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L’ULTIMA INTERVISTA DEL DUCE ! ( 20 aprile 1945)… IL COVO RICORDA COSI’ IL SETTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE.

Mussolini Montreal

Il 28 aprile di quest’anno saranno trascorsi settant’anni dall’uccisione di Benito Mussolini. Da sette decenni la memoria del Duce del Fascismo viene quasi quotidianamente vilipesa e caricata di ogni nefandezza possibile da tutti gli organi propagandistici di cui dispone la repubblica delle banane antifascista. Televisioni e giornali continuano a martellarci mettendo sempre in cattiva luce l’immagine del personaggio storico più famoso ed importante nella storia dell’Italia unita… l’unico personaggio politico della travagliata storia italiana che si sia assunto la responsabilità delle proprie azioni e che ha davvero pagato in prima persona per i propri errori. La repubblichetta antifascista nata per volontà degli occupanti anglo-americani, a cui tutt’oggi resta perennemente asservita, nonostante affondi nel fango generato dagli scandali e dalla corruzione connaturati alla sua più intima essenza, fondata sul latrocinio e l’irresponsabilità; nonostante abbia fatto sprofondare quella che un tempo fu l’Italia nel caos perenne di uno “stato senza Stato”, preda delle oligarchie affariste che gestiscono i propri intrallazzi per mezzo dei propri burattini politici a danno della popolazione; nonostante rappresenti di fatto una entità politica che sta crollando rovinosamente sotto il peso della propria criminale ed incompetente inettitudine, non vuole comunque prendere atto del proprio fallimento epocale… e se la prende con la memoria di Mussolini! Essa pare quasi ossessionata anche solo dal fantasma del Capo del Fascismo, non rendendosi conto che, di fatto, la memoria dei “padri” di questa “repubblica da avanspettacolo di quart’ordine” che frana sotto il peso della propria infamia, non lascia traccia alcuna nella Storia, a parte il disastro economico-sociale in cui versa la nazione (stavolta senza aver perso alcuna guerra mondiale!); nessuno o quasi si rammenta di burattini come De Gasperi e Togliatti, Fanfani e Andreotti, o Almirante e Berlinguer, né si ricorderà delle marionette rappresentate dai vari Prodi e Berlusconi, passando per gli attuali pupazzi che la finanza plutocratica ha deciso di imporci come presidenti del consiglio di questa insulsa repubblica gestita da fantocci criminali… ma, al contrario, Benito Mussolini continuerà a giganteggiare rispetto a questa mefitica palude di politicanti affollata da personaggi insignificanti, rappresentandone sempre più l’antitesi, nonché l’incarnazione di un modello politico diverso e migliore… a dispetto dei patetici stolti che si illudono di cancellarne la memoria e le opere a colpi di scalpello! Noi fascisti del Covo lo vogliamo ricordare riportandone le vive parole che egli pronunciò nell’ultima intervista rilasciata il 20 aprile 1945,(1) otto giorni prima che venisse ammazzato. Parole che da sole valgono più di mille discorsi e che ne palesano, pur nell’ora più amara e buia per l’Uomo in questione e per il suo popolo, la diversa caratura e l’alto spessore rispetto al nulla “democratico” che gli è seguito e che da settant’anni gli italiani, resi democraticamente un “agglomerato di schiavi”, si sorbiscono!

ILCOVO

COLLOQUIO DI MUSSOLINI CON IL GIORNALISTA CABELLA – 20 APRILE 1945.(2)

Opera Omnia, a cura di Edoardo e Duilio Susmel, Firenze, 1960, vol. XXXII, pp. 190 – 201.

Mussolini mi posò la destra sulla spalla e mi chiese:

– Cosa mi portate di bello?

(+) Non seppi rispondere lì per lì. Come al solito, e come succedeva a molti davanti a lui, mi sentii alquanto disorientato e dopo una breve esitazione risposi che ero felice di vederlo, e che gli portavo la raccolta del giornale. Mi batté la mano sulla spalla. Fissandomi, mi disse:

– Vi elogio per quanto avete fatto per il consolidamento della Repubblica Sociale. Pavolini mi ha riferito del vostro discorso a Torino per il 23 marzo e del successo che avete ottenuto. Non vi sapevo anche oratore.

Gli offersi la raccolta del giornale e gli mostrai i grafici della diffusione, della vendita, delle lettere ricevute. Gli consegnai diversi scritti di fascisti, di combattenti, di giovanissimi. Mi fu largo di elogi, specialmente per i tre numeri speciali, ricchi di illustrazioni, dedicati a « Stellassa » (Umberto di Savoia), a « Pupullo » (Badoglio) e a « Bazzetta » (Vittorio Emanuele III).

Sfogliò la raccolta, soffermandosi su alcuni numeri. Rise.

– I tre numeri illustrati per « Bazzetta », « Pupullo » e « Stellassa » – mi disse – sono fatti veramente bene. Mi hanno divertito. Che tiratura hanno avuto?

– Duecentosettantamila copie vendute. Per mancanza di carta non ho potuto far fronte alle trecentottantamila richieste….

– Avrete la carta che vi occorre.

Prese la matita e, stando in piedi, tracciò qualche nota su un foglio di appunti. Allora mi feci animo e gli esposi il caso disgraziato di due camerati bolognesi. Il suo volto si rattristò.

– Farò aver loro diecimila lire. Va bene?

Volle sapere i nomi e gli indirizzi. Li scrisse egli stesso, negli appunti. Poi mi chiese:

– Desiderate qualche cosa da me?

Dopo un momento di perplessità risposi:

– Il mio premio l’ho già avuto, è stato l’elogio che avete voluto farmi. Oso troppo se vi chiedo una dedica?

Gli mostrai una grande fotografia. La fissò un attimo, scosse il capo. Evidentemente, non era troppo soddisfatto dell’immagine. Poi tornò al tavolo, si sedette, prese la penna e scrisse: « A Gian Gaetano Cabella, pilota de “Il Popolo di Alessandria”, con animo della vecchia guardia. Mussolini, 20 aprile XXIII » .

Posò la penna. Volle vedere i grafici. La tiratura del giornale era descritta da un diagramma. Vi era tracciata una linea ascendente, con leggere contrazioni, qua e là.

– A che cosa attribuite queste diminuzioni di vendita?

– Credo che occorra ogni tanto, specie dopo numeri di grande rilievo esteriore, fare uscire qualche numero pallido, senza forti titoli.

   Esposi, poi, brevemente i criteri che seguivo e che mi parevano giusti, quindi soggiunsi:

– Mi siete stato maestro. Conservo la raccolta de « l’Avanti! » e quella del « Popolo d’Italia ».

Mussolini scosse la testa, stette un attimo pensoso e osservò:

– Si nasce giornalisti come si nasce compositori o tecnici. Creare il giornale è come conoscere la gioia della maternità. Il criterio di non monotonizzare è giusto. Non si può dare un concerto con soli tromboni e grancasse. Il pubblico, dopo i primi istanti di sbalordimento, finirebbe con l’abituarvisi. Vedo che siete anche un abile amministratore. Siete genovese.

Si soffermò sul grafico che riguardava la corrispondenza ricevuta dal pubblico, lettori e lettrici e osservò:

– Molte lettere anonime, vedo.

– Ricevo al giornale circa un dieci per cento di anonime. Però quando le vicende dell’Asse vanno meglio, le lettere anonime diminuiscono. Gli dissi anche che in Alessandria avevo appiccicato le più divertenti ad una parete. Mussolini sorrise:

– Ho visto le fotografie della vostra redazione.

– Nel mese di marzo – precisai – su duemilasettecentottantacinque lettere ricevute, trecentosessanta sono state anonime.

– Oltre duemilaquattrocento lettere non anonime in un mese: sono moltissime. Fate rispondere?

Gli dissi che rispondevo personalmente a tutti e nella rubrica « Il Direttore risponde » e, in gran parte direttamente.

– Ho constatato che, così facendo, si ottiene una grande pubblicità. Chi riceve, specie in un piccolo centro, una lettera personale del direttore, la fa vedere a più persone. Automaticamente diventa un fedele propagandista. Mussolini prese il pacchetto delle lettere che gli avevo portato insieme con altre cose. Gli feci osservare che avevo diviso le missive in tre gruppi. Volle tenerle tutte.

– Se avrò tempo, le leggerò stasera.

Intanto aprì tre lettere che avevo messo più in vista: una di una signora che abitava presso Torino; un’altra di un giovane volontario, Puni, di Torino; la terza di una personalità ligure.

– Ringrazierete la signora e il ragazzo. Lasciatemi l’altra: farò rispondere direttamente. Avete qualche cosa ancora da dirmi?

– Ho due collaboratori, un fascista e un vecchio socialista fiorentino. Mussolini mi disse subito i nomi di entrambi e aggiunse:

– Fate loro i miei elogi. Dite loro che leggo gli articoli che scrivono, con interesse.

Ebbi l’impressione che l’udienza fosse per finire. Mussolini aveva riaperta la raccolta del giornale e, in ultimo, aveva trovato le copie del giornale « Il Monarchico », che avevo stampato alla macchia facendo finta fosse l’organo di un gruppo monarchico (« C. Cavour » di Torino), e una copia del « Grido di Spartaco », che avevo stampato clandestinamente. Mussolini rise, ed esclamò:

Mi sono piaciuti. Anche per questo lavoro vi elogio.

Allora mi feci animo:

– Duce, permettete che vi rivolga qualche domanda?

Mussolini si alzò. Mi venne vicino. Guardandomi negli occhi, con un accento e un’espressione che non dimenticherò mai, mi chiese d’improvviso:

Intervista o testamento?

A quella domanda inaspettata io rimasi esterrefatto. Non seppi cosa rispondere. Non sfuggì la mia emozione a Mussolini, che cercò di dissipare la mia confusione con un sorriso bonario.

– Sedetevi qui. Ecco una penna e della carta. Sono disposto a rispondere alle domande che mi farete.

In preda ad una grande agitazione , mi sedetti alla sua sinistra. La sua mano era vicina alla mia. Molte idee mi si affollavano nella mente, ma tutte imprecise. Finalmente formulai una domanda assai generica: – Qual è il vostro pensiero, quali sono le vostre disposizioni in questa situazione?

Alla mia domanda, Mussolini, a sua volta domandò:

– Voi cosa fareste?

Debbo aver accennato un gesto istintivo di sorpresa. Mussolini mi toccò il braccio, e sorrise di nuovo:

– Non vi stupite. Faccio questa domanda a tutti. Desidero sentire il vostro parere.

– Duce, non sarebbe bello formare un quadrato attorno a voi e al gagliardetto dei Fasci e aspettare, con le armi in pugno, i nemici? Siamo in tanti, fedeli, armati.

– Certo, sarebbe la fine più desiderabile… ma non è possibile fare sempre ciò che si vuole. Ho in corso delle trattative. Il Cardinale Schuster fa da intermediario. Non sarà versata una goccia di sangue. Un trapasso di poteri. Per il governo, il passaggio fino in Valtellina, dove Onori sta preparando gli alloggiamenti. Andremo anche noi in montagna per un po’ di tempo.

Osai interromperlo:

– Vi fidate, Duce, del Cardinale?”.

Mussolini alzò gli occhi e fece un gesto vago con le mani.

– E’ viscido. Ma non posso dubitare della parola di un Ministro di Dio. E’ la sola strada che debbo prendere. Per me è, comunque, finita. Non ho più il diritto di esigere sacrifici dagli italiani.

– Ma noi vogliamo seguire la vostra sorte.

– Dovete ubbidire. La vita dell’Italia non termina in questa settimana o in questo mese. L’Italia si risolleverà. E’ questione di anni, di decenni, forse. Ma risorgerà, e sarà di nuovo grande, come l’avevo voluta io.

– Dopo una brevissima pausa, continuò:

– Allora sarete ancora utili per il Paese. Trasmetterete ai figli e ai nipoti la verità della nostra idea, quella verità che è stata falsata, svisata, camuffata da troppi cattivi, da troppi malvagi, da troppi venduti e anche da qualche piccola aliquota di illusi.

La sua voce aveva i toni metallici che tante volte avevo udito nei suoi discorsi. Poi, con fare più pacato, continuò:

– Dicono che ho errato, che dovevo conoscere meglio gli uomini, che ho perduta la testa, che non dovevo dichiarare la guerra alla Francia e all’Inghilterra. Dicono che mi sarei dovuto ritirare nel 1938. Dicono che non dovevo fare questo, e che non dovevo fare quello. Oggi è facile profetizzare il passato.

– Ho una documentazione che la storia dovrà compulsare per decidere. Voglio solo dire che, a fine maggio e ai primi di giugno del 1940 se critiche venivano fatte erano per gridare allo scandalo di una neutralità definita ridicola, impolitica, sorprendente. La Germania aveva vinto. Noi non solo non avremmo avuto alcun compenso; ma saremmo stati certamente, in un periodo di tempo più o meno lontano, invasi e schiacciati. « E cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un’occasione d’oro così, non si sarebbe mai più ripresentata ». Così dicevano tutti e specialmente coloro che adesso gridano che si doveva rimanere neutrali e che solo la mia megalomania e la mia libidine di potere, e la mia debolezza nei confronti di Hitler aveva portato alla guerra.

– La verità è una: non ebbi pressioni da Hitler. Hitler aveva già vinta la partita continentale. Non aveva bisogno di noi. Ma non si poteva rimanere neutrali se volevamo mantenere quella posizione di parità con la Germania che fino allora avevamo avuto. I patti con Hitler erano chiarissimi. Ho avuto ed ho per lui la massima stima. Bisogna distinguere fra Hitler ed alcuni suoi uomini più in vista.

– Ho parlato sempre col Führer della sistemazione dell’Europa e dell’Africa. Non abbiamo mai avuto divergenze di idee. Già all’epoca delle trattative per lo sgombero dell’Alto Adige, controprova indiscutibile delle sue oneste e solidali intenzioni, il Führer dimostrò buon volere e comprensione. La sistemazione dell’Europa avrebbe dovuto attuarsi in questo modo. L’Europa divisa in due grandi zone di influenza: nord e nord-est influenza germanica, sud, sud-est e sud-ovest influenza italiana. Cento e più anni di lavoro per la sistemazione di questo piano gigantesco. Comunque, cento anni di pace e di benessere. Non dovevo forse vedere con speranza e con amore una soluzione di questo genere e di questa portata?

– In cento anni di educazione fascista e di benessere materiale il Popolo italiano avrebbe avuto la possibilità di ottenere una forza di numero e di spirito tale da controbilanciare efficacemente quella oggi preponderante della Germania. Una forza di trecento milioni di europei, di veri europei, perché mi rifiuto di definire gli agglomerati balcanici e quelli di certe zone della Russia anche nelle stesse vicinanze della Vistola; una forza materiale e spirituale da manovrare verso l’eventuale nemico di Asia o di America.

– Solo la vittoria dell’Asse ci avrebbe dato diritto di pretendere la nostra parte dei beni del mondo, di quei beni, che sono in mano a pochi ingordi e che sono la causa di tutti i mali, di tutte le sofferenze e di tutte le guerre. La vittoria delle Potenze cosiddette alleate non darà al mondo che una pace effimera e illusoria.

– Per questo voi, miei fedeli, dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea ed europea delle idee.

– Non ho bluffato quando affermai che l’Idea Fascista sarà l’Idea del secolo XX. Non ha assolutamente importanza una eclissi anche di un lustro, anche di un decennio. Sono gli avvenimenti in parte, in parte gli uomini con le loro debolezze, che oggi provocano questa eclissi. Indietro non si può tornare. La Storia mi darà ragione.

Mussolini parlò della sua presa di posizione nel 1933-1934 fino ai colloqui di Stresa. Affermò che la sua azione non era stata interamente compresa e tanto meno seguita né dall’Inghilterra né dalla Francia. E soggiunse:

– Siamo stati i soli ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania. Mandai le divisioni al Brennero; ma nessun gabinetto europeo mi appoggiò. Impedire alla Germania di rompere l’equilibrio continentale ma nello stesso tempo provvedere alla revisione dei trattati; arrivare ad un aggiustamento generale delle frontiere fatto in modo da soddisfare la Germania nei punti giusti delle sue rivendicazioni, e cominciare col restituirle le colonie; ecco quello che avrebbe impedito la guerra. Una caldaia non scoppia se si fa funzionare a tempo una valvola. Ma se invece la si chiude ermeticamente, esplode. Mussolini voleva la pace e questo gli fu impedito.

Dopo qualche istante di silenzio ardii chiedergli:

– Avete detto che l’eventuale vittoria dei nostri nemici non potrà dare una pace duratura. Essi nella loro propaganda affermano….

– Indubbiamente abilissima propaganda, la loro. Sono riusciti a convincere tutti. Io stesso a volte… Ma il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuto che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutto, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocrati, degli affamatori, del grande capitalismo.

– La vittoria degli alleati riporterà indietro la linea del fronte delle rivendicazioni sociali. La Russia? Il capitalismo di stato russo – credo superfluo insistere sulla parola bolscevismo – è la forma più spinta e meno socialista di un ibrido capitalismo, che si può solamente sostenere in Russia, appoggiato all’ignoranza, al fatalismo e alle « sotnie » di cosacchi, che hanno lasciato lo « knut » per il mitra. Questo capitalismo russo dovrà cozzare fatalmente con il capitalismo anglosassone. Sarà allora che il Popolo italiano avrà la possibilità di risollevarsi e di imporsi. L’uomo che dovrà giocare la grande carta….

– Sarete voi, Duce….

– Sarà un giovane. Io non sarò più. Lasciate passare questi anni di bufera. Un giovane sorgerà. Un puro. Un capo che dovrà immancabilmente agitare le idee del fascismo. Collaborazione e non lotta di classe; carta del Lavoro e socialismo; la proprietà sacra fino a che non diventi un insulto alla miseria; cura e protezione dei lavoratori, specialmente dei vecchi e degli invalidi; cura e protezione della madre e dell’infanzia, assistenza fraterna ai bisognosi; moralità in tutti i campi; lotta contro l’ignoranza e contro il servilismo verso i potenti; potenziamento, se si sarà ancora in tempo, dell’autarchia, unica nostra speranza fino al giorno utopistico della suddivisione fra tutti i popoli delle materie prime che Iddio ha dato al mondo; esaltazione dello spirito di orgoglio di essere italiano; educazione in profondità e non, purtroppo, in superficie come è avvenuto per colpa degli avvenimenti e non per deficienza ideologica.

– Verrà il giovane puro che troverà i nostri postulati del 1919 e i punti di Verona del 1943: freschi e audaci e degni di essere seguiti. Il Popolo allora avrà aperto gli occhi e lui stesso decreterà il trionfo di quelle idee. Idee che troppi interessati non hanno voluto che comprendesse ed apprezzasse e che ha creduto fossero state fatte contro di lui, contro i suoi interessi morali e materiali. Abbiamo avuto diciotto secoli di invasioni e di miserie, e di denatalità e di servaggio, e di lotte intestine e di ignoranza. Ma, più di tutto, di miseria e di denutrizione. Venti anni di Fascismo e settanta di indipendenza non sono bastati per dare all’anima di ogni italiano quella forza occorrente per superare la crisi e per comprendere il vero. Le eccezioni, magnifiche e numerosissime non contano.

– Questa crisi, cominciata nel 1939, non è stata superata dal popolo italiano. Risorgerà, ma la convalescenza sarà lunga e triste e guai alle ricadute. Io sono come il grande clinico che non ha saputo fare la cura esatta e che non ha più la fiducia dei familiari dell’importante degente. Molti medici si affollano per la successione. Molti di questi sono già conosciuti per inetti; altri non hanno che improntitudine o gola di guadagno. Il nuovo dottore deve ancora apparire. E quando sorgerà, dovrà riprendere le ricette mie. Dovrà solo saperle applicare meglio.

– Un accusatore dell’ammiraglio Persano, al quale fu chiesto che colpa, secondo lui, aveva l’Ammiraglio: « quella di aver perduto » rispose.

– Così io. Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia. Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno. Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere. ( Mussolini sorrise lievemente quando parlò della sua serenità e tranquillità. Sorrise di nuovo quando fece cenno a Churchill. Il sorriso si mutò in una smorfia di disprezzo allorché parlò degli affaristi e degli speculatori).

– Se le vicende di questa guerra fossero state favorevoli all’Asse, io avrei proposto al Fuhrer, a vittoria ottenuta, la socializzazione mondiale, e cioè: frontiere esclusivamente a carattere storico; abolizione di ogni dogana; libero commercio fra paese e paese, regolato da una convenzione mondiale; moneta unica e, conseguentemente, l’oro di tutto il mondo di proprietà comune e così tutte le materie prime, suddivise secondo i bisogni dei diversi paesi; abolizione reale e radicale di ogni armamento. Colonie: quelle evolute erette a Stati indipendenti; le altre, suddivise fra quei paesi più adatti per densità di popolazione, o per altre ragioni, a colonizzare ed a civilizzare. Libertà di pensiero, di parola e di stampa? Si, purché regolata e moderata da limiti giusti, chiaramente stabiliti. Senza di che, si avrebbe anarchia e licenza. E ricordatevi, soprattutto la morale deve avere i suoi diritti. Ogni religione liberissima di propagandarsi: siamo stati i primi, i soli, a ridare lustro e decoro e libertà e autorità alla Chiesa cattolica.

– Assistiamo a questo straordinario spettacolo: la stessa Chiesa alleata ai suoi più acerrimi nemici. La Chiesa cattolica non vuole, a Roma, un’altra forza. La Chiesa preferisce degli avversari deboli a degli amici forti. Avere da combattere un avversario, che in fondo non la possa spaventare e che le permetta di avere a disposizione degli argomenti coi quali ravvivare la fede, è indubbiamente un vantaggio.

Strinse le mani assieme e proseguì:

– Diplomazia abile, raffinata. Ma, a volte, è un gran danno fare i superfurbi. Con la caduta del fascismo, la Chiesa cattolica si ritroverebbe di fronte a nemici d’ogni genere: vecchi e nuovi nemici. E avrebbe cooperato ad abbattere un suo vero, sincero difensore.

– Nel sud, nelle zone così dette liberate, l’anticlericalismo ha ripreso in pieno il suo turpe lavoro. L’ « Asino » è, in confronto a pubblicazioni di questi ultimi tempi, un bollettino parrocchiale.

– Anche in questo campo, gli stessi uomini che oggi non vogliono vedere, saranno unanimi a deprecare la loro pazzia o la loro malafede. Se la vittoria avesse arriso a noi, questo programma avrei offerto al mondo e ancora una volta, sarebbe stata Roma a dare la luce all’umanità.

A questo punto Mussolini tacque. Si alzò e si avvicinò alla finestra. Avevo cercato di fissare gli appunti nel modo il più esatto possibile, tenendo dietro a mala pena alle sue parole, specie quando la foga del discorso gli faceva affrettare la velocità dell’espressione. Le cartelle erano oramai più di trenta. Finalmente Mussolini si distaccò dalla finestra. Si rivolse di nuovo a me e riprese:

– Mi dissero che non avrei dovuto accettare, dopo l’armistizio di Badoglio e la mia liberazione, il posto di Capo dello Stato e del governo della Repubblica Sociale. Avrei dovuto ritirarmi in Svizzera, o in uno Stato del sud America. Avevo avuto la lezione del 25 luglio. Non bastava, forse? Era libidine di potere, la mia? Ora chiedo: avrei dovuto davvero estraniarmi?

– Ero fisicamente ammalato. Potevo chiedere, per lo meno, un periodo di riposo. Avrei visto lo svolgersi degli avvenimenti. Ma cosa sarebbe successo?

– I tedeschi erano nostri alleati. L’alleanza era stata firmata e mille volte si era giurata reciproca fedeltà, nella buona e nella cattiva a sorte. I tedeschi, qualunque errore possano aver commesso erano, l’otto settembre, in pieno diritto di sentirsi e calcolarsi traditi.

– I « traditori » del 1914 erano gli stessi del 1943. Avevano il diritto di comportarsi da padroni assoluti. Avrebbero senz’altro nominato un loro governo militare di occupazione. Cosa sarebbe successo? Terra bruciata. Carestia, deportazioni in massa, sequestri, moneta di occupazione, lavori obbligatori. La nostra industria, i nostri valori artistici, industriali, privati, tutto sarebbe stato bottino di guerra.

– Ho riflettuto molto. Ho deciso ubbidendo all’amore che io ho per questa divina adorabile terra. Ho avuta precisissima la convinzione di firmare la mia sentenza di morte. Non avevo importanza più. Dovevo salvare il più possibile vite ed averi, dovevo cercare ancora una volta di fare del bene al popolo d’Italia E la moneta di occupazione, i marchi di guerra, che già erano stati messi in circolazione, sono stati per mia volontà ritirati. Ho gridato. Oggi saremmo con miliardi di carta buona per bruciare.

– Invece nel Sud, i governanti legali, hanno accettato le monete di occupazione. La nostra lira nel regno del Sud non ha praticamente più valore. La più tremenda delle inflazioni delizia quelle regioni così dette liberate. Quando arrivammo nel Nord, in questo Nord che la Repubblica Sociale ha governato malgrado bombardamenti, interruzioni di strade, azioni di partigiani e di ribelli, malgrado la mancanza di generi alimentari e di combustibili, in questo Nord dove il pane costa ancora quanto costava diciotto mesi fa e dove si mangia alle mense del popolo anche a otto lire, quando arriveranno a liberare il Nord, porteranno, con altri mali, la inflazione. Il pane salirà a 100 lire il chilo e tutto sarà in proporzione.

– Mi sono imposto e ho avuto uomini che mi hanno ubbidito. Non si è stampato che il minimo occorrente, di moneta. Ho però autorizzato le banche ad emettere degli assegni circolari, questi tanto criticati assegni. Non sono tesaurizzabili: ecco la loro importanza. La lira-moneta automaticamente viene richiesta, acquista credito, le rendite e i consolidati sono a 120, e dobbiamo frenare un ulteriore aumento. Tutto questo, ho fatto.

– Ho impedito che i macchinari venissero trasportati in Baviera. Ho cercato di far tornare migliaia di soldati deportati, di lavoratori rastrellati. Anche su questo punto, occorre parlar chiaro: ho dei dati inoppugnabili.

– Oltre trecentosessantamila lavoratori hanno chiesto volontariamente di andar a lavorare in Germania, e hanno mandato, in quattro anni, alcuni miliardi alle famiglie. Altri trecentoventimila operai sono stati arruolati dalla « Todt ». Dalla Germania sono tornati oltre quattrocentomila soldati ed ufficiali prigionieri, o perché hanno optato per noi, o per mio personale interessamento secondo i casi più dolorosi.

– Ho impedito molte fucilazioni anche quando erano giuste. Ho cercato, con tre decreti di amnistia e di perdono di procrastinare il più possibile le azioni repressive che i Comandi germanici esigevano per avere le spalle dei combattenti protette e sicure. Ho distribuito a povera gente, senza informarmi delle idee dei singoli, molti milioni. Ho cercato di salvare il salvabile. Fino ad oggi l’ordine è stato mantenuto: ordine nel lavoro, ordine nei trasporti, nelle città.

– I ribelli ci sono. Sono molti; ma, salvo qualche aliquota di illusi, la grande massa è composta di renitenti, di disertori, di evasi dalle galere e dai penitenziari. Gli alleati sanno perfettamente questo, ma sanno anche che queste formazioni sono utilissime per i loro sforzi di guerra. Poi, a liberazione avvenuta, succederà come in Grecia. Sul vostro giornale avete messa in giusta evidenza la disperata trasmissione dei partigiani greci in lotta contro i liberatori inglesi.

– Dovevo, di fronte ad una situazione che vedevo tragicamente precisa, disertare il mio posto di responsabilità? Leggete: sono i giornali del Sud. Mussolini prigioniero dei tedeschi. Mussolini impazzito. Mussolini ammalato. Mussolini con la sua favorita. Mussolini con la paralisi progressiva. Mussolini fuggito in Brasile. (Mussolini mi mostrava i ritagli. Ne leggeva i titoli ad alta voce. Ogni volta, dopo aver scandito le sillabe di ogni titolo, sollevava gli occhi per vedere la mia reazione. Poi strinse il pugno e lo batté con energia sul tavolo).

– Invece sono qui, al mio posto di lavoro, dove mi troveranno i vincitori. Lavorerò anche in Valtellina. Cercherò che il mondo sappia la verità assoluta e non smentibile di come si sono svolti gli avvenimenti di questi cinque anni. La verità è una.

– Ma c’è ancora una speranza? Ci sono le armi segrete?

– Ci sono. Se non fosse avvenuto l’attentato contro Hitler nell’estate scorsa, si avrebbe avuto il tempo necessario per la messa in azione di queste armi. Il tradimento anche in Germania ha provocato la rovina, non di un partito, ma della patria.

– Ma noi vi siamo stati e vi saremo sempre fedeli.

Egli, allora, mi pose la mano sul braccio e mi disse con accento triste:

– Quanti giuramenti! Quante parole di fedeltà e di dedizione! Oggi solo vedo chi era veramente fedele, chi era veramente fascista! Siete voialtri, sempre gli stessi fedeli delle ore belle e delle ore gravi. Facile era osannare nel 1938! Ho una tale documentazione di persone che non sapevano più che fare per piacermi! E al primo apparire della tempesta, prima si sono ritirati prudentemente per osservare lo svolgersi degli avvenimenti. Poi si sono messi dalla parte avversaria. Che tristezza. Ma che conforto, finalmente, poter vedere che vi sono i puri, i veri, i sinceri. Tradire l’idea, tradire me, ma non tradire la Patria.

Quindi, proseguendo a parlare delle armi segrete tedesche, dichiarò:

– Le famose bombe distruttrici sono per essere approntate. Ho, ancora pochi giorni fa, avuto notizie precisissime. Forse Hitler non vuole vibrare il colpo che nella assoluta certezza che sia decisivo.

– Pare che siano tre, queste bombe e di efficacia sbalorditiva. La costruzione di ognuna è tremendamente complicata e lunga. Anche il tradimento della Romania ha influito, in quanto la mancanza della benzina è stata la più terribile delle cause della perdita della supremazia aerea. Venti, trentamila apparecchi fermi o distrutti al suolo. Mancanza di carburante. La più tremenda delle tragedie.

– Duce, pensate che inglesi e americani possano vedere i russi arrivare nel cuore dell’Europa? Non sarà possibile una presa di posizione?

– I carri armati che penetrano nella Prussia Orientale sono di marca americana.

A questo punto Mussolini volle precisare che non riteneva, oramai, più possibile sperare in un capovolgimento del fronte. Disse anche:

– Forse Hitler si illude.

Poi aggiunse:

– Eppure, si sarebbe ancora in tempo, se ….

Alzò le sopracciglia, fece un ampio gesto con le mani, come per farmi capire: « Tutto è possibile ». Quindi riprese:

– Il compito degli alleati è di distruggere l’Asse. Poi….

– Poi?

– Ve l’ho detto. Scoppierà una terza guerra mondiale. Democrazie capitalistiche contro bolscevismo capitalistico. Solo la nostra vittoria avrebbe dato al mondo la pace con la giustizia. Mi hanno tanto rinfacciata la forma tirannica di disciplina che imponevo agli italiani. Come la rimpiangeranno. E dovrà tornare se gli italiani vorranno essere ancora un popolo e non un agglomerato di schiavi.

– E gli italiani la vorranno. La esigeranno. Cacceranno a furor di popolo i falsi pastori, i piccoli malvagi uomini asserviti agli interessi dello straniero. Porteranno fiori alle tombe dei martiri, alle tombe dei caduti per un’idea che sarà la luce e la speranza del mondo. Diranno, allora, senza piaggeria, e senza falsità: « Mussolini aveva ragione ».

Mussolini a questo punto prese le cartelle dove avevo messo gli appunti.

– Non farete un articolo. Riprendete da questi appunti quello che vi ho detto. Dopodomani mattina mi porterete il dattiloscritto. Se ne avrò tempo riprenderemo fra qualche giorno questo lavoro.

Dissi al Duce che in anticamera era il mio redattore capo, già direttore di un settimanale di Brescia. Mussolini lo fece chiamare. Rimanemmo ancora dieci minuti in udienza.(3)

NOTE

1) Si è talvolta polemizzato in merito all’autenticità di tale intervista, soprattutto chiamando in causa l’attestazione di mancanza di stima nei confronti del Cabella espressa a suo tempo dal giornalista Giovanni Ansaldo (Anni freddi. Diari 1946-1950, Bologna, il Mulino, 2003). In realtà, già nel 1960, Edoardo e Duilio Susmel, curatori dell’Opera Omnia di Mussolini, vi riportavano tale documento tra quelli certamente attribuibili al Duce, né in campo storiografico hanno mai sollevato dubbi sull’autenticità del testo tanto Renzo De Felice, (Mussolini l’alleato. Vol. II. La guerra civile 1943-1945, Einaudi, 1997, p. 59), quanto Pierre Milza, (Mussolini, Carocci, 2000, p.933), o, più recentemente, Stefano Fabei, (I Neri e i Rossi, Mursia, 2011. p. 282).

2) A Milano, a palazzo Monforte, il pomeriggio del 20 aprile 1945, Mussolini riceve, fra gli altri, il giornalista Gian Gaetano Cabella, direttore del Popolo d’Alessandria (giornale che per il suo carattere polemico ed intransigente aveva ottenuto successo e raggiunto una tiratura d’eccezione e col quale ha il colloquio qui riportato in riassunto (Dal Testamento politico di Mussolini, Tosi, Roma, 1948).

3) La mattina del 22 aprile 1945 Cabella ritorna a palazzo Manforte per presentare il testo del colloquio. Mussolini lo legge attentamente, lo corregge, sottolinea alcune frasi, traccia dei segni marginali, fa delle aggiunte verbali e lo sigla. Infine dice: « Va bene. Ci rivedremo forse in questi giorni. Qualunque cosa accada non fate vedere ad alcuno questo scritto. Se dovesse accadere il crollo, per tre anni tenetelo nascosto. Poi fate voi, secondo le vicende e secondo il vostro criterio. Ora andate ». (Dal Testamento politico di Mussolini)

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3 commenti su “L’ULTIMA INTERVISTA DEL DUCE ! ( 20 aprile 1945)… IL COVO RICORDA COSI’ IL SETTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE.

  1. Grazie.

  2. Questa intervista è un falso del falsario Cabella, sconfessato da Carlo Silvestri .
    Fu uno dei tanti tentativi posti in essere nel dopoguerra per fare un po’ di fortuna sul Duce.
    Lo si può intuire da un passo qui assente ovvero il riferimento ai carri sovietici di marca americana che penetrano in Prussia…peccato che il 20 Aprile i russi siano di fatto a Berlino. Insomma un falso creato da un falsario.

    • Le polemiche inerenti l’autenticità dell’intervista erano già state trattate nella nota numero 1 presente nell’articolo, tanto Silvestri quanto Ansaldo infatti erano stati molto polemici nei confronti del Cabella. Noi non siamo i difensori d’ufficio del suo operato, ma se autorevoli personaggi come i redattori dell’Opera Omnia, insieme ad alcuni storici come De Felice, non ne mettono in discussione l’autenticità, non é certo il particolare dei carri russi a Berlino il 20 aprile che può inficiarne il valore, a meno che non si dia per accertato incontrovertibilmente che Mussolini fosse in quelle ore perfettamente al corrente di quanto accadesse in Germania (informato da chi?), il che parrebbe una pretesa eccessiva, se si tiene in considerazione che negli stessi giorni nemmeno era a conoscenza della trattativa di resa separata dei tedeschi in Italia…come fece presente egli stesso al Cardinale Schuster ed agli esponenti del CLNAI durante il successivo colloquio in arcivescovado.

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