutto per la Patria: fu la sua consegna. Niente per lui valeva qualche cosa se non serviva alla Patria. Perchè la Patria è tutto e tutti; sè e gli altri; le generazioni che furono, che sono e saranno; la storia di ieri, di oggi e di domani. La Patria è la sintesi di tutte le più nobili aspirazioni. Essa è fatta di uomini da rendere sempre più degni e di territori da fare sempre più vasti. Per essa si lavora, si soffre, si spera; per essa si combatte, si vince o si muore… (POTETE SCARICARE DIGITANDO QUI IL PDF. DEL TESTO INTEGRALE DEL 1941).

Ma lasciamo che sue siano le parole conclusive dell’omaggio che gli tributiamo. Giani stesso, infatti, aveva redatto il proprio testamento spirituale, dedicandolo al figlio appena nato (ebbe tre figli!) – lo aveva scritto durante il precedente conflitto in Etiopia al quale anch’egli aveva partecipato, sempre da volontario in camicia nera – che, proprio dopo la sua morte, per ordine di Mussolini fu diffuso in tutta Italia, presso tutte le scuole:

“Tu non conoscerai fazioni, non partiti. Non vedrai nemici entro i confini sacri della Patria. Solo conoscerai un nome: «Italia»; una cosa sola amerai: «Italia»; e per essa sola dovrai essere capace di tutto lasciare, tutto perdere, tutto dimentica­re. Di essere odiato e vilipeso, umiliato e straziato; solo, solo per questa Italia dovrai saper morire col corpo e coll’anima: e mai, mai dovrai dimenticare che per questo sacro nome madri hanno salutato col sorriso i figli che andavano a morire, mariti hanno abbandonato in fiera letizia le giovani spose, padri han­no, orgogliosi, baciato per l’ultima volta i loro bimbi. Che per questa Italia si sono fatti di sangue i fiumi, le montagne hanno tremato, i morti sono usciti dalla terra. E che per essa io oggi non ti conosco e potrei non conoscerti mai: ma se così fosse, tu amala anche per me, sacrificati anche per me, muori ancora anche per me. E ricordati che solo quando vedrai cadere il tuo amico più caro, quello che ti è spiritualmente fratello, e tu tro­verai soltanto il tempo di chinarti a baciarlo, e dalla tua bocca non uscirà una sola parola di rabbia e nel tuo cervello non affiorerà un solo pensiero di imprecazione, ma tu vorrai solo andare avanti per conoscere la Vittoria, e così facendo sarai certo di vendicare l’amico caduto, allora, allora appena sarai certo di averla imparata a conoscere, sarai certo di amarla!” (2)

IlCovo

NOTE

1) Aldo Grandi, “Gli eroi di Mussolini – Niccolò Giani e la Scuola di Mistica fascista”, Milano, 2004, BUR. pp. 34-35.

2) Idem, p. 46.

 

 

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